martedì 30 aprile 2013

Cronache dal Mondo alla rovescia

Vi confesso che negli ultimi mesi mi è sembrato (e mi sembra tutt'ora) di vivere nel mondo fantastico descritto da Eco in Baudolino: siamo attorniati da personaggi grotteschi, da idiomi strani e da uscite sconcertanti. Con l'unica differenza che la Pndatzim del romanzo è popolata da personaggi più affascinanti di quelli che riempiono le pagine dei nostri giornali. Là, la stramberia è giustificata, qui dovrebbe quantomeno farci arricciare il naso.


Come da mia abitudine, non intendo attaccare posizioni politiche né sbandierare le mie opinioni sugli schieramenti o i loro programmi (Athenae Noctua non è e non deve essere un blog politico), ma mi esprimo circa il dubbio gusto e la non opportunità di certe dichiarazioni.
Avete voglia di leggere qualche episodio di ormai ordinaria follia? Eccone alcuni:
  • La drammatica sparatoria di domenica davanti a palazzo Chigi ha dato occasione al fior fiore dei giornalisti di profondersi, come sempre più spesso accade, in una serie di dichiarazioni non verificate e poi puntualmente smentite, lanciate in fretta e furia per essere i primi a comunicare le ultime notizie: dell'attentatore si è detto che soffriva da tempo di 'problemi psichiatrici' (sorvoliamo sul fatto che il termine adatto sarebbe 'psichico', perché allo straordinario repertorio lessicale dei media dedicherò uno specifico articolo) e che aveva comprato la pistola appositamente per compiere il folle gesto; la smentita è stata rapida: l'uomo non soffriva di disturbi pregressi, ma aveva sviluppato una forma di depressione in seguito alla perdita del lavoro e al divorzio e la pistola in questione risulta acquistata da almeno quattro anni. La verità? Da qualche parte ci sarà, ma forse sarebbe il caso di appurare le informazioni prima di sputarle a mitraglia.
  • Il suddetto attentato ha dato l'occasione al sindaco di Roma di uscirsene con una bella dichiarazione contro il dilagante sentimento e le conseguenti espressioni di anti-politica. Un esponente delle istituzioni coinvolto in diverse inchieste dovrebbe perlomeno avere la decenza di non sfruttare un episodio sconcertante per martirizzare e santificare i colleghi, ma il fatto più grave è che in una tale dichiarazione si sia puntata l'attenzione sulla politica, anziché sulle effettive vittime della sparatoria. Si aggiunga poi che i citati disturbi psicologici dell'attentatore si legano a problemi che non solo i politici non hanno negli ultimi anni avuto alcun interesse a ridurre (lo squilibrio sociale, la disoccupazione, le questioni familiari), ma che, anzi, hanno incentivato, come quello del gioco d'azzardo compulsivo, incoraggiato con pubblicità e legalizzazioni di slot-machines senza la minima preoccupazione per i risvolti sanitari.


Tutto qui? Eh, no, cari lettori, ho altre perle:
  • Abbiamo assistito alla difficile scalata al governo di un partito che nemmeno all'interno del proprio schieramento riesce a manifestare coesione. Suggerisco che la coalizione prenda atto della bella figura e non si profonda troppo in una prossima, fallimentare campagna elettorale, almeno ci risparmieremo i rimborsi, che (è bene ricordarlo), nessuno si spreca più ad evitare di chiamare 'finanziamento ai partiti', sebbene sulla carta la norma che lo prevedeva sia stata cancellata col referendum del 1993.
  • Una dichiarazione radiofonica alla trasmissione Un giorno da pecora ha permesso ad un grande esemplare della genia e del genio padani (si noti che sono del nord Italia ma che in questi casi mi vorrei sotterrare) di parlare per via telefonica del neo-Ministro per l'integrazione Cecile Kyenge, di cui senza vergogna ammette di non conoscere il cognome, definendo la sua nomina 'una scelta del c****o' e un 'elogio dell'incompetenza'. Dobbiamo probabilmente dedurne che il parlamentare in questione sia un esperto in materia.
  • Dopo due mesi di travaglio, è nato uno strano governo che raccoglie parte del Centro-sinistra, parte del Centro-destra e il Centro-e-basta. Nonostante nel corso della lunga e asfissiante campagna elettorale dagli esponenti del Centro-destra, interrogati sul modo in cui avrebbero reperito i fondi necessari a sopperire alla cancellazione dell'IMU, non fosse mai arrivata una risposta, ieri uno dei più alti rappresentanti del partito ha ben pensato di commentare il varo dell'esperienza amministrativa di cui il suo stesso gruppo fa parte dicendo "Mi domando dove il governo troverà i soldi necessari per fare ciò che ha detto di voler fare". Evviva il tempismo!
  • Un secondo attacco ad un neo-Ministro è arrivato dallo storico e giornalista Ernesto Galli della Loggia, per il quale la direzione della più importante enciclopedia italiana non costituisce una qualifica sufficiente perché Massimo Bray sia il più alto responsabile dei Beni culturali del Paese. Mi deve essere sfuggito che i ministri precedenti fossero tutti premi Nobel.
Sono più che convinta che mi siano sfuggite numerose notizie degne di nota. Qualcuno ne ha altre da riportare?

C.M.

domenica 28 aprile 2013

Liebster Award III-VI & The versatile blogger II-IV

Il post di oggi è dedicato al ritiro e al rilancio del terzo Liebster Award (i precedenti sono elencati nel post del 19 marzo), per il quale ringrazio calorosamente Saralinda del blog Libro, dolce libro!


Innanzitutto ricordo le regole che i premiati devono seguire:
  • Ringraziare i blog che ti hanno assegnato il premio citandoli nel post.
  • Rispondere alle undici domande poste dal blog stesso.
  • Scrivere undici cose su di te.
  • Premiare, a tua volta, undici blog con meno di 200 followers.
  • Formulare altre undici domande a cui gli altri blogger dovranno rispondere.
  • Informare i blogger del premio assegnato.
Le domande di Saralinda e le mie risposte sono le seguenti:
  1. Twilight o Harry Potter? Senza dubbio Harry Potter.
  2. Cosa usi come segnalibro? Solitamente i segnalibri veri e propri, ma a volte uso gli scontrini o le etichette colorate dei vestiti.
  3. Che libro consiglieresti a una persona che non legge? L'ombra del Vento, di Calos Ruiz Zafon, un libro che trasmette la magia dei libri e che ha un andamento narrativo digeribile anche da parte di chi non ama la lettura.
  4. Qual è stato il libro che ti ha fatto piangere? (anche più di uno) Ricordo di aver pianto come una fontana quando, anni fa, lessi Basta guardare il cielo di Rodman Philbrick; avevo già visto il film, che mi aveva fatto lo stesso effetto. Più di recente, ho pianto leggendo Piccole donne crescono (in un punto preciso che non cito per evitare spoiler).
  5. Il libro che è stato una fregatura assoluta? Il pendolo di Foucault di Umberto Eco: dopo Il nome della rosa e Baudolino, mi aspettavo un altro romanzo avvincente e fantasioso, ma ho trovato solo un testo lento, pieno di informazioni pesanti e inconcludenti e mancante di chiarezza su sviluppo, personaggi e finale.
  6. Se potessi aver scritto tu un libro di qualcun altro, quale sceglieresti? La trilogia de Il Signore degli Anelli o Il barone rampante di Calvino.
  7. Il posto migliore per leggere? Preferirei il giardino nella bella stagione, ma gli insetti mi distraggono, per cui la mia location favorita rimane il letto: leggo con due cuscini dietro la schiena per evitare crampi alle braccia.
  8. Come è nato il tuo blog? Da almeno tre anni mi chiedevo se fosse il caso di mettere online riflessioni che erano rimaste nella mia testa o sparse in un taccuino o in qualche file disordinato. Ad un certo punto, complice la fine degli studi e il mancato arrivo di un lavoro, mi sono ritrovata con parecchio tempo libero e con la voglia di trascorrerlo condividendo le mie opinioni su letteratura, arte, attualità, nella convinzione che la comunicazione e il confronto siano la migliore palestra per la crescita intellettuale.
  9. Quale libro desideri da anni, ma ancora non sei riuscito a comprare? Le opinioni di un clown di Böll. Non mi spiego come possa accadere che da almeno cinque anni me ne riproponga la lettura, ma ogni volta, in libreria, finisca per dare la precedenza ad altri titoli della lista o a volumi che mi colpiscono al momento...
  10. Perché leggi? Leggere è una passione che ho avvertito fin da piccola, il modo più rilassante e piacevole di passare il tempo libero. Della lettura amo la possibilità di imparare cose nuove, di conoscere luoghi mai visti e di stimolare la fantasia. Leggo per trascorrere qualche minuto o qualche ora in un colloquio costruttivo, leggo per studio e leggo per sperimentare nuovi stili di racconto e scrittura e calibrare la mia vena narrativa.
  11. Chi è le persona che più ti sostiene in questa tua passione? Il merito più grande nell'avermi avvicinato al meraviglioso mondo dei libri va riconosciuto a mia madre.
Ecco undici nuove (o forse non del tutto) informazioni su di me:

