mercoledì 27 febbraio 2013

Lasciate ogni speranza, voi ch'uscite

Non ci pensa nessuno? Ho ormai centinaia, migliaia di anni! E devo sempre star qui a portare su e giù questo pesante legno marcio. Ho crampi per tutte le braccia, sento i nervi tesi sotto la pelle. Vorrei vedere un qualsiasi altro vecchio al mio posto a mulinare per tutto il giorno e ogni giorno il remo per spostare la barca o per bastonare i morti che si sporgono, impazziti, nel tentativo di tornare sulla riva. Quella felice, intendo. Nessuno che smani di passare dall’altra parte. Nossignore! Tutti infervorati per rivivere. Chissà chi ha messo loro in testa che è possibile. A me non risulta.
Mi si può biasimare per aver cercato di sottrarmi a questa giostra di matti? Io non capisco perché i morti non possano nuotare... o perché, semplicemente, nessuno venga mai a darmi il cambio. Un’ora di libertà al giorno sarebbe chiedere troppo? Ebbene, se proprio non posso avere la pensione, mi sono detto, mi prendo una vacanza. La mia intenzione, ad essere onesti, era quella di andarmene e non tornare. Un po’come fare il contrario di ciò che fanno i miei clienti: loro, da vivi che erano, restano per sempre morti, mentre, io, da morto – se questo sono – avrei voluto starmene tra i vivi.

Ho semplicemente mollato lì barca e remi. Quella mattina ero sul punto di cambiare idea: era un giorno tranquillo, pochi morti in arrivo. Ma, alla fine, i latrati di Cerbero e le imprecazioni di Minosse mi hanno fatto saltare i cinque minuti.
Un balzo sulla riva e ho oltrepassato gli sguardi attoniti dei morti: non so se si stupissero per la nuova realtà o per il fatto che si vedevano senza un traghettatore. Uno di loro mi ha fermato e mi ha chiesto dove stessi andando.
«A vedere com’è la vita».
«Non ti perdi niente», ha risposto, «Guarda me: mi sono ammazzato».
I suicidi sono tra i più disprezzati anche laggiù dalle mie parti. Stanno piuttosto in basso, per la verità. Ma, per quanto mi riguarda, li ho sempre considerati meglio di tanti altri per il fatto che non perdono tempo a lamentarsi della morte. Non mi importa la gravità delle loro colpe, che per Minosse invece è sempre motivo di preoccupazione, ma il grande sollievo che provo nel trasportare quelle anime che si trovano lì per loro scelta. Sulla barca tutti si lagnano insopportabilmente, ma i suicidi stanno sempre in silenzio e non decantano la perduta vita. I migliori clienti, senza dubbio.
«Ti traghetterei gratis se non fossi deciso ad andare via», ho detto.
L’anima ha sorriso. «Posso aspettare. Secondo me ritorni in fretta. Soprattutto se intendi piombare tra i vivi con quel solo straccio addosso».
Subito ho abbassato sguardo sui cenci che avevo avvolti intorno ai fianchi. Ricordo di aver alzato le spalle. Non sapevo come si vestisse nell’altro mondo. Ho guardato l’anima. Indossava un paio di pantaloni neri che definiva jeans o qualcosa di simile e una tunica leggera che i vivi chiamano camicia. Ai piedi portava degli strani calzari morbidi. Ha cominciato a spogliarsi e in pochi secondi era lì con tutti gli abiti in braccio. Me li ha porti e io li ho presi con esitazione.
«Tanto dicono che mi ridurrò ad un mucchio di sterpaglie», ha commentato, «Non mi serviranno».
L’ho ringraziato e ho indossato gli abiti, ingaggiando una lunga lotta con quella che l’anima aveva definito “cerniera lampo”. Infine mi sono avviato alla porta e, senza voltarmi indietro, l’ho attraversata.
Come dicevo, era l’alba. Mi sono trovato catapultato in una realtà frenetica, col rischio di essere messo sotto da un’automobile – ne conoscevo il nome perché avevo traghettato molti morti investiti – al mio primo passo da vivo.
Ho preso a camminare in mezzo alle strade, adeguandomi a percorrere gli spazi che vedevo occupati da altri che, come me, si spostavano a piedi. Tutti seguivano i comandi di una strana torcia a tre colori. Non ci è voluto molto per capire che al rosso tutti dovevano fermarsi e al verde potevano andare. In questo modo si voleva ridurre la mia potenziale clientela. Su sentieri rialzati ai bordi degli spazi delle automobili si dovevano muovere i pedoni e presto ho imparato a distinguere i luoghi che mi erano accessibili da quelli che dovevo evitare.
Avevo sentito dire dai traghettati che un uomo doveva lavorare per vivere. Lavorare e spendere i soldi guadagnati, che non erano le monete di cui disponevo io. Ho deciso che mi serviva un lavoro, ma che non avevo alcuna referenza se non la mia rodata carriera di traghettatore. Ho chiesto informazioni su dove poter trovare un impiego.
Venezia. Mi hanno dato in molti il nome di questa città. L’ho trovata subito molto più adatta a me rispetto alle turbolente piste di autocarri e macchine. Ero in mezzo all’acqua, e, se non altro, il passaggio al nuovo mondo risultava meno traumatico del previsto.
Ho notato immediatamente che la mia capigliatura folta, canuta e ricciuta attirava l’attenzione di ogni singolo passante. Che mi invidiassero o che mi compatissero? Ho sentito un ragazzo con una cresta ossigenata che ammirava le mie lenti rosse. Ma quali lenti?
Nonostante gli sguardi stupiti della gente, sono riuscito a farmi portare dai miei nuovi mocassini fino ad un molo deserto. Al legno scricchiolante erano legate alcune barche longilinee e ornate in modo molto particolare alle estremità; su ognuna vi era un comodo posto per i passeggeri, mentre i rematori prendevano posizione alle loro spalle, a ridosso della lingua di legno che si alzava a poppa.
Mi hanno dato immediatamente il lavoro. Unica condizione: dimostrare di poter governare l’imbarcazione. Come se qualcuno fosse in grado di dare a me lezioni di navigazione!
Il giorno seguente, vestito con una maglietta a righine blu e bianche e pantaloni alla zuava e con un cappellino di paglia a cingermi la chioma di cui andavo molto fiero e che, a detta dei colleghi, avrebbe attirato i clienti, ho iniziato a navigare su e giù per la città, affiancato da un altro gondoliere che aveva il compito di illustrarmi i percorsi lungo i canali.
Nel giro di qualche giorno l’andamento di ogni canale si era impresso nella mia memoria e viaggiavo da solo, indipendentemente. Centinaia di turisti erano ogni giorno assiepati sul molo a domandare un passaggio e disposti a sborsare cifre da capogiro per una sola mezz’ora a bordo della mia gondola.
Mi piaceva la vita.
Finché i traghettati non hanno cominciato ad assillarmi con nuove lamentele. Non parlavano mai con me, se non per contrattare il prezzo del passaggio e la meta, ma io ascoltavo sempre i loro discorsi, cercando di paragonarli a quelli dei miei vecchi clienti.
«L’albergo non è di mio gradimento», ha iniziato un mattino una donna ingioiellata, «Le tendine hanno un colore orribile, per non parlare della moquette».
«Quell’affare mi ha fruttato meno della metà di ciò che mi aspettavo», ha detto il cliente successivo, parlando al cellulare.
«Guarda che fregatura questa sciarpa: tutta rovinata», si è lamentata una ragazza.
«Possibile che l’affitto sia così caro negli ultimi tempi?».
«Maledizione, non riesco a dimagrire».
«Disastri del governo».
«Ne ho piene le scatole delle polemiche sull’inquinamento».
«Un’altra truffa!».
Giorno dopo giorno erano questi i discorsi che si susseguivano. Tutti a lamentarsi delle tasse, della casa, del marito, della moglie, dei parenti, dei vicini di casa, dell’insegnante e del datore di lavoro, del dipendente e dell’impiegato dell’ufficio postale. Ho pazientato un giorno. Due. Tre. Una settimana. Un mese. Ma mi sono presto reso conto che, per quanto tempo passasse, nessuno voleva dimostrarsi minimamente soddisfatto della propria vita. Tutti vi trovavano macchie, crepe, spruzzi di infelicità. Il ricco, il famoso, il sano. Tutti avevano di che lamentarsi.

