giovedì 1 agosto 2013

Un suicidio artistico ovvero che fine ha fatto lo Studiolo di Gubbio

Immaginate di incontrare un volto familiare che vi ricorda una persona alla quale ricollegate bei momenti e pensieri felici e provate a figurarvi come ci rimarreste se vi dicessero che quella persona in realtà è un sosia, un individuo scelto per la sua stupefacente somiglianza per far rivivere in voi determinate sensazioni che il contatto con il vero personaggio poteva risvegliare.
Non è questo che accade quando, in musei, chiese o siti archeologici, ci imbattiamo nell'iscrizione "Copia di x (l'originale è conservato in y)"? La sensazione di condivisione e di piacere data dall'opera d'arte, che spesso evoca per noi un modo di sentire, un tempo lontano, si dilegua improvvisamente al subentrare della coscienza della sua falsità. Un prodotto pur sempre bello, elegante, realizzato magari con una perizia lodevole, ma non l'originale.
Inutile inaugurare una divagazione sulle migliaia di opere sottratte al nostro Paese (ma lo stesso vale per i tesori egiziani o per gli apparati decorativi dei templi greci) attraverso conquiste belliche, saccheggi, furti, aste e compravendite. Sappiamo benissimo che in Paesi lontanissimi sono custoditi tesori che abbiamo perso e che fruttano a qualcun altro montagne di quattrini sonanti: statue, dipinti, vasi antichi... ma non mi aspettavo di dover includere in questo elenco anche un'intera stanza!


La sala in questione è lo Studiolo di Guidobaldo da Montefeltro, commissionato dal padre, il Federico che aveva voluto il più grande e più celebre Studiolo di Urbino, per arredare una parte del Palazzo Ducale di Gubbio e realizzato pochi anni dopo il 'fratello maggiore' (1475-1482). Si tratta di un piccolo ambiente collocato vicino all'ingresso del palazzo eugubino, destinato al raccoglimento dello studio e della lettura (la seconda metà del XV secolo vedeva ormai il fervore degli studi umanistici) e rivestito di pannelli decorati a tarsie realizzati da Francesco di Giorgio Martini, Giuliano e Benedetto da Maiano e Giusto di Gand con diverse varietà di legno: acero, pero, ciliegio, pioppo, noce, quercia, fusaggine e gelso.


La pregiata lavorazione riproduce la mobilia e l'oggettistica tipici delle piccole biblioteche private, raffigurando scaffalature con panche alla base e vetrinette in cui sono conservati strumenti musicali, libri, leggi, strumenti di calcolo e armi. Al di sopra dell'intarsio corre un fregio su cui si leggono alcuni versi latini in distici elegiaci:
ASPICIS ÆTERNOS VENERANDÆ MATRIS ALVMNOS
DOCTRINA EXCELSOS INGENIOQVE VIROS
VT NVDA CERVICE CADANT ANTE ORA PARENTIS
SVPPLICITER FLEXO PROCVBVERE GENV
IVSTITIAM PIETAS VINCIT REVERENDA NEC VLLVM
POENITET ALTRICI SVCCVBVISSE SVÆ

Stai osservando come gli eterni allevi della veneranda madre,
uomini eccellenti per cultura e per ingegno,
pieghino il collo nudo di fronte al volto della madre;
si inginocchiarono in atto di supplica.
La devozione, degna di reverenza, vince sulla giustizia
e nessuno si pente di essersi prostrato alla propria nutrice.
L'iscrizione contiene un riferimento alla rappresentazione della Sapienza che si concretizza nella decorazione in tutte le sue forme e all'atto di ammirazione della raffigurazione stessa da parte di coloro che venerano la cultura come un valore totalizzante, di fronte al quale chinarsi in segno di rispetto.


La grande devozione della committenza, tuttavia, non è bastata ad alimentare quella di coloro che hanno ricevuto in eredità lo Studiolo. Nel 1874, infatti, il Comune di Gubbio vendette la decorazione lignea al principe Filippo Massimo Lancellotti, che la usò per decorare la propria residenza a Frascati e la cui famiglia ne mantenne il possesso fino al 1937, quando l'opera passò ad un mercante d'arte tedesco di origine ebraica; con l'avvento delle Leggi razziali, Adolph Loewi (questo il nome dell'acquirente), decise di migrare negli Stati Uniti. Nel 1939 il Metropolitan Museum of Art acquistò la decorazione per 32.000 dollari ed è a tutt'oggi il proprietario dell'opera, che esibisce con ovvia e comprensibile fierezza, presentandolo come un 'capolavoro di prospettiva' un 'miracolo dell'illusionismo' e un 'vettore di profonde associazioni storiche' (cit. The Gubbio Studiolo and its conservation di Olga Raggio).
Dal 1874 al 2002 la stanza dello studiolo rimase un ambiente spoglio e degradato, con le pareti di pietra a vista. Nel 2002 l'Associazione Maggio Eugubino e la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia finanziarono il progetto di ricostruzione dello studiolo, che venne affidato agli ebanisti Marcello e Vincenzo Minelli, i quali, sulla base di disegni d'archivio, realizzarono una notevole copia dell'ambiente originario, restituendo a Gubbio lo Studiolo nel 2009.
Quella che si ammira oggi a Gubbio non è, dunque, che una copia dello Studiolo originario. Ho scoperto questo piccolo rifugio di lettura e ho saputo ancor prima di uscirne che stavo ammirando una ricostruzione, un falso, risultato della scelleratezza di chi non ha saputo godere e apprezzare un capolavoro.