  • Ultimamente la mia capacità di concentrazione manifesta grandi debolezze;
  • Non sopporto la pessima abitudine di mettere la virgola fra soggetto e verbo;
  • Nella mia recente attività di blogger, ho notato che a periodi di calma piatta seguono momenti in cui gli imput per la scrittura sono molteplici e incontrollabili;
  • Spero che la stagione si stabilizzi su giornate soleggiate, perché ho voglia di abiti colorati;
  • Temo che non riuscirò a riempire 11 punti di informazioni;
  • Non amo leggere come un unico libro le raccolte di racconti: preferisco centellinare le storie un po'alla volta (motivo per cui i racconti di Poe figurano sul mio scaffale qui a fianco da un bel po');
  • Sto frequentando un corso per la progettazione e gestione degli eventi aziendali, ma ho già capito che, se mai dovessi intraprendere questo mestiere, lo vivrei con grande angoscia;
  • Sono alla ricerca di un editore rigorosamente non a pagamento per proporre un romanzo già terminato o, in alternativa, la prima parte di un altro che sto riscrivendo;
  • Non sopporto i libri in cui è palese la volontà dell'autore di parlare di qualsiasi cosa senza preoccuparsi della coerenza narrativa;
  • Vorrei perfezionare il mio inglese con un viaggio studio;
  • Ho un sacco di film di cui mi riprometto costantemente la visione, ma ogni volta che avrei l'occasione di guardarli, subentra qualche altro interesse
Dato che non è passato molto tempo dalla precedente premiazione, durante la quale avevo elencato solo sette blog (essendo allora Athenae Noctua aperto da un solo mese), i blog premiati non sono undici, ma ne aggiungo quattro per raggiungere la quota stabilita dal regolamento:
E, infine, la lista delle undici domande per i blogger premiati; poiché, come accennato sopra, questo premio mi dà l'occasione per completare il precedente elenco con i blog mancanti, riutilizzerò le domande poste ai premiati della volta scorsa per i nuovi blogger menzionati:
  1. Qual è il tuo interesse principale?
  2. Qual è il libro cui sei più legato?
  3. C’è un’opera d’arte che esercita su di te un particolare fascino? Se sì, quale e perché?
  4. Da cosa è nata l’idea di aprire un tuo blog?
  5. Se avessi la possibilità di cambiare il finale di un libro o di un film, quale sarebbe? Non è necessario spiegare come lo si cambierebbe.
  6. Cosa cerchi in un blog e cosa assolutamente non ti piace?
  7. Quale canzone ascolteresti all’infinito?
  8. Se decidessi di lasciare l’Italia, quale altro Paese farebbe al caso tuo? Perché?
  9. C’è un personaggio (del presente o del passato) che suscita in modo particolare la tua ammirazione?
  10. C’è una massima o un pensiero che ti rappresenta o cui sei particolarmente legato?
  11. Quale luogo, opera o città secondo il tuo parere rappresenta al meglio l’Italia?
Ringrazio ancora Saralinda e vado ad avvisare i blogger della premiazione.


addenda
LUNEDI' 29 APRILE

Aggiornamento del post per ritirare nuovi premi! Ringrazio dunque anche Alessandra de L'angolino di Ale per aver premiato con il Versatile blogger II! Il regolamento prevede che io comunichi sette nuove informazioni su di me, ma, avendone solo ieri fornite undici, oggi non saprei cos'altro dirvi; dovrei inoltre premiare quindici blogger, ma l'ultima assegnazione del premio Versatile risale solo a due settimane fa, per cui stavolta non rilancio, ma vi invito a visitare i blogger che ho menzionato allora.


Ulteriori ringraziamenti vanno a Giovy di Un lettore è un gran sognatore e a Se una notte d'inverno un lettore per avermi a assegnato due nuovi Liebster Award - descover new blogs.

 

Non ripeto le informazioni e le menzioni appena fornite in relazione alla premiazione precedente (di cui sopra), ma aggiungo le risposte alle domande che mi ha posto Giovy:
  1. Cartaceo, e-book o entrambi? Cartaceo, per fascino e per la mia difficoltà a leggere lunghi testi sullo schermo.
  2. Qual è il tuo scrittore preferito? Non ho un autore particolare nel cuore, ma ultimamente mi sono avvicinata ai libri di Murakami e li sto molto apprezzando.
  3. E qual è lo scrittore che proprio non ti piace? Probabilmente il giudizio è parziale, poiché la lettura di un solo libro mi ha portata a mettere una croce sulla possibilità di future letture: Philip Roth.
  4. Che genere preferisci? Sono abbastanza eclettica nei miei gusti letterari, quindi preferisco elencare i generi che non mi piacciono: fantascienza e romanzi mielosi.
  5. Riesci a leggere 2 libri contemporaneamente? No, oppure deve trattarsi di testi di natura diversa e facilmente alternabili: un romanzo e un saggio, un romanzo e una raccolta poetica, un romanzo e una raccolta di racconti.
  6. Quale personaggio di libri vorresti essere? La risposta a questa domanda mi obbligherebbe a pensare per tutta una vita, ma penso che, anche se riuscissi ad individuare un personaggio specifico che mi affascini più degli altri e con cui potrei identificarmi pienamente, accostare me stessa a quella figura le farebbe perdere immediatamente l'aura che esercita: credo che l'attaccamento ai personaggi derivi proprio dalla cognizione di una diversità fra noi e loro.
  7. Preferisci mare o montagna? Mare, ma le atmosfere raccolte della montagna mi affascinano.
  8. Quali sono i tuoi hobby e le tue passioni? Lettura e scrittura di romanzi.
  9. Se potessi tornare nel passato, che periodo storico sceglieresti? L'età repubblicana romana oppure l'Ottocento.
  10. Se potessi vivere una storia d'amore letteraria, quale vorresti vivere? Quella di Ettore e Andromaca, basata sulla condivisione di sentimenti familiari e comunitari e su una profonda devozione (senza finale tragico, però!).
  11. Il tuo sogno più grande? Diventare insegnante per far comprendere agli studenti quanto valore civico, educativo e intellettuale stia dietro lingue e opere che molti considerano inutile studiare e coltivare.

addendum II
POMERIGGIO DI LUNEDI' 29 APRILE 

Secondo aggiornamento per ringraziare anche Beatrice di Lapis Indomita, che mi ha appena assegnato un nuovo Liebster Award (e fanno sei in totale)!