Il trentaduesimo giorno ho ripreso jeans e camicia e ho mollato di nuovo barca e remi, gettando il cappellino di paglia in mezzo al canale. Sono tornato sui miei passi e ho superato di nuovo la porta di casa. Non mi aspettavano con feste, rinfreschi e striscioni: quaggiù non funziona così. Ho semplicemente imbracciato il grande remo nodoso e ho fatto salire sulla barca le anime in attesa, assaporando con soddisfazione le loro lamentele sulla morte. Loro si compiangevano per ciò che le aspettava per l’eternità e non per quel breve istante effimero che non sarebbe più tornato. Ho imparato ad apprezzare i sospiri per la vita, ma non ho mai più accettato le imprecazioni contro di essa. Nemmeno il suicida è più stato per me l’emblema della capacità di adattamento, sebbene io in quei pochi giorni mi sia comportato un po’come lui, fuggendo l’esistenza che mi era stata assegnata.
Ma credo di aver fatto un passo in più rispetto a quel poveraccio: io ho accettato la mia condizione e ho ripreso le redini dell’esistenza a me destinata. Non ho più tentato di cambiarla. L’assurdità del mio voler vivere era pari all’insensatezza dei vivi di voler morire polemizzando in modo distruttivo contro la vita. A me i polemici, gli incontentabili, come forse ho lasciato intendere al mio confessore, non sono mai piaciuti.
Se non altro, ci ho guadagnato un magnifico paio di mocassini.

Caronte nell'illustrazione di G. Doré

C.M.

lunedì 25 febbraio 2013

Ribelle e Paperman: quando l'animazione fa riflettere i grandi

In questa giornata di fine febbraio, ci sono due vittorie che fanno sorridere. Certo, per poterle apprezzare bisogna appartenere ad un certo gruppo di pensiero, essere di quelli che si abbandonano volentieri a pochi minuti di spensieratezza e buoni sentimenti. Nella scorsa, luminosa notte degli Oscar, hanno trionfato due film d’animazione che, anche se realizzati con le tecniche più moderne, fanno sognare quanto i grandi classici ‘di carta’: per la categoria del miglior film di animazione è stato premiato Ribelle - the brave (regia di Mark Andrews e Brenda Chapman), mentre il fratello minore Paperman (diretto da John Kahrs) ha ricevuto la statuetta per il miglior cortometraggio animato. Due produzioni disneyane che si distinguono per la loro alta qualità e per la capacità straordinaria di catturare l’ammirazione non solo dei più piccoli, ma anche degli adulti.


Il primo dei due film è una variopinta storia in cui si intrecciano i meravigliosi scenari della Scozia medievale e lo spirito frizzante e indisciplinato della giovane Merida, principessa che si trova più a suo agio con un arco tra le mani che nei raffinati abiti di corte e che, per questo, finisce per scontrarsi con la madre, la quale vorrebbe trovare in lei un’educata e posata erede al trono. Nei cento minuti di proiezione, vediamo Merida esprimere tutta la sua vivacità, soffrire per l’attaccamento al proprio desiderio di libertà, abbandonarsi alle scelte sbagliate dettate dalla rabbia e dalla disperazione, maturare sulla base dei propri errori e, finalmente, «trovare la strada giusta». È un racconto che mescola spensieratezza, spassosissime gag (come quella della corda di kilt), ma anche durezza e tristezza: come ogni eroina che si rispetti, Merida affronta decisioni e avventure tutt’altro che facili prima di guadagnarsi il proprio (atteso, ma non scontato) lieto fine. Mi piace pensarla come ‘una favola alla maniera di quelle di una volta’, una di quelle storie che permettono allo spettatore di identificarsi con le aspirazioni, le angosce e la volontà dei protagonisti per accompagnarli nella ricerca di se stessi. Ribelle è la più classica delle storie di formazione: una giovane donna in lotta con un mondo che sembra non riservarle alcun posto e che, passando attraverso pericoli e sofferenze, riesce, infine, a ricavarsi un angolo in cui essere se stessa in armonia col suo antico nemico. Eppure, nella tradizione, la favola è assolutamente adatta al nostro tempo: imperniata su un personaggio che eccede qualsiasi luogo comune, pullulante di personaggi pittoreschi e originali (fra cui spiccano la strega re Ferguson, padre della protagonista) e mai retorica.

