mercoledì 30 aprile 2014

Un anno sull'Altipiano (Lussu)

La recensione di un libro di oggi si configura anche come una buona occasione per ricordare uno degli eventi più drammatici della storia contemporanea, del cui inizio proprio quest'anno ricorre l'anniversario: la prima Guerra mondiale. Un anno sull'Altipiano, infatti, è una cruda testimonianza di un momento cruciale del conflitto lungo il fronte italo-austriaco.

Scritto da Emilio Lussu nel 1936, ma pubblicato dapprima in Francia e solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale in Italia, il testo è la cronaca del periodo trascorso dai soldati italiani sull'Altipiano di Asiago fra il giugno 1916 e il luglio 1917: in seguito alla Strafexpedition, spedizione punitiva austriaca contro gli Italiani, la linea delle trincee si spostò proprio nell'area vicentina, costringendo entrambi gli schieramenti ad una lunga guerra di logoramento fatta di incursioni fallite, assalti mal progettati e fuochi improvvisi.
Dal lato italiano delle barricate ci sono Lussu e i suoi commilitoni, 'zio