lunedì 18 marzo 2013

La fama giustifica i mezzi

Ancora non mi rendevo conto di quello che avevo fatto. Certo, avevo quel tagliacarte insanguinato tra le mani, ma non mi sentivo colpevole. Quel farabutto di produttore non mi aveva nemmeno permesso di accedere alle selezioni: diceva che non avevo la figura adatta, né il carisma. Beh, il carisma gliel’ho dimostrato. Cos’hanno quegli attori da quattro soldi che affollano sceneggiati e reality-show? Cosa mancava a me, laureato e diplomato alla scuola di recitazione?
Non avevo preso un appuntamento con quel verme per aprirgli lo stomaco, ma solo perché ero certo che la lettera inviatami dal suo collaboratore fosse destinata ad un altro. «Siamo spiacenti di comunicarle di aver già scelto un candidato che risponde alle nostre esigenze. Le mandiamo in ogni caso i nostri migliori auguri per la sua carriera. Cordiali saluti». Una lettera concisa, che sembrava quasi una presa in giro: un foglio enorme, completamente bianco, perché venisse riempito per tre righe scritte l’una sopra l’altra, senza il buon gusto di una interlinea di respiro.
Mi avevano detto di recarmi nello stabile alle sette precise e non mi sono fatto attendere. La segretaria mi ha fatto cenno di accomodarmi, tirando per tutto il suo visino la macchia di rossetto che aveva preso in ostaggio la sua bocca. Era una di quelle classiche segretarie che compaiono nei film, di quelle con la gonna corta, gli occhiali con montatura colorata e scarpe col tacco alto, per non parlare dei capelli perfettamente acconciati –che pure avrebbe detto di aver tirato su con una matita proprio mentre usciva dall’ascensore per entrare nel suo stanzino. Nello studio del “signor produttore” non poteva starci che una così: mica poteva rischiare di essere trattenuto da impegni improrogabili e trovarsi chiuso nel palazzo con una della sua età o anche solo con una signorina poco avvenente. Di certo lei non era lì per il suo talento visto che cadeva nel panico non appena doveva mantenere due chiamate in linea o riordinare i documenti da firmare. Doveva per forza avere delle doti nascoste –che poi tanto nascoste non erano visto il tenore della scollatura– e forse sperava che il suo facoltoso datore di lavoro la mettesse davanti ad una vera telecamera.
Sono rimasto in attesa tre ore e saltato la cena. La segretaria mi ha offerto un caffè dalla macchina del corridoio prima di bussare alla porta del bastardo e dirgli che lei andava, che la chiamasse pure a casa a qualsiasi ora se aveva bisogno –di cosa si può immaginare.
«Pochi minuti e la riceverà», mi ha detto di nuovo esibendo quel sorriso quasi volgare.
Ho aspettato e ho gettato il caffè nel vaso di terra sintetica di una pianta da interni. Quando la porta dell’ufficio si è spalancata, la faccia arrogante del produttore è apparsa sull’uscio.
«Mi scusi per averla fatta aspettare», ha sospirato, forzando un sorriso, «Sa, il lavoro!».
«No che non lo so, verme, visto che non mi permetti di lavorare e fai finta di spaccarti il didietro!», pensavo dentro di me, ma quel che ho detto è stato solo: «Si figuri, il caffè era ottimo!».
Mi ha invitato ad entrare. L’ufficio era in perfetto ordine: carte elegantemente impilate e divise in mucchi di identico volume, libri ordinati per collana, tutti della stessa grandezza, tanto che sembravano tagliati apposta per potersi inserire perfettamente sugli scaffali.
Mi sono accomodato alla scrivania davanti a lui e, senza parlare, gli ho messo davanti la lettera. Lui l’ha presa, ha inforcato gli occhiali, inarcato le sopracciglia e protratto le labbra e l’ha letta, indugiando troppo perché potessi non pensare che stava riflettendo su cosa dire.
«Cosa significa?», mi ha domandato, ributtando il foglio sulla scrivania.
«Significa che voglio recitare nel suo film».
«Tante persone vogliono recitare nei miei film. Pensa che le possa accontentare tutte?».
«Io lo merito».
«Non crede di essere troppo presuntuoso? In ogni caso, è stato il regista a scegliere».
«Scommetto che lui direbbe la stessa cosa. E questa lettera è partita da qui».
Il produttore si è tolto gli occhiali. «Mi sta trattenendo in ufficio per una sua stupida convinzione...» – e rovistava distrattamente tra i suoi fogli, cercando di ricordare il mio nome per poterlo aggiungere alla sua affermazione.
«La sto trattenendo per farle notare che lei è un idiota!». Nemmeno quelle parole erano nei miei progetti. A pensarci bene non saprei dire cosa mi aspettassi di fare o come pensassi di rivolgermi al mio interlocutore mentre mi recavo nel suo ufficio. So solo che sentivo di volergli parlare, forse ero convinto che vedendomi si sarebbe ricordato della mia perfetta performance in occasione del provino. Non lo so.
A quel punto si è alzato, si è avvicinato alla mia sedia, l’ha fatta girare su se stessa e mi ha spinto ad alzarmi, indicandomi la porta. Ha iniziato ad urlare e ad agitarmi la lettera davanti al naso, ricoprendomi di insulti, dicendo che lui sapeva fare il suo mestiere e che se ero stato scartato probabilmente era perché io non sapevo fare il mio. Mi ha spintonato due volte e non mi ha mai permesso di difendermi dalle sue ingiurie. Non ci ho più visto. Il tagliacarte era lì davanti a me –l’unico oggetto fuori posto in quella cristalliera di documenti e cimeli: sembrava lasciato a se stesso proprio per finire nelle mie mani. L’ho afferrato. Un istante dopo la mia mano era immersa nella sua giacca e il sangue colava sul pavimento. L’ho guardato mentre moriva.
Se non fosse stato per il servizio di ronda, forse dopo un paio d’ore avrei trovato l’ispirazione per allontanarmi. Non m’importava scappare, non intendevo nemmeno fingere di non essere stato io.

