giovedì 16 maggio 2013

O Fortuna, rota tu volubilis!

Quanto è frequente, nelle nostre considerazioni più o meno forbite, il riferimento alla Fortuna? Alla buona o mala sorte ci affidiamo un po'tutti, e non c'è nessuno che non abbia mai imputato al casus un avvenimento positivo o negativo. Ma da dove nasce e come si è trasformata l'idea di Fortuna?

In principio, neanche a dirlo, erano gli Antichi. La mitologia greca e romana (per parlare di una tradizione che conosco e che ci è indubbiamente più vicina di altre) manifesta di frequente la tendenza a trasformare in divinità antropomorfe i fattori intangibili che influiscono sull'esistenza degli esseri umani.
Dalla personificazione del casus nacque la la Tyche greca, corrispondente alla Fortuna romana. Dea del destino e della sorte, rimase un'entità minore fino all'età ellenistica; era una delle figlie dell'oceanina Teti, ma la mitologia e la letteratura classiche non le hanno attribuito lo status divino fino al radicale cambiamento di prospettive impostosi fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C.: il disorientamento e la trasformazione dei valori indotta dall'Ellenismo, periodo dominato da un forte individualismo e dalla ricerca di culti esotici, determinarono il successo di nuove figure divine, spesso legate ad aspetti intimi e 'minori' della vita degli uomini.
Fu forse un processo di sincretismo (la sintesi religiosa per cui una determinata figura di un Pantheon si arricchisce degli attributi e delle funzioni di una divinità di un diverso sistema teologico ritenuta particolarmente affine) con la dea Iside a definire il ruolo di Tyche, che spesso veniva raffigurata con una corona a forma di muraglia o città e con una cornucopia o con il piccolo Pluto fra le braccia, a simboleggiare come su di essa si reggano i destini dei popoli e il suo dominio indiscusso sulla fertilità delle terre, l'abbondanza delle messi e la ricchezza.
È arcinota la massima di Appio Claudio Cieco «Faber est suae quisque fortunae» riportata dallo storico Sallustio, eppure non ci stupiamo di scoprire come sia cambiata, nel Medioevo, la prospettiva rispetto alla Fortuna.
L'uomo medievale, infatti, vedeva la Fortuna come una forza inarrestabile e inarginabile, rappresentata come una donna posta nel centro di una ruota che, girando, faceva sì che chiunque potesse essere improvvisamente elevato alla gloria e poi sprofondato nella miseria. In un codice monacense ne vediamo una compiuta raffigurazione: un uomo senza regno (così recita la didascalia) è schiacciato dalla ruota in basso, risale verso il successo a sinistra, veste i segni del potere in alto, sulla sommità del cerchio, ed è riprecipitato nella sventura, con la corona che gli cade dal capo a destra.
In un'epoca in cui l'umanità era dominata dal fatalismo e dalla fiducia in forze provvidenziali e in sistemi di mutamento del tutto imperscrutabili, era naturale una simile visione della Fortuna, in balia della quale ciascuno poteva, nel corso della vita, godere delle più alte gioie e dei peggiori dolori. Lo stesso principio è espresso nel più conosciuto dei Carmina Burana (XIII sec.), musicato da Carl Orff negli anni 1935-36.

O Fortuna (Fortuna Imperatrix Mundi)


O Fortuna
velut luna
statu variabilis,
semper crescis
aut decrescis;
vita detestabilis
nunc obdurat
et tunc curat
ludo mentis aciem,
egestatem,
potestatem
dissolvit ut glaciem.


Sors immanis
et inanis,
rota tu volubilis,
status malus,
vana salus
semper dissolubilis,
obumbrata
et velata
mihi quoque niteris;
nunc per ludum
dorsum nudum
fero tui sceleris.


Sors salutis
et virtutis
mihi nunc contraria,
est affectus
et defectus
semper in angaria.
Hac in hora
sine mora
corde pulsum tangite;
quod per sortem
sternit fortem,
mecum omnes plangite!


