lunedì 31 marzo 2014

Uno, nessuno e centomila (Pirandello)

«Se qualche volta appena appena avvertite di non essere per gli altri quello stesso che per voi, che fate?»
Questo il grande interrogativo con cui ci dobbiamo confrontare nella lettura di Uno, nessuno e centomila, il mio romanzo preferito in assoluto, alla cui recensione mi avvicino con un certo timore. Perché questa esitazione, cos'ha questo romanzo di diverso dagli altri recensiti? Beh, oltre ad essere un testo con cui mi trovo in profonda affinità, è anche un libro pieno di filosofia, che, in forma di narrazione e sfogo nevrotico, dà voce ai due grandi problemi sociali della prima metà del Novecento: la crisi di identità e il relativismo.

Pubblicato per la prima volta nel 1926, Uno, nessuno e centomila segue la complessa vicenda cognitiva di Vitangelo Moscarda, che, un mattino, guardandosi allo specchio, nota improvvisamente che il suo naso pende leggermente a destra. Nulla di strano senonché rendersi conto di non aver mai conosciuto realmente la propria faccia e che, al contrario, la moglie e tanti altri hanno sempre visto quel suo lieve difetto getta Moscarda in un baratro da cui scaturiscono solo paranoie e riflessioni che scardinano ogni certezza dell'uomo medio d'inizio XX secolo. Se ciascuno può vedersi e conoscersi diversamente da come ha creduto di essere fino ad un istante prima, significa che nessuna raffigurazione, nessuna conoscenza è veramente certa e che, quindi, l'identità non è una, bensì costituisce centomila apparenze diverse per ciascuna delle centomila persone che la incontrano. Ma, se l'identità può essere frastagliata in tante maschere differenti e contrastanti, vuol dire, di fatto, che non ne esiste nemmeno una.
«Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch'io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? È forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me quanto per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io.»
Da simili considerazioni, che si susseguono crescendo su se stesse come una palla di neve che rotoli lungo un pendio, deriva la risoluzione di Moscarda di infrangere tutte le maschere che la moglie, il suocero, i soci della banca ereditata dal padre e la società in genere gli hanno attribuito per anni. Ecco, allora, che, per togliersi di dosso l'immagine di figlio di un usuraio (il padre era considerato tale in quanto direttore di una banca famoso per dare speranze a persone che non avrebbero potuto ripagare i loro debiti), decide di togliere tutto il proprio denaro dalla banca, scatenando la contrarietà di Firbo e Quantorzo, che cercano disperatamente di dissuaderlo per evitare un fallimento; segue poi un acceso contrasto con la moglie, che si ostina a spedirlo a far passeggiare la cagnolina e a chiamarlo con il nomignolo di Gengè, come se volesse incollare a Vitangelo l'immagine che lei si è costruita del marito. I colpi di testa di Moscarda si susseguono a ritmo continuo e con una tensione che sale fino ad uno spiacevole incidente inconsapevolmente causato proprio da quel gioco ad inseguire la Vita che si nasconde dietro le infinite Forme che ad essa vengono attribuite.
R. Magritte, La riproduzione vietata (1937)
Quello di Moscarda appare agli occhi di tutti come un delirio, così come accade al Belluca protagonista della novella Il treno ha fischiato: da un istante all'altro si scatena una protesta contro le convenzioni, le maschere e le abitudini in cui l'uomo tende ad ingabbiare se stesso e gli altri; chi si rende conto di tale distorsione e si ribella viene etichettato come matto. Ma Moscarda è un uomo che ha colto con lucidità l'inafferrabilità della vita e la dannosità del volerla rappresentare con forme che non le sono proprie e che ognuno modella secondo le proprie strutture mentali. Non c'è, quindi, alcuna comunione di idee perché ciascuno guarda la realtà in maniera differente e anche il linguaggio è una costruzione arbitraria, le parole sono vuote e ogni individuo attribuisce ad esse un senso direttamente collegato alla visione personale e inimitabile che ha della realtà.
La mia affezione nei confronti di Uno, nessuno e centomila deriva da una considerazione continuamente avvalorata dall'esperienza quotidiana: non esiste, per una stessa realtà, una visione univoca, ci vediamo e ci sentiamo diversi, usiamo le parole con sfumature che rendono alcune conversazioni ambigue, abbiamo una mimica che talvolta non risponde alle nostre reali intenzioni e può capitare all'improvviso di scoprire di se qualcosa che non si era mai notato (pensiamo a quando riascoltiamo la nostra voce registrata e stentiamo a riconoscerla). Senza arrivare alla nevrosi, pensieri di questo genere costituiscono un punto di contatto con la sensibilità che Pirandello attribuisce a Moscarda e forse questo mi rende tanto partecipativa nei confronti della sua vicenda.

«Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così io, di fuori, quando vivendo - non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sospeso nello specchio: quello, e non già quale io mi conosco: quell’uno lì che io stesso prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no.»
Avete letto questo libro? Che ne pensate?

C.M.

venerdì 28 marzo 2014

Il discorso del re (Tom Hooper, 2010)

Un po'storico e un po'biografico, Il discorso del re ci introduce ad un aspetto intimo e sofferto della personalità di Giorgio VI, Albert di York (interpretato da Colin Firth), salito al trono dopo la rinuncia del fratello Edoardo, che ha preferito condurre una vita privata seguendo i suoi sentimenti per l'americana due volte divorziata Wallis Simpson. Albert, però, soffre fin dall'infanzia di disturbi di balbuzie, che si manifestano già dalla scena iniziale del film, durante la quale deve pronunciare un discorso allo stadio di Wembley di Londra.

Per quanto certo di ciò che deve dire, per quanto sciolto nei rapporti con la moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter) e con le figlie Margaret ed Elizabeth (che gli succederà al trono dopo la sua abdicazione), Albert viene preso da un blocco totale quando deve manifestare pubblicamente il suo carisma in pubblico o di fronte al padre e al fratello maggiore.
L'importanza del ruolo che è chiamato a rivestire sia come principe di York sia, successivamente, come sovrano, lo convincono ad affrontare una faticosa terapia per superare la balbuzie; dopo numerosi tentativi falliti ad opera di specialisti, è grazie ad un aspirante attore di origini australiane, Lionel Logue (Geoffrey Rush) che Albert trova il modo di vincere la propria esitazione e il proprio nervosismo. Le singolari terapie di Lionel lasciano dapprima perplesso il futuro sovrano, ma iniziano, pur gradualmente, a sortire i loro effetti, finché, libero dalla soggezione del padre e del fratello, ma gravato dalle responsabilità del regno, Giorgio VI sarà chiamato, nel 1939, a pronunciare il discorso di ufficializzazione dell'entrata in guerra rivolto all'intero impero britannico.
Storia di amicizia e di paure, di affetto e di responsabilità, Il discorso del re ha meritatamente conquistato quattro Oscar nel 2011, ottenendo i titoli di miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista per Firth, decisamente inedito nella capacità di passare da insicuro scolaretto a prorompente urlatore da stadio. Più che opportuna, anche se non concretizzata, anche la nomination di Rush a miglior attore non protagonista.