Le domande che Beatrice propone e le mie risposte sono queste:
  1. Vivere nel mondo dei libri ti ha tolto possibilità di fare esperienze concrete nella vita? Non credo, ma se così fosse non vorrei mai saperlo! Ritengo però che il mondo dei libri mi abbia offerto importanti chiavi di lettura della realtà.
  2. Qual è il libro meno costoso (da prezzo di copertina, senza considerare gli sconti) che hai in libreria? Mi sono lasciata tentare da quattro titoli della Newton Compton a 0.99: Il grande Gatsby, Amleto, Lady Susan e Le notti bianche.
  3. Ci sono mercatini di libri nella tua città? No, però in ottobre (nei giorni intorno al mio compleanno, sembra fatto apposta!) nel mio paesino si tiene un concorso di letteratura per ragazzi (il più antico d'Italia, spero di parlarvene quando si terrà la prossima premiazione) e, annesso all'evento, viene allestito un punto vendita nel teatro.
  4. Frequenti fiere o eventi letterari? Se vengo a conoscenza di presentazioni di libri da parte degli autori nella mia zona, partecipo volentieri, quanto alle fiere, a parte una visita al Festivaletteratura mantovano qualche anno fa, non posso vantare grande affezione. Spero però di poter fare un salto al Salone del Libro di Torino quest'anno!
  5. C’è un libro che ti ha fatto passare notti insonni per la crudezza della narrazione? Non che io ricordi, ma libri come Se questo è un uomo o La masseria delle allodole mi hanno impressionata tantissimo e riempita di angoscia e di rabbia.
  6. Tre autori tra i tuoi preferiti? Faccio sempre fatica a fare una scelta in questo senso, mi limito ad elencare tre autori di cui ho letto più libri e di cui vorrei leggere quelli che mi mancano: Murakami, McEwan e Calvino.
  7. Ti sei mai liberato/a di un libro che ti hanno regalato? No, e non ne sarei capace: quando, qualche giorno fa, ho letto dell'iniziativa di ritiro dei libri usati da parte delle librerie Feltrinelli, non sono riuscita a liberarmi nemmeno degli acquisti sbagliati fatti personalmente.
  8. Il libro deve essere vissuto o immacolato? Immacolato.
  9. Venderesti i tuoi libri se fossi in particolare crisi? Forse potrei rinunciare a qualcuno di essi, ma altri sono pezzi di vita e non posso pensare di separarmi da essi. Però sono sincera: in tali condizioni non escludo che la mia opinione possa cambiare.
  10. Hai mai incontrato canzoni esistenti nei libri che hai letto? I libri di Murakami sono pieni di musica, e alcuni brani li ho cercati appositamente per ricostruire l'atmosfera delle sue pagine.
  11. Quando leggi i nomi delle località in cui sono ambientati i tuoi libri, ti preoccupi mai di verificarne l’esistenza o non ti importa? Con i testi classici dell'epica o della tragedia sì, quasi sempre; inoltre mi incuriosiscono le informazioni dei romanzi ottocenteschi sulle vie e i luoghi delle città, anche se non sempre ne verifico la posizione.

addendum III
CREPUSCOLO DI LUNEDI' 29 APRILE

Ho appurato che volete farmi arrossire, cari amici blogger e lettori! Infatti torno a scrivervi per accogliere con piacere il terzo premio Versatile, per il quale ringrazio sentitamente Valivi, autrice del blog Acqua e limone.



addendum IV
LUNEDI' 29 ALLE SOGLIE DELLA NOTTE

Non ho più parole per esprimere la mia gratitudine nei confronti dei blogger che hanno deciso di condividere i loro premi con me. L'ultimo ringraziamento della serata va a Dany, autrice di Appunti di una lettrice, che mi onora con l'assegnazione del quarto premio Versatile!


Rinnovo i miei ringraziamenti agli amici blogger che hanno deciso di premiare la civetta, sperando di continuare a meritare il loro apprezzamento, e mi complimento con tutti loro per aver ricevuto a loro volta i meritati riconoscimenti!

C.M.

sabato 27 aprile 2013

D'Annunzio si è fatto luogo: il Vittoriale degli Italiani

Da anni volevo visitare questo luogo, ma mai avrei immaginato di restarne incantata. Fino a tre giorni fa, il Vittoriale rappresentava per me una vaga idea del luogo in cui era vissuto un autore che non sono mai riuscita ad apprezzare né come personaggio, né come poeta, né come romanziere. Quando, al liceo, ne studiai vita, morte e miracoli, la mia insegnante suggerì la visita della villa di Gabriele D'Annunzio a Gardone Riviera, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, a due passi da Salò.
La visita alla villa e al bellissimo giardino con i suoi monumenti e le sue mostre non è un semplice corollario per arricchire con delle immagini la figura del letterato, ma la vera occasione per comprenderlo, per spiegare i tratti del suo protagonismo e dare una raffigurazione concreta del suo modo di essere, pensare e lavorare.

Veduta panoramica del complesso del Vittoriale

Il parco e la residenza assunsero la loro attuale fisionomia e la denominazione di Vittoriale degli Italiani dopo il 1921; in quell'anno, infatti, D'Annunzio acquistò il terreno e la villa sequestrati dal governo italiano all'austriaco Henry Thode come risarcimento per i danni della Grande Guerra, avviando immediatamente i lavori di progettazione destinati a trasporre visivamente la vita inimitabile dell'autore e a celebrare le sue imprese belliche. I lavori, realizzati su progetto dello stesso D'Annunzio e dell'architetto Giancarlo Maroni, si conclusero nel 1938, anno della morte del poeta, che già nel 1923 aveva stilato un atto di donazione del complesso al Popolo italiano.

D'Annunzio e uno dei loghi con un suo motto

Il Vittoriale comprende spazi di varia natura, esterni e interni. Nel suo insieme, il sito celebra sia il D'Annunzio privato (nei limiti in cui un simile personaggio si può definire tale), che trova espressione nelle stanze della dimora e in un piccolo museo, sia al D'Annunzio eroe, conoscibile attraverso una mostra omonima e i particolarissimi elementi collocati nel giardino.
La parte della casa vera e propria è la Prioria, l'ala residenziale così chiamata per via dell'aspirazione di D'Annunzio ad una dimora sacrale come la sua persona, alla creazione di un tempio che esaltasse la sua esistenza e la sua arte. Vi si accede da una piazzetta collegata anche allo Schifamondo, spazio pensato dal poeta come futura nuova residenza, in cui, però, non abitò mai per il sopraggiungere della morte e dove ora è stato ricavato il museo D'Annunzio eroe e all'auditorium sovrastato dal velivolo con cui il poeta compì il volo su Vienna (9 agosto 1918).

Facciata della Prioria

L'interno della Prioria è, a mio avviso, la parte più emozionante e suggestiva dell'intero Vittoriale: un incastro di piccole stanze stipate all'inverosimile con libri, tappeti, tavoli, sturmenti musicali, statue, calchi, pezzi d'aereo, cineserie, cuscini, lampadari e gingilli di ogni sorta. Dall'ingresso, il percorso di visita si snoda lungo la sala dedicata agli ospiti indesiderati, detta Stanza del Mascheraio (nome dietro cui si cela un riferimento a Mussolini, che fu costretto ad attendervi il padrone di casa per due ore prima di essere ricevuto), la Stanza della musica, la Stanza del mappamondo, tre diversi studi in cui il poeta si ritirava a seconda delle attività che doveva compiere, una camera ardente predisposta da D'Annunzio in vita, un bagno alla francese di colore blu e tante altre camere variopinte e riempite di oggetti che rendono la casa lo specchio della vita dell'autore abruzzese: il tempio di un'esistenza fin troppo piena e ridondante.

Stanza della Musica

Stanza del Mappamondo

Bagno blu padronale

Studiolo letterario

Nel bellissimo giardino, invece, si incontrano costruzioni particolarissime, come il Laghetto delle Danze e i monumenti alla gloria militare: l'Arengo, cerchio di pietre dedicato ai giuramenti e alle cerimonie del poeta con i commilitoni fiumani, la nave Puglia, impegnata in Dalmazia e su cui trovò la morte un amico del poeta, la sala del MAS 96, a bordo del quale D'Annunzio, assieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, partecipò alla Beffa di Buccari, sortita antiaustriaca del febbraio 1918 e in onore al cui nome il poeta coniò l'acrostico 'Memento audere semper' ('ricordati di osare sempre'). Ma l'elemento che svetta nel parco e sul parco è il mausoleo di d'Annunzio, sulla sommità del quale, attorniato dai suoi fedeli legionari fiumani, riposa il poeta.