O Sorte
come la luna
tu sei variabile,
sempre cresci
o decresci;
la vita odiosa
ora indurisce
e ora conforta,
per gioco, l'acutezza della mente;
miseria,
potenza
dissolve come ghiaccio
Sorte possente
e vana,
cangiante ruota,
maligna natura,
vuota salvezza
che sempre si dissolve,
oscura
e velata
me pure sovrasti;
ora al gioco
di te scellerata
porgo la schiena nuda.
Destino di salute
e di virtù
ora mi è avverso,
indebolito
e sconfortato
sempre schiavo.
In quest'ora
senza indugio
le vostre corde fate suonare;
poiché a caso
prostra un forte,
con me tutti piangete!


Il Rinascimento portò con sé la liberazione da molte superstizioni e, al contempo, sulla scorta degli studi umanistici e dei grandi esempi di umanità, valore ed eroismo degli antichi, dimostratisi capaci di fronteggiare anche le peggiori calamità, affermò le possibilità di azione dell'uomo, quindi anche la sua facoltà di emanciparsi da molte forze ritenute incontrastabili, come, appunto: una persona di valore e di intelletto, lungimirante e capace può ergersi contro la Fortuna, non certo con la speranza di vincerla, ma, almeno, con la certezza di poter almeno frenare il suo impeto o volgere il casus a proprio favore.
La teorizzazione più efficace di questo principio si legge nel capitolo XXV del Principe di Machiavelli, dedicato all'analisi del rapporto fra Virtù e Fortuna: in queste pagine si incontrano le immagini della Fortuna come fiume in piena, da arginare con sistemi di dighe, e come donna che un giovane deve rendersi benevola, dimostrandosi però in grado di controllarla.

[…] Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benché sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodoché crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso.
Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. E se voi considererete l’Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini, e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna, e la Francia, questa inondazione non avrebbe fatto le variazioni grandi che l’ha, o la non ci sarebbe venuta.
[…] Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.
Conoscete altri miti e tradizioni sulla Fortuna? Cosa pensate di questa strana e inafferrabile forza e quanto valore le attribuite?
C.M.

31 commenti:

  1. Interessante percorso!

    C'è da dire che, secondo me, il concetto di "sorte" non è soltanto una superstizione. Ovvero, lo è senz'altro quando diventa un'entità mitica dotata di una sua volontà, la cui esistenza porta a rimanere passivi in attesa che "succeda quel che deve succedere". Però mi sembra semplice buonsenso la consapevolezza che non tutto dipende dalla volontà del singolo, che il caso (per meglio dire) ha un suo ruolo spesso determinante, che non sempre si riesce a piegare gli eventi al proprio volere, o a limitarne i danni, come vorrebbe l'ottimista Niccolò. Le stesse scoperte scientifiche dell'ultimo secolo (penso alla fisica quantistica, sub-atomica) ci dimostrano come nel mondo ci sia ben poco di deterministico.

    E mi colpisce molto, riguardo al bell'estratto dai Carmina Burana, come si riesca a capire all'istante se chi parla latino è un anglofono, anche se si serve della pronuncia ecclesiastica "all'italiana". :-)

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    1. I danni sono, infatti, limitabili solo in parte, e sono d'accordo con Machiavelli: ci sono circostanze in cui la virtù, l'ingegno, il buonsenso, la lungimiranza o la prudenza possono fare la differenza, altri in cui l'azione dell'uomo è assolutamente impotente.

