giovedì 30 maggio 2013

Nuovo Cinema Paradiso (Giuseppe Tornatore, 1988)

Non definitelo 'un vecchio film' perché, vi avverto, Nuovo Cinema Paradiso ha la mia età! Eppure sono arrivata all'altro giorno senza conoscere del lungometraggio di Giuseppe Tornatore altro che la fama internazionale e lo struggente tema musicale, tratto dalla colonna sonora composta da Ennio Morricone. Informazioni ovviamente lacunose, che ho avuto l'occasione di colmare grazie alla messa in onda di martedì su Rai Movie: una delle rare circostanze in cui la televisione si rende utile!


Il film racconta la storia di Salvatore di Vita (interpretato da Salvatore Cascio, poi da Marco Leonardi e, infine, da Jacques Perrin), che, cresciuto nel paesino Siciliano di Giancaldo con la madre e una sorella più piccola, coltiva una profonda amicizia con Alfredo (Philippe Noiret), il proiezionista del cinema parrocchiale, costretto dal prete a tagliare dalle pellicole tutte le scene d'amore. La narrazione avviene però in retrospettiva, poiché il film si apre con Salvatore che, ormai adulto e regista affermato residente a Roma, riceve una telefonata che lo avvisa della morte di Alfredo. Questa comunicazione risveglia in Salvatore, che non torna a Giancaldo da quando se n'era allontanato poco pià che ventenne, il ricordo delle vicende vissute durante l'infanzia e la giovinezza. Vediamo allora Totò (come lo chiamano tutti) imparare a maneggiare il proiettore, salvare Alfredo dall'incendio del cinema, effettuare le prime riprese e innamorarsi di Elena (Agnese Nano, poi Brigitte Fossey), da cui, però, presto lo dividono molte circostanze avverse e motivazioni che rimarranno sconosciute ad entrambi per anni.


Proprio la morte di Alfredo, che aveva insistito affinché Salvatore lasciasse Giancaldo e iniziasse una nuova vita a Roma, lontano da tutto e da tutti per potersi dedicare alle proprie passioni e non lasciarsi soffocare dalla monotonia e dal grigiore della vita del paesino, permette la ricomposizione della storia. Il ritorno permette infatti a Salvatore di incontrare per l'ultima volta Elena, nel frattempo sposatasi con un suo amico d'infanzia, che svela finalmente la verità sugli eventi di gioventù.
Il film è piuttosto lungo (vi sconsiglio di seguirlo, come ho dovuto fare io, seduta in cucina con i gomiti sul tavolo), ma mai noioso: i colori, le musiche, la successione di momenti comici e drammatici creano una narrazione scorrevole, fluida, in cui alle vicende vere e proprie si intrecciano profonde riflessioni su un tema sempre attuale: quello del futuro, delle scelte per la vita, delle occasioni vissute e di quelle perse.
La figura di Alfredo è fondamentale perché porta nel film una verità che nessuno vorrebbe mai ammettere, rivelando il pericolo dell'attaccamento ai luoghi dell'infanzia, ai ricordi e alle rassicuranti abitudini di tutti i giorni, fattori che possono minare la realizzazione di un sogno o la stessa scoperta delle proprie ambizioni. Eppure la durezza di questa ammissione si stempera nella consapevolezza che, anche abbandonando casa, al ritorno si può trovarvi qualcosa di nuovo, inaspettato e ancora pulsante, come quell'inaspettato dono che Salvatore riceve dalle mani della vedova di Alfredo e che ci accompagna lungo gli ultimi, commoventi minuti del film.

Vattinni, chista è terra maligna! Fino a quando ci sei ti senti al centro del mondo, ti sembra che non cambia mai niente. Poi parti. Un anno due, e quanno torni è cambiato tutto: si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per molto tempo, per moltssimi anni, per trovare, al ritorno, la tua gente, la terra unni si nato. Ma ora no, non è possibile. Ora tu sei più cieco di me. (Alfredo)
C.M.

mercoledì 29 maggio 2013

Jacek Yerka: incontro con un surrealista

Poche parole e molte immagini, oggi, per presentarvi un artista contemporaneo, esponente del surrealismo. Si tratta di Jacek Yerka, polacco, classe 1952, le cui opere vi saranno passate davanti agli occhi più d'una volta, magari senza che sapeste attribuirle ad un personaggio specifico. Così, almeno, è stato per me, finché, un giorno, poco tempo fa, non ho deciso di approfondire. 
Ad attirare la mia attenzione in modo particolare è stato il dipinto The walking lesson, che raffigura un grosso orologio innestato sul corpo di un camaleonte che insegna agli orologini a camminare, segno del tempo che perpetua se stesso. L'incanto è stato fortissimo: dovevo saperne di più!

The walking lesson

Catturata da quest'opera, visitato il sito di Jacek Yerka, che è più una sorta di galleria che un portale informativo; da qui ho tratto immagini e informazioni, poiché non esistono, al momento, pagine italiane o contributi più specifici. 
Figlio di due artisti, Yerka dichiara di avere come ricordo più vecchio quello del «profumo dei colori, degli inchiostri, della carta e dei pennelli»; studiò all'Accademia delle Belle Arti, dove, contrariamente alla moda del tempo, subì la fascinazione degli artisti fiammincghi del XVI secolo molto più di quella degli impressionisti o dell'astrattismo. Questo suo particolare gusto non era condiviso dai docenti che, tuttavia, non potevano non riconoscere il suo talento. Dal 1980, Yerka è un artista di professione.

The green age

Nell'autopresentazione pubblicata sul sito, Yerka descrive così il processo creativo: dopo che l'idea si è affacciata nella sua mente, la abbozza a matita, per colorarla con i pastelli una volta ottenuta la forma ideale. A quel punto, però, lo schizzo passa sotto il giudizio della moglie e delle tre figlie, il cui consenso è determinante per la trasformazione del bozzetto in un dipinto vero e proprio.