Nave Puglia

Tomba di D'Annunzio sulla sommità del Mausoleo


Il Vittoriale, dunque, celebra un uomo eccentrico e desideroso, da buon esteta, di trasformare la propria vita privata, letteraria e militare in un'opera d'arte che le conferisca eternità. Non c'è dubbio che lo scopo sia stato raggiunto e D'annunzio è fedele alla sua dichiarazione, lasciata all'atto di donazione del 22 dicembre 1923:
Tutto è qui da me creato e trasfigurato.
Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso che io voglio dare allo stile.
Il mio amore d'Italia, il mio culto delle memorie, la mia aspirazione all'eroismo, il mio presentimento della Patria futura si manifestano qui in ogni ricerca di linee, in ogni accordo o disaccordo di colori.
Non qui risanguinano le reliquie della nostra guerra? E non qui parlano o cantano le pietre superstiti delle città gloriose?
Ogni rottame rude è qui incastonato come gemma rara.
Tutto qui è dunque una forma della mia mente, un aspetto della mia anima, una prova del mio fervore.
Come la morte darà la mia salma all'Italia amata, così mi sia concesso preservare il meglio della mia vita in questa offerta all'Italia amata.

C.M.

NOTA: Le foto sono tratte dal sito ufficiale del Vittoriale degli Italiani.

giovedì 25 aprile 2013

25 Aprile 1945

La festa nazionale dell'anniversario della Liberazione venne istituita il 22 aprile 1946 e resa definitiva il 27 maggio del 1949. La data fu scelta in riferimento al giorno dell'entrata dei Partigiani nelle città di Milano e Torino e rappresenta, oltre alla celebrazione della Liberazione e della Resistenza, la fine della seconda Guerra mondiale. 
In un periodo in cui ancora si facevano sentire le ostilità, le tensioni e le difficoltà di convivenza in un popolo rimasto spaccato per vent'anni, l'istituzione delle celebrazioni è legata ad una brevissima dichiarazione brevissima ma solenne:
«A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile è dichiarato festa nazionale» (DL 185 22 aprile 1946, art. 1.)
Foto di Athenae Noctua

Vi propongo, per celebrare questa importante giornata, un racconto-testimonianza di Dino Buzzati intitolato 25 aprile, che ben descrive la carica di speranza e gioia che attraversò il popolo italiano, finalmente libero dagli orrori della dittatura e della guerra mondiale e civile.
Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull'Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia, nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori le case non saranno mai più così immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell'aria, notte e dì capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici.

 Felice Festa della Liberazione a tutti gli Italiani!


C.M.

martedì 23 aprile 2013

Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore

Nel continuo proliferare di giornate celebrative, non ci si poteva certo dimenticare di dedicarne una ai libri. Ci ha pensato l'UNESCO, che, dal 1996, promuove il 23 aprile di ogni anno la celebrazione della Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore.

Un appassionato di lettura non avrebbe bisogno di alcuna giustificazione o spiegazione: una simile ricorrenza si spiega da sola, perché il meraviglioso mondo della lettura (qualsiasi sia la tipologia di testi che ciascuno preferisce) è una risorsa straordinaria, insieme fonte di piacere, intrattenimento e crescita. Le finalità della manifestazione, tuttavia, sono ovviamente ricordate nel comunicato dell'UNESCO, che si apre così:
«Con la celebrazione di questa giornata, l'UNESCO intende promuovere la lettura, la pubblicazione e la protezione delle proprietà intellettuali attraverso il copyright [...] incoraggiando ciascuno, in particolare i giovani, a scoprire il piacere della lettura e ad acquisire un rinnovato rispetto verso coloro i quali hanno contribuito al progresso sociale e culturale dell'umanità.»
La data del 23 aprile è stata scelta su proposta di dodici Paesi membri delle Nazioni Unite per dare ufficialità ad una tradizione catalana; in questo giorno, nel 1616, morirono tre grandi autori: Miguel de Cervantes, William Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega, ma, ricorda il comunicato citato, la stessa data ricorda anche la nascita di Wladimir Nabokov (1899), del premio Nobel Halldòr Laxness e di altri scrittori.

Catherine Chaloux, Alla ricerca delle parole perdute

Dalla formulazione degli intenti della manifestazione è chiaro che essa non vuole porre l'attenzione solamente sul prodotto finito e sui lettori che ne fruiscono, ma anche sull'importante lavoro intellettuale che sta alla base della scrittura: una professione non facile, per nulla immediata, che richiede una buona miscela di istinto, passione, tecnica e preparazione. Un mestiere come tanti, insomma, ma spesso tacciato come velleità divistica o attività da sfaccendati. Celebrare questa giornata significa ricordare il grande peso di un'attività culturale e la soddisfazione speciale che si manifesta quando intraprendiamo un silenzioso colloquio con un autore.

C.M.

lunedì 22 aprile 2013

Vanità - Pozzanghere

La passeggiata sotto la pioggia di oggi e i riflessi dei palazzi nell'acqua mi hanno riportato alla mente questo testo che presentai ad un concorso di poesia circa tre anni fa. Probabilmente non percorrerò più la strada della poesia, ma questi versi sono fra i pochi che rileggo senza l'istinto di rinnegarli, per il loro suono e per quello che rappresentano: la bellezza di contemplare un mondo che si specchia.

Vanità - Pozzanghere

Acido mistero:
innaturale suolo cangia la veste
in cute specchiante
che secerne riverberi
e lava le orme
azzerando i passi
battezzando tragitti novelli.
Stupore infante
nel ritrovare un mondo
che scende le scale
per congiungersi
al cuore della terra
nella morbosa passione
avido
di radicarsi
per non essere rapito
dall’anello fulgido di saccheggi.
L’albero piantato nel cemento
il cirro intrappolato a terra
il ramo teso nell’abisso
il nembo appiattito
respirano
l’anima della talpa
e il passo del lombrico
stanchi
dei graffi del gabbiano
che ora contemplano
seduti.
Gode della gravità
la schiena del mondo.


C.M.

domenica 21 aprile 2013

Cent'anni di solitudine (García Márquez)

Da tanti mesi me ne proponevo la lettura e fin dalle prime pagine tentavo di immaginarne la recensione. Ma la verità è che Cent'anni di solitudine è un testo che sfugge, che svolazza al di sopra delle categorie, che si sottrae alla fissità della parola. Perché fra le sue pagine si intrecciano personaggi eccezionali, leggende popolari, amori forti e scandalosi, avventure di modernità e emersioni di un lontano passato. Siate allora comprensivi se la mia recensione non sarà affatto tecnica.