Termine della pagina della cronaca. Sigla finale del telegiornale.
Sbuffo nell’alzarmi dalla poltrona e nel riporre il quotidiano nazionale, soddisfatto del mio lavoro.
Ho firmato con questa confessione l’intera edizione del giorno e forse anche il dibattito etico delle settimane che verranno. Ho messo il mio talento di attore drammatico al servizio della verità e –soprattutto– del gossip e dei giornalisti-sciacalli, per me manna dal cielo.
Non ci è voluto poi così tanto a mettere in piedi uno show... e pensare a quanti soldi investono certi personaggi che credono ancora nell’intrattenimento di qualità, ottenuto con l’impegno e con i sacrifici!
Nemmeno un Oscar mi avrebbe conferito tanta notorietà e non posso smettere di domandarmi che faccia farebbe quel produttore di fronte alla celebrità che quella sua pellicola mai mi avrebbe regalato.
Ma meglio finirla qui con le mie riflessioni: devo correre ad accertarmi che lo sceneggiatore stia progettando un film che renda l’essenza della mia storia.


 C.M.

NOTE: Questo è uno dei pochissimi esemplari di narrazione breve usciti dalla mia tastiera, poiché solitamente sono molto prolissa. Quello che leggete è un testo pubblicato sulla rivista Comics Factory (n° 5, settembre 2009, pag. 7), curata da Cyrano Comics.

10 commenti:

  1. Bel racconto con morale, nel migliore stile classico. :-)
    Ma che brava, hai potuto pubblicare su una rivista! Beata te, io finora sono riuscita a pubblicare solo articoli scientifici... E le tue narrazioni "prolisse" di che genere sono?

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    1. Grazie Giulia! In realtà quando l'ho pubblicato avevo un contatto (tra l'altro per interposta persona)... ho colto l'occasione, ma non posso dire di essere un'autrice pubblicata! Le mie narrazioni prolisse sono di genere fantastico (non amo molto la parola "fantasy" per italofilia e perché ultimamente mi pare che il termine sia usato per indicare il dominio del "tutto è possibile"), ma ho almeno un paio di idee per romanzi non di genere, che spero, finiti i due "mattoncini" che ho in fabbrica, di poter sviluppare. Insomma, come non mi pongo limiti di settore nelle letture, non lo faccio nemmeno per la scrittura, anche perchè, dopo qualche anno di esperimenti, ho capito che quando l'ispirazione arriva, è a quello che mi suggerisce che devo dedicarmi. In ogni caso, permettimi di notare che non dovresti dire di aver pubblicato "solo" articoli scientifici: è comunque - credo - una soddisfazione poter condividere ciò per cui si è lavorato. Quindi complimenti per le tue pubblicazioni! :)

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    2. Ti ringrazio, Cristina: hai ragione, sarebbe sbagliato sminuire il valore di una pubblicazione accademica (essendo neodottoranda di ricerca, amo l'accademia e trovo importante condividere con gli altri il frutto della mia ricerca). Ma, purtroppo, mi pare sia molto più difficile (almeno per me) vedere pubblicato un lavoro letterario, creativo.

      Se si considerano grandi autori del passato, il genere fantastico invita necessariamente alla prolissità! :-) Mi piacciono le atmosfere dei romanzi fantastici, l'invenzione di mondi nuovi che ricordano in parte la storia, in parte il mito. Non mi piace però quando c'è un pullulare eccessivo di magie e mostri... un troppo esteso dominio del "tutto è possibile", insomma.
      Ma hai ragione, non bisogna ingabbiarsi da sé in un genere, meglio lasciar fluire liberamente l'ispirazione e seguire "ciò che ditta dentro".