Autumn in Madeira


Bible dam

Le creazioni surrealiste di Yerka si ispirano a diversi artisti tradizionali: fra i 'creditori', l'artista ricorda Hieronymus Bosch, Pieter Bruegel, Hugo van der Goes e Jan van Eyck, maestri di tecnica cui unisce le suggestioni della Polonia degli anni '50, «gli odori, i luoghi e le atmosfere della sua infanzia». Alcuni scorci e aperture, poi, mi ricordano le ardite composizioni di Magritte, anch'egli surrealista.
Trovo che i dipinti di Yerka siano non solo fantasiosi e originali nelle costruzioni e nei soggetti, ma anche capaci di tessere veri e propri incantesimi: il tratto terso, quasi fotografico, la pulizia, l'uso del colore (ora intenso, ora accuratamente sfumato) e il dettaglio creano un effetto di stupore, la voglia di immergersi in questo mondo straordinario.
Ma lasciamo parlare i dipinti: sono curiosa di sapere cosa ne pensate!


The Sargass sea bishop


Top of the world

C.M.

lunedì 27 maggio 2013

Come direbbe il caro, vecchio Giovanni: presentazione dell'evento

Vi comunico che ho lanciato attraverso la pagina Facebook Athenae Noctua un evento pensato per ricordare i settecento anni dalla nascita di Giovanni Boccaccio.

Per partecipare come scrittori e/o votanti, cliccate qui; di seguito i dettagli:

Descrizione: Quest’anno ricorrono i settecento anni dalla nascita di Giovanni Boccaccio (forse databile al 16 giugno 1313), il fondatore della prosa italiana. Per celebrare questo importante evento culturale, ho pensato di raccogliere una serie di post che ricalchino le brevi introduzioni alle novelle del Decameron (quelle che ne riassumono il contenuto). I cinque brani più votati (attraverso il semplice “mi piace”), faranno parte di un articolo sul blog Athenae Noctua (http://athenaenoctua2013.blogspot.it/).

Regolamento: Si partecipa con il proprio profilo personale FB (non attraverso il nome della propria pagina, che, comunque, si può segnalare in nota) postando una descrizione di un evento personale o dell’attualità che imiti le introduzioni alle novelle boccacciane. Condizioni per la partecipazione (pena l’esclusione del post dalla selezione finale), sono:
  1. Cliccare “mi piace” sulla pagina Athenae Noctua collegata al blog (è gradita, ma non obbligatoria, l’iscrizione come lettori fissi del blog vero e proprio). Ricordo che non vengono conteggiati i “mi piace” assegnati col profilo-pagina, ma solo quelli assegnati con il profilo personale.
  2. Condividere l’evento su Facebook e/o Twitter e, per chi avesse piacere a farlo, sul proprio blog/sito.
Note:
  • L’evento non è creato al puro fine di raccogliere fan e lettori per il blog, ma per ricordare, in una sorta di gioco, un personaggio di primo piano della nostra storia letteraria: pertanto, partecipate solo se veramente interessati, evitando spam e interventi fuori tema. Eventuali post di questo genere verranno rimossi, così come quelli contenenti offese o volgarità.
  • La valutazione dei cinque pezzi migliori avverrà attraverso la raccolta dei “mi piace” al di sotto dei singoli post. Possono partecipare al voto solo coloro che abbiano cliccato “mi piace” alla pagina Athenae Noctua. Gli altri voti saranno considerati nulli. I voti dell’amministratrice non vengono conteggiati nel punteggio finale.
  • Si può partecipare fino al 22 giugno e votare fino al 24 giugno. L’amministratrice della pagina si riserva il diritto di prolungare i termini dell’evento, comunque non oltre il mese di luglio (verranno eventualmente date indicazioni in seguito).
  • Per eventuali chiarimenti, potete scrivere un messaggio privato indirizzato alla pagina FB.
  • I primi due post che trovate sono due esempi postati da me (ebbene sì, ho deciso che, anche se super partes, pure io farò qualche intervento, se mi verrà in mente qualcosa!). Confido nella vostra maggior fantasia!
E, per finire, eccovi il video dell'evento:


Spero che il gioco sia di vostro interesse, in tal caso partecipate, passate parola e divertitevi!! :)

C.M.

domenica 26 maggio 2013

Grammaticidi, neologismi e corbellerie

Come promesso nel post Cronache dal mondo alla rovescia, eccomi a parlare delle orribili mode linguistiche dilaganti nel mondo dell'informazione, soprattutto quella televisiva. Mi sono già occupata delle pessime abitudini nel trattamento globale del contenuto delle cosiddette informazioni scrivendo l'articolo InterSviste, ma ora voglio dedicarmi ad una riflessione specifica. 
Non pensiate che io abbia pregiudizi e astio nei confronti della categoria dei giornalisti (peraltro, i miei articoli al riguardo coinvolgono anche le figure dei presentatori tv): scrivo queste parole semplicemente perché ritengo che l'informazione sia una parte essenziale della cultura, e il suo appiattimento è, a mio modesto parere, oltre che un fatto di cattivo gusto, l'infrazione di un dovere civico. Penso, insomma, che le notizie vadano comunicate con professionalità, precisione e, non da ultimo, correttezza linguistica e grammaticale. Al bando i neologismi, le frasi fatte e il superfluo.