  
Paperman, invece, occupa poco più di sei minuti, ma li riempie di emozione. È una storia disegnata in bianco e nero che ci invita a riflettere sul modo in cui, da un istante all’altro, per una straordinaria congiuntura di eventi non del tutto spiegabili con la ragione (e come dare una spiegazione logica a degli aerei di carta dotati di volontà propria?), la vita può cambiare, sottrarsi al grigiore quotidiano (quello dell’ufficio del protagonista) e animarsi grazie alla forza delle speranze e dei desideri. Un racconto dai toni quotidiani, fatto di treni che si portano via le persone e di lavoro alienante, ma, proprio perché intriso di normalità, ancor più forte nello stimolo che imprime alla fantasia.


Sia Ribelle che Paperman descrivono la forza dei desideri (quello della libertà nel caso di Merida, quello di ritrovare la donna incontrata per caso alla stazione per l’anonimo uomo della carta), la difficoltà che costa esaudirli, la lotta contro le convenzioni che ne impediscono la realizzazione e la grande gioia che esplode quando, finalmente, i sogni si realizzano.
Sono storie destinate ad un pubblico su cui si abbattono le azioni dure e avvinghianti della modernità e cui viene chiesto di scendere a patti con gli aspetti più prosastici e meno favolosi dell’esistenza. Per questo l’emozione che Ribelle e Paperman regalano è tanto speciale, per questo la premiazione è più che meritata: come le grandi favole tradizionali già raccontate dalla Disney, anche questi racconti moderni incarnano le aspirazioni più intime degli esseri umani, ricordandoci di prestare loro ascolto, qualche volta, malgrado tutto.

C.M.

venerdì 22 febbraio 2013

Volteggi in Gran Guardia

Quest’oggi ho scelto un modo molto speciale di sottrarmi alla routine delle mie giornate da non più studentessa-non ancora lavoratrice: una visita alla mostra allestita presso il Palazzo della Gran Guardia di Verona da Linea d’ombra a cura di Marco Goldin. Da Botticelli a Matisse - Volti e figure, questo il titolo dell’esposizione che, organizzata in quattro grandi settori tematici dedicati alla ritrattistica, guida il visitatore in un intrigante percorso che si sottrae alla consueta disposizione temporale in favore di un intreccio di piani cronologici, di correnti e di tratti artistici.


La mostra si apre nel segno della tradizione, con un omaggio alle raffigurazioni sacre della Vergine, di Cristo e dei santi ma acquisisce, passo dopo passo, un’impronta che rende la visita tutt’altro che usuale: sebbene le singole opere (e non solo le più note) catturino immediatamente l’attenzione dello spettatore, occorre trattenere il fiato fino all’ultimo dipinto per godere pienamente del significato della mostra.
Variante veronese dell’evento Raffaello verso Picasso - Storie di sguardi, volti e figure (allestita presso la Basilica palladiana di Vicenza fra il 6 ottobre 2012 e il 20 gennaio 2013), la mostra ne ricalca i settori fondamentali: 1) Il sentimento religioso, la grazia e l’estasi; 2) La nobiltà del ritratto; 3) Il ritratto quotidiano; 4) Il Novecento. Lo sguardo inquieto.

G. Bellini, Madonna con il bambino (1509)

Si è introdotti alla mostra attraverso un canale di rappresentazione sacra, in cui spicca, proprio accanto all’entrata, la Madonna con il bambino di G. Bellini (1509), straordinario esempio di coesistenza fra la ritrattistica e la descrizione del paesaggio.

P.A. Renoir, Ballo a Bougival (1883)
Le seconda sezione, dedicata ai ritratti ufficiali, raccoglie ritratti celebrativi di nobili e sovrani eseguiti (fra gli altri) da Rubens, Velázquez, Hals e Sargent, guida virtualmente il visitatore in un rapido viaggio fra la Spagna, le Fiandre e l’Inghilterra, portandolo gradualmente verso la terza e la quarta tappa, a mio avviso le più riuscite e le più coinvolgenti.
Il modulo espositivo dedicato alla ritrattistica quotidiana si impone prepotentemente allo sguardo con il trionfo di colore, movimento, luce e gioia dato da Ballo a Bouigival, dipinto da Renoir nel 1883. Collocata proprio di fronte all’entrata della sala, l’opera dà l’impressione di accedere alla balera: la coppia di danzatori (lui col cappello cadente sugli occhi, lei con una serena espressione sotto le palpebre socchiuse) si muove nel limite ristretto della cornice, ma il taglio delle loro figure e di quelle sullo sfondo (il confine della tela esclude infatti piccole parti di abito dei protagonisti e le schiene dei personaggi in secondo piano) suggerisce una continuità spaziale con il locale in cui si colloca il visitatore: sembra quasi di avvertire la musica che accompagna i due ballerini.
La musica e la pittura francese sono protagoniste dell’altro quadro che ho scelto per descrivere brevemente la sezione delle immagini quotidiane: La lezione di musica di E. Manet (1870). I protagonisti, in questo caso sono colti in un momento di pausa dell’attività musicale, come se il visitatore, entrando nella loro stanza, avesse interrotto l’armonia: la donna tiene ancora il dito sulla partitura e rivolge lo sguardo verso di noi (una soluzione adottata già nella celeberrima Colazione sull’erba).

E. Manet, La lezione di musica (1870)

Chiude il percorso il modulo «dedicata al grande cambiamento che interviene nella pittura a partire dall’ultimo decennio del XIX secolo»: a partire dalla ritrattistica materica e variopinta di Van Gogh, mirabilmente condensata ne La Berceuse (1889), passando per dipinti di Munch, Matisse, Picasso e Modigliani (per citar alcuni nomi), si giunge alle impressionanti raffigurazioni di A. López García, che appaiono come fotografie fino all’improvvisa e spiazzante dissoluzione, di fronte a noi, dei tratti dei volti e dei corpi. 