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    3. Sulla narrativa fantastica, mi trovi d'accordo: confesso di essere partita in modo molto caotica, liberando magie, mostri e elfi a tutto andare (avevo anche quattordici anni quando ho iniziato, credo sia comprensibile), ma ora ho decisamente ridimensionato il tutto, alla luce della maturità, dei miei studi letterari e, credo, del buon gusto.
      Devo condividere anche l'altra tua affermazione, quella sulla pubblicazione: anche a me sembra un miraggio lontano; ebbene molti editori (di qualsiasi portata), sui loro siti si dichiarino aperti alle proposte letterarie, in realtà - e ci sono redattori, giornalisti e agenti che lo ammettono - farsi leggere e avere l'occasione di presentare il proprio manoscritto è davvero difficile.
      Tu a quale genere di letteratura (oltre a quella accademica) ti dedichi?

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    4. Anch'io ho cominciato a scrivere giovanissima: un lungo racconto fantastico alle elementari (che mi sono premurata di distruggere pochi anni più tardi) e alle medie romanzi gialli che ora mi sembrano terribilmente imbarazzanti, a proposito di fisiologica evoluzione della maturità e del buongusto. ;-) Adesso scrivo essenzialmente romanzi storici; alcuni potrebbero definirsi gialli storici. Mi piace andare a cercare le fonti, verificare tutti i dettagli possibili (dev'essere masochismo... forse è sempre qualcosa di accademico, ma comunque è lontano dall'ingegneria, quindi è uno svago) e colmare con la fantasia ciò che la storiografia non ha tramandato, evitando anacronismi e cercando la verosimiglianza (secondo il consiglio di Manzoni nella lettera a Chauvet). L'ultimo mio romanzo è ispirato alla figura di un Minnesänger realmente vissuto nel Duecento, protagonista di leggende e ballate e raffigurato in una miniatura del Codex Manesse (in cui si rappresenta il suo assassinio, ma la questione è controversa). Per non mettermi a parlare troppo di me in casa tua, ti rimando alla pagina sui miei romanzi e ai post dedicati al Minnesänger.

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    5. Ma figurati, è un piacere condividere la passione per la scrittura, quindi non ti fare problemi a citare qui i tuoi scritti e a linkare! Vado subito a visitare la pagina, grazie dell'indicazione e complimenti! :)

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  2. ciao Cristina, intervengo tardi a lasciare un commento, perché come sai seguo il tuo blog da alcuni giorni, quindi uno o due post al giorno me li sto leggendo tutti. Qui mi ha incuriosito subito il titolo, si parla di fama. E' un tema che mi ha sempre "ossessionato", ma più che altro mi incuriosisce il rapporto del singolo, del grande o della grande di talento, con le masse. Nel mio miserrimo nuovo blog (ma devo dire non ho molto tempo per lavorarci per costruirlo e mi piacerebbe in realtà uno spazio in cui scrivano in molti, non solo io, e l'ho aperto un po' in forma di sfogo, dopo le ultime elezioni) compare spesso questo tema della fama, lo infilo un po' dovunque, anche se poi mi rendo conto che mi incuriosisce soprattutto la questione della fama per come si presentava prima dell'avvento dell'immagine e della sua riproducibilità. Insomma, quando l'uomo o la donna erano veramente famosi, quando non si sapeva nemmeno come erano fatti, ma si conosceva il loro nome solo per quello che facevano o avevano fatto.

    Mi viene in mente Leopardi: "Leopardi voleva la fama", l’ha cercata tutta la vita, ostacolato da tanti mediocri. Certo non era sconosciuto, sì, ovviamente, stimato in Europa, ma soprattutto come filologo. E mi riviene in mente un'immagine di lui che ci offre Ranieri, nel suo libretto "Sette anni di sodalizio con Leopardi". Un pomeriggio a Napoli Ranieri, che viveva insieme a Leopardi, se lo vede davanti nel salotto, tutto vestito e pronto per uscire. Aveva un bastone in mano. Dove vai? gli fa Ranieri, e Leopardi: vado a bastonare qualcuno. Ma dove vai, gli fa Ranieri, vieni qui. Cito un po' così a memoria, il senso era quello. Io quando lessi questo aneddoto, pensai: forse va a prendere di petto Tommaseo, di cui Leopardi beffardo e incazzato aveva detto in una lettera: al Tommaseo fumano i tommasei. Ecco, ho parlato di Leopardi, perché sia il titolo del tuo bel racconto, e poi la sua lettura (anche geniale, l'ho trovato) mi ha fatto ripensare a questo bastone (tagliacarte?) di Leopardi, la fama giustifica i mezzi. Ovviamente oggi la fama è un'altra cosa, ho cercato di dire come la vedo nel mio post su Totti, forse l'avrai visto, la fama oggi secondo me segue ironicamente il personaggio mentre un tempo, come dicevo sopra, lo precedeva lo annunciava. Oggi basta l'immagine, anzi senza l'immagine, anche il talento va a farsi benedire,a meno che tu non abbia un tagliacarte. Per ottenerla però oltre al talento bisogna saper sgomitare, quello credo sia stato così in ogni tempo.