Mi pare che le scempiaggini linguistiche dei comunicatori tv (che, ormai, per osmosi si stanno diffondendo anche nella comunicazione quotidiana) afferiscano a tre tendenze fondamentali: 1) quella dell'errore grammaticale (imperdonabile); 2) quella dei neologismi e dell'uso indiscriminato degli esotismi e 3) quella delle espressioni di cattivo gusto e delle corbellerie gratuite. 
Vediamo di schedarne qualcuna, con l'invito a voi lettori a segnalare obrobri linguistici sfuggiti al mio orecchio.
  1. Grammaticidi: accanto alla sempreverde soppressione del congiuntivo, sale in vetta alla classifica l'uso intransitivo di verbi transitivi (es. a me colpisce in luogo del corretto mi colpisce, dove mi non è complemento di termine, bensì complemento oggetto), che denota una perversa tendenza a ricorrere alle forme indirette, quindi più difficili, a sostituzione di quelle dirette. Sembrerebbe un errore di ipercorrettismo dell'espressione a me mi clamorosamente fallito perché diretto alla parte sbagliata del costrutto e, quindi, generatore di orrori. Mah. Da segnalare, poi, forme lessicali storpiate, come accellerazione e metereologia/metereologi in luogo dei corretti accelerazione e meteorologia/meteorologi. Oh, quasi dimenticavo il dilagante uso del piuttosto che (che, ricordo, ha valore oppositivo) a sostituzione di e: ma perché c'è questa convinzione che un'espressione più lunga sia un'espressione più corretta?
  2. Neologismi ed esotismi: sebbene l'Italiano sia una delle lingue lessicalmente più ricche e articolate, pare che non esista mai un termine adeguato a tradurre la valanga di termini esteri. Ecco perché non si può parlare di revisione della spesa, di raggruppamento o di sostegno ma bisogna dire spending review, rassemblement e endorsement. La testardaggine a ricorrere agli esotismi, peraltro, produce effetti imbarazzanti, come quello della pronuncia dell'inflazionatissimo impasse, che diventa /ampass/, /empass/, /impass/, /ompass/: manca solo /umpass/ e le vocali le abbiamo sparate tutte! Accanto ai termini stranieri, però, ne vengono coniati altri, per manipolazione e calchi da parole già esistenti; ecco che, allora, ci troviamo a fare i conti con le dietrologie e i dietrologi (no, non dietologi, proprio dietRologi, che a me non sembra una bella parola!) e con le ministre, versioni più magre ma più indigeribili delle minEstre. Quest'ultimo, fra l'altro, mi sembra un pessimo esempio di lotta alla discriminazione sessuale, come se la parità stesse nel lessico: allora dovremmo avere la sindaca, la presidenta, l'idraulica, la medica e altri figure simili.
  3. Corbellerie: l'esempio precedente si inserisce a metà fra la categoria del neologismo di derivazione e quella della sciocchezza, di cui fanno parte anche l'orribile moda del quant'altro intercalare, le montagne killer e le bombe d'acqua. Le uniche bombe, qui, sono quelle tirate alla nostra bella lingua.
Esagero forse? Non so, ma certi usi linguistici (quelli grammaticalmente scorretti prima di tutto, meno gli altri) mi fanno rabbrividire. Altri esempi degni di nota?

C.M.

giovedì 23 maggio 2013

La caduta degli eroi

Stamattina, postando sulla pagina Facebook di Athenae Noctua una foto di Giovanni Falcone e una di don Andrea Gallo per ricordare, rispettivamente, l'anniversario della strage di Capaci (23 maggio 1992) e la scomparsa del sacerdote avvenuta ieri, mi sono resa conto di aver avuto di fronte i volti di due eroi. Assieme a loro, certo, avrei potuto citare Paolo Borsellino, il generale Dalla Chiesa, Giacomo Matteotti, ma anche Rita Levi Montalcini o Maria Montessori, e tanti altri personaggi che hanno servito, con la loro esistenza, con la loro tenacia e le loro competenze, l'umanità, impegnandosi in ambiti diversi, ma diventando punti di riferimento e simboli di purezza e valore.

Giovanni Falcone e Andrea Gallo

Chi è un eroe? Solitamente, si lega questo termine all'ambito bellico o a straordinarie imprese in cui vengono salvate delle vite, magari intervenendo in una situazione di violenza o nel mezzo di una catastrofe. Ma salvare una vita significa, in senso più ampio, affermare un valore, difendere un diritto, proclamare la legalità, incentivare l'istruzione, ergersi, insomma, a protezione di tutto quanto alimenta e arricchisce l'esistenza in maniera fondamentale allo sviluppo di una società.

Eracle, l'eroe per eccellenza, celebrato per la sua
opera di eliminazione di mostri e degli ostacoli
alla vita serena e civile degli uomini
Ed è questo che hanno fatto Falcone e Borsellino, per esempio, pagando con la vita la loro ostinazione a difendere la legalità per consegnarci un mondo migliore, è questo che ha fatto don Gallo, dimostrando che il Vangelo e la fede non vanno proclamati a voce, ma predicati con le opere, agendo nella società, fra i più deboli. Sono eroi coloro che lottano contro il terrorismo, sono eroi coloro che si dimostrano umili e che non si adagiano nelle comodità offerte da un determinato ruolo, ma usano quel ruolo per porsi sfide e missioni al limite dell'umano, sono eroi coloro che dedicano le proprie forze ad educare i giovani, sono eroi coloro che non si lasciano abbattere dall'impeto della natura, che si tratti del volontario che estrae dalle macerie di un terremoto un sopravvissuto o di un ricercatore che lotta contro la conformazione di una cellula.
L'eroe è colui che sfida l'impossibile, che non accetta i limiti, che combatte per un bene più grande, di cui sa che forse non potrà mai godere, ma che spera di offrire come un trionfo alle generazioni che verranno.
Sono questi gli eroi autentici, di cui anche oggi abbiamo un disperato bisogno.


C.M.

Il Gattopardo (Tomasi di Lampedusa)

Forse vi sarete accorti, passando sul blog e scorrendo la barra laterale di destra, che qualche giorno fa è sparito, dalla sezione La civetta sul comodino, uno dei romanzi che stavo leggendo. La lettura de Il Gattopardo, infatti, è giunta al termine, sebbene con fatica e poca soddisfazione. Il romanzo, scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa fra il 1954 e il 1957, ma pubblicato solo nel 1963, dopo la morte dell'autore per lo scarso interesse editoriale, aveva suscitato in me delle aspettative più alte delle impressioni che ne ho ricavato.

Avevo iniziato il libro con grande entusiasmo, soprattutto perché i primi capitoli sono dedicati al racconto (seppur non dettagliato perché condotto esternamente) dell'impresa dei Mille e alle impressioni della popolazione palermitana riguardo le battaglie di Garibaldi e il plebiscito di annessione al Regno d'Italia.
La vicenda del principe Fabrizio Salina, esponente di una famiglia della nobiltà siciliana il cui stemma rappresenta un Gattopardo, si intreccia infatti con i profondi cambiamenti vissuti dalla Sicilia (e, più in generale, da tutta la penisola italiana) con l'istaurarsi del regno sabaudo e la formazione di nuovi organi di governo. Mentre il capofamiglia rimane radicato alle tradizioni e teme che il nuovo assetto politico e quindi sociale produca dei cambiamenti negativi nella sua vita, il nipote Tancredi Falconeri, a lui più caro di un figlio, appoggia gli ideali dell'Unità e convince lo zio a non arroccarsi sulle sue antiquate posizioni e ad aprirsi alla novità; è il passo arcinoto del dialogo fra il principe e Tancredi:
«Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettertsi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev'essere con noi, per il Re.» Gli occhi ripresero a sorridere. «Per il Re, certo, ma per quale re?» Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. «Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?» Abbracciò lo zio un po'commosso. «Arrivederci a presto. Ritornerò col tricolore.»
La sopravvivenza della nobile famiglia, dunque, può legarsi solo alla disponibilità al cambiamento, ad accettare un nuovo re e, per così dire (secondo la percezione iniziare di Don Fabrizio), tradire il vecchio sovrano, per poter rimanere punti di riferimento nella società.
L'intreccio della vicenda politica, però, dimostra che il cambiamento, per i Salina, sarà inevitabilmente legato al tanto temuto declino: è così che, a malincuore, Don Fabrizio accetta le nozze di Tancredi con Angelica, l'affascinante e adorabile figlia del sindaco Sedara, personaggio privo di nobili natali ed esponente della emergente classe borghese tanto disprezzata dal principe, ma dagli interessi profondamente legati al regno sabaudo, in favore del quale Sedara arriva a truccare l'esito del plebiscito.