V. Van Gogh, La Berceuse (1889)
Dalla tranquillità trasmessa dai quadri materni della primissima sala, passando attraverso volti idealizzati e momenti di limpida quotidianità, si giunge dunque, con gli ultimi dipinti, allo ‘sguardo inquieto’ che dà il titolo alla quarta sezione ma che, allo stesso tempo, segna l’incolmabile distanza fra il XX secolo e tutto quanto lo ha preceduto, non solo in termini artistici, ma anche dal punto di vista della percezione dell’esistenza: è un periodo di angosce, di aridità, di insicurezza (Freud parlava di Disagio della civiltà), che non accetta le rasserenanti rappresentazioni della sacralità, le vesti ricamate di pizzo delle nobildonne inglesi, né la spensieratezza dei danzatori di Bougival: se Volti e figure si era aperta con il dolce sguardo della Vergine rivolto verso di noi, l’ultima donna che osserviamo, la Christina Olson di A. Wyeth (1947), distoglie completamente lo sguardo dal visitatore, proiettandolo in uno spazio esterno alla tela che solo lei può vedere.
Il contatto è spezzato, la mostra è finita.

C.M.

mercoledì 20 febbraio 2013

Il cavaliere in[e]sistente

C'era una volta un cavaliere che si vantava di non aver mai subito alcuna sconfitta e di aver sempre marciato sotto l’egida (narrano le fonti che una sua ancella di fiducia amasse dire ‘egìda’, con l’accento sulla ‘i’) del successo e del trionfo. Generoso e sempre sorridente, il cavaliere si faceva sostenitore delle cause dei più deboli e giurava di essere il primo servitore del suo Popolo, cui si rivolgeva con esortazioni vigorose e con numerosi comunicati epistolari.
Sebbene fosse molto ricco e non ne facesse mistero, era sempre in prima linea nel soccorso di coloro che versavano nella miseria, soprattutto se si trattava di prestare aiuto a giovani e piacenti pulzelle, di cui ammirava pudicizia e riservatezza; egli offriva loro cospicue somme di denaro senza pretendere mai nulla in cambio, ma era molto difficile per il nobile e puro cavaliere sottrarsi alle manifestazioni di gratitudine di tante giovani ammaliate dal suo buon cuore, così egli le invitava a partecipare a vivaci banchetti nel suo castello. Tuttavia, dopo ore di spensierate quadriglie e di piacevole intrattenimento ad opera del cavaliere stesso (che, per l’occasione, faceva sfoggio di una variopinta bandana) e di un musico dal nome vagamente entomologico, le rigide norme della corte imponevano alle donzelle di rientrare nei propri appartamenti. Non era certo colpa sua se la galanteria di cui sapeva far sfoggio, il suo umorismo raffinato e le sue eleganti dichiarazioni di devozione alle dame sortivano un fascino irresistibile!

Quando non soccorreva le fanciulle in pericolo, il cavaliere combatteva contro degli esseri terrificanti, vestiti con toghe scure che lui, però, vedeva di un altro colore; lo affiancava in tali occasioni un fido scudiero, che il cavaliere decise pertanto di onorare di importanti cariche legate all’esercizio del potere nel suo feudo. Sicuro di poter contare sul sostegno del suddetto staffiere e di tanti guerrieri e dell’amore del Popolo, il cavaliere riuscì a liberarsi dei suoi detrattori cacciandoli dalle piazze con altisonanti proclami e a sottrarsi alle calunnie degli uomini (e donne) togati, che non riuscirono mai a trascinarlo nella mischia, nonostante l’enorme desiderio del cavaliere di scendere in battaglia e di dimostrare il proprio valore con le armi.
Forte dei suoi trionfi bellici e amorosi, il cavaliere ottenne un ruolo di primo piano nel Regno, anche se, va detto, i mostri continuavano a perseguitarlo scatenando contro di lui un documento chiamato ‘Costituzione’ e cercando di corrompere il popolo con proclami cartacei e comizi di piazza: un attacco ignobile, per lui che aveva solo un piccolo gruppo di addetti alle comunicazioni per tentare di difendersi! Aah, ma quando riusciva ad impadronirsi delle sedi da cui lo attaccavano i suoi nemici  (ma qualche volta la sua grande generosità lo portava anche a fare le pulizie: c’è chi dice di averlo visto spolverare le poltrone), lui arrivava al galoppo e prometteva al Popolo che la democrazia e la libertà di tutti sarebbero state ripristinate!
Il grande rispetto per il primato culturale del regno lo portò a chiudere i luoghi di istruzione, a licenziare i docenti (dato che i denari di un Popolo già istruito non potevano essere sprecati pensando di educare anche i futuri sudditi) e a tutelare il patrimonio artistico con qualche sano crollo di monumenti, in modo che fosse catturata l’attenzione dei visitatori.

Tutto ciò bastava a fare di lui l’uomo di potere più ammirato nel Regno, addirittura al di sopra dei fondatori dei sacri confini. Ma credete che questa gloria gli bastasse? No! Riuscì a conquistarsi anche la stima dei sovrani dei reami di tutto il mondo, facendosi notare per le sue originali pose nei ritratti dei nobili del Vecchio Mondo, per le attestazioni di apprezzamento nei confronti di un monarca che si era attardato sulla spiaggia sotto il solleone, per le eleganti dichiarazioni sulle bellezze di una nota nobildonna alemanna e per tanti altri piccoli episodi che sarebbero per sempre rimasti nel cuore del suo Popolo. L’approvazione del mondo nei suoi confronti era lampante: i sovrani tenevano sempre alla sua presenza ai vertici di potere e sorridevano bonariamente fra loro quando veniva riportato alla loro memoria il suo glorioso nome, infatti pare che la signora teutonica sopracitata e un suo pari gallico manifestassero così la loro stima per il cavaliere.
Fu protagonista delle vicende del regno per quasi vent’anni, finché il re non revocò impunemente il suo incarico, accusandolo di non avere la forza per sostenere un Paese in preda ad una crisi profonda. Fu, ovviamente, un pretesto menzognero: il reame non era mai stato tanto florido, la gente affollava le taverne e non riusciva nemmeno a trovare una carrozza per fare una scampagnata, tanto impetuosa era la corsa ai viaggi e alle vacanze!
Ma i tempi bui, infine, arrivarono: la lontananza del nobile cavaliere stava facendo affondare il reame. E dunque, per amore del suo Popolo in preda ai mostri, ai bugiardi e ai vampiri, il cavaliere decise di prendere di nuovo le armi e di sacrificare la sua nobile vita al servizio di coloro che per tanto tempo aveva ricoperto di benefici. I suoi proclami su pergamena vennero distribuiti per tutto il reame, e in essi egli tuonava contro gli scandali dei vecchi governanti e contro le vessazioni fiscali, promettendo di risollevare le sorti del Popolo, lancia in resta: restituzione dei tributi saccheggiati, creazione di quattro milioni di posti di lavoro, taglio di teste degli esponenti della vecchia politica, giustizia e onestà!
Fu così che il cavaliere ritornò a cavallo e…

Qui si interrompono, improvvisamente, le cronache del tempo: gli studiosi sostengono con buona probabilità che i nemici del cavaliere abbiano deliberatamente attentato alla sanità della documentazione per screditarne il buon nome.