Se non fosse la resa artistica di una reale vicenda storica, Il discorso del re sarebbe solamente un buon film, da consigliare e vedere più volte perché capace di emozionare e far riflettere, regalando anche qualche momento di divertimento. Il film di Hooper, però, è molto di più: spalanca l'ideale quarta parete fra un mondo di protocolli e cerimonie e la vita privata delle persone che stanno dietro di essi, offre una nuova prospettiva della storia e mescola il trasporto della buona narrazione con la suggestione derivante dalla consapevolezza della verità di quanto viene portato sullo schermo. Sarà forse una ricorrente impressione personale, ma il legame fra l'arte e la realtà mi offre sempre una lente diversa di guardare ad un film, ad un quadro, ad un libro, perché i linguaggi si confondono e i significati si moltiplicano, producendo spesso effetti meravigliosi.


C.M.

mercoledì 26 marzo 2014

Il perché di un Nobel

L'Italia vanta sei autori premiati con il Nobel per la letteratura. Per tutti i personaggi insigniti del Nobel, l'Accademia Svedese offre una sintetica dichiarazione contenente le motivazioni del premio e, di seguito, potete leggere quelle riguardanti i nostri letterati.



Il primo Italiano insignito del Nobel per la letteratura è Giosuè Carducci (1835-1907); il riconoscimento gli viene tributato nel 1906, nel sesto anno dalla fondazione del premio, «non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica».

Lo, segue vent'anni dopo, Grazia Deledda (1871-1936), unica autrice nostrana onorata a Stoccolma «per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi».

Terzo in ordine cronologico è Luigi Pirandello (1867-1936), rinomato soprattutto per la sua attività di drammaturgo, che gli vale la menzione d'onore nell'edizione del Nobel del 1934; pensano forse alle spiazzanti scene di Così è se vi pare o dei Sei personaggi in cerca d'autore i membri della commissione che vogliono sottolineare «il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale».

È invece «per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi» che Salvatore Quasimodo (1901-1968) si aggiudica il premio nel 1959, incantando l'Accademia con l'ispirazione antica e la sensibilità moderna che trovano espressione nelle sue liriche.

Nel 1975 è il turno di Eugenio Montale (1896-1981), stimato «per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni»; il suo intervento in occasione del ritiro del premio, È ancora possibile la poesia? costituisce un'importante testimonianza nella definizione delle possibilità della poesia nel mondo contemporaneo.

L'attuale detentore del testimone dei Nobel italiani è invece Dario Fo (n. 1926), che riceve il prestigioso titolo nel 1997, perché, «seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Nell'attesa che il premio Nobel torni in Italia, godiamoci questa carrellata, mantenendoci orgogliosi di aver dato al mondo tanti talenti di penna.


C.M.

lunedì 24 marzo 2014

Incantesimi antichi: Deianira

Non esistono, nella poesia greca, maghe che reggano il confronto con Circe e Medea, eppure la tragedia e l'epica ci presentano alcune donne che, più o meno intenzionalmente, ne ripercorrono le orme, manifestando capacità farmacopoietiche (cioè di creazione di filtri o, comunque, di uso di tali sostanze) e preveggenza: Deianira, Fedra ed Elena. Oggi vi propongo di approfondire la conoscenza della prima di queste eroine del mito.

Anfora tirrena a figure nere con Eracle che salva Deianira da Nesso (VI sec. a.C.)

Figlia della regina Altea e di Oineo (o di Dioniso), Deianira diviene sposa di Eracle dopo essere stata da questi salvata prima da un mostruoso pretendente, il multiforme Acheloo, e poi dal centauro Nesso. Tuttavia l’eroe non è un marito fedele, ed è in occasione del ritorno a Trachis con una nuova concubina che Deianira decide di ricorrere, per non perdere l’amore di Eracle, ad un filtro d’amore. Di fronte al folle desiderio di Eracle per Iole, la figlia del sovrano di Ecalia per cui l’eroe ha messo a ferro e fuoco la città, Deianira richiama alla mente il monito di Nesso: ferito a morte da un dardo di Eracle, il centauro aveva invitato Deianira a raccogliere il sangue stillante dal taglio e commisto al veleno dell’Idra di Lerna che ancora impregnava la freccia scagliata da Eracle, consigliandole di serbarlo per garantirsi la fedeltà dell’eroe. Deianira espone i suoi propositi nel lungo discorso che tiene nel secondo episodio delle Trachinie di Sofocle, quando ha ormai la certezza che la giovane donna condotta da Lica, braccio destro di Eracle, a Trachis, sia il nuovo oggetto dei desideri dello sposo (Soph. Trach. 555-580 passim):

E. de Morgan, Deianira (XIX sec.)
Avevo un veccho dono, di un’antica
fiera, nascosto in un lebete di bronzo;
lo presi quando ancora ero ragazza
da Nesso in fin di vita, raccogliendolo
dalle ferite insanguinate sopra
il suo petto peloso […]
«Se tu raccogli il sangue coagulato
intorno alla ferita, dove il siero
nero di bile dell’Idra di Lerna,
il suo veleno, ha impregnato la freccia
del mio sangue, potrai usarlo come
un filtro magico sul cuore di Eracle,
tanto che più di te non amerà
nessun’altra, vedendola». Ed è a questo,
al sangue di lui morto, che ho pensato,
amiche: lo serbavo in casa, chiuso
con grande cura, e ho intinto questa veste
facendo tutto quello che mi aveva
detto mentre era in vita.


Deianira si presenta in scena recando la veste intrisa del filtro: l’unione del sangue del centauro e del veleno dell'Idra dovrebbe produrre, secondo l’illusione data da Nesso alla donna, il repentino concentrarsi del desiderio di Eracle sulla sposa a scapito delle altre donne, ma è in realtà un composto letale, che porta a termine una vendetta a distanza da parte del defunto Nesso, tanto che B. Goward, raffrontando la morte di Eracle e quella di Aiace, uccisosi sulla spada donatagli dal nemico Ettore molto tempo dopo la morte di quest'ultimo, ha evidenziato un meccanismo comune, per cui «i morti uccidono i vivi» (che sembra quasi una citazione delle Coefore di Eschilo, vv. 886).
Pelike a figure rosse con Eracle
che riceve la veste da Deianira (V sec. a.C.)
Sebbene le notizie relative alla morte di Eracle prodotta dalla veste avvelenata risalgano al Catalogo delle donne di Esiodo (F. 25 M-W, 20-25) e siano attestate anche dal ditirambo 16 di Bacchilide, la fonte più completa nel descrivere il decorso della vicenda è proprio la tragedia sofoclea, dalla quale apprendiamo che Deianira ha conservato in un calderone il sangue di Nesso commisto al veleno per usarlo come filtro incantatorio su Eracle. Di questa sostanza, dunque, Deianira intride le vesti di Eracle, usando un batuffolo di lana che, abbandonato al sole, diventa la prefigurazione di ciò che, di lì a poco, accadrà all’eroe: esso avvampa improvvisamente, consumandosi e lasciando nient'altro che cenere. Ma Deianira non immagina o ignora volontariamente che la stessa sorte toccherà ad Eracle.
Eracle indossa la veste e si reca a compiere dei sacrifici: non appena il vapore delle fiamme lambisce il mantello stregato, l'eroe inizia a consumarsi, come corroso da un acido. L'agonia di Eracle, divorato dal maleficio del filtro, viene descritta prima da Illo, suo figlio (vv. 765-787), poi dalla vittima stessa, che, negli ultimi istanti di vita, si trascina sulla scena (vv. 1053-1057):
ILLO: Però mentre
la fiamma mescolatasi col sangue
del rito sacro ardeva insieme al pino
resinoso, un sudore gli saliva
sulla pelle e il chitone gli aderiva
ai fianchi, come di uno che lavora,
su tutte le articolazioni. Lo prese
un prurito spasmodico alle ossa:
lo stava consumando come fosse
veleno di una vipera omicida.
[…] Si torceva per terra, poi si alzava
gridando, urlando.