Il romanzo, che ha valso a Gabriel García Márquez il premio Nobel per la letteratura nel 1982, racconta l'insolita storia della famiglia Buendía, che, a causa di un rapporto di parentela fra i cugini capostipiti José Arcadio e Ursula Iguarán e dalla convinzione che da una simile unione debba nascere un figlio con la coda di maiale, sembra destinata a non avere sviluppo. Ma il mito si rivela vano, e ai due coniugi, fondatori del paese di Macondo al termine di un lungo viaggio, è assicurata una discendenza fatta di figli e nipoti destinati a grandi avventure: infinite guerre civili, amori furtivi, odi laceranti, manie parossistiche e passioni cocenti.
Il quadro dei personaggi si complica in un caleidoscopio di relazioni e vicende (accentuato dal ricorrere del nome di Aureliano nelle diverse generazioni), e talvolta si rende necessario interrompere la lettura e ricostruire mentalmente l'albero genealogico di questa famiglia sudamericana. Ciascuno dei membri della famiglia Buendía diventa in qualche punto del romanzo il collegamento con narrazioni particolari in cui si distinguono gli aneddoti sullo zingaro Melquiades e le sue misteriose carte, il racconto delle guerre civili combattute dal colonnello Aureliano, che fanno riferimento al quadro storico della Guerra dei Mille giorni combattuta in Colombia fra Liberali e Conservatori fra il 1899 e il 1902, e il ricordo delle sanguinose repressioni degli scioperi nelle piantagioni di banane.
Alla biografia dei Buendía non si legano solo le vicende della storia colombiana, ma anche straordinari episodi paranormali o di attività di gusto minuzioso, che rendono il testo un esempio eccezionale di realismo magico e narrativa pittoresca: la casa in cui si svolge gran parte delle vicende si popola allora di fantasmi, di figure angeliche rapite in cielo, di animaletti di caramello e pesciolini d'oro, di amanti accompagnati da corteggi di farfalle gialle. È questo, d'altronde, l'elemento che ha catturato la giuria dei prestigiosi premi nordeuropei, che ha così motivato l'assegnazione del Nobel a Gabriel García Márquez: «per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente».
Il romanzo non è mai noioso, grazie all'agilità della narrazione e al particolare sistema ad incastro fra le digressioni, che entrano nel flusso del racconto senza invadenza, come risposte necessarie a soddisfare un'aspettativa e una curiosità che si affaccia fin dalle prime battute di ciascun capitolo. Dopo tante avventure, tanti drammi e sentimenti tanto forti, si arriva all'ultimo capitolo con la curiosità di tirarne le fila e comprendere cosa sia e come vada spiegato quel secolo di solitudine cui si allude nel titolo: ma, a quel punto, quando si leggono le ultime righe, quando finalmente si scopre il principio che ha regolato le esistenze di uomini e donne tanto intensi e tanto sventurati, si vorrebbe che il romanzo non si interrompesse, che il nastro fosse svolto per riportare in vita questo o quel personaggio, per rivedere questo o quel momento delle vite dei Buendía, per impedire che il flusso del tempo compia il suo corso.
Non perché lo avesse paralizzato lo stupore, ma perché in quell'istante prodigioso gli si rivelarono le chiavi definitive di Melquiades, e vide l'epigrafe delle pergamene perfettamente ordinata nel tempo e nello spazio degli uomini: il primo della stirpe è legato a un albero e l'ultimo se lo stanno mangiando le formiche.
C.M.

domenica 14 aprile 2013

Una metafora esistenziale: il naufragio

La ricorrenza dell'affondamento del transatlantico Titanic (di cui ricordo la data per la vicenda cinematografica del 1997) mi spinge a trattare uno degli argomenti che mi proponevo di presentarvi, ovvero quello del naufragio. Da sempre sinonimo di pecarietà e rivolgimento della sorte e di impotenza per l'uomo, il naufragio ha rappresentato per poeti, scrittori e artisti una metafora esistenziale di primaria importanza: dalle peregrinazioni marittime di Odisseo alle grandi vicende di disastri navali e miracolosi episodi di sopravvivenza della letteratura sette-ottocentesca, l'incubo di cadere preda del mare e di perdere la vita lontano dai propri cari è stato una nota costante.

Una delle scialuppe del Titanic fotografata dalla nave Carpathya

Il mare è, d'altronde, il simbolo dell'ignoto e di ciò che l'uomo non può dominare: mettersi in mare ha sempre costituito per gli uomini una sfida eccezionale, al limite fra disperazione e desiderio di sopraffare un'entità impietosa e potente. L'angoscia e la preoccupazione che derivano dal soverchiante ruolo del mare sono ben presentati da Poe nel racconto Manoscritto trovato in una bottiglia (1833) o da Conrad, nel romanzo La linea d'ombra (1917), narrazioni che mi hanno riempita di inquietudine; in esse, la grande distesa d'acqua è padrona, non è dato sapere cosa accadrà, se il vento permetterà di sottrarsi al pericolo o se ingrosserà le onde per mettere fine all'esistenza dei protagonisti.
Il naufrago letterario per eccellenza è però Odisseo, l'eroe dal multiforme ingegno, che, in virtù della propria astuzia e tenacia e grazie all'aiuto degli dèi, riesce, unico fra i compagni di navigazione, a sopravvivere alla forza del mare scatenata da Poseidone. Ma il tema della morte e del disastro in mare è materia di molta parte della letteratura antica, in primis quella romanzesca, dove diventa l'occasione per dispiegare episodi di morte apparente e distacchi fra gli amanti protagonisti (una soluzione cui le soap-opera moderne hanno attinto a volontà).

Ulisse e le Sirene in un vaso a figure rosse

Nel Satyricon di Petronio (I sec.), un romanzo latino che è programmaticamente parodico dei romanzi erotici greci, il tema si colora inaspettatamente di un tono serio e quasi commovente, che distacca la sequenza dei capitoli 114-115 dal tono ironico e ilare del resto della narrazione. Da questo particolare romanzo ricaviamo innanzitutto un'interessante informazione: tagliarsi i capelli a bordo di una nave è un gesto che attira la cattiva sorte sul viaggio (cap. 105); che sia o non sia la leggerezza dei tre protagonisti, che in piena notte, per rendersi irriconoscibili, si radono il capo, a provocare il naufragio, a disastro avvenuto, il giovane Encolpio raccoglie sulla spiaggia la testa mozzata del ricco proprietario del natante e prorompe in un lamento:
«Dov'è ora la tua irascibilità, dove la tua prepotenza? Eccoti qui in balia dei pesci e delle belve e tu, che fino a poco fa vantavi la potenza del tuo dominio, di una nave tanto grande, dopo il naufragio, non hai neppure una tavola. Avanti, ora, mortali, e riemptevi il petto di idee grandi! Avanti, con le vostre precauzioni, e programmate un uso che duri mille anni per le ricchezze procacciate con la frode! Senza dubbio costui ancora ieri fece il bilancio del suo patrimonio, senza dubbio fissò in cuor suo anche il giorno in cui intendeva far ritorno in patria. Dei e dee, come lontano dalla sua meta egli giace! Ma ai mortali non sono solo i mari che danno questa bella prova di lealtà. Quello, mentre combatte, le armi lo piantano in asso, quell'altro, mentre espleta i doveri sacrificali agli dei, vien sepolto dalla rovinosa caduta dei suoi penati. Quello, caduto dalla vettura, resta per sempre senza fiato, lui che si affannava per far presto, il cibo strozza chi è ingordo, il digiuno consuma chi è astinente. A ben fare i calcoli, da ogni parte c'è un naufragio.» (Petronio, Satyricon, 115, 12-18, trad di A. Aragosti)
Théodore Géricault, La zattera della Medusa (1818)

È forse questo pensiero sulla precarietà e la vanità dell'esistenza e dei desideri umani ad animare lo sguardo sconsolato del vecchio rassegnato che si distingue nella sua compostezza in mezzo ai cadaveri e all'agitazione dei disperati sulla Zattera della Medusa dipinta da Théodore Géricault che, non a caso, ha tratto ispirazione, per dipingere le vittime del disastro spinti alla fame e al cannibalismo, dai dannati che vengono spinti giù dalla barca di Caronte e gettati fra le braccia dei demoni infernali nell'affresco sistino del Giudizio Universale.
La condizione del naufrago è, dunque, metafora della condizione umana, di una vita continuamente esposta a rivolgimenti inaspettati, di una situazione che raggiunge le manifestazioni più estreme della disperazione. Anche una tragedia come quella bellica suscita un rimando alla condizione del naufrago: soverchiato da una macchina mortale, anche il combattente, salvo per miracolo, è trascinato dal moto delle onde verso la ricerca di un'esistenza lontana dal mare, come un novello Odisseo. Così si spiega la metafora ungarettiana di Allegria di naufragi (1917):

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

C.M.