C.M.

lunedì 18 febbraio 2013

Amaz...ing

Ancora non si è spenta l’eco delle vergognose notizie riguardo le condizioni degli operai cinesi impiegati negli stabilimenti della Foxconn per la fabbricazione di strumentazioni tecnologiche, che siamo di nuovo richiamati ad affrontare il tema della dignità dei lavoratori e del rispetto dei loro diritti. È niente meno che il colosso del commercio elettronico Amazon a farci indignare in questo momento.


Il tema del lavoro brucia oggi più che mai, e mi rendo conto che trattare la questione dei lavoratori schiavizzati in altre parti del mondo non è meno urgente che affrontare il tema della avvilente carenza di occupazione nel nostro Paese. Parto tuttavia da un affare estero perché ho la scomoda sensazione che i maltrattamenti dei lavoratori più deboli, politicamente ed economicamente spossati siano strettamente connessi alla situazione italiana e, più in generale, delle nazioni colpite dalla crisi.
Un brevissimo riepilogo sulla vicenda cinese: dal 2009 si è registrato presso la Foxconn, industria di componentistica elettronica che rifornisce importanti marchi come Apple, Samsung, HP, un impressionante aumento del tasso dei suicidi tra gli operai, dovuto alle condizioni disumane di lavoro: orari insostenibili con miseri intervalli per i pasti, un salario di circa 100 euro mensili, segregazione in strutture sovraffollate e maltrattamenti fisici da parte delle guardie.


Una sintesi che basta a suscitare orrore e disapprovazione. Ma queste notizie arrivano dalla Cina, e troppo spesso siamo portati a credere che i Paesi occidentali siano immuni da simili barbarie. Se una saggia professione di umiltà non bastasse a farci cambiare idea, arriva la prova eclatante che il cinismo e l’arroganza del sistema produttivo stanno dilagando anche negli Stati cosiddetti ‘civili’.
Un reportage mandato in onda dalla televisione tedesca Ard e Diana Löbl e Peter Onneken denuncia le condizioni che regolano la vita e l’attività lavorativa degli operai stagionali assunti presso lo stabilimento di Amazon a Bad-Hersfeld, nell’Assia. In occasione delle festività natalizie, migliaia di persone provenienti soprattutto dai Paesi più poveri o più duramente colpiti dalle devastanti contingenze economiche degli ultimi anni (come la Spagna) hanno trovato occupazione presso questa struttura. Fin qui sembra di parlare di un delizioso quadretto con tanto di neve, ma basta guardare alcune parti del filmato, anche senza comprendere una sola parola (una sintesi è comunque presente su Corriere della Sera e Sole 24 ore.) per rendersi conto di quanto sia veloce la trasformazione di una speranza in sfruttamento.
Sottopagati, costretti a lavorare a ritmi insostenibili, privi di alcuna garanzia occupazionale e di contribuzione sociale, costretti a vivere assiepati in appartamenti minuscoli e nutrendosi di cibo in scatola: queste le condizioni degli operai di una realtà che rappresenta nell’immaginario comune una delle vette della modernità. Come se non bastasse, è emerso che l’organizzazione che si occupa della vigilanza nello stabilimento tedesco afferisce ad aree di ideologia neonazista.
Non vale più l’attenuante della lontananza e della diversità culturale che si poneva alla nostra coscienza rispetto alla questione cinese: ora siamo nel cuore dell’Europa e non possiamo ‘tranquillizzarci’ spiegando il tutto con la presenza di regimi o sistemi di gestione del lavoro da lager…
Perché accennavo ad una connessione fra la situazione dei Paesi che, come il nostro, soffrono degli effetti di una crisi che sembra infinita e questo scandalo industriale? La constatazione che molti degli operai coinvolti nella vicenda di Amazon provenissero proprio da realtà segnate da un profondo disagio economico e sociale è, secondo me, una motivazione più che sufficiente.
Ma voglio essere più chiara, pur tentando l’estrema concisione che si addice alla comunicazione internettiana.
Da anni, ormai, le grandi industrie italiane (giusto per guardare a ciò che accade in casa nostra) manifestano la tendenza alla delocalizzazione degli impianti produttivi in aree del mondo dove, notoriamente, la manodopera ha un costo molto più basso[4]. Al risparmio sui salari si accompagna la possibilità di sorvolare su certi diritti che in Italia sono ormai sacri: mi riferisco ai vincoli orari, alle forme di contribuzione sociale, al sistema dei permessi di malattia e per questioni familiari, giusto per citarne alcuni.
Sappiamo, certo, che in Italia questi diritti vengono talvolta disattesi con i sotterfugi più vari, che il livello degli stipendi è bassissimo rispetto alla media europea in ogni settore e che il sistema pensionistico fa acqua da tutte le parti. Ma una tutela minima esiste. Sappiamo anche dei soffocanti cavilli burocratici e dell’elevata tassazione sulla manodopera, e sicuramente per incentivare le assunzioni a questo si dovrebbe mettere mano.
Resta però il fatto che è estremamente conveniente tenere in piedi strutture basate sullo sfruttamento e produrre in aree del mondo sottosviluppate e, per così dire ‘a basse pretese’; si può così realizzare una produzione molto più libera e sciogliersi dai vincoli posti sul lavoro in Italia. Tutto questo, però, oltre a non fornire effettive possibilità di miglioramento delle condizioni di vita agli operai delle aree di decentramento produttivo, di riflesso aggrava la situazione nel nostro Paese, dove aumenta la disoccupazione. E, aumentando la disoccupazione, si innesca un meccanismo che, di fatto, logora a poco a poco anche i diritti basilari dei lavoratori, poiché una grande offerta di forza lavoro fa sì che la domanda possa qualitativamente scadere sotto il profilo retributivo e delle garanzie: «Vuoi lavorare? Queste sono le condizioni.» è la considerazione sottesa alla drammatica situazione.
Vi sembra che questo sfruttamento della disperazione sia poi così diverso dal lavoro in nero pagato 2 euro l’ora che viene comunemente rifilato agli immigrati?