ERACLE: … Si è fissata
contro i fianchi, mi mangia fino al fondo
della carne, e vive con me seccandomi
i bronchi: ormai ha bevuto il sangue vivo,
e il mio corpo è annientato, tutto, preso
da questa innominabile catena.
Il filtro che si attacca alla carne e alle ossa, le fitte che costringono la vittima in convulsioni improvvise, il corpo che si riduce a brandelli offrono al lettore una sintomatologia coincidente con quella della sventurata Glauce, uccisa dai doni avvelenati di Medea. In entrambi i casi, le sostanze velenose agiscono per contatto, trasformando un regalo gioioso in una trappola letale.

Pietro Finelli, Eracle e Deianira (1801)
Le intenzioni di Deianira sono state variamente interpretate. Gran parte della critica sembra convenire sull’innocenza della donna, sulla sua purezza e sulla assoluta non intenzionalità dell’uccisione di Eracle. Esiste però, in opposizione a questa lettura, una corrente che addita Deianira come una consapevole assassina, che risponderebbe ai requisiti di ferocia della donna-guerriera descritta da Apollodoro. Questa tesi, che assume come dato primario l’etimologia del nome Deianeira ‘assassina di uomini’, va ricondotta a I. Errandonea, che fa leva sulle consonanze fra le parole e le azioni della Medea di Euripide e della Clitemestra di Eschilo e quelle dell’eroina sofoclea per dimostrare come Deianira non sia affatto la donna timida e remissiva che appare nel prologo, bensì una «ultrix mariti infedelis» (vendicatrice del marito adultero).
Deianira, quindi, si trasforma in una maga pari a Medea, in grado di usare un peplo come veicolo di morte. Va però evidenziato un importante scarto fra le due figure, che può scagionare Deianira dall'accusa di omicidio intenzionale: Medea è determinata nel compimento dei suoi rituali assassini e ne compie diversi in ogni momento della sua vita seguito all'incontro con Giasone, è, per così dire, recidiva; Deianira, invece, resasi conto del reale effetto della magia, si suicida. Inoltre, all’eroe viene offerta, prima della morte, una pur vana spiegazione dell’accaduto, poiché Illo rivela l'inganno ordinto da Nesso ai suoi danni (vv. 1138-1142). Questi elementi distanziano la devastante e consapevole azione dell’esperta maga che è Medea dall’opera di un’ingenua fattucchiera.
Deianira si afferma, pertanto, come una maga mancata, come una donna che manifesta una estrema debolezza nell’affidarsi alle parole di un errato consigliere. Questa constatazione la allontana da Medea e la avvicina, piuttosto alla esitante Fedra che sembra lasciarsi tentare dalle abilità magiche della sua nutrice.

C.M.

NOTE: Questo post è la sintesi di uno studio che ho personalmente condotto sulla magia e sulle sue protagoniste all'interno della poesia greca antica e che ha costituito la mia tesi di Laurea magistrale, intitolata Thelktéria. Personaggi femminili, oggetti e parole della magia nella poesia greca da Omero all'età ellenistica. Si tratta del quinto appuntamento con questo ciclo di articoli, dopo quelli dedicati a Circe e a Medea (parte I, parte II e parte III); seguiranno gli articoli dedicati alle altre maghe citate. Rimango a disposizione per chiarimenti bibliografici. I testi di Sofocle qui riportati sono stati tradotti dal prof. Andrea Rodighiero nell'edizione Marsilio delle Trachinie, pubblicato come La morte di Eracle.

venerdì 21 marzo 2014

Gli infiniti sensi della Primavera

Quanto è celebre, tanto è complesso nel suo significato il dipinto che rappresenta la stagione appena iniziata nell'immaginario collettivo: La Primavera di Botticelli, infatti, ha originato una vastissima serie di interpretazioni che si intrecciano e si avvolgono una nell'altra in virtù della rete di riferimenti e allegorie care all'ambiente filosofico e artistico della Firenze medicea.


Realizzato fra il 1478 e il 1482, il dipinto, oggi esposto alla Galleria degli Uffizi, ha dimensioni notevoli (203x314) e presenta il ricorso ad una tecnica di pittura chiamata 'tempera grassa', che comporta l'unione di olio al pigmento. Si tratta indubbiamente di una celebrazione delle glorie della signoria e della fioritura stessa di Firenze sotto la guida dei Medici, ma, sebbene si possa con buona probabilità supporre che l'opera sia stata commissionata dal Magnifico, non è chiaro se l'occasione del dono sia la nascita del nipote Giulio (figlio del Giuliano ucciso nella Congiura dei Pazzi nel 1478) o il matrimonio del cugino Lorenzo di Pierfrancesco, che sicuramente lo conservava nella propria dimora nel 1498.
Ma il motivo della committenza non è l'unico problema nell'interpretazione dell'opera. La letteratura e l'arte dell'Umanesimo e del Rinascimento fiorentino hanno un carattere elitario, esclusivo: le opere d'arte e poesia che si producono alla corte medicea sono destinate alla fruizione da parte del Magnifico e dei suoi sodales. Tale chiusura fa sì che La Primavera sia soggetta agli stessi dilemmi: quale tipo di messaggio il Botticelli, per volere di Lorenzo, ha affidato al suo dipinto? 
Per rispondere dobbiamo affrontare una sorta di esegesi artistica che parte dal distinguere il significato letterale dell'opera da quello simbolico.
Al primo livello, la scena si presenta abbastanza semplice: nel giardino delle Esperidi, in una natura rigogliosa e descritta con attenzione quasi scientifica per la sua varietà, si incontrano, da destra a sinistra Mercurio (identificabile dai sandali alati e dal caduceo), le tre Grazie, Aglaia, Eufrosine e Talia, simboli della bellezza, della gioia e della fecondità, Venere, Cupido, Flora (la Primavera, ornata di fiori e ghirlande), la ninfa Clori e il suo amante Zefiro, che, rapendola, genera con lei proprio la Primavera. Il valore letterale del dipinto, insomma, non è altro che la storia della nascita stessa della Primavera da Clori e Borea sotto lo sguardo delle divinità della prosperità.


Le allegorie individuate come possibili chiavi per illuminare il significato della Primavera sono, principalmente, le seguenti:
  • Ernst Gombrich, nel leggere l'opera da sinistra a destra e rilevando la centralità non di Flora, ma di Venere nella composizione, suppone che il quadro sia la transposizione di un messaggio comunicato da Marsilio Ficino al Magnifico per lettera, dove Venere viene considerata l'emblema dell'Humanitas, virtù intellettuale che eleva l'uomo dalla sensibilità (rappresentata da Zefiro) alla ragione, identificata con Mercurio, grazie all'intervento delle Grazie, che simboleggiano l'intelletto. Una lettura analoga viene proposta da Panofskij.
  • Secondo Edgar Wind, che procede nel medesimo senso di lettura e richiama a sua volta la filosofia di Ficino, Botticelli avrebbe rappresentato il percorso dell'anima dall'amore carnale (rappresentato dall'unione e dalla generazione di Zefiro, Clori e Flora) a quello intellettuale (Venere e Cupido), per arrivare all'amore spirituale (le Grazie e Mercurio, che indica il cielo).
  • In senso inverso procede, invece, l'ipotesi di Claudia Villa, che ritiene che il dipinto sia ispirato al trattato di Marziano Capella Nozze di Mercurio e Filologia; come tale, la scena sarebbe ambientata nel recinto della Retorica e la donna identificata con Venere altri non sarebbe che la promessa sposa di Mercurio, il quale ri rivolge ad Apollo, simbolo della poesia, per avere la sua benedizione, mentre la Pri,mavera sarebbe la personificazione della Retorica.
Accanto a queste tesi, se ne incontrano di più riduttive, da quella di Dempsey che ritiene che, da destra a sinistra, si leggano i tre mesi della Primavera, dai venti marzolini fino al mese di maggio (in riferimento al fatto che Mercurio è figlio di Maya) a quella di Francastel, che ipotizza si tratti di una celebrazione dei travestimenti mitologici della brigata medicea in occasione del carnevale.