      Sull'angolofonia hai ragione, si avverte l'accento inglese! :)

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  2. Ciao!!
    La mia opinione coincide in pieno con la descrizione di Machiavelli.
    A mio avviso la fortuna è una catena fatta di un numero indefinito di scelte fatte da un altrettanto indefinito numero di persone (il fiume in piena), alla quale una singola persona può contrapporre un'attenta previsione e altre premeditate scelte (gli argini) cosi da piegarla al proprio volere e alle proprie esigenze. Naturalmente è impossibile prevedere tutte le scelte fatte dagli altri, ma è una virtù degli uomini sagaci preventivare un piano B. In questa maniera trovo inoltre spiegato il famoso libero arbitrio che è dettato dalle scelte e il detto: Un uomo fa ciò che può finchè la fortuna non gli si rivela, ossia finchè non è più capace di prevedere le scelte altrui e usarle a suo piacimento.

    Audentes fortuna iuvat!!! :)

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    1. Bella lettura! Io la vedo in modo un po'diverso, ma il bello di queste considerazioni è che la ragione non esiste in partenza! Le scelte altrui sono prevedibili fino ad un certo punto, e in quel caso entrano in gioco abilità umane, psicologiche o comunicative, è vero che coglierne i segnali può rivelarsi un modo utile per contenere il "fiume in piena" delle conseguenze", ma esistono eventi che, a mio avviso, non si legano a specifiche volontà... una parte di casualità, insomma, credo esista, anche se questo non si deve tradurre in cieca superstizione. :)

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  3. Ottimo articolo, come sempre! Il percorso che hai fatto è estremamente interessante, e di certo potrebbe continuare ancora a lungo! Cosa ne penso della Fortuna? Prima di esistere si chiama Caso; quando si compie, si dirama a posteriori su due fronti: quando il Caso è andato bene, è la Fortuna; quando male è la Sfortuna il Malaugurio e così via. Alla fine ha ragione Protagora: tutto ruota intorno a noi, come sempre. Buona sorte compresa!

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    1. Grazie, Giuseppe! Il latino sostiene la tua considerazione: sors è di per sé neutrale cone termine, e richiede, come molte voci, un complemento: quindi bona o mala sors, il che ricalca alla perfezione la tua distinzione!

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    2. Ottima osservazione!! Un perfetto connubio filosofico-linguistico! E non ho altro da aggiungere!!

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  4. Mi accorgo che quando sorrido le cose mi vanno bene, quando sono cupo va tutto male, tutto si appesantisce, senti come qualcosa che ti schiaccia, e forse questo è quello che chiamo "fortuna", nel senso classico, di ciò che può arrivare di favorevole o sfavorevole. Ma a parte il personale, mi ha sempre incuriosito, più che nella vita di tutti i giorni, e osservandolo dall'esterno, il rapporto che i moralisti francesi stabiliscono tra fortuna e talento. L'incontro "fortuito", senza il quale nessun talento riuscirà mai a fiorire, per quanti sforzi l'uomo o la donna veramente dotati mettano in campo. Dunque in effetti la "fortuna" come "caso", qualcosa di inaccettabile per chiunque abbia una visione deterministica della vita

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    1. Il rapporto fra fortuna e talento è, in effetti, molto stretto: hai fatto bene a ricordarlo, per quanto sia amaro doverlo constatare. Hai ragione anche sul fatto che spesso uno stato d'animo influisce in partenza sull'esito di una vicenda, sugli eventi, che, insomma, una parte della fortuna è legata ad una disposizione personale.

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  5. ciao scopro piacevolmente il tuo blog solo adesso, piacere di conoscerti!

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    1. Ciao Elisabetta! Il piacere è mio! Benvenuta! ;)