G. Courbet, Gli spaccapietre (1849): distrutto nei bombardamenti di Dresda,
è un dipinto che denuncia lo sfruttamento

C.M.

domenica 17 febbraio 2013

Strambolandia: il Regno del Nord

L’articolo 5 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.»
Queste poche parole basterebbero, da sole, a scoraggiare certe iniziative che affollano l’attività di certi gruppi politici, ma, evidentemente, non esiste un’autorità che richiami al rispetto della Carta fondamentale le istituzioni locali che ogni giorno infangano l’articolo sopracitato. Mi chiedo come sia possibile che si accetti l’ammissione alle elezioni di gruppi che negano i principi sanciti dalla Costituzione, dato che gli eletti sono chiamati alla fedeltà nei confronti del documento. Direte voi: «Perché, sono forse rispettati il diritto al lavoro, la contribuzione progressiva, l’accesso all’istruzione pubblica in forma indipendente dal reddito?». Certo che no, ma questi sono altri punti, e l’intervento di oggi è motivato da spunti di attualità, e non mancheranno riflessioni dedicate agli altri diritti violati.

A. Lorenzetti, Allegoria del Cattivo Governo (1338-1339)
Sala della Pace del Pubblico di Siena

Qui non si parla di una norma aggirata per mancanza (vera o pretesa) di fondi, per la crisi o per l’assenza di strutture adeguate a soddisfarne il rispetto. No, l’articolo 5 viene violato verbalmente e con provvedimenti di carattere istituzionale che si concretizzano nella presentazione alle elezioni (ormai più che ventennale) di partiti secessionisti, nelle manifestazioni per la richiesta di referenda che conferiscano alle regioni settentrionali la qualifica di Stati autonomi (ultima quella di ieri pomeriggio a Venezia) e in accordi per la costituzione di una macroregione (termine che con grande senso civico il pc rifiuta di riconoscere) del Nord, ufficialmente siglati ieri a Sirmione dai governatori di Piemonte, Veneto e Friuli e dal candidato alla presidenza della Lombardia, nonché presidente della Lega Nord, Roberto Maroni.
Non mi metto a discutere dell’insulsaggine delle argomentazioni secessioniste: mi pare superfluo far notare che la criminalità organizzata non è più solo il cancro del meridione, ma ha trovato dei buoni interlocutori anche nel resto della penisola; nemmeno l’evocazione di un sacro diritto dei popoli del Nord di godere dei frutti della produttività settentrionale in maniera esclusiva regge, poiché una Nazione è tale in virtù del suo essere una comunità politica, economica e culturale. Che esistano squilibri, dispersioni ed esempi (smascherati o meno) di malgoverno, lo scopo di un Paese unito e democratico è quello di ricomporli.
Dichiara il governatore del Veneto Zaia: «Basta Sud, basta Roma. Nella mia Regione ho difficoltà a spiegare ai veneti che abbiamo il rating della Baviera ma siamo trascinati nell'oblio da chi non ha voglia di lavorare […] il Nord lavora, gli altri sprecano». Fermo restando che esempi di cattiva gestione di comuni, aziende e enti pubblici sono sotto gli occhi di tutti noi anche qui ‘Al Nord’, una simile considerazione, si parva licet componere magnis (Se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi, cit. Virgilio, Georgiche IV, 176), comporterebbe che, se un giorno si presentasse una situazione per cui una realtà del nord fosse virtuosa, morigerata e feconda, ma avesse accanto un comune, un’area, un paesino amministrato da scialacquatori e aziende improduttive, si dovesse attuare una ulteriore secessione: l’arto in cancrena andrebbe continuamente amputato, un dito, poi la mano, poi l’avambraccio, poi il braccio, la spalla. Fino a dove siamo disposti a spingerci per seguire un principio assurdo, cui basterebbe sostituire un corpo politico onesto e che abbia il coraggio di fare delle scelte unitarie, pulite e proiettate sul lungo periodo?

Robb Stark, re del Nord nelle Cronache
del Ghiaggio e del Fuoco di George Martin,
oggi divenute una serie tv di successo
Mi domando perché non esistano sanzioni e ostacoli posti dagli Interni: non può essere considerato costituzionale (in quanto, appunto, lesivo dell’articolo 5) un referendum secessionista, così come non dovrebbe essere ammessa la candidatura di persone afferenti a gruppi antiunitari. Non è una presa di posizione politica, è, semplicemente, un’affermazione di legalità. 
Vogliamo poi parlare dell’estrema accondiscendenza dei propugnatori dell’indipendenza nordica a percepire i lauti stipendi e a godere dei vergognosi privilegi del governo romano? Mi sembra che il buon senso e il rispetto della Legge italiana bastino, da soli, a scoraggiare certi atteggiamenti.
Da veneta, mi sento di dire che trovo non solo vergognoso, ma anche alquanto grottesco che ancora si parli di ‘Regione del Nord’, ‘Governo del Nord’, di battesimi con l’acqua del Po e di ‘Cerchi magici’… Ve lo immaginate il nostro ‘Regno del Nord’? Uno Stato governato da ministri che redigono una legge elettorale e poi la definiscono una «porcata» portando a spasso un maiale, uno Stato che ha uno slogan fallocentrico, uno Stato che conferisce ai giovani più brillanti e acuti lauree acquistate in Albania prima ancora che abbiano raggiunto il diploma?
Penso che nemmeno la fervida immaginazione di tanti autori di fantasy che hanno creato mitici regni del nord sarebbe arrivata a concepire una realtà tanto… beh, l’aggettivo lo lascio a voi!

