giovedì 3 luglio 2014

Intelligenze artificiali

Si dice spesso che gli antichi hanno precorso, nelle loro riflessioni, le maggiori conquiste del pensiero occidentale e che molti temi trattati nelle opere greche e latine risultano molto attuali, al punto che, talvolta, bisogna intervenire per evitare letture anacronistiche del mito. L'Odissea è a ragione ritenuta uno dei pilastri della letteratura fantastica, ma è forse meno nota la presenza di pagine di fantascienza fra i papiri e i codici salvati dal corso rovinoso della storia. Un tema tutt'altro che isolato è quello dell'intelligenza artificiale, dell'automa, dell'oggetto che si muove nonostante sia inanimato.

Una statua vivificata è protagonista del mito di Pigmalione, innamorato di una statua d'avorio raffigurante Afrodite al punto tale da porla nel letto accanto a sé e da essere determinato a sposarla; la dea, commossa dalla devozione di Pigmalione, infonde alla statua la vita, che darà all'uomo addirittura un figlio, Pafo. Se si dà credito alla versione secondo cui Pigmalione stesso avrebbe realizzato l'effige, parrebbe quasi la realizzazione del sogno di Michelangelo di veder parlare il suo Mosé, culminato nel famoso sfogo «Perché non parli?».

Non d'avorio ma ugualmente di materia inanimata è il gigante di bronzo Talos che, secondo la narrazione argonautica, protegge l'isola di Creta, impedendo alle navi di avvicinarsi e che viene sconfitto dalla magia di Medea: ultimo discendente di una stirpe di uomini di bronzo ormai estinta, egli è così descritto (Ap. Rh. IV, 1638-1644):
Ma Talos, l'uomo di bronzo, scagliando pietre
da una solida roccia, impedì di gettare a terra
le gomene, quando furono giunti al porto di Ditteo.
Era questi il solo rimasto dei semidei
della razza di bronzo, ch'era nata dai frassini,
e Zeus l'aveva dato ad Europa come guardiano dell'isola,
che percorreva tre volte con i piedi di bronzo.
Di bronzo infrangibile erano tutto il suo corpo
e le membra, ma sulla caviglia, al di sotto del tendine,
aveva una vena di sangue, e la copriva
una sottile membrana che era per lui vita e morte.
Senza vita ma molto accattivante per i convitati è la larva argentea che Trimalcione, il ricco liberto che ospita al suo banchetto i protagonisti del Satyricon di Petronio, fa portare a tavola per stupire i presenti e per trarne lo spunto di una riflessione sulla nullità dell'uomo (Petr. Sat. 34,8):
Mentre dunque noi eravamo intenti a bere [...] un servo portò uno scheletrino d'argento con un automatismo tale che le articolazioni e la colonna vertebrale, snodate, potevano flettersi in ogni senso. Dopo averlo gettato sul tavolo una volta e un'altra, i legamenti snodati fecero assumere allo scheletro alcune posizioni.
Ma non stupisce che gli esempi più stupefacenti e pienamente riconducibili all'automa siano contenuti nei poemi omerici. Nel canto XVIII dell'Iliade, il celebre passo della fabbricazione della armi di Achille, è ambientato in buona parte nell'officina di Efesto, dove viene forgiato il sontuoso scudo che lo proteggerà nel duello contro Ettore. Il dio riceve la visita di Teti, che lo trova intento a fabbricare dei tripodi dotati di ruote che li portino attraverso le case degli dèi (vv. 572-577):
E lo trovò sudante, che girava tra i mantici,
indaffarato; venti tripodi in una volta faceva,
da collocare intorno alle pareti della sala ben costruita;
ruote d'oro poneva sotto ciascun piedistallo,
perché da soli entrassero nell'assemblea divina,
poi tornassero a casa, meraviglia a vedersi.
Poco più avanti si scopre che i mantici di cui si serve Efesto sono in grado di funzionare da soli (vv. 468-473):
La lasciò, così detto, e tornò verso i mantici:
al fuoco li rivoltò, li invitò a lavorare:
e i mantici, tutti e venti, soffiarono sulle fornaci,
mandando fuori soffi gagliardi e variati
a volte buoni a servirlo con fretta, a volte il contrario,
come Efesto voleva e procedeva il lavoro.
Ma è ai vv. 417-421 che troviamo testimonianza di veri e propri antenati dei robot: Efesto effettua i suoi spostamenti nell'officina con l'ausilio di portantine molto originali, costituite da fanciulle di metallo che si muovono ai suoi ordini:
Due ancelle si affaticavano a sostenere il signore,
auree, simili a fanciulle vive;
avevano mente nel petto e avevano voce
e forza, sapevano l'opere per dono dei numi immortali.
E infine arriviamo alle navi pensanti dei Feaci, capaci di individuare da sole la rotta, che lo stesso Alcinoo offre all'eroe per accompagnarlo a casa, descrivendone il funzionamento (Odissea VIII, vv. 555-563):
Dimmi la terra e la gente e la tua città,
perché le navi dirigendosi là col pensiero ti portino.
Infatti i Feaci non hanno piloti,
le navi non hanno i timoni che hanno le altre,
ma sanno da sole i pensieri e la mente degli uomini,
le città e i grassi campi di tutti conoscono,
e traversano celeri l'abisso del mare
avvolte nella foschia e in una nube; esse non temono
mai di soffrire alcun danno o d'andare in rovina.
Di fronte a simili passi - e non abbiamo idea di quanto abbiamo perso nei secoli - abbiamo la dimostrazione che la letteratura antica ancora una volta ci sorprende, ci fa sognare, abbatte barriere e ci ricorda che il pensiero umano non può fare a meno della fiamma guizzante della fantasia.


C.M.

NOTE:
L'articolo si basa sui testi citati e sul compendio mitologico di Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia.

4 commenti:

  1. Non può essere solo fantasia, e sono sempre più convinto che del libro della storia dell'umanità alcune pagine siano andate perdute e spero siano in attesa di essere ritrovate...

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    1. Io credo semplicemente che gli antichi sognassero già quello che l'uomo ha recentemente conquistato o sta ancora inseguendo perché continua a desiderare le stesse cose e ad essere, nel bene e nel male, sempre uguale a se stesso...

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  2. Molto simpatico, questo excursus!

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