G. Tomasi di Lampedusa
Il motivo per cui, nella classica griglia di aNobii, attribuirei solo tre stelline su cinque non si lega tanto all'intreccio, ricco di spunti e di quei quadri politici, culturali e sociali che emergono dai romanzi con maggiore chiarezza e intensità rispetto a quanto riescano a trasmettere i manuali di storia, quanto, piuttosto, alla pesantezza dello stile e alla presenza di alcune sequenze narrative, come un intero capitolo dedicato alle vicende familiari del confessore gesuita di Don Fabrizio, l'insistenza quasi morbosa sui segni della passione fra Tancredi e Angelica o le interminabili descrizioni degli ambienti delle tenute dei Salina. Sono elementi che mi sarei aspettata da Manzoni, non da un autore che scriveva nel secondo Dopoguerra e, francamente, li ho trovati nocivi alla buona riuscita di un romanzo di soggetto originale e di alto valore formativo e informativo. Non che Il Gattopardo sia stato una delusione totale, ma, semplicemente, l'avevo immaginato diverso.
«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.»
C.M.

martedì 21 maggio 2013

Sfavillante e malinconico Gatsby (riflessioni sul film di Baz Luhrmann, 2013)

Come avevo lasciato intendere nel post dedicato al libro, avevo un grande interesse per la nuova versione cinematografica de Il grande Gatsby, che ho visto con piacere sabato scorso. Il film di Baz Luhrmann, dopo alterne vicende legate alla data di uscita (inizialmente prevista per il dicembre 2012 in America e per febbraio in Italia), è stato scelto come proiezione d'apertura del Festival del Cinema di Cannes che si sta svolgendo in questi giorni.

La mia impazienza nel vederlo era dettata principalmente dalla certezza che i due attori scelti come protagonisti fossero perfetti, sia come fisionomia, sia come consonanza rispetto agli atteggiamenti richiesti: Tobey Maguire, con le sua particolari espressioni e l'aria da bravo ragazzo pieno di buoni sentimenti, si adatta benissimo alla figura dello schivo e un po'goffo Nick Carraway, voce narrante e unico amico del misterioso Gatsby, mentre Leonardo di Caprio è capace di rendere in modo straordinario i sorrisi e gli entusiasmi di Jay Gatsby, senza tuttavia risultare manchevole nelle scene più drammatiche. I due attori, peralto, mi hanno ricordato i protagonisti del film del 1974: Robert Redford e Sam Waterston.
Meno frivola del previsto, ma senza che questo mini la qualità della recitazione, si è dimostrata, invece, Carey Mulligan, che interpreta Daisy. Attraverso il libro mi ero fatta un'idea molto più leggera ed esaltata di questo personaggio, ma il film punta molto, rispetto al libro, sul contrasto fra la grandiosità e l'ilarità delle feste e il dramma intimo che si consuma fra Gatsby e Daisy.


Non che la tristezza che si cela dietro ai meravigliosi ricevimenti di Gatsby non si colga nelle pagine del romanzo, ma, a mio avviso, la versione cinematografica ha accentuato questo aspetto, anche scegliendo di fare di Nick Carraway non un semplice narratore testimone dei fatti, ma un depresso ridottosi all'alcolismo e alle cure psichiatriche proprio per la durezza della realtà che ha conosciuto grazie al suo amico e vicino. Una bella sorpresa si è rivelata l'attrice australiana Elizabeth Debicki, che interpreta la golfista Jordan Baker, calandosi alla perfezione nel ruolo delle eteree e filiformi signorine che popolano lo spettacolo dei Roaring Twenties.
Il film è fedele al libro, ma la particolare prospettiva di narrazione della storia mette in luce, come accennato, l'aspetto di falsità e inconsistenza del mondo di Gatsby, proiettando sull'intera storia quei contenuti che Fitzgerald aveva relegato quasi del tutto nell'ultimo capitolo del suo breve romanzo, con le riflessioni di Nick Carraway. Personalmente, ho molto apprezzato questa scelta; meno gradevoli mi sono sembrati gli inserti rap e dance fra le melodie di jazz e foxtrot, ma devo ammettere che essi rivestono l'importante funzione di attualizzare il mondo della New York degli anni Venti, sottolineando le affinità delle apparenti riunioni sociali e della condivisione che celano, in realtà, baratri relazionali e pregiudizi sociali molto profondi.


Quest'ultimo aspetto rende infatti il film e, attraverso esso, il libro molto vicini al nostro tempo, perché ne attualizza le tematiche, colmando una distanza cronologica attraverso la consonanza sociale. Lo consiglio a chi ha amato il libro, ma anche a chi non lo abbia particolarmente apprezzato, con la certezza che lo sfavillante e rumoroso mondo di Gatsby, con i suoi fuochi artificiali e il rombo dei motori, non coprirà del tutto il sibilo delle riflessioni.


C.M.

lunedì 20 maggio 2013

Esperimento audiolibro: Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie

Quando, qualche mese fa, sentii parlare per la prima volta di audiolibri, pensai che questo particolare tipo di approccio alla letteratura non facesse al caso mio, un po'per il grande attaccamento al libro cartaceo (infatti non sono fan nemmeno degli ebook), un po'perché non mi piace condividere la mia lettura con altri, quindi la voce lettrice, con i suoi tempi e le sue cadenze, non mi sembrava un valido compagno di viaggio.