C.M.

venerdì 15 febbraio 2013

One billion rising (14 febbraio 2013)

I dati ufficiali, che, di solito, sono imprecisi a causa di una mole di informazioni purtroppo sommerse, ci dicono che un miliardo di donne è vittima di atti di violenza (stupri, omicidi, mutilazioni); solo in Italia, i femminicidi si attestano su una media di uno ogni due-tre giorni. La violenza sulle donne è l’esito del conservatorismo del mondo, di un sistema che si è a lungo perpetrato fingendo che l’‘altra metà del cielo’, come la chiamano coloro che sono in vena di romanticismi spesso di facciata, non esistesse e, quindi, non potesse godere degli stessi diritti riconosciuti agli uomini. Il mondo del passato divideva gli esseri umani (uomini) dai beni di possesso (fra cui rientravano le donne)… ma l’evidenza dei fatti documentati mi dà la certezza che parlare di ‘passato’ sia del tutto improprio: è ancora diffusa, anche negli ambienti più incivili dei Paesi cosiddetti ‘moderni’, la pratica di trattare le donne come oggetti da guardare, palpeggiare, usare, spezzare e gettare via.
Contro questo perverso modo di pensare, si sono svolte ieri in tutto il mondo manifestazioni di massa culminate in pregevoli flash mob: migliaia di donne e uomini (perché è importante sottolineare che non si tratta di manifestazioni femministe, ma di grida di richiesta di uguaglianza, che, evidentemente, riguardano tutto il genere umano) si sono raccolti nelle piazze e, vestiti con abiti rossi e neri (i colori ufficiali dell'evento), hanno dato vita ad un ballo di massa sulle note della canzone Break the chain seguendo la coreografia realizzata da Debbie Allen, che qualcuno ricorderà nel ruolo della signorina Grant, insegnante di danza nel telefilm Saranno Famosi.


L’evento, denominato One billion rising, ha coinvolto molte realtà italiane e non ha mancato di introdursi all’interno del Festival di Sanremo, grazie all’intervento verbale e danzante della brillante Luciana Littizzetto, una donna che, pur facendosi notare per la verve comica, dimostra di essere in grado di smettere i panni (peraltro di gran successo) del saltimbanco (come lei stessa si è definita) per diventare un’attenta comunicatrice di temi caldi e delicati dell’attualità. Voglio osservare che Luciana Littizzetto è stata anche una delle prime donne introdotte al festival negli ultimi anni non per esibire un corpo, per far da stampella a dei vestiti di firma generosamente aperti su seni, cosce o sedere e per apparire, muta o quasi, nei momenti morti della manifestazione, ma per far mostra dell’acume, dell’allegria e, come ieri sera, di profonda serietà: insomma, è salita sul palco dell’Ariston con il suo cervello, ironizzando, anzi, sugli atteggiamenti e le attenzioni di cui sono ricoperte le vallette e le ospiti solitamente ospitate nei programmi televisivi. Luciana Littizzetto, insomma, era la premessa fondamentale perché Sanremo si aprisse ad un tema drammatico come quello della violenza sulle donne, perché nessuna delle solite soubrette o modelle avrebbe potuto dare alla causa ciò di cui essa ha bisogno: la parola delle donne, la loro espressione al di sopra di un corpo.
Guardando all’Italia, però, sono colpita dalla grande disponibilità che dimostra una parte del genere femminile a farsi trattare come un oggetto, che poi è la parte che ha maggiore evidenza comunicativa, poiché gode di spazi amplissimi entro i mezzi di comunicazione, e che finisce per dare a tutto il Paese e agli uomini che si fanno abbagliare dal mondo gretto che esse rappresentano l’idea che la donna sia, effettivamente, un bene di possesso: quella che si fa stampare sul calendario, quella che apprezza le battute volgari, che si mette in mostra dichiarando al mondo quante volte al giorno fa sesso col suo partner (ovviamente il calciatore o l’attorone del momento).
Manifestazioni di massa come One billion rising, Se non ora quando, le campagne condotte in tv da personaggi di spicco (uomini e donne che siano) sono certamente importanti ed è giusto che siano valorizzate come è effettivamente accaduto, ma, purtroppo, i mezzi di comunicazione (prima fra tutte la televisione) permettono il dilagare di atteggiamenti di segno opposto. Alle migliaia di persone scese nelle piazze si contrapporranno sempre le ragazze che ambiscono a raggiungere il successo spogliandosi e ammiccando e personaggi che per raccogliere il consenso della parte volgare e meschina del genere maschile si pubblicizzano a suon di battute sulle belle donne e sulla loro attività sessuale o con barzellette di infimo livello che farebbero indignare qualsiasi persona di buon senso. Ecco: è questo l’atteggiamento da sradicare, perché esso alimenta la concezione della donna come oggetto di cui godere, di cui far mostra e da trattare a proprio piacimento. La disoccupazione femminile, il mobbing negli ambienti di lavoro, l’idea che la conduzione della vita domestica spetti alla donna e, infine, anche le violenze sono tutti prodotti di questa cultura completamente sguaiata e perversa. L’uguaglianza si promuove partendo dal basso, dalle piccole cose, censurando e condannando gli interventi di un politico che accoglie una lavoratrice con una serie di volgarità di natura sessuale, ma additando anche l’atteggiamento di una donna che si presta a far da spalla a tali oscenità, ridendo, tacendo e dichiarandosi orgogliosa piuttosto che imporre un netto stop e denunciare un simile comportamento.
Attenzione: non sono una di quelle persone che pensano che una donna che si veste in maniera succinta inviti allo stupro, sostengo, molto più semplicemente, che siamo noi donne a dover ricorrere a tutte le misure necessarie per stroncare gli atteggiamenti che alimentano l’ignoranza e la violenza nei confronti delle donne stesse. Non è tollerabile che sia una donna a far da spalla ad un intervento osceno rivolto alla sua avvenenza: ridacchiare e gongolare di fronte ad un apprezzamento volgare è il modo migliore per invitare gli uomini a continuare a credere che le donne siano degli oggetti.
Perciò sosteniamo flash mob, interventi e iniziative a sostegno del rispetto per le donne, ma facciamolo ricordando che per indignarci non dobbiamo aspettare che l’ennesimo caso di femminicidio o delitto passionale finisca sul giornale o nei nostri schermi tv: l’azione parte dal rifiuto dell’ignoranza che sta alla base di tutto ciò!