    Dicevi a Giulia, sui rapporti scrittore editore eccetera. Anche su questo ho qualcosa nel mio post su Kafka. E', secondo me, un argomento complesso e semplice nello stesso tempo: da una parte, costoro sono sommersi da materiale veramente illeggibile, nessun gusto del ritmo della lingua, mancanza di ironia, capacità di prendere le distanze da sé, mancanza di controllo dei registri. Lasciamo perdere che un buon editor, se sente di avere tra le mani qualcosa che vale, pur in presenza di errori di lingua di registro eccetera, sa come metterli a posto, se pensa che ci siano almeno i personaggi, che siano concreti, ma il più delle volte lì non trovi nemmeno quello. Però è anche vero che le case editrici, in Italia, e non solo, sono piene di palloni gaonfiati, e comunque vanno anche molto a simpatie (stile, lingua, personaggi) tanto che poi ti trovi che qualcuno ti faccia uno scherzetto come quello che racconto nel post di Kafka. D'altronde i soldi sono i loro. Spero comunque che prima o poi riapri un post che tratti ancora questa questione della fama, e anche della fame, perché vedo che anche nei tui post "politici" (Cconcerti) sei agguerrita e mi fa piacere. A presto

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    1. Bello l'aneddoto su Leopardi, non lo conoscevo! In effetti rende bene ciò che intendevo trasmettere con il mio racconto, e l'attualità, ahimè, mi conferma che oggi è più facile essere considerati dalle case editrici se si ha alle spalle un'accusa, o meglio una condanna per omicidio, che per il talento narrativo o la buona prosa; poi ci sarebbe da aprire una parentesi sui lettori che quei libri li comprano, ma tant'è... Lo scherzetto che ricordi nel tuo post su Kafka, che sono andata a leggermi, la dice lunga sulle competenze non solo degli autori, ma anche di molti (e preciso "non tutti" per evitare polemiche in cui sono incorsa in passato) di coloro che dovrebbero scovarli: è ovvio che il loro sguardo è rivolto altrove, alla ricerca di qualche patetico serial incentrato sempre sui tre-quattro temi ricorrenti. Mi si potrebbe obiettare "ma tu parli perché non hanno mai pubblicato un tuo romanzo", e io rispondo "Magari non avessero pubblicato il mio, ma pubblicassero romanzi di perfetti sconosciuti che hanno argomenti orginali e scrivono in Italiano corretto". La mia è una posizione che non nasce dall'invidia, ma dalla constatazione di quanto troviamo sugli scaffali (in riferimento a certi generi, non alla narrativa in toto): file e file di copertine tutte uguali, di titoli omofoni e pochissimi esordienti italiani. Ecco dunque che talento e visibilità sono a due poli estremi...

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  3. Hai ragione a proposito di file e file (ch ementre leggevo il tuo post pronunciavo fail e fail), anzi di pile e pile di libri, mi prende la depressione ogni volta che entro in libreria, oltre che il mal di testa ... Non credo che sia questione di invidia, fai bene a sottolinearlo, semmai quel personaggio del tuo racconto secondo me fa porre delle questioni interessanti, al lettore ... E credo che una delle domande possibili sia la seguente: può il talento, il vero talento, alla fine, nonostante le difficoltà, le frustrazioni, "l'avversa fortuna", gli ostacoli, imporsi in una forma che sia soddisfacente per chi quel talento esprime? poiché il personaggio del tuo racconto non sa in anticipo che cosa sia la soddisfazione del veder realizzato il suo talento, come potrà confrontare le sensazioni che adesso sta provando e che gli derivano da quel gesto estremo con delle sensazioni (il godimento della sua fama di attore) che non ha mai provato, che ha solo immaginato? Ecco perché mi piace che hai lasciato nel titolo la parola "fama", che penso sia uno dei concetti più inafferrabili nella sua semplicità, come il nodo di Gordio ...

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    1. Nel nostro Paese, almeno, sembra che il talento sia un handicap, puttosto che una risora: volerlo far emergergere all'attenzione di qualcuno (non necessariaente per la fama, ma anche, più semplicemente, per la ricerca di un lavoro) sembra un'impresa titanica... funziona sempre meglio la via del sotterfugio.

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