Non si possono poi dimenticare le allegorie familiari, con il tentativo di Mirella Levi D'Ancona di identificare i diversi personaggi del quadro con gli stessi sposi cui era destinata l'opera; Mercurio, allora, impersonerebbe Lorenzo di Pierfrancesco, mentre la donna che offre le sue sembianze (sempre le stesse) alle tre Grazie sarebbe la sua sposa, Semiramide Appiani e i due si unirebbero sotto lo sguardo dell'Amore universale (Venere e Cupido), sfuggendo all'Amor Ferinus simboleggiato dalla triade di sinistra.
Ma non manca chi vede nella Primavera la traduzione visiva di un passo delle Stanze per la Giostra di Poliziano, scritte fra il 1475 e il 1478 e interrotte per la morte prematura di Giuliano, che ne doveva essere il protagonista. Nelle ottave 71-78 del libro I si incontra una descrizione del giardino di Venere che presenta diverse affinità con quella botticelliana; in particolare, si può raffrontare il dipinto all'ottava 77, che sembra richiamata dal fluire dei fiori e delle foglie dalla bocca di Clori alle vesti di Flora per opera del soffio fecondo di Zefiro:
Con tal milizia e tuoi figli accompagna
Venere bella, madre delli Amori.
Zefiro il prato di rugiada bagna,
spargendolo di mille vaghi odori:
ovunque vola, veste la campagna
di rose, gigli, violette e fiori;
l’erba di sue belleze ha maraviglia:
bianca, cilestra, pallida e vermiglia.


La Primavera ha, dunque, sensi, forme, valori ed effetti infiniti, vari e molteplici come i colori e le fogge dei fiori ai piedi delle delicate figure, significati sfuggenti e allusivi come la trasparenza delle vesti di Clori e delle Grazie e una forza fresca e prorompente come il soffio di Zefiro. E noi, come la bella Clori, ci lasciamo rapire da tali suggestioni, godendoci uno dei più bei dipinti nati dal genio di un artista nostrano in uno dei momenti più luminosi della storia culturale italiana.

C.M.

mercoledì 19 marzo 2014

La migliore offerta (Giuseppe Tornatore, 2013)

L'arte e la bellezza, ma anche la passione e l'angoscia che procurano sono le protagoniste dell'ultimo lungometraggio di Giuseppe Tornatore, La migliore offerta, uscito l'anno scorso. Non vi sarà sfuggito che i soggetti appena citati sono tutti femminili, perché la donna e le donne alimentano un circuito d'arte che fa da cornice ed essenza alla vita di Virgil Oldman (Geoffrey Rush), rinomato direttore di una casa d'aste.

La vita di Virgil Oldman scorre tranquilla e scandita da rituali quotidiani e da una certa dose di maniacalità (indossa sempre i guanti e cena rigorosamente nello stesso ristorante, che gli riserva bicchieri personalizzati) finché, come da tradizione, nel giorno del suo compleanno, risponde personalmente alla prima telefonata che riceve in ufficio. All'altro capo della linea c'è una giovane donna, Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks), che desidera far valutare personalmente dal signor Oldman il patrimonio di famiglia in vista di una vendita all'asta. Vincendo la ritrosia del direttore ad occuparsi personalmente dei sopralluoghi, Claire ottiene che Virgil visiti la villa in cui vive, senza però presentarsi agli appuntamenti. Il nervosismo di Virgil cresce ad ogni incontro disatteso, finché, resosi conto che Claire vive nella stessa villa, in una stanza oltre una parete dipinta, scopre che la ragazza soffre di agorafobia.
Colloquio dopo colloquio (i due si parlano attraverso il muro), le circostanze dell'asta diventano sempre più complicate: un giorno Claire è determinata a vendere, il giorno dopo manifesta un'ostilità che la porta a cacciare Virgil dalla sua casa, il giorno dopo ancora concede all'uomo le chiavi della villa per compiere le visite a propria discrezione. In questo clima di mistero e proibizione, la curiosità del signor Oldman cresce al punto che egli, fingendo di aver abbandonato la casa e chiuso le serrature, si trattiene nella stanza, al riparo di una statua, per osservare Claire. Da questo momento prende avvio un'ossessione che Virgil, che non ha mai avuto altre donne che quelle ritratte nei quadri della sua stanza segreta, non sa come fronteggiare e che avrà un esito sconvolgente.


In questo capolavoro cinematografico, Tornatore costruisce una storia ben congegnata (anche se forse troppo incauta nel suggerire un possibile finale), narrativamente molto sciolta e ricca di intersezione fra il mondo dell'arte e la vita reale: Virgil Oldman è totalmente immerso in uno scenario cui la sua vicenda personale risponde più di quanto non creda e che può essere riassunto nella massima che accompagna tutto lo svolgimento della pellicola: «In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico». Nella consapevolezza di questa verità, nella certezza che anche il miglior falsario finisca, nel replicare, per tradire qualcosa di autentico, Virgil condurrà il suo percorso passionale fino al tavolo di un ristorante di Praga, senza che ci sia rivelato se l'artificio (che nel film non è rappresentato solo dai dipinti, ma anche dal modello di automa che Virgil tenta di ricostruire da ingranaggi trovati nella villa di Claire) possa incontrare la realtà.



C.M.

martedì 18 marzo 2014

Boomstick Award 2014

Con mia grande sorpresa, ieri ho ricevuto notifica di un nuovo riconoscimento: nuovo sia in quanto mai ricevuto, sia perché a me sconosciuto, sia, ancora, per via della sua particolarità. Si tratta del Boomstick Award, nato dall'iniziativa di Mr. Hell sul blog Book and Negative, per cui, per conoscere genesi e motivazioni del nome di questo premio per blogger, vi rimando al post originale. A conferirmi il Boomstick Award, spiegandomi anche le modalità del ritiro e rilancio del premio, è stato Giuseppe dal blog cinematografico Ieri, oggi e domani, che segnalo a tutti gli appassionati del grande schermo, ringraziando innanzitutto l'autore per aver scelto di menzionare Athenae Noctua!