Il flash mob di ieri in Piazza Bra (Verona)

C.M.

martedì 12 febbraio 2013

Non habemus papam

Un blackout causato dalla bufera di ieri (a mia memoria uno dei pochi eventi correttamente previsti dai servizi meteorologici televisivi nella zona dove vivo), mi sono ritrovata completamente disorientata: mi aspettavo di iniziare l’attività di Athenae Noctua con un intervento sui giudizi letterari o sulle profezie riguardanti il Festival di Sanremo o con una recensione di un libro… invece, trac! Mi è capitata fra capo e collo la notizia che ha fatto saltare sulla sedia un po’tutti quanti (e, se lo dico io, scettica e miscredente come sono, penso possa valere per una buona fetta della popolazione italiana): Benedetto XVI ha abdicato al soglio pontificio. L’incidente elettrico di cui sopra mi ha impedito di commentare subito la questione, ma, d’altro canto, mi ha permesso di leggere un po’di carta stampata e di opinioni sul web, così da circostanziare maggiormente le mie affermazioni.


Fino a due giorni fa, l’evento di maggior clamore che legava la data dell’11 febbraio, lo Stato pontificio e, nostro malgrado, l’Italia era la firma dei Patti Lateranensi (1929), che avrebbe costituito uno degli argomenti papabili (si perdoni il gioco di parole) per le prime pagine del blog, ma che, ad oggi, viene messa in ombra da questo nuovo fatto.
Nonostante la pioggia di rassicurazioni sulla piena legittimità del gesto del romano pontefice, con tanto di citazioni dal Diritto Canonico riportate da padre Lombardi, le malelingue, fra cui annovero me stessa, hanno qualche dubbio sulla totale volontarietà del gesto di Benedetto XVI. Non che io dubiti del grande carico di responsabilità che spettano ad un monarca e delle ricadute sulla salute, ma l’insistenza sulla legalità del gesto e il calcare la mano sui segni premonitori, come l’intervista contenuta nel volume Luce del Mondo di Peeter Seewald (2010) o la deposizione del pallio pontificio sulla tomba aquilana di Celestino V (2009), e sulle abdicazioni papali precedenti non fanno che alimentare il dubbio che la rinuncia alla guida della Chiesa Romana sia dettata da ragioni più profonde delle condizioni di salute di Joseph Ratzinger.
A mio avviso, si perde troppo spesso di vista una verità storica: lo Stato del Vaticano (fondato con i Patti Lateranensi, che hanno normalizzato la situazione creatasi con la proclamazione di Roma a capitale del Regno d’Italia, il 9 ottobre 1870) è de facto una realtà politica al cui vertice è posto il pontefice, ma che dispone di un’assemblea (il Collegio cardinalizio) di organi di polizia, di una cancelleria e di ambasciate esattamente come altre realtà nazionali. In quanto tale, anch’esso è soggetto alle dinamiche di interesse e opportunità politico-istituzionale, e non deve essere tabù ammetterlo: se moralmente una tale posizione può apparire cinica, storicamente e politicamente non va censurata (nel rispetto della ‘verità effettuale della cosa’ di machiavelliana memoria). Fattori di instabilità interna ci sono: dallo scandalo (ancora irrisolto) della pedofilia, alla fuga di notizie (il Vatileaks del 2012), passando per le vicende burrascose e poco limpide dello IOR. Una buona quantità di elementi critici, insomma, tale da giustificare un mutamento di autorità che cerchi sostentamento nell’evidente stato di sofferenza del pontefice.
I precedenti richiamati da tutti i giornali, d’altronde, non portano acqua al mulino della causa della salute; per citare alcuni esempi, va detto che Clemente I (88-97) non rinunciò volontariamente alla carica, ma fu costretto all’abdicazione da un provvedimento di esilio, Silverio (536-537) fu deposto a forza e Celestino V (al quale si riferisce probabilmente Dante in Inf. III 59-60, definendolo «colui / che fece per viltade il gran rifiuto») , l’ultimo in ordine cronologico, pur avendo rinunciato volontariamente alla carica pontificia adducendo motivi di salute e la percezione della propria inadeguatezza all’incarico (espressi nella bolla pontificia del 13 dicembre 1294), rimase fino alla morte sotto il controllo di Bonifacio VIII, preoccupato dal grande seguito creatosi attorno al suo predecessore.
Non spetta comunque ai cittadini (credenti o meno) decidere se si tratti di una scelta giusta o sbagliata, quale che sia il suo movente, e trovo impropri i confronti con il sacrificio di Giovanni Paolo II, arrivato alla morte con un forte attaccamento al principio secondo cui «non si scende dalla croce»: se accettiamo le dimissioni per motivi di salute, ricordiamoci che parliamo di due persone diverse, se, invece, sospettiamo motivi istituzionali più profondi, accettiamo il fatto che si tratta di due sovrani diversi in due momenti storici vicini ma comunque differenti.
Adesso partirà il toto-papa, che potrebbe essere l’occasione per aprire nuove sale da gioco in Italia… che sia questo il motivo recondito celato dietro alla clamorosa rinuncia?

C.M.

domenica 10 febbraio 2013

La civetta prende il volo

Si apre oggi il blog di Athenae Noctua, che ho deciso di dedicare ad argomenti di carattere culturale e sociale. Come accennato nella sintetica presentazione del mio profilo, ho scelto il nome del blog ispirandomi alla civetta (il cui nome scientifico è, appunto, ‘Athenae Noctua’), simbolo della dea Atena, patrona delle arti e della sapienza. Non che voglia vendere il blog come il luogo della scienza infusa e, anzi, faccio mio il noto motto socratico «So di non sapere»: intendo, molto più umilmente, farne una piccola piazza di incontro e discussione, una palestra per allenare la criticità, che è il motore delle nostre idee e permette a ciascuno di distinguersi intellettualmente dagli altri, costruendo l’identità personale e, con essa, i margini di autonomia e di tolleranza. Sotto il segno della civetta di Atena, voglio offrire alcune mie riflessioni, confrontarle con gli spunti che derivano dall’attualità, dalla letteratura, dall’arte e, soprattutto, con le opinioni dei miei «venticinque lettori».


C.M.
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