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  6. Il titolo mi ha subito attratto come una calamita. Ho passato giorni e giorni ad ascoltare i Carmina Burana (la versione di Orff) fino a danneggiare la cassetta (parlo di preistoria, sì). Ne avevo anche imparato il testo e, ora che ci penso, ho anche comprato una raccolta di Carmina Burana, di testi goliardici del genere, che contengono altre versioni di O Fortuna, oltre ad una serie di carmi più o meno licenziosi o satirici. Penso che potrebbero piacerti.
    Per tornare alla tua domanda finale, mi viene in mente una corrente della filosofia buddista, per cui la fortuna è costruzione diretta del cuore. Il cuore, in questo caso, non è la sede dell'amore o dei sentimenti, ma abbraccia mente, spirito e cuore (kokoro, in giapponese). Se il nostro cuore è volto verso il bene, il superamento dei propri limiti, e delle proprie tendenze negative, saremo in grado di costruirci la fortuna, attirandola "da mille miglia lontano". Se indulgiamo ad ascoltare le nostre tendenze negative, e a far trionfare il soddisfacimento dei nostri capricci e bisogni immediati, chiameremo a noi la sfortuna. L'ho esposto in maniera veloce, ma la visione è quella. Si avvicina parecchio al punto di vista di Appio, che hai citato. Nel corso degli anni, da una visione più fatalista, per cui la fortuna era un vento capriccioso inarrestabile se decideva di investirti, sono passata a riconoscermi maggiormente in quella di Appio, e in quella buddista. Forgiando il proprio "cuore" nella direzione del bene e del miglioramento personale, si crea fortuna con le proprie mani.

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    1. I Carmina Burana ho dovuto studiarli per un corso universitario di letteratura latina medievale: ho scoperto aspetti della vita e della società del Duecento che non avrei mai immaginato!
      Quanto all'argomento "fortuna" nello specifico, ribadisco quanto scritto nella risposta a lobliquo, trovandomi lieta di una risonanza con il buddismo, che mi ha sempre affascinata, anche se non posso definirmi un'esperta: una determinata disposizione d'animo può, in effetti, influire sul corso degli eventi che dipendono da noi o sulla visione di quelli che non dipendono da noi, poi, però, a parer mio, una parte del casus è totalmente fuori del nostro controllo.
      Mi hai fatto venire in mente un'interessante questione stoica da raffrontare al principio buddista che mi hai proposto! Scriverò un post al riguardo, e ti invito ad arricchirlo con i tuoi commenti! :)

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    2. Allora attendo fiduciosa il post sullo stoicismo, che mi ha sempre attirato.
      In effetti, una parte della vita è misteriosa e al di fuori del nostro controllo, anche perché entrano in gioco altre forze stesse, "altre" da noi.
      Studierò un po' meglio il punto di vista buddista...

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    3. Lo scriverò senz'altro, ho dell'interessante materiale pubblicitario, e l'interesse dimostrato per questo articolo da te e dagli altri lettori è un invito a condividere con voi le mie impressioni al riguardo!

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  7. A parte Machiavelli, che lascerei volentieri a San Casciano a cantarsela da solo, il disgraziato, la superstizione della fortuna può fare molto male nello spostare i meriti personali e le cause reali in ambiti fantasiosi e soggettivi.

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    1. Personalmente, condivido molte delle opinioni di Machiavelli, ma, logicamente, ciascuno ha le proprie simpatie e antipatie! Quanto alla tendenza a non focalizzare nel modo giusto cause e meriti reali, condivido pienamente quello che scrivi, soprattutto spostandoci su un terreno provvidenzialistico, per cui si commette l'errore di spostare i meriti fuori da sé e, al contrario, ricercare nelle proprie scelte le cause degli errori, perché quanto dispensato da un fattore esterno (quale che sia il nome che si voglia attribuirgli) è fonte di tutto il bene, ma mai causa di alcun male...

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    2. Infatti. Pensa se ogni volta che raggiungi una meta si dicesse: "ne hai di fortuna". Io mi sentirei mortificato, molto, e mi ripeto: la superstizione della fortuna può fare male.
      Insomma, hai capito che guardo con malocchio la fortuna che per fortuna non mi può vedere.
      Saluti e, come già ti ho scritto una volta: continua a scrivere.