Di seguito trovate la presentazione dell'iniziativa:
Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua.
Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.).
Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa.
Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno.
Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:
  1. I premiati sono sette. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore;
  2. I post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’di consolazione;
  3. I premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto;
  4. È vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come Egli (e per Egli intendo Hell) le ha concepite.
Fatte le dovute premesse, segnalo i sette blogger che ho deciso di premiare; c'è un appunto finale che riguarda il rilancio del premio, ma, come ho avuto modo di dire per altri riconoscimenti, non mi aspetto che chi riceve da me dei premi dedichi a sua volta tempo ed energie alla redazione di appositi post e, inoltre, ricordo che, per quanto li apprezzi, io stessa ho deciso di riservare minor spazio a queste iniziative: faccio eccezione solo per l'originalità e perché è parecchio tempo che non vi segnalo qualche pagina interessante!
Ma veniamo ai Boomstick-decorati (in ordine sparso):
  • Ieri, oggi e domani: non solo per ricambiare la stima di Giuseppe, ma anche per rimarcare la convinzione che valga davvero la pena seguire le sue recensioni, sempre molto precise e piacevoli.
  • Appuntario: una delle pagine più affascinanti dedicate all'arte e alla letteratura, con un occhio di riguardo per i classici dell'Ottocento.
  • Argonauta Xeno: è un blog pienodi notizie di natura diversa, che spaziano dai libri ai film, dalla musica alla storia.
  • The Obsidian Mirror: imperdibile per chi ami il mistero, trovo che gli articoli di storia, culti e tradizioni siano molto intriganti.
  • Libri nella mente: il blog di recensioni di Alessandra, in cui trovano spazio soprattutto testi moderni, che l'autrice presenta con eleganza e raffinatezza.
  • Le Nove Muse: contiene una miriade di informazioni sul passato, presentate attraverso saggi, romanzi e biografie.
  • Oraculum Pythiae: un blog di recente apertura in cui riflessioni sull'attualità si intrecciano a riferimenti all'antichità introdotti da immancabili titoli latini.
Il Boomstick Award può essere dunque rilanciato, a piacere, verso altri sette blogger per ciascun premiato, a patto di citare la paternità dell'iniziativa e seguirne le regole. Rinnovo i miei ringraziamenti a Giuseppe e vado ad aggiungere questo riconoscimento all'apposita sezione!

C.M.

lunedì 17 marzo 2014

Monuments men: dal libro al film, eroi in sordina

Anno 1943: mentre la guerra devasta l'Europa e il mondo intero, uomini e donne di tredici diverse nazionalità si impegnano per il salvataggio del volto artistico e culturale del vecchio continente, minacciato dalla follia nazista e dalle ambizioni artistiche di Hitler, determinato a distruggere l''arte degenerata' e ad appropriarsi di sculture e quadri per arricchire il Führermuseum.


Questa particolare unità militare è la MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives), formata da direttori di musei, conservatori, storici dell'arte, insegnanti, artisti e architetti; essa si occupa dapprima di evitare la distruzione di chiese, monumenti ed edifici di valore storico (soprattutto nella fase di avanzata degli Anglo-americani in Francia, Olanda e Italia), poi, con l'avanzata nelle terre gradualmente strappate ai Tedeschi, è dedita al recupero delle migliaia di opere trafugate per ordine del Führer e destinate, con l'avvicinarsi della sua inevitabile sconfitta, ad essere eliminate assieme al Reich. Il reparto si forma per iniziativa americana in seguito al trauma culturale provocato dalla distruzione di importanti siti storico-artistici della penisola italiana dopo l'armistizio dell'8 settembre, in particolare di fronte alla diffusione delle immagini della storica abbazia di Montecassino smembrata dall'artiglieria alleata.
Alle vicende di alcuni membri della MFAA raccolte da Robert M. Edsel in collaborazione con Bret Witter in Monuments men (2009) si ispira l'omonimo film di George Clooney uscito il mese scorso. Il cast, che, oltre allo stesso Clooney, annovera altri nomi eccellenti come Matt Damon, Bill Murray, Jean Dujardin e Cate Blanchett, porta sullo schermo, anche se con nomi diversi e piccoli aggiustamenti nella trama, le vicende di Ronald Balfour, storico di Cambridge, Harry Ettlinger, giovane ebreo tedesco, dello scultore Walker Hancock, del tenente George Stout, del conservatore del Metropolitan Museum James Rorimer e della curatrice del Jeu de Paume, l'apparentemente anonima ma coraggiosissima Rose Valland.

G. Stout, il sergente Traverse, W. Hancock e S. Kovalyak a Bernterode (1945)

Il libro di Edsel è una ricostruzione fedele e documentata da un buon apparato di note e fotografie delle vicende che portarono alla costituzione della MFAA e delle fasi principali delle operazioni dell'organizzazione nel centro Europa nel cammino verso Berlino. Sebbene si tratti di un documento saggistico, il frequente ricorso alle lettere degli ufficiali alle loro famiglie, talvolta direttamente riportate, talaltra usate come fonti per descrivere sensazioni e stati psicologici degli uomini che, in nome della cultura, sono pronti ad affrontare enormi disagi e sacrifici estremi (fino alla morte), rendono la descrizione molto più simile ad un romanzo che ad una monografia storica. Non si sente affatto il peso della narrazione, ma si avvertono, pagina dopo pagina, il gravare dell'importante missione sulle spalle di coloro che se ne rendono protagonisti, la delicatezza del compito cui sono chiamati, la sofferenza che si cela dietro ogni loro scelta.


Più ironico, ma ugualmente profondo e meritevole il film, che alterna simpatiche gag a momenti drammatici, mescolando l'umanità e il bisogno di gaiezza ai peggiori traumi della guerra: ecco, allora, che, fra un cenno di battaglia e l'altro (non si vedono direttamente grandi scontri armati, essendo la MFAA un'unità esclusa dal combattimento), i saccheggiatori del Louvre e i nazisti in ritirata sono fatti oggetto di una macabra ironia, dallo sputo della Blanchet nello champagne del maresciallo del Reich Göring al blitz di Jean Dujardin contro un inaspettato cecchino. Un intenso sentimento pervade il rapporto fra i Monuments men e le opere d'arte che ricercano con l'ardore e la partecipazione con cui cercherebbero un compagno disperso, un fratello, un figlio, nella consapevolezza che perdere la propria cultura significhi perdere la più grande conquista possibile per l'umanità, e questa profondità arriva con commozione fino allo spettatore in tutta la sua forza.
Una menzione specifica meritano Cate Blanchett e il suo referente reale, Rose Valland, coraggiosa e tenace impiegata dei musei parigini che, sfruttando la propria capacità di passare inosservata e di risultare priva di qualsiasi interesse agli occhi dei nazisti che rubano le opere francesi, permette il salvataggio di centinaia di opere, osservando gli occupanti e i collaborazionisti, registrando i furti e tenendo nota di tutta la documentazione sugli spostamenti dei capolavori trafugati. A questa donna apparentemente innocua, scarsamente considerata nelle istituzioni museali anche a causa del suo sesso, si deve il salvataggio dell'enorme quantità di prodotti artistici ritrovati nel castello di Neuschwanstein, in Baviera, oltre al recupero di beni quotidiani requisiti agli ebrei deportati e destinati ad una missione di restituzione che continua ancora oggi: alla Blanchet il merito di aver, seppur con un nome diverso (Clair Simòne), dato un volto e una voce ad un personaggio che la Storia non ha messo in debita luce, anche se è bene ricordare che John Gettens, conservatore del Fogg Museum, ha dichiarato che proprio l'essere sconosciuti ha permesso ai Monuments Men di ottenere diversi successi nella loro missione.
Sia il libro che il film, con toni e strumenti diversi, hanno dunque il merito di farci conoscere vicende poco note, di portare alla nostra attenzione nomi non di generali o capi di Stato, ma di persone comuni, studiosi che hanno messo le loro competenze e le loro vite al servizio di quella cultura di cui ancora oggi, troppo spesso, si dimentica l'importanza.