Chi ha voluto lo Studiolo, però, sembra aver avuto un presentimento sul ruolo che il tempo avrebbe esercitato su di esso.
Su uno dei pannelli è raffigurato un leggio sul quale è aperto il libro X dell'Eneide. Nei versi leggibili (457-490) si sta consumando il duello fra Turno e Pallante, che terminerà con la morte di quest'ultimo. Il padre di Pallante, piangendo sul corpo del figlio, pronuncia poche parole che costituiscono uno dei manifesti della civiltà umanistica: la riflessione sul tempo fugace.
Stat sua cuique dies; breve et inreperabile tempus
omnibus est vitae: sed famam extendere factis,
hoc virtutis opus. [...]

Fisso a ciascuno è il suo giorno; breve e irrevocabile
è per tutti il tempo della vita: ma estendere la fama con le imprese,
questo è il premio del valore.
Questi brevi versi, con il loro inneggiare alla caducità del tempo che corrompe e getta nell'oblio ogni cosa, mi sembrano l'epigrafe dello Studiolo di Guidobaldo, vittima di un suicidio incredibile, la marca di una grande impresa il cui ricordo e il cui valore sono ora goduti da un Paese lontano e da cui ci divide l'oceano.

C.M.

NOTE: Le notizie storiche sono tratte dall'opuscolo realizzato dall'Associazione Maggio Eugubino in occasione della ricostruzione. Le immagini provengono dal sito del Metropolitan Museum of Art.

8 commenti:

  1. Io non la trovo un cosa tanto oscena. Certo, l'originale è altra cosa. Però un conto è ricostruire la sfinge a Las Vegas con luci scintillanti e grattacieli attorno, chiara forma di pacchiana magalomania. E un conto è ricostruire l'oggetto mancante (o trafugato) nel luogo originale in cui si trovava. Sarà che vivo in una città dove molti antichi siti sono stati distrutti durante la guerra, e quelli attuali sono dunque copie ricostruite. Se non ci fossero queste copie, la mia città sarebbe persino più squallida di quanto già non sia.

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    1. Infatti non ho nulla contro le copie in sé, anzi, il più bel ponte di Verona è stato ricostruito più volte dall'età romana ad oggi. Piuttosto, mi amareggia vedere come in Italia si è stati (e si è ancora) disposti a svendere enormi risorse senza minimamente curarsi delle potenzialità di guadagnoe sfruttamento che, puntualmente, i nostri acquirenti mettono a frutto. Ovvio che quello dello Studiolo eugubino è un caso molto datato, ma si avverte pur sempre un senso di perdita.

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  2. Hai ragione, ragione da vendere. Io provo gli stessi sentimenti, quando leggo al fondo "copia dall'originale..." e poi scopro che l'originale è andato perso, rubato, venduto, smembrato, trasferito. Conoscevo di fama lo Studiolo di Gubbio, e sono rimasta davvero senza parole di fronte al racconto che ne fai. Un altro pezzo del nostro ingegno artistico dato via, addirittura un'intera stanza. Del resto, non siamo stati in grado di tenercelo caro...e qualcun altro se n'è incaricato. :-(

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    1. Io non lo conoscevo prima di visitarlo, tre settimane fa (avevo studiato e visto quello di Urbino, ma del fratello di Gubbio non sapevo nulla). Il biglietto d'ingresso al Palazzo ducale mi sembrava un po'eccessivo, perché, entrando nella prima sala, ho creduto che avrei visto solo infinite serie di dipinti nobiliari o di artisti pressoché sconosciuti. Invece sono arrivata allo studiolo, rimanendo incantata: sarei uscita e avrei pagato un altro biglietto tanto entusiasmo ha prodotto in me la vista di questo piccolo tesoro! Non ho fatto in tempo a fare un giro completo su me stessa per leggere l'iscrizione: il custode mi si è avvicinato e mi ha detto "L'originale è al Metropolitan, ma sono stati bravi con questa riproduzione, vero?". Un colpo al cuore.

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    2. ...:-( Lo posso immaginare. L'affondo della disillusione è proprio pesante, a volte...

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    3. Posso consolarmi almeno in parte pensando che la copia attuale è frutto di un attento lavoro artistico e filologico, nonché un prodotto davvero ben riuscito: dimostrazione che in Italia lavorano ancora bravi artigiani, malgrado la svalutazione che la nostra arte e le nostre specialità subiscono anno dopo anno...

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