Ad un certo punto, però, ho avuto un momento di gran foga letteraria: «Troppi libri da leggere e troppo poco tempo per farlo!». Come sanno tutti i lettori accaniti, questo è uno sfogo molto comune per i librofili, ma quello che mi mandava fuori di testa era la coscienza che, accanto a quel poco tempo, c'erano ore e ore che andavano sprecate e non potevano essere dedicate al piacere della lettura unicamente per l'impossibilità di riservare occhi e mani ai libri.
A quel punto ho ricordato che esistono gli audiolibri. Mi sono detta: «Proviamoli!».
Mi sono recata sulla sezione Audiolibri di Liber Liber e ho trovato alcuni titoli che mi incuriosivano (confesso di averli scelti primariamente per il fatto che il libro era contenuto in un unico file, che avrebbe velocizzato il download, ma erano testi che da tempo stavo valutando). Inseriti i file scaricati nell'i-pod, ho trovato il giusto mezzo per trascorrere i miei viaggi in autobus!
La mia prima lettura è stato Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie, di Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll. Prima di leggerlo, ops, ascoltarlo, il mio unico contatto con il capolavoro inglese è stato filmico, attraverso il cartone Disney e la rilettura di Tim Burton del 2010. Sono rimasta quindi molto sorpresa di trovarvi episodi molto diversi: ero perfettamente cosciente della particolare prospettiva scelta da Burton nel raccontare la sua Alice, ma non avevo idea che anche il film d'animazione fosse così diverso dal romanzo.

Ascoltando il libro, mi sono resa conto che il cartone animato ha reso in realtà una sintesi delle Avventure di Alice nel Paese delle meraviglie e di Alice attraverso lo specchio, introducendo alcuni personaggi del secondo capitolo della storia a sostituzione di altre comparse. Eppure, superata l'iniziale curiosità di sapere dove fossero Pinco Panco e Panco Pinco, ho trovato estremamente curioso il racconto di Carroll, il susseguirsi di animali parlanti, esseri pseudo-umani e creature metamorfiche (come il bambino-porcellino). Nella fiaba, i diversi episodi si susseguono in maniera confusionaria, caotica, con intrecci difficili da comprendere e con lunghi inserti di filastrocche e narrazioni senza capo né coda. I personaggi appaiono e scompaiono, riappaiono e pronunciano discorsi sconclusionati, ritenendo però che siano le parole di Alice, e non le loro, a mancare di logica. Il tutto può lasciare disorientati, ma va ricordato che la narrazione ripercorre un sogno fatto da Alice: tenendolo bene a mente, non si può non trovare consonanza fra le sensazioni che ci colgono in sogno e i fantasiosi quadri descritti dall'autore. Ecco allora che ci è chiaro perché la bambina non riesca a pronunciare correttamente le filastrocche che ha imparato a memoria e il motivo per cui, nel Paese delle meraviglie, tutti parlano in maniera incomprensibile, persino all'interno di un tribunale.
Rendere conto della trama di un libro tanto articolato è molto difficile. Le avventure di Alice sono scandite dagli incontri con il Coniglio bianco, la lucertola Eugenio, la duchessa odiata dalla regina, il suo bambino-maiale e la cuoca che cucina tutto con il pepe, il famoso Ghignagatto (in oiginale il Gatto dello Cheshire, lo Stregatto disneyano), l'esercito di carte e la regina di cuori, la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto e la sgangherata giuria del processo finale. Bellissime sono le descrizioni del rimpicciolimento e della crescita di Alice, quando ingerisce cibi e bevande del Paese delle meraviglie, stupefacenti i colori dei dialoghi della bambina con i suoi strani interlocutori.
Consiglio senz'altro questo libro a chiunque abbia voglia di tornare un po'bambino, di confrontarsi col linguaggio irrazionale e caotico del sogno o, semplicemente, di entrare in un mondo bizzarro e coinvolgente con quella purezza che, alla fine del racconto, emerge come tratto distintivo della giovane Alice, capace di far sognare anche i più grandi (a partire dalla sorella) con il suo entusiasmo.


Veniamo al rapporto Alice-audiolibro. Premetto che desidero promuovere pienamente l'esperienza del libro parlato, che permette un contatto con le grandi storie in situazioni inconciliabili con la lettura: si tratta di certo di un ottimo modo per trascorrere il tempo, in sostituzione totale del cartaceo oppure in alternanza con esso. L'audio-lettura di un romanzo come quello di Carroll, però, è stata alquanto difficoltosa, almeno per quanto riguarda i primi momenti, poiché l'alto grado di fantasia e di elementi sconnessi e privi di logica non favorisce la concentrazione. Infatti basta perdere dieci secondi di ascolto per non comprendere più il perché di un certo dialogo o di una certa ambientazione. Ma forse è un po'un mio limite: faccio molta fatica a seguire discorsi lunghi e articolati senza l'aiuto degli occhi. In ogni caso, il libro è piacevole, e l'ascolto rilassante!
Sono curiosa di conoscere le vostre esperienze con la fiaba di Carroll e/o con gli audiolibri: che ne pensate?

C.M.

giovedì 16 maggio 2013

O Fortuna, rota tu volubilis!

Quanto è frequente, nelle nostre considerazioni più o meno forbite, il riferimento alla Fortuna? Alla buona o mala sorte ci affidiamo un po'tutti, e non c'è nessuno che non abbia mai imputato al casus un avvenimento positivo o negativo. Ma da dove nasce e come si è trasformata l'idea di Fortuna?