giovedì 11 aprile 2013

Monologo di Clitemnestra

Agamennone sarà di ritorno tra pochi giorni ed io ho architettato il suo assassinio nei minimi dettagli. Egisto, mio caldo amante, altro non è che un burattino nelle mie mani e mi permetterà di realizzare il mio piano senza fatica e senza che la colpa ricada su di me. D’altronde a chi potrebbe importare dell’incriminazione e dell’esecuzione di un uomo fra tanti? Nessun assassinio o decapitazione potrebbe risultare peggiore di ciò che ha fatto mio marito.
Per quella sua stupida guerra, perché le sue navi partissero con l’aiuto del vento, egli ha sacrificato, ingannandola, la nostra Ifigenia. Povera fanciulla, solo dodicenne... illusa di essere destinata al matrimonio con il grande Achille. Le ancelle l’avevano vestita con l’abito nuziale e le avevano acconciato i morbidi capelli. Tutta l’acropoli risuonava di canti nuziali e petali rosa cospargevano il sentiero che ella avrebbe percorso. 
Un grande sorriso - non potrò mai dimenticarlo - imperava sul suo giovane volto, terso dalla giovinezza e animato di gioia; gli occhi brillavano d’emozione. I suoi piedi leggeri calpestavano il tappeto floreale mentre ella camminava verso l’ara davanti alla quale il sacerdote avrebbe dovuto celebrare la cerimonia, consacrandola ad una vita felice al fianco del più potente e onorevole guerriero che avesse mai marciato nelle fila degli Achei. 
Qualcosa dentro di me urlava. Ma la fiducia in Agamennone non era mai venuta meno fino a quel giorno. Avrei dovuto ucciderlo prima di allora, risparmiando la vita di mia figlia, ma anche la morte e la lontananza di migliaia di uomini dalle loro case e dalle loro mogli per dieci e più anni. 
Compresi quello che stava accadendo un istante prima di tutti gli altri. Fu forse l’istinto materno a risvegliarmi da quella sorta di perverso torpore in cui il re ci aveva avvolti con il suo inganno ben orchestrato. 
Quando la lama scivolò fuori dalla toga del sacerdote, la gaiezza sul volto di Ifigenia si lacerò. In un secondo divenne adulta e vecchia, giungendo alla consapevolezza di essere ormai sull’orlo della vita, chinata in avanti verso l’Ade. Quella coscienza che gli anziani maturano nel tempo e che permette loro di spiegare e accettare ogni cosa le cadde addosso con fragore, trovandola impreparata, ma incapace - non lo voleva, non avrebbe mai disubbidito all’amato padre! - di reagire, di sottrarsi a quel suo atroce destino. 
Fu remissiva come sempre. 
Ma io smetterò di esserlo. 
La sua anima strappata con violenza mi tormenta la notte, chiedendo vendetta. Ella che ha sempre adorato il padre, vedendo in lui prima l’uomo e poi il re - ella sola vi era riuscita tra i viventi - non è mai riuscita ad odiarlo, nemmeno in quei pochi istanti prima del colpo. Agamennone riceverà a sua volta quel bagno di sangue che le sottrasse la speranza di una vita di moglie e madre. 
Forse in questo ella ha avuto fortuna: avrei scambiato con chiunque la mia sorte di sposa costretta a disprezzare il marito e a piangere una figlia cresciuta con amore. 
Ma ora non è più tempo di pensare al passato: c’è spazio solo per il futuro. E quel futuro si chiama vendetta. 
Oreste ed Elettra dormiranno la sera del suo ritorno. 
Dicono che il re rechi con sé una schiava troiana, una certa Cassandra, e che ella porti in grembo suo figlio. Uccisa Ifigenia, Agamennone sperava forse di colmare il suo crimine. 
In ogni caso il mio progetto non conoscerà ostacoli. 
Riesco a sorridere per la prima volta dopo il sacrificio della mia adorata bambina: la scure è salda nelle mie mani.

P.N. Guérin, Clitemnestra si prepara ad uccidere Agamennone (1817)

C.M.

NOTA: Quello che ho qui proposto è un racconto che ho scritto circa quattro cinque anni fa e dovuto alla forte impressione prodotta in me dall'episodio del sacrificio di Ifigenia descritto da Lucrezio nel De rerum natura (Libro I, vv. 80-101). Mentre la versione dell'assassinio da me scelta per il mio adattamento è quella che vede come arma del delitto la scure, il dipinto di Guérin si rifà a quella secondo cui l'omicidio di Agamennone avviene con una spada.

lunedì 8 aprile 2013

The versatile blogger & Blogger simpatico II

Un post non programmato per comunicare l'assegnazione ad Athenae Noctua del premio Blogger versatile e il secondo come Blogger simpatico. Dunque ringrazio di cuore per la doppia menzione Annalisa, Giulia e Simona del blog Followig your passion, e passo ad espletare gli obblighi graditissimi che la ricezione dei premi comporta. Parto dal Versatile:


La prima cosa da fare è assegnare il premio ad altri 15 blogger con meno di 200 followers:
La seconda è fornire 7 notizie che ancora i lettori non hanno sul blogger premiato. Credo però che, fra la scheda Chi sono e le precedenti premiazioni, di me si sia già detto quasi tutto. Comunque proviamoci:
  1. Il mio colore preferito è il blu.
  2. Sto lavorando disperatamente sul mio carattere per impadronirmi della filosofia dell'Hakuna Matata di disneyana memoria.
  3. La fonte maggiore di sollievo con la fine del Liceo è stata la consapevolezza di non dovermi più occupare di algebra, logaritmi, coseni e iperboli per il resto della mia vita.
  4. Nei miei programmi di accrescimento culturale c'è una scorpacciata di buon cinema, un fronte su cui ho molte lacune di cui mi rammarico.
  5. In questi giorni ho molti dubbi sul modo in cui far procedere la ri-ri-ri-riscrittura del mio romanzo.
  6. Sto per iniziare un corso di comunicazione aziendale, perché il mondo mi ha gentilmente fatto capire che la mia Laurea non ha di per sè alcuna utilità.
  7. Sono felicissima che il mio blog stia raccogliendo l'interesse e il gradimento di tanti lettori, che tengo a ringraziare sinceramente per la partecipazione.
Quanto al premio Blogger Simpatico II, essendo recentissima l'assegnazione del primo voto, rimando alle risposte del relativo post, cui aggiungo la risposta al quesito assurdo, ironico e strampalato formulato dalle blogger che mi hanno premiata: parlando di animali, la domanda era: dovremmo costruirci un'arca anche noi? Cui rispondo: purché non ci cresca la barba come a Steve Carell nel film Un'impresa da Dio!
Il quesito fuori di testa che propongo ai premiati della volta precedente è: ma perché fra il dire e il fare non può esserci una montagna?

Addendum del 10/04: Mi sono accorta di aver saltato il punto del premio che prevede l'autoformulazione di una domanda e della relativa risposta. Nel mio caso, sono queste: non sarebbe il caso di leggere, scrivere, bloggare di meno e muoversi di più? Certo, ma sono troooppo affezionata a queste attività e troooppo pigra per farlo!

Ringraziando ancora le autrici di Followig your passion, provvedo ora ad avvisare i blogger che ho premiato!

C.M.

sabato 6 aprile 2013

L’ora prima era, il dì sesto d’aprile

Due avvenimenti della storia di Petrarca si legano alla data di oggi, 6 aprile. Mi riferisco alla storia letteraria del poeta, non alla sua vicenda biografica che, pur essendo alla base della produzione poetica, non coincide completamente con i contenuti del Canzoniere (vi sono forti dubbi sull'esistenza di Laura): da bravo uomo di lettere, Petrarca ha idealizzato la propria esistenza attraverso i canoni della tradizione.
Ritratto di Laura nella miniatura di un
codice laurenziano del sec. XVI
Il 6 aprile 1327 e il 6 aprile 1348 segnano l'inizio e la fine del tormentato amore di Francesco per Laura (ma non quella del suo ricordo): fra l'incontro sconvolgente con la bellezza della donna durante la messa del venerdì santo ad Avignone e la scomparsa prematura della donna si pone il conflitto interiore del poeta, dovuto ad un amore terreno che solo attraverso il sacrificio della donna e la sua successiva idealizzazione angelica può trovare legittimazione.
Per quanto impegnato a negarlo, è evidente che Petrarca costruisce il mito e l'allegoria di Laura sotto l'influenza del modello della Beatrice dantesca, proponendo l'immagine di una donna angelicata che nel corso dell'opera subisce un processo di santificazione e manifesta una serie di simbologie legate alla salvezza. L'unica nota distintiva sta nella visione terrena del poeta aretino: rispetto all'illustre predecessore, infatti, Francesco dà spazio al tormento di una passione reale e ad una simbologia che si orienta più sul versante mondano (nell'associazione fra il nome di Laura e la pianta sacra al dio-poeta Apollo) che a quello religioso.
Il terzo sonetto dei Rerum vulgarium fragmenta (titolo con cui l'autore e la critica indicano il Canzoniere) è dedicato alla descrizione del sorgere dell'amore:
Era 'l giorno ch'al sol si scoloraro
per la pietà del suo Factore i rai,
quando i' fui preso, et non me ne guardai,
ché i be' vostr'occhi, Donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d'Amor; però n'andai
secur, senza sospetto: onde i mei guai
nel comune dolor s'incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato,
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco.