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    3. Grazie, la vostra partecipazione è di certo un grande sprone a farlo! E tu continua a commentare! ;)

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  8. Risposte
    1. Grazie della fiducia, Elisabetta! Confido di trovarti spesso qui nel nido delle civette! ;)

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  9. Credo che Giulia abbia ragione e che occorra evitare di riferire a se stessi e ai propri meriti o demeriti la possibilità di condizionare in modo decisivo gli eventi. Se riflettiamo, ci appare chiaro che “per caso” siamo nati qui e non altrove, in questo tempo e non prima, e che, perciò, persino l'evento principale della nostra vita, cioè la nostra nascita, non è in alcun modo dipeso da noi. Il caso è addirittura misurabile, come ben sanno le Assicurazioni, che sul calcolo delle probabilità costruiscono i loro successi e i loro guadagni. Noi non controlliamo, per esempio, il numero costante degli incidenti stradali che si verificano ogni anno: per quanto ci riguarda prenderemo ogni misura per evitarli. Sappiamo tuttavia che questi incidenti ci saranno, e che qualcuno li subirà, o li provocherà, spesso per colpa, spesso per un fortuito e del tutto imprevedibile concorso di circostanze. Un bel post, Cristina, ricco di opportuni riferimenti. (Detto fra parentesi, anch’io adoro Machiavelli).

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    1. Grazie Laulilla, è sempre un piacere raccogliere il tuo interesse e i tuoi commenti. L'influenza di ciascuno di noi negli eventi esiste, ha un margine forse variabile, e si incontra di volta in volta con le scelte e i meriti/demeriti degli altri o con vicende totalmente fuori da ogni controllo. Il fatto che esista un limite oltre il quale non possiamo spingerci ma che, allo stesso tempo siamo consapevoli di poter essere, almeno in pate, artefici del nostro destino, è, secondo me, il dato che rende affascinanti e intriganti ai nostri occhi argomenti come quello della Fortuna!

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  10. Cristina, ho copiato su “brunason” il tuo post su Caronte. Sono abbastanza imbranata e non sono riuscita ad inserire il collegamento diretto. Potresti per favore “passare a commentare”? Almeno si potrà arrivare al tuo blog, che offre parecchi pensieri interessanti.
    Scusa se te lo segnalo qua, ma mi tedia usare il lavoro degli altri senza per lo meno ringraziare ed avvisare. Grazie!

    PS pur essendo molto barocca, adoro i Carmina Burana


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    1. Grazie, Marzia, per la condivisione e per avermi avvisata di aver ribloggato il mio testo! Passo subito con grande piacere! ;)

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    2. Non capisco perché, ma non riesco ad inserire un commento (non mi compare la casella). Proverò in un secondo momento, nel frattempo, se vuoi, puoi semplicemente copiare in intestazione o in coda al racconto, l'indirizzo del post o del blog come compare sulla barra di navigazione.

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    3. Ecco fatto, sono riuscita a postare il commento! Grazie ancora!

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  11. Post molto interessante!
    E'innegabile che esiste un qualcosa, il Caso la Sorte o la Fortuna che è imprevedibile e non dipende esclusivamente dall'azione del singolo.
    Le prove che l'essere umano deve affrontare fanno parte di questa forza imperscrutabile: la differenza sta nel come si affrontano tali prove e come si riesce ad agire al meglio per sé.

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    1. Giustissimo! La vera sfida dell'uomo è rapportarsi al corso delle cose, cercando il più possibile di arginare il fiume in piena e di volgere gli eventi a proprio favore.

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  12. quindi se ho capito bene un esempio di sincretismo è il diavolo con il dio pan? anche io ho notato l'accento inglese :D i carmina burana appena sento la prima nota mi viene la pelle d'oca! non conosco miti sulla fortuna almeno ora in questo momento non me ne vengono in mente
    ma ci penserò su :)

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    1. Esatto, Pan è una delle diviità che ha subito un sincretismo in negativo! Se ti viene in mente qualche mito o curiosità sulla fortuna, scrivi pure, lo leggerò volentieri! ;)

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