In principio, neanche a dirlo, erano gli Antichi. La mitologia greca e romana (per parlare di una tradizione che conosco e che ci è indubbiamente più vicina di altre) manifesta di frequente la tendenza a trasformare in divinità antropomorfe i fattori intangibili che influiscono sull'esistenza degli esseri umani.
Dalla personificazione del casus nacque la la Tyche greca, corrispondente alla Fortuna romana. Dea del destino e della sorte, rimase un'entità minore fino all'età ellenistica; era una delle figlie dell'oceanina Teti, ma la mitologia e la letteratura classiche non le hanno attribuito lo status divino fino al radicale cambiamento di prospettive impostosi fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C.: il disorientamento e la trasformazione dei valori indotta dall'Ellenismo, periodo dominato da un forte individualismo e dalla ricerca di culti esotici, determinarono il successo di nuove figure divine, spesso legate ad aspetti intimi e 'minori' della vita degli uomini.
Fu forse un processo di sincretismo (la sintesi religiosa per cui una determinata figura di un Pantheon si arricchisce degli attributi e delle funzioni di una divinità di un diverso sistema teologico ritenuta particolarmente affine) con la dea Iside a definire il ruolo di Tyche, che spesso veniva raffigurata con una corona a forma di muraglia o città e con una cornucopia o con il piccolo Pluto fra le braccia, a simboleggiare come su di essa si reggano i destini dei popoli e il suo dominio indiscusso sulla fertilità delle terre, l'abbondanza delle messi e la ricchezza.
È arcinota la massima di Appio Claudio Cieco «Faber est suae quisque fortunae» riportata dallo storico Sallustio, eppure non ci stupiamo di scoprire come sia cambiata, nel Medioevo, la prospettiva rispetto alla Fortuna.
L'uomo medievale, infatti, vedeva la Fortuna come una forza inarrestabile e inarginabile, rappresentata come una donna posta nel centro di una ruota che, girando, faceva sì che chiunque potesse essere improvvisamente elevato alla gloria e poi sprofondato nella miseria. In un codice monacense ne vediamo una compiuta raffigurazione: un uomo senza regno (così recita la didascalia) è schiacciato dalla ruota in basso, risale verso il successo a sinistra, veste i segni del potere in alto, sulla sommità del cerchio, ed è riprecipitato nella sventura, con la corona che gli cade dal capo a destra.
In un'epoca in cui l'umanità era dominata dal fatalismo e dalla fiducia in forze provvidenziali e in sistemi di mutamento del tutto imperscrutabili, era naturale una simile visione della Fortuna, in balia della quale ciascuno poteva, nel corso della vita, godere delle più alte gioie e dei peggiori dolori. Lo stesso principio è espresso nel più conosciuto dei Carmina Burana (XIII sec.), musicato da Carl Orff negli anni 1935-36.

O Fortuna (Fortuna Imperatrix Mundi)


O Fortuna
velut luna
statu variabilis,
semper crescis
aut decrescis;
vita detestabilis
nunc obdurat
et tunc curat
ludo mentis aciem,
egestatem,
potestatem
dissolvit ut glaciem.


Sors immanis
et inanis,
rota tu volubilis,
status malus,
vana salus
semper dissolubilis,
obumbrata
et velata
mihi quoque niteris;
nunc per ludum
dorsum nudum
fero tui sceleris.


Sors salutis
et virtutis
mihi nunc contraria,
est affectus
et defectus
semper in angaria.
Hac in hora
sine mora
corde pulsum tangite;
quod per sortem
sternit fortem,
mecum omnes plangite!


O Sorte
come la luna
tu sei variabile,
sempre cresci
o decresci;
la vita odiosa
ora indurisce
e ora conforta,
per gioco, l'acutezza della mente;
miseria,
potenza
dissolve come ghiaccio
Sorte possente
e vana,
cangiante ruota,
maligna natura,
vuota salvezza
che sempre si dissolve,
oscura
e velata
me pure sovrasti;
ora al gioco
di te scellerata
porgo la schiena nuda.
Destino di salute
e di virtù
ora mi è avverso,
indebolito
e sconfortato
sempre schiavo.
In quest'ora
senza indugio
le vostre corde fate suonare;
poiché a caso
prostra un forte,
con me tutti piangete!


Il Rinascimento portò con sé la liberazione da molte superstizioni e, al contempo, sulla scorta degli studi umanistici e dei grandi esempi di umanità, valore ed eroismo degli antichi, dimostratisi capaci di fronteggiare anche le peggiori calamità, affermò le possibilità di azione dell'uomo, quindi anche la sua facoltà di emanciparsi da molte forze ritenute incontrastabili, come, appunto: una persona di valore e di intelletto, lungimirante e capace può ergersi contro la Fortuna, non certo con la speranza di vincerla, ma, almeno, con la certezza di poter almeno frenare il suo impeto o volgere il casus a proprio favore.
La teorizzazione più efficace di questo principio si legge nel capitolo XXV del Principe di Machiavelli, dedicato all'analisi del rapporto fra Virtù e Fortuna: in queste pagine si incontrano le immagini della Fortuna come fiume in piena, da arginare con sistemi di dighe, e come donna che un giovane deve rendersi benevola, dimostrandosi però in grado di controllarla.

[…] Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell’altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benché sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodoché crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso.
Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. E se voi considererete l’Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini, e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna, e la Francia, questa inondazione non avrebbe fatto le variazioni grandi che l’ha, o la non ci sarebbe venuta.
[…] Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.
Conoscete altri miti e tradizioni sulla Fortuna? Cosa pensate di questa strana e inafferrabile forza e quanto valore le attribuite?
C.M.

martedì 14 maggio 2013

Very Inspiring Blogger Award & Liebster Award VII

Nuovi premi per il blog! Ringrazio di cuore Loredana del blog Del furore d'aver libri per avermi assegnato il Very inspiring blogger award e Camy di Born to be Wilde per il conferimento di un nuovo Liebster Award!
Li ritiro in quest'ordine, partendo quindi dal Very inspiring blogger, occasione per confrontarmi con un nuovo regolamento.


Oltre ai ringraziamenti a Loredana, blogger premiante, e all'inserimento del link al suo blog, infatti, è previsto che io fornisca 7 informazioni su di me e che premi a mia volta 15 blogger, da avvisare puntualmente. Passiamo dunque alle notizie su di me:
  1. Presto particolare attenzione alle colonne sonore dei film
  2. Ho un pastore tedesco di nome Argo, così chiamato in onore del cane di Ulisse
  3. Non ho uno scrittore preferito
  4. Mi sono laureata con una tesi sulle maghe della poesia greca
  5. Sono molto pignola
  6. Gli errori di grammatica e sintassi (quando non siano evidentemente sviste di stampa) mi fanno contorcere dall'orrore
  7. Mi stupisco di aver trovato sette nuove cose da dire di me!
Ho deciso di premiare i seguenti blog:
Veniamo ora al premio di cui mi fa dono Cammy: come ormai sapete, il Liebster Blog Award prevede, oltre ai ringraziamenti e al link verso il blogger premiante, che si risponda ad alcune domande poste dal blogger stesso.