Però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l'arco.
Francesco è colpito dalla freccia di Amore (v. 9), di fronte al quale è totalmente inerme, mentre Laura, che, rispetto al poeta è in una posizione di forza (armata, v. 14), non attira nemmeno l'attenzione dell'arciere. Mi sembra che, in questo sonetto, nel descrivere il proprio innamoramento, Petrarca pensasse alla Didone catturata da Amore descritta da Virgilio, come poi, nel rievocare l'episodio luttuoso della morte di Laura, sceglierà la stessa immagine che segna il trapasso della regina di Cartagine, descrivendo la Morte che strappa un capello d'oro dal capo della fanciulla (cfr. Eneide IV, 700-705):
Allor di quella bionda testa svelse
Morte co la sua mano un aureo crine:
così del mondo il più bel fiore scelse,
non già per odio, ma per dimostrarsi
più chiaramente ne le cose eccelse.
(Triumphus Mortis I, vv. 113-117.)
Giorgione, Ritratto di Laura (1506)
Pensando alla vicenda di Petrarca e del suo amore, forse tutto letterario, per Laura, mi viene spontaneo paragonare questa misteriosa figura di donna avignonese a tante sfortunate eroine della letteratura ottocentesca che, da tormento per la moralità dei loro amanti (così Petrarca descrive a più riprese la lacerante passione per Laura) in vita, con la morte diventano esseri angelici, trionfanti nella loro gandezza spirituale. Non a caso il Canzoniere si apre con una manifestazione di una forte agitazione interiore, di cui il poeta parla dopo averla superata, e si chiude con una lode della Vergine, un altro innegabile parallelo con l'elogio di San Bernardo in chiusura alla Commedia e con la trasformazione ideale della donna da oggetto di amore terreno a figura materna che porta la salvezza e si lascia identificare addirittura con Maria. Laura è, dunque, allo stesso tempo, l'erede di Beatrice e un'antenata letteraria di donne protagoniste di romanzi di epoca successiva, come la Margherita de La signora delle camelie, donna tentatrice, fonte di un tormento d'amore ma anche angelo di salvezza... e anch'ella francese, come Laura de Noves, la fanciulla identificata con la musa del poeta toscano.
Rotta è l’alta colonna e ’l verde lauro
che facean ombra al mio stanco pensero;
perduto ò quel che ritrovar non spero
dal borrea a l’austro, o dal mar indo al mauro.

Tolto m’ài, Morte, il mio doppio thesauro,
che mi fea viver lieto et gire altero,
et ristorar nol pò terra né impero,
né gemma orïental, né forza d’auro.

Ma se consentimento è di destino,
che posso io piú, se no aver l’alma trista,
humidi gli occhi sempre, e ’l viso chino?

O nostra vita ch’è sí bella in vista,
com perde agevolmente in un matino
quel che ’n molti anni a gran pena s’acquista!
(RVG 269 - sonetto in morte di Laura)
C.M.

giovedì 4 aprile 2013

Del bel paese là dove'l sì suona...

La lettura di notizie in rete nuoce gravemente alla salute, fa crescere il nervosismo e alimenta lo spirito polemico. Allo stesso tempo, però, può dare grandi sussulti di patriottismo, come mi è accaduto oggi. Me ne stavo tranquillamente seduta alla scrivania bazzicando in Facebook, quando un post ha attirato la mia attenzione; recitava così: «L'Italiano è la lingua dei poveri».
Leggere prima di trarre conclusioni affrettate, mi sono detta. Ho letto. Le conclusioni sono state peggiori di quelle affrettate, e sono ancora in preda ad un impeto di orgoglio rabbioso, una sorta di ira di Achille (ma senza infiniti lutti conseguenti). Fortunatamente, Atena, la dea della civetta, interviene sulla mia mano, invitandomi alla moderazione come fa con l'eroe Acheo nel libro I dell'Iliade.

Giambattista Tiepolo, L'ira di Achille (1757)
Il post si riferiva ad un video diffuso da CorriereTV in cui il comico tedesco Herald Schmidt, conduttore di uno show stile David Letterman, commentando la scelta del pontefice Francesco di impartire la benedizione pasquale in lingua italiana, ha creduto di fare una battuta di classe: il papa ha scelto l'Italiano in quanto «lingua dei poveri».
Va detto che sui Tedeschi sono ricadute battute di pessimo gusto da parte di personaggi italiani investiti di funzioni e incarichi che avrebbero dovuto scoraggiare il cabaret, ma qui l'ironia fa leva sull'umiliazione; se l'intento era ripagare certe infelici uscite, Schmidt poteva usare un nome e un cognome e rendere il famoso pan per focaccia: prendere di mira un'intera tradizione culturale e una nazione in crisi è un colpo che va parecchio sotto la cintura.
Sarà per il profondo amore che nutro per la lingua e la cultura del mio Paese, ma l'intervento mi offende profondamente. Il mio risentimento per quella che alcuni potrebbero considerare una semplice battuta nasce da un duplice ordine di fattori. Da una parte c'è la delicata situazione economica e sociale che vivono l'Italia e altri Paesi che subiscono l'autorità di una Germania che, pur avendo vissuto nel passato recente condizioni di difficoltà e crisi a sua volta, ora scarica sui popoli più provati colpe, istruzioni e diktat; giusta o sbagliata che sia questa influenza[4], si tratta di un dato molto pesante per un popolo sfiancato dalla crisi, e l'ironia, la satira o la battuta non dovrebbero mai colpire i deboli, perché, in quel caso, diventano irrisione e umiliazione.

F. Overbeck, Italia e Germania (1811)
In secondo luogo c'è l'offesa culturale. Mi piacerebbe pensare che l'intervento di Schmidt considerasse solo la macabra ironia sul tema sociale, ma, se penso all'attento lavoro che gli autori compiono sui testi che vengono diffusi a mezzo televisivo (soprattutto in trasmissioni di questo genere), mi convinco che ogni senso di quella frase era attentamente pensato per agire su ogni versante. Questa certezza è di certo influenzata dall'intensità dell'altezzoso Volksgeist tedesco. Definire l'Italiano 'lingua dei poveri' è un dato offensivo della cultura e della letteratura italiane, nonché un dato che si smentisce con l'evidenza: l'Italiano è stato per secoli la lingua della poesia e del melodramma, manifestazioni artistiche che ai Tedeschi sono ben presenti, in quanto campi in cui anche gli autori alemanni hanno ottenuto risultati ammirevoli. Non sto neanche a citare il primato del nostro Paese nel lancio del movimento umanistico e rinascimentale, premessa di tutti i sentimenti neoclassici di cui i Tedeschi hanno amato i risultati...
L'Italiano è una lingua ricca dal punto di vista morfologico, lessicale, sintattico e letterario; molti lo parlano male, ma chi lo parla bene si dimostra tutt'altro che povero.
Pertanto, suggerirei al signor Schmidt di prendere esempio da un suo connazionale Johann Wolfgang von Goethe, che, come molti Tedeschi del XVIII secolo, ha goduto delle bellezze del territorio e della cultura italiani, manifestando verso essi la sua stima e ammirazione, sebbene, anche allora, come per la maggior parte della sua storia, la penisola non godesse di condizioni particolarmente felici.