Dale V. Ford e Harry Ettlinger scoprono l'autoritratto di Rembrandt a Heilbronn (1946)
«Qualunque cosa questi dipinti abbiano significato per gli uomini che li ammirarono una generazione fa, oggi non sono semplici opere d'arte. Oggi sono simboli dello spirito umano e del mondo creato dallo spirito umano» (Franklin D. Roosevelt, 17 marzo 1941)

C.M.

NOTE: Tutte le citazioni e i rifermenti ai personaggi reali sono tratte dal libro di Robert M. Edsel.

venerdì 14 marzo 2014

Anna Karenina (Tolstoj)

Ci sono classici agili e sgranocchabili in poche ore, che hanno la freschezza e il brio di un messaggio rapido e incisivo, e poi ci sono i lunghi romanzi ottocenteschi, che, per quanto estesi e dettagliati, riescono sempre ad appassionare i cultori della letteratura del XIX secolo, dove i sentimenti e la storia si intrecciano in memorabili epopee. Uno spazio particolare è senza dubbio riservato alla letteratura russa e ai grandi affreschi sociali dipinti da Tolstoj fra le campagne sterminate e le città più sviluppate del suo tempo.

Assieme a Guerra e Pace, il capolavoro più noto di Lev Tolstoj è Anna Karenina, storia di passione e prigionia, in cui la bella protagonista, intrappolata in un matrimonio infelice fatto di ripetitività e convenzioni da rispettare agli occhi della società, viene travolta da un amore totalizzante per il giovane ufficiale Aleksjéj Vronskij, che si invaghisce a sua volta di lei. Dal tentativo di segretezza ai richiami autoritari del marito (che, significativamente, ha lo stesso nome dell'amante), dalla lacerazione interiore dovuta alla separazione dal figlio, unico frutto amato del suo matrimonio, fino alla distruzione del sogno d'amore tanto dolorosamente coltivato, l'autore descrive con realismo e sensibilità un dramma intimo e sociale allo stesso tempo.
In Anna Karenina, Lev Tolstoj si dimostra un abile indagatore dei moti interiori della protagonista e delle dinamiche di orgoglio e vergogna che muovono il mondo in cui i suoi personaggi vivono: la sua abilità narrativa compone con solennità e profondità il dramma di Anna, moglie infelice, amante passionale e, infine, donna soverchiata dal peso della sua stessa felicità, fatalmente connessa al dolore in un ossimoro che non lascia via di scampo.

Il'ja Efilomovic Repin, Ritratto di Tolstoj (1887)
Scorrendo le pagine del romanzo, entriamo in uffici governativi, teatri e palazzi, gli spazi delle soffocanti convenzioni sociali che spingono Anna alla frustrazione e all'autodistruzione; ma godiamo anche dell'intimità delle stanze in cui si consumano i suoi amori con Vronskij e usciamo nei giardini che, con la loro luce, offrono uno spiraglio alla fragile gioia della donna.
Tuttavia, mentre Anna percorre la china discendente della propria storia di donna e amante, Kitty (la giovane sorella della cognata di Anna che si è vista sottrarre Vronskij dalla bella protagonista) e Konstantin risalgono lungo la strada della felicità, diventando i cardini di un sistema autentico di sentimenti e devozione. Le due vicende, pur intrecciandosi, sono destinate a proseguire lungo due binari di scorrimento opposti: all'iniziale cammino di Anna verso la gioia dell'amore fa da contraltare il tormentato rapporto fra Kitty e Levin, eppure il progredire della narrazione offre a questi ultimi quella realizzazione dell'amore e dei desideri che ad Anna è fatalmente preclusa.

«Ogni volta, in qualunque momento le avessero domandato a cosa pensava, poteva rispondere senza errore: a una cosa sola, alla sua felicità e alla sua infelicità»

C.M.

NOTE: La rubrica La decima Musa ospita la recensione del film di Joe Wright tratto dal romanzo.

mercoledì 12 marzo 2014

Mondi di carta: Justin Rowe

I libri prendono vita, e non solo nella fantasia di coloro che li leggono, ma anche fra le mani di un libraio decisamente fuori dal comune. Sto parlando di Justin Rowe, le cui sculture di carta sono fra le immagini che maggiormente affascinano gli adoratori della carta stampata, gli sniffatori di libri, i feticisti della letteratura: insomma, tutti coloro che si lasciano incantare dal magico mondo dei volumi cartacei!

Hopeful had much ado to keep his brother's head above water

Conseguita la laurea alla Scuola d'arte di Norwich nel 1998 e assunto come libraio alla Cambridge University Press, Rowe iniziò quasi per caso a creare i suoi capolavori di carta. Gli era stato chiesto di allestire un'originale vetrina natalizia e l'idea che gli venne in mente fu proprio quella di tagliare e modellare le pagine dei libri per creare dei mondi fantastici attingendo direttamente dalla propria fantasia.

Still no soul appeared upon her decks

Three Bears

I suoi capolavori, raccolti all'interno di Days fall like leaves, il sito ufficiale, muovono tutti da quell'originale idea di arredo commerciale e si ispirano a serie di bozzetti natalizi e di avventure tratte dagli stessi romanzi oggetto dell'originale trattamento: vascelli, eroi, foreste, case si staccano dalla superficie piana dei volumi e ci spalancano orizzonti ricchi di avventure e serenità.

Love's bright dream

Jodi Picoult

Che si tratti di sollevare figurazioni essenziali come quella di Love's bright dream o di trasformare un foglio nelle onde dell'oceano (Still no soul appeared upon her decks, Midwinter Lighthouse o The Kraken), che debba creare le case illuminate dalle lanterne di Three Bears e di What Katy did in the woodshed o che decida di introdurre forti macchie di colore come fa solo con il rosso del mantello di Little Red, a Justin Rowe bastano un bisturi e una buona dose del suo smisurato talento per dare tridimensionalità alle storie, per realizzare materialmente ciò che avviene nella mente di ogni lettore quando sogna scorrendo le parole sulla pagina... e se questa fantasia non produce arte, di cos'altro stiamo parlando?

Little Red

The Kraken

Conoscevate già Justin Rowe o magari avevate già ammirato alcune delle sue sculture senza sapere chi ne fosse il creatore? Quale dei suoi lavori preferite?

C.M.

lunedì 10 marzo 2014

L'Oscar è eterno finché dura

Mentre in Italia si discute a suon d'insulti dell'Oscar conferito a Sorrentino per La grande bellezza, negli States il gossip delle statuette ci riserva sorprese che fanno strabuzzare gli occhi e sorridere al tempo stesso. A meno di due giorni dalla prestigiosa cerimonia in cui ha ritirato il premio come miglior attore non protagonista in Dallas buyers club, Jared Leto ha annunciato di aver danneggiato l'ambita statuetta: tutto contento di potersi far immortalare con l'Oscar assieme ai suoi collaboratori, Leto ha levato l'omino dorato dal bancone della cucina - dove, ammettiamolo, tutti piazziamo qualsiasi cosa portiamo in casa prima di trovarle una destinazione - e, uscendo, sbam!, l'ha sbattuta contro la ringhiera della scala, ammaccandone il lato B.