Non per scortesia, ma solo per il fatto che sono passate solo due settimane dall'ultima premiazione, non rilancerò il Liebster Award, ma rispondo volentieri alle domande di Cammy:
  1. Il libro che dovrebbe essere letto OBBLIGATORIAMENTE da tutti i quelli che conosci. Penso che non esistano libri adatti a tutti, ma consiglierei caldamente la lettura di almeno uno dei libri della Trilogia degli Antenati di Calvino.
  2. Il personaggio letterario preferito e perché. Jo, di Piccole donne, perché condivido con lei la passione per la scrittura e il suo carattere suscita in me una grande ammirazione.
  3. Il personaggio letterario detestato e perché. Emma Bovary, troppo capricciosa e cieca di fronte a qualsiasi evidenza.
  4. L'autore più FAIL che tu abbia letto. Su Philip Roth ho messo un'enorme croce dopo aver letto L'animale morente in preparazione ad un esame.
  5. La cosa che ti rende davvero felice. Non amo parlare di questioni sentimentali ed emozionali, quindi dirotto la risposta sugli interessi e il tempo libero: mi rende felice e soddisfatta una lunga seduta di scrittura che trascorra velocemente e senza intoppi.
  6. Il libro del cuore. Il libro della mia infanzia (già citato mille volte, abbiate pazienza): Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno.
  7. Qual è la persona che ti ha spinto o che ti sostiene in questa passione? Hai l'occasione per ringraziarla pubblicamente ;) Mia madre ha il grande merito di avermi indirizzata alla lettura.
  8. Su un'isola deserta tu e un libro: quale? (tieni conto che dovrà tenerti compagnia a lungo). Domanda molto difficile... forse proprio il libro del cuore del punto 6, letto almeno otto volte senza che abbia perso il suo fascino.
  9. Piatto preferito e cucinato da chi. I tortelli alla zucca cucinati dalla nonna.
  10. Da grande farai/sarai/vorrai... L'insegnante di Lettere.
  11. Se fossi un animale quale saresti? Un cane per tenerezza, un gatto per pigrizia (anche se non amo particolarmente la compagnia di questi felini).
Ringrazio ancora Loredana e Cammy, assieme a tutti i blogger e lettori che mi hanno assegnato i precedenti premi.

C.M.

lunedì 13 maggio 2013

Un bel film in tv: The blind side (John Lee Hancock, 2009)

Stamattina, facendo colazione, ho sfogliato la guida tv, certa che, come sempre, avrei girato le pagine con delusione e chiuso la rivista con l'esclamazione: «Anche questa settimana niente di buono in tv». Non amo le serie a puntate (con rarissime eccezioni), e mi metto davanti allo schermo solo per vedere i film, ma quelli che attirano il mio interesse (per esempio i classici che vorrei vedere da tempo) finiscono sempre in fasce orarie molto scomode (la mattina presto, il primo pomeriggio o la notte).

Invece, con mia grande sorpresa, ho letto che per stasera è in programma il film The blind side, storia commovente tratta da una vicenda reale, che ha valso a Sandra Bullock l'Oscar come migliore attrice nel 2010 e che, pur avendo ricevuto una nomination come miglior film, nei cinema italiani è passato inosservato e la distribuzione è avvenuta dapprima attraverso i canali a pagamento solo dopo la vittoria della Bullock.
Questa, in breve, la trama: il diciassettenne Michael Oher ha una storia familiare drammatica (è orfano di padre e la madre è tossicodipendente), ma, grazie all'intervento di un coach di football, viene ammesso in una prestigiosa scuola, dove, pur non riuscendo ad integrarsi fra i compagni, fa amicizia con Sean Tuohy. Il bambino appartiene alla perfetta famiglia americana, che vive in una villa fantastica e si mette in posa per lunghe sedute fotografiche per realizzare le cartoline degli auguri di Natale. Grazie a Sean, la madre, Leigh Anne, si prende a cuore Michael, accogliendolo in casa e incoraggiandolo a migliorare i voti scolastici e a praticare il football. Michael Oher è oggi un giocatore di primo piano nella National Football League.
Ho visto questo film durante la sua prima messa in onda, nel giugno del 2011, e ne sono rimasta profondamente colpita. Esso racconta una storia vera senza retoriche e alternando momenti di grande sconforto ad altri, luminosissimi, in cui sembra che, davvero, anche quando tutto è buio, uno spiraglio di gioia si possa aprire. Ciò che conforta della vicenda di Michael Oher e Leigh Anne Tuohy è che, dietro alla pellicola (e al libro di Michael Lewis che l'ha preceduta), ci siano due personaggi in carne ed ossa, luoghi reali, avvenimenti che, pur - possiamo immaginare - arricchiti e illuminati dalle luci di Hollywood, attingono al vissuto.


The blind side è un film che fa sorridere e commuovere, che fa passare da momenti di rabbia a slanci di grande positività. Tra le scene più belle, c'è senz'altro quella in cui, durante la prima partita scolastica di Michael, Leigh Anne scende in campo e motiva il ragazzo a giocare con entusiasmo e tenacia descrivendogli il suo rapporto con la squadra come quello della famiglia: sfruttando il naturale senso di protezione che Michael dimostra nei confronti dei Tuohy, la donna lo incoraggia a comportarsi come se i compagni di squadra fossero lei stessa, il marito e i figli Sean e Jae.

 

La forza e il sentimento di questo film sono davvero positivi, per questo, se avete voglia di passare una serata guardando un film di qualità e scoprire al contempo una delle piccole, grandi storie che spesso non hanno la risonanza che meritano, beh, guardate The blind side, senza perdere (sempre che vengano trasmessi) i titoli di coda con le foto dei protagonisti della vicenda reale.

Michael Oher e Leigh Anne Tuohy


C.M.

sabato 11 maggio 2013

Verso Monet: anteprima della mostra veronese

Si intitola Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento l'esposizione pittorica organizzata da Linea d'ombra a cura di Marco Goldin presso il palazzo della Gran Guardia di Verona e in programma fra il 26 ottobre 2013 e il 9 febbraio 2014.