J.H.W. Tischbein,Goethe nella campagna romana (1787)

Gli indicherei, altresì, la lettura di un agile trattatello: il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri, padre della lingua italiana, dove si legge la nota definizione del Volgare illustre (I, 17):

«Con illustre si vuol intendere ciò che illumina e, se illuminato, risplende [...]
e il volgare di cui stiamo parlando è eccellente per magistero e potere
e innalza i suoi con onore e gloria»

C.M.

martedì 2 aprile 2013

Blogger Simpatico... e non è un pesce d'aprile!

Ieri Athenae Noctua è stato premiato con la menzione Blogger Simpatico, per la quale ringrazio di cuore Alessandra de L'angolino di Ale. Come per il Liebster Blog Award, anche in questo caso è previsto che risponda ad alcune domande (che, a quanto ho capito, a differenza del Liebster, sono uguali per tutti), che scriva alcune cose su di me e che, infine, premi a mia volta altri blogger simpatici.

Innanzitutto le risposte:
  1. Animale preferito: il cane, il mio pastore tedesco Argo prima di tutti
  2. Numero preferito: 8
  3. Fiore preferito: la rosa, la calla e la lavanda a pari merito
  4. La mia passione più grande: lettura e scrittura, due operazioni simbiotiche
  5. Il mio peggior difetto: gli sbalzi di malumore e pessimismo
  6. Giorno della settimana preferito: mercoledì
  7. Un viaggio che vorrei fare: tour della Grecia
  8. Tra mare e montagna preferisco: il mare
  9. Un mio pregio è: la riflessività
  10. Il mio ricordo più bello è: l'acquisto del mio primo volume (scelto da me) in libreria
  11. Un aperitivo alcolico cui non rinuncerei mai: sono poco avvezza agli aperitivi e meno ancora alle bevande alcoliche, comunque lo spritz
Come seconda cosa, elencherò ironicamente (ci si prova, se è questo che richiede il regolamento), dieci mie caratteristiche:
  1. Quando devo iniziare un nuovo libro, nella scelta perdo tanto tempo che, probabilmente, nello stesso tempo ne leggerei due.
  2. Quando mi chiedono se intenda diventare un'insegnante cattiva, ripiego sulla precisazione che 'cattiva' e 'severa' sono due cose diverse.
  3. Sono solo al terzo punto e, temendo di non arrivare al decimo, mi sto chiedendo: «ci davvero dieci cose che potrei dire di me (senza risultare ripetitiva rispetto a quelle del Liebster)?»
  4. Ho un'avversione naturale per tutti coloro che, in luoghi in cui si richiede silenzio e contegno (sale d'aspetto, biblioteche, mezzi pubblici) urlano, sbraitano al telefono et similia.
  5. Il mio livello di aggressività sale quando mi si chiede con stizza «hai frequentato Lettere perché vuoi insegnare?»: mi fa sentire molto fenomeno da baraccone.
  6. Ricevo email, sms e chiamate in massa solo nei momenti in cui non posso rispondere: è una legge matematica, credo.
  7. Il sopracitato cane Argo è vittima della mia mania classicista: probabilmente se non avesse avuto me come padrona si sarebbe chiamato in altro modo.
  8. Vado matta per le patatine fritte e le meringhe, ma mangio anche cibi sani, sebbene non esercitino su di me la stessa attrattiva.
  9. Quando mi vengono le migliori idee di scrittura per i miei romanzi, è destino che per giorni non possa ritagliarmi le due ore minime di tempo che mi servono per attuare il processo narrativo. Probabilmente è un aspetto legato alla legge matematica di cui al punto 6.
  10. Come per i nomi dei sette nani, è destino che anche l'ultimo punto di questo elenco mi sfugga.

Infine, ecco le mie nomination:
Ringrazio di nuovo Alessandra per la menzione e per avermi permesso di partecipare così ad una nuova iniziativa che permette di conoscere altre pagine e altri autori; giro ora le domande ai blog che ho scelto di premiare a mia volta.

C.M.

lunedì 1 aprile 2013

Il pesce è servito

Di notizie incredibili siamo abituati a sentirne ogni giorno, dentro e fuori dalla campagna elettorale, fra le chiacchiere con amici e conoscenti e nel mare magnum della rete. Ma in questo giorno dell'anno, si sa, occorre prestare una particolare attenzione a quanto sentiamo o vediamo. Dubitiamo delle belle notizie e delle novità più allarmanti e diffidiamo anche delle informazioni diffuse a mezzo stampa: oggi ogni verifica è d'obbligo, perché anche i giornalisti, affamati di indiscrezioni e affetti dalla tendenza a scaricare gli scoop da internet, hanno più volte pescato il loro bel pesce o, peggio, ne hanno serviti personalmente al pubblico. Certo, in Italia il confine fra realtà e finzione, verosimile e inverosimile, serietà e burla si è fatto molto labile. Se, insomma, dovessero annunciare che abbiamo un nuovo governo, siamo scettici e pensiamo alla data prima di sospirare di sollievo (sempre che poi di sollievo si possa parlare).


Ma da dove nasce la curiosa tradizione del Pesce d'Aprile?
La ricostruzione più quotata, secondo l'Encyclopaedia Britannica, ci riporta al XVI secolo, precisamente al 1582. In questa data, in Francia venne ufficialmente adottato il Calendario Gregoriano, che comportò uno spostamento dell'inizio dell'anno dal 25 marzo al 1 gennaio. Quelli che continuavano a festeggiare il nuovo anno nel giorno del vecchio calendario vennero tacciati di stupidità, con la formula francese Poisson d'Avril usata, appunto, per indicare gli sciocchi che abboccano all'amo. L'espressione, però, passò anche ad indicare l'usanza di scambiarsi pacchi vuoti, continuazione del rito dello scambio dei doni di capodanno trasformata, con la modifica della data, in un finto-regalo, come una sorta di burla.


Esiste, però, una tradizione che affonda le radici nel mondo classico, chiamando in causa le feste per la primavera celebrate a Roma in onore di Hilaria, Cerere e Proserpina, divinità della fecondità, della natura, della primavera e delle messi, quindi della gioia e del benessere. Lo scherzo, allora, si inserirebbe nell'atmosfera gioiosa delle feste di primavera, eppure ho in mente un particolare che ne arricchirebbe il significato.
C'è un particolare del mito legato a Demetra e Persefone (nomi greci di Cerere e Proserpina, madre e figlia) che è bene ricordare. Il dio Ade, ottenuta da Zeus, ma non da Demetra, la mano di Persefone, la rapì, portandola nel regno degli Inferi; alcune divinità erano a conoscenza dell'accaduto, ma nessuno volle raccontarlo a Demetra, che per nove giorni errò sulla terra cercando notizie della figlia; così scrive K. Kerényi ne Gli dèi e gli eroi della Grecia (cap. 14 par.1): può trattarsi di una casualità, ma fra l'equinozio di primavera (21 marzo) e l'ultimo giorno di marzo trascorre proprio una decina di giorni.
Alla disperazione di Demetra si lega una vicenda che trova nell'inganno e nello scherno una nota costante: la dea, infatti, venuta a conoscenza della sorte della figlia, abbandonò l'Olimpo e si recò fra gli uomini dove, fingendosi una vecchia, si fece ammettere alla corte di un nobile sovrano, diventando l'educatrice di suo figlio; questo è un primo inganno, ma non è certo l'aspetto più irrisorio (molte divinità, infatti, si rendono irriconoscibili agli uomini). Il tema della burla e dello scherzo si concretizza con l'entrata in scena della figura della serva di corte Iambe che, vedendo la vecchia triste e sconsolata, la intrattiene con scherzi e battute, facendola ridere e permettendole di recuperare l'allegria. Questa è, fra l'altro, uno dei miti che viene citato come origine della forma poetica classica del giambo, una successione metrica usata appositamente come verso dell'invettiva, della presa in giro, dell'attacco polemico e dell'irrisione.

Demetra e Persefone in un rilievo eleusino

C.M.