Non è, però, il primo caso in cui la statuetta viene bistrattata: dopo i bagordi della notte di festa per la premiazione come miglior attore per Il discorso del re (2011), Colin Firth, complice qualche brindisi di troppo, dimenticò nella toilette dell'hotel il premio e solo l'anno dopo, in un'intervista, alla domanda su dove tenesse l'Oscar, rispose: «Bella domanda. Chissà, di sicuro è stato in bagno, a scuola e in tutti altri posti in cui i miei figli l’abbiano portato». E pare che per un'intera giornata il trofeo sia rimasto proprio nella scuola degli adorabili pargoli!
Sbadata anche Jennifer Lawrence, miglior attrice 2013 per Il lato positivo: il suo Oscar, fortunatamente, fu dimenticato in un luogo sicuro, la casa della madre... insomma, anche in questo aspetto, oltre che per il talento nella recitazione, la Lawrence è all'altezza delle sue colleghe più anziane, se è vero che perfino Angelina Jolie, che regalò l'Oscar vinto nel 2000 per la sua interpretazione in Ragazze Interrotte alla madre, attualmente non sa dove sia finito.


Due, invece, gli smarrimenti avvenuti per fervore d'igiene: quello del 2000 vinto da Whoopi Goldberg per Ghost e il Juvenile Academy Award guadagnato da Margaret O'Brien nel 1944. Il primo fu recuperato in breve tempo, il secondo, invece, dimenticato in seguito alla morte della madre della O'Brien, fu sostituito non appena l'attrice segnalò lo smarrimento; solo nel 1995 riapparve in un mercatino delle pulci da alcuni giovani che lo riconsegnarono personalmente all'attrice.
Di uno scherzo rimase vittima la statuetta conquistata nel 1945 da Bing Crosby per La mia via: donato ed esposto alla Gonzaga University, dove l'attore e cantante aveva studiato, fu rubata da alcuni allievi e ritrovata alcuni giorni più tardi nella cappella dell'istituto.
Definitivamente perduti, invece, gli Oscar di Matt Damon per Will Hunting. Genio ribelle (1998) e di Marlon Brando per Fronte del porto (1955); quest'ultimo ammise di non avere idea di dove fosse anche l'Oscar vinto per Il padrino (1973) e ritirato per lui da Sacheen Littlefeather, una nativa americana scelta da Brando stesso per esprimere la sua protesta contro i maltrattamenti di quelle popolazioni, mentre Damon avanzò come giustificazione l'improvviso allagamento dell'appartamento di New York dove era conservato. Non fu più ritrovato per motivi ben più seri l'Oscar di Hattie McDaniel, che lo aveva vinto nel 1940 per il ruolo di attrice non protagonista in Via col vento, dove interpretava Mamy; esposto in un istituto di belle arti, nel 1960 sarebbe stato trafugato e gettato nel Potomac da alcuni studenti che non avevano gradito lo stereotipo razziale legato alla sua interpretazione.


Al di là dei casi in cui le statuette sono state oggetto di furto e danneggiamenti volontari, trovo che il caso di Leto, come quello di Colin Firth, la capacità dimostrata dalla Lawrence di ridere della propria caduta sulle scale del palco nel 2013 e della mancata vittoria la settimana scorsa, i divertentissimi scatti seguiti all'ultima notte degli Oscar e già oggetto di numerose parodie siano la dimostrazione di come, anche alle vette della professionalità, alla polemica siano sempre e comunque preferibili un po'di sana ironia e la scelta di non prendersi troppo sul serio!
Che ne pensate? Conoscete altri casi di figuracce hollywoodiane?

C.M.

sabato 8 marzo 2014

Le fanciulle d'ieri e quelle d'oggi

Esattamente un secolo fa, nel primo numero del 1914 de La nostra rivista per le donne italiane, Sofia Bisi Albini (1856-1919) affrontava un'interessante riflessione sulla trasformazione delle giovani donne, sulle cause dei mutamenti e sulle straordinarie premesse socio-culturali costituite dall'incremento dell'istruzione e della consapevolezza femminili. Il suo pezzo, intitolato Le fanciulle d'ieri e quelle d'oggi, si rivela un eccezionale documento per cogliere le percezioni su un tema che ancora oggi, soprattutto in corrispondenza della Giornata internazionale della donna, desta curiosità, interesse e, talvolta, preoccupazione.

Pablo Picasso, Ritratto di Olga Khokhlova in poltrona (1918)

L'articolo si apre con l'affermazione dell'importanza del Risorgimento come fucina non solo dell'unità nazionale, ma anche delle idee di uguaglianza e progresso dei diritti e delle possibilità delle donne, un fenomeno passato a lungo inosservato e che, pertanto, si guadagna un posto di primo piano nell'argomentazione della Bisi Albini:
Ci si maraviglia dell’immenso progresso compiutosi in questi ultimi anni nel mondo scientifico e industriale, e nessuno ancora si è accorto di un altro grande maraviglioso progresso: quello delle fanciulle, le madri di domani, grazie alle quali la società sta per compiere un’evoluzione sorprendente. E sono le madri d’oggi e quelle di ieri che l’hanno sapientemente preparata.
Noi siamo nate nel mattino radioso del nostro Risorgimento e sappiamo quale largo respiro corse per l’Italia. Le nostre mamme, che fanciulle avevano visto il '48, erano ancora palpitanti di tutte le emozioni provate. Noi trovavamo in fondo ai cassetti coccarde italiane e francesi che avevano visto i giorni inebbrianti del 59, e compitavamo su vecchi proclami patriottici. Vedevamo le mamme tutte occupate a fondar scuole degne dei nuovi tempi, società di Mutuo Soccorso fra operaie, ricoveri per i bambini lattanti delle donne che lavorano nelle fabbriche...
Come dissi, nella nostra infanzia era ancora nell’aria il suono delle trombe e il rullo dei tamburi dell’epopea grandiosa [...]. Fu veramente la liberazione di tutti gli spiriti e parve che solo allora fosse possibile di mettersi al lavoro di organizzazione della nuova patria.
Un soffio di democrazia aveva portato in alto tutti i cuori. Democrazia nel suo vero vecchio senso di distruzione di ogni privilegio e nel senso largo e moderno di unione di uomini che vogliono e chiedono la libertà in ogni sua possibile applicazione.
Spesso l'impegno civile assunto dalle donne della generazione risorgimentale non era ben visto dalle signore 'vecchio stampo', dalle nonne che «scotevano il capo» e che «a quarant’anni avevano incominciato a portar la cuffia, e a cinquanta erano già vecchie di corpo e di spirito come ora non vediamo nessuna donna neppure a ottanta anni». D'altronde, si sa, i grandi cambiamenti sono spesso oggetto di una diffidenza direttamente proporzionale alla loro portata, alla loro capacità di sradicare le tradizioni e le abitudini.
Da questa mobilitazione patriottica si generò un forte senso di democrazia che portò molte famiglie agiate dell'alta borghesia a rivoluzionare l'educazione, abbandonando i precettori per riempiendo le scuole pubbliche, luoghi in cui si incontravano bambine e ragazze di diversa estrazione sociale e che, con legami di autentica e sincera amicizia, contribuirono a creare l'Unità d'Italia e a rafforzare lo spirito della popolazione femminile.
Sì, noi abbiamo avuta la nostra prima istruzione con le fanciulle del popolo, dalle quali ci divideva una diversità di usi, di pensieri, di abiti, di linguaggio, ben più grande che ora non esista. Noi abbiamo per le prime avvicinate come uguali sui banchi di scuola, e imparato a conoscere, le figliole di una classe che era sempre rimasta separata: bambine di operai e di bottegai che si mostravano più studiose di noi, e molte volte più intelligenti; e se noi siamo state spesso urtate da rozzezze e volgarità che ci erano ignote, abbiamo però anche conosciuto bontà, delicatezze, fierezze che mai avevamo sospettate.
Le nostre madri ebbero dei momenti di esitazione nella nostra educazione. Troppa differenza v’era fra quanto esse sentivano di dover fare e quanto si era fatto fino allora, ma se pensiamo che esse furono le prime a mandarci alle scuole pubbliche, e farci proseguire gli studi in istituti superiori, aprendo davanti al nostro spirito tutta una letteratura classica e romantica ch’ era stata fino allora considerata come pericolosa, e furono le prime a concederci a vent’anni di uscire sole per andar a lezioni, per visitare un’amica o portar soccorsi a povere famiglie, dobbiamo dire che il passo più decisivo verso una nuova educazione fu fatto da esse.
Gustav Klimt, Ritratto di Mada Primavesi (1912)