Ideale contraltare della mostra Da Botticelli a Matisse. Volti e figure allestita all'inizio di quest'anno e dedicata ai ritratti, il nuovo evento è stato presentato con grande successo di pubblico lo scorso 8 maggio nell'elegantissima cornice del Teatro Filarmonico di Verona. La descrizione della mostra è stata condotta personalmente da Marco Goldin con l'accompagnamento musicale di Mauro Martello, Renzo Ruggieri e Piero Salvatori e gli inserti di lettura di Gilberto Colla.
La grande storia della natura dipinta. Come in un romanzo colmo di bellezza, che tocca tutti i principali artisti che alla descrizione del paesaggio hanno dedicato la loro vita. Oltre novanta dipinti, come sempre provenienti dai maggiori musei del mondo, illustrano in cinque sezioni questo lungo percorso.
Così si presenta la mostra, che, come per la precedente esperienza, si snoda lungo un percorso a tappe: 1) Il Seicento: il vero e il falso della natura; 2) Il Settecento: l'età della veduta; 3) Romanticismi e realismi; 4) L'impressionismo e il paesaggio; 5) Monet e la natura nuova.
Per introdurre la visita e darvi un'idea della presentazione di mercoledì, riporto alcuni dipinti che ricoprono un ruolo fondamentale nell'articolazione delle diverse sezioni dell'esposizione:


N. Poussin, Le ceneri di Focione (1648)


Canaletto, Veduta di Venezia (1740 ca.)


G. Courbet, Onde (1869)


P.A. Reinoir, La Senna a Chateau (1881)


C. Monet, Ninfee (1908)

Il percorso, dunque, tocca le tappe principali della storia della rappresentazione del paesaggio, partendo dal suo elevarsi a ruolo di protagonista nel Seicento (premessa fondamentale dell'ampliamento vedutistico del secolo successivo) fino ad arrivare, con una successione graduale e ben rappresentata dai pezzi in mostra, alla decostruzione della visione paesaggistica in una visione spirituale e tutta interiore.

Attendo con impazienza l'apertura dell'esposizione e mi auguro di aver trasmesso anche a voi lettori la voglia di visitare la mostra e di cogliere l'occasione per una gita nella bellissima Verona.

C.M.

mercoledì 8 maggio 2013

The versatile blogger V-VI

Con questo post ringrazio Jerry del blog Libri in pantofole e Francesca de I libri son desideri per avermi assegnato ciascuna un nuovo premio Blogger vesratile!


Avendo di recente ritirato il premio, vi rimando, per le notizie che dovrei fornire su di me, ai post dell'8 aprile e del 28 aprile e ne approfitto per premiare alcuni blog che non ho ancora citato o cui non avevo ancora attribuito questo specifico premio:
Grazie ancora a Jerry e Francesca!

C.M.

martedì 7 maggio 2013

I 189 anni della 'Nona'

Wikipedia mi informa che oggi ricorre l'anniversario della prima esecuzione, a Vienna, della Sinfonia n°9 di Beethoven (1824), dandomi l'occasione per presentarvi un post che avevo già nei miei progetti, dedicato non solo alla musica, ma anche al legame della sinfonia con il Fregio di Beethoven realizzato da Gustav Klimt nel 1902. Il post, fra l'altro, ha lo scopo di celebrare, con qualche giorno di anticipo, la Festa dell'Europa (9 maggio) e, si sa, L'inno alla gioia (quarto movimento della sinfonia) è anche l'inno europeo.
L'inno alla gioia di Beethoven nasce dalla volontà di trascrivere in musica l'ode di Schiller An die Freude, cui il compositore tedesco aggiunge qualche verso.


An die Freude (Schiller)

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.
Gioia! Gioia!
Gioia, bella scintilla divina,
figlia di Elisio,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
Il tuo fascino riunisce
ciò che la moda separò
ogni uomo s'affratella
dove la tua ala soave freme.

L'uomo a cui la sorte benevola,
concesse il dono di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, - chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c'è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
vanno i buoni e i malvagi
sul sentiero suo di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.


Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

"Gioia" si chiama la forte molla
che sta nella natura eterna.
Gioia, gioia aziona le ruote
nel grande meccanismo del mondo.
Essa attrae fuori i fiori dalle gemme,
gli astri dal firmamento,
conduce le stelle nello spazio,
che il cannocchiale dell'osservatore non vede.

Il fregio di Klimt è visibile sulle pareti di una sala del Palazzo della Secessione di Vienna, dove, nel 1902, venne allestita una mostra dedicata a Beethoven, considerato il simbolo del Superuomo nietschiano, perché dimostratosi capace, con la sua arte, di evadere dalla crudezza della realtà. La sala dell'esposizione era dominata dalla statua crisoelefantina del compositore, realizzata da Max Klinger e, appunto, decorata con il coloratissimo fregio.

Statua di Beethoven realizzata da Max Klinger

L'opera, realizzata secondo i dettami dell'interartisticità cara ai secessionisti viennesi, vede la compresenza di varie tecniche artistiche: ori, smalti, gemme concorrono a creare la rappresentazione allegorica dei temi cui dà voce il componimento di Beethoven.
Il percorso verso la felicità, infatti, è rappresentato attraverso il cammino allegorico compiuto da un guerriero in armatura, che si imbatte nelle minacce alla gioia e alla redenzione: la malattia, la morte, la follia e il peccato, incarnate dal gigante Tifeo e da figure di donne che simboleggiano la lussuria.

G. Klimt, Fregio di Beethoven - Le minacce al cammino dell'eroe

Superate le insidie, però, l'eroe può finalmente togliersi l'armatura e godere della gioia, rifugiandosi fra le braccia di una donna che rappresenta la pace e l'amore; attorniano questa esplosione di gioia alcune donne disposte in due schiere e raccolte in un atteggiamento quasi meditativo, in realtà componenti del coro che intona la Nona, pronte a prorompere nel canto di giubilo che segna il trionfo della felicità e la redenzione dalle angosce e dai mali dell'esistenza.

G. Klimt, Fregio di Beethoven - Il coro e gli amanti

Riuscite ad immaginare l'emozione che deve aver pervaso i visitatori della mostra viennese quando, di fronte a questo straordinario ciclo artistico, ascoltarono il coro intonare le parole di Schiller?

C.M.