mercoledì 8 gennaio 2014

Alcesti (Euripide)

Il più antico dramma di Euripide fra quelli sopravvissuti (438 a.C.) descrive una storia che, sia per aspetti contenutistici che per scelte stilistiche, evade almeno in parte dalle caratteristiche della tragedia. Si tratta di un testo che alterna passi di forte commozione a momenti di gozzoviglia stridente e che si caratterizza per un finale che definirei 'lieto ma non troppo'.
La trama è molto semplice: Alcesti, sposa di Admeto, al momento della morte di costui si offre per scendere negli Inferi al suo posto, ma viene infine riportata in vita dal prodigioso Eracle, amico di Admeto, che ingaggia una lotta con la Morte e restituisce la donna al marito.

Il testo fu rappresentato come quarta parte di una tetralogia drammatica, in luogo del dramma satiresco che, di norma, serviva a distendere gli animi turbati dalle tragedie con trame ricche di giochi di parole, scherzi, raggiri e gozzoviglie (i tratti caratteristici, appunto, delle figure dei satiri). Questo fatto ha dato vita a numerosi dubbi sulla natura del dramma: Alcesti è davvero una tragedia? Non si deve interpretarla, piuttosto, come una paratragedia o una tragicommedia?
Il primo motivo per cui il testo pare anti-tragico risiede nelle connotazioni etiche dei personaggi: alla grettezza di Admeto, che nemmeno per un attimo rifiuta il sacrificio della donna, ma, anzi, pretende che sia uno dei genitori a sostituirla nella triste decisione, si contrappone l'anima candida di Alcesti, che manifesta l'unica preoccupazione che i figli debbano subire la presenza di una matrigna; Alcesti si immola spontaneamente, suscitando la commozione di tutto il popolo che, però, all'arrivo di Eracle, è obbligato a mascherare il lutto per accogliere l'ospite, come richiesto dal codice etico greco. Eracle è il secondo personaggio che trionfa nel dramma: irrompe come un giocattolone scanzonato decantando le proprie avventure con un calice di vino in mano, ma, nel momento in cui scopre la reale situazione in cui versa la corte di Admeto, smette le vesti dell'ubriacone per indossare quelle dell'eroe vincitore.

Cratere a figure rosse raffigurante
Alcesti con Admeto, Caronte e demone alato
La natura satiresca di Eracle è l'altro grande nodo problematico nella questione del genere: la facies che presenta in Alcesti è ben diversa da quella delle altre tragedie in cui figura come personaggio (Trachinie, Eracle, Eraclidi), mentre assomiglia a quella che assume nella commedia di Aristofane Uccelli e alle figure di lottatori e atleti che popolano i drammi satireschi.
Meno significativo, nella definizione di genere, risulta il finale. Alcesti non è l'unica tragedia a lieto fine: accanto a questo testo euripideo, si segnalano per uno scioglimento positivo le Eumenidi di Eschilo, l'Oreste e l'Elena di Euripide. Va però detto che, nonostante il lieto fine, le modalità attraverso cui si costruisce, la costante presenza dell'inganno (anche se a fin di bene) e la permanenza del carattere decisamente poco eroico dell'unico personaggio maschile che risulta presente dall'inizio alla fine del dramma (Admeto) insinuano il disagio e l'amarezza di una vicenda che non appare interamente composta, come se le macchie negative incontrate nel sistema dei personaggi, in confronto alla grandezza del sacrificio della protagonista, non potessero essere cancellate.

J.F. Peyron, Alcesti morente

C.M.

6 commenti:

  1. A teatro (con la scuola) la trovai noiosa, principalmente per il presupposto di fondo: la tizia che intendeva sacrificarsi. E il "marito", insulso. Non ricordo benissimo Eracle, ma ho memoria, in effetti, di una versione un po' satiresca - che però potrebbe anche essere apparsa in una commedia di Aristofane. Ho una pessima memoria! :D

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    1. Non è sicuramente un dramma scenicamente molto godibile, d'altronde Euripide è noto per aver accontentato molto poco i suoi stessi contemporanei: se non fosse per Eracle ben poco di Alcesti risalterebbe... potrei un giorno dedicare più spazio a questo personaggio e al suo versante comico! :)

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    2. Ora che ci penso, avevo letto in un libro che parlava d'altro qualcosa anche delle Baccanti, in cui l'eroe tragico era mostrato al pubblico in abiti femminili - poco dignitoso, per uno che stava per fare una pessima fine. Forse Euripide era uno sperimentatore!

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    3. Euripide era uno sperimentatore eccome! Anzi, proprio per questo era poco gradito ai tradizionalisti: eccedeva con i colpi di scena, gli interventi ex machina degli dei, i prodigi e gli sfoghi passionali... sembra, inoltre, che fosse un tipo poco socievole. Eppure, paradossalmente, proprio Baccanti è stata considerata la tragedia che segna un ritorno in extremis in seno alla tradizione, e quindi il travestimento di cui parli segna un nodo ancor più originale!

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  2. Il mito di Alcesti mi ha sempre lasciata perplessa, soprattutto se rapportato al tempo in cui è stato scritto, visto che il ruolo imposto alla donna dalla società greca classica era abbastanza restrittivo, con limiti notevoli di spazi e opportunità. Intendo dire che ai quei tempi la donna era più che altro relegata all’accudimento della casa e dei figli, mentre l’uomo assumeva la funzione di guerriero e protettore della famiglia, pronto a sacrificarsi, se necessario, per i suoi cari, per i deboli o per il proprio popolo. Qui invece è una donna che sfodera una notevole dose di forza e coraggio, finendo così con l’assumere un ruolo maschile, mentre Admeto, al contrario, si rivela debole, cedevole, insulso e codardo, visto che accetta il sacrificio della moglie senza eccessivi drammi, senza reazioni veramente degne di nota. La moglie muore e lui accetta di assumerne il ruolo, di sostituirla come figura di madre all’interno della famiglia, nel rapporto con i figli. Il vero eroe maschile, come al solito, si presenta invece nel personaggio di Eracle, che forse a tratti può anche apparire antipatico per la sua tracotanza, ma se non c’è lui che sistema le cose... ;-) A me sembra comunque che Euripide si sia divertito, con la coppia Alcesti-Admeto, a rovesciare un po’ gli equilibri nel rapporto uomo-donna così come veniva concepito nell’antichità.

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    1. Anche a questo proposito la questione appare ancora intricata: spesso, per comodità, si parla di un Euripide "femminista", anche se il concetto è senza dubbio anacronistico, perché nei suoi testi appaiono spesso passaggi o prospettive che sembrano indicare una propensione dell'autore verso le ragioni delle protagoniste femminili. Studiando Alcesti, mi sono imbattuta nell'affermazione secondo cui il sacrificio di una sposa per il marito è un dato iperconservatore della cultura antica e, quindi, Euripide non avrebbe avanzato alcuna provocazione nel dipingere un'Alcesti eroica. Non so fino a che punto dar credito all'una o all'altra lettura, forse la verità sta in un punto di equilibrio ideale, ma ancora difficile da definire; è però certo che, dopo Euripide, da Aristofane ad Apollonio Rodio (il parallelo mi viene naturale pensando alla Medea del suo poema), di rovesciamenti nel rapporto uomo-donna se ne incontrano parecchi!

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