Tale coraggio nel rivoluzionare le scelte educative delle nuove generazioni di fanciulle italiane produsse il primo, vero mutamento nella percezione delle donne, le quali, da «bocconcini senza colore e senza sapore che le mamme agganciavano all’amo e tendevano ai pesci guizzanti nel mare della vita» e che non facevano «altro che dar la caccia ad un marito», guadagnarono un valore che permise loro di ottenere un'indipendenza che le loro nonne non avrebbero mai immaginato, che partiva dalla possibilità di uscire di casa da sole.
Al diritto ad una relativa autonomia si accompagnarono anche un ringiovanimento delle donne, una maggior cura dell'estetica, del modo di presentarsi in società, tanto che, spariti scialli e cuffie che soffocavano la bellezza fin dalla prima maturità, non si distinguevano più le ventenni dalle trentenni. Ma non fu tutto: l'acquisizione di consapevolezza sull'essere donna e sulle dinamiche della vita familiare, diretta conseguenza della democratizzazione, dell'abbattimento delle barriere fra generazioni e della diffusione dell'istruzione, mutò anche i rapporti madre-figlia, permettendo l'instaurarsi di confidenze e affetti più profondi:
Fanciulle, mamme e nonne ci siamo avvicinate come non mai prima, e viviamo una stessa vita, malgrado che ognuna di noi sia così gelosa della propria indipendenza. Ma pensieri, preoccupazioni, godimenti, letture, discorsi ci sono comuni, perché noi abbiamo aperta davanti agli occhi delle fanciulle la vita in tutta la sua sincerità, mentre una volta esse avevano l’ impressione che qualche cosa di vergognoso ci fosse sempre dietro quelle porte che trovavano chiuse alla loro curiosità. Ciò che con ipocrita e pericoloso sistema si voleva loro nascondere, oggi si va svelando ad esse quietamente, per lavoro spontaneo della loro mente, per gli studi più completi e più seri, per una maggior sincerità del loro e del nostro carattere.

Marie Laurencin , Ritratto di Anna (1903)

La possibilità di accedere allo studio alla pari dei coetanei maschi e di porsi in competizione con essi (un primato che l'Italia poté vantare su paesi più progrediti come la Germania) fu la prima, vera chiave dell'emancipazione. Con una solida istruzione, alle fanciulle italiane iniziarono ad aprirsi orizzonti sconosciuti, tali da offrire loro l'enorme possibilità di chiedersi cosa fare della propria vita, come far fruttare un talento, a cosa dirigere le proprie aspirazioni, sottraendosi a quell'eterna attesa dell'arrivo di un contratto che le trasformasse da figlie in mogli.
Lo studio è veramente un faro che rischiara gli angoli più oscuri, così della scienza come della coscienza. L’istruzione seria che ricevono le fanciulle oggi sa trarle fuori dal morbido e scivolante terreno della frivolezza e delle mondanità, da quello meno viscido, ma non meno pericoloso, dei sogni, delle sentimentalità e delle morbose malinconie, da quello così sassoso delle meschine, materiali fatiche esaurienti e così spesso inutili, per farle assurgere a una vita di lavoro in cui l’arte sa porre il suo suggello di bellezza, a doveri di educazione e di esempio nei quali nessuno può sostituire la madre, a quelli di governo della casa e di aiuto spirituale e di collaborazione, nei quali nessuno deve sostituire la moglie.
[...] Oggi non vi è, si può dire, fanciulla intelligente in Italia, che finito un corso regolare di studi non si domandi: che cosa posso fare?
Perché ella non può pensare che una creatura, nell’età sua più preziosa, possa rimanersene nella ridicola posizione di attesa ... di quel qualcuno che non si sa chi sia - che non si sa da che parte verrà, - che forse non verrà mai...
Pare impossibile che vi sia stato un tempo in cui tutti i padri e tutte le madri tenevano le loro figliole in una situazione così poco dignitosa. Pensiamoci bene: è il cartello del si vende che si lascia penzolare per anni dal proprio balcone: tutto ciò che una madre fa per rendere eleganti le sue figliole, per farle divertire, ha l’aria di una vera esposizione per trovar l’acquirente. Oh, voi avete ragione, figliole care, di ribellarvi a questa, non so se più penosa o comica posizione; avete ragione di chiedervi: che cosa posso fare? E di fare qualche cosa. Qualche cosa in cui mettere tutta la vostra intelligenza, in modo che vi diventi un gran piacere: qualche cosa in cui esplicare le vostre particolari attitudini, o le vostre particolari virtù, e possa essere utile a voi e agli altri.[...]Oggi noi vediamo anche fanciulle molto ricche sfuggire una vita snervante e scipita di svaghi e di flirt, e darsi a studi serii o a lavori interessanti.
L'accurata e accorata analisi di Sofia Bisi Albini del progresso e del cammino delle donne da ornamenti a protagoniste attive della propria esistenza si chiude con considerazioni ottimistiche sulle opportunità date da una classe femminile istruita e consapevole per l'ulteriore miglioramento della società. L'autrice non dimentica che la donna ha un ruolo importante nella famiglia, ma non riduce la sua presenza ad uno strumento per sorreggere marito e figli: una donna educata, colta e capace di assecondare interessi e procurarsi svaghi è una donna forte, che non può che apportare un ulteriore progresso:
L’educazione nuova, che ha liberato il loro cammino da tante stolide convenzionalità (che invece di essere una difesa erano un’offesa alla loro purezza e alla loro dignità) le ha anche liberate dalla insidiosa ragnatela che la noia, i disinganni, gli scoraggiamenti tessono intorno ad ogni debole anima femminile.
La nuova società ha bisogno di donne colte senza pedanteria e vanità, - pensose, ma serene, laboriose, ma calme, - le cui mani siano sempre pronte a compiere con abilità e con grazia ogni più delicata creazione d’arte, come ogni più semplice e umile lavoro.
Combattere così le battaglie femministe non vuol dire giungere a una vittoria inebbriante?
È quella che attende le fanciulle italiane d’oggi, le madri di domani.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hebuterne (1919)

A cent'anni dalla riflessione di Sofia Bisi Albini ci troviamo a notare non solo l'attualità, ma anche il bisogno di ascolto e concretizzazione dei suoi pronostici, di continuazione di quella battaglia per il pieno godimento dell'uguaglianza, ma - mi permetto di aggiungere - si tratta di una battaglia che attende anche i giovani italiani d'oggi, i padri di domani.

C.M.

NOTE: Il periodico mensile La nostra rivista per le donne italiane raccoglieva le precedenti testate dirette dalla Albini: La rivista delle signorine (1894-1911) e Vita femminile italiana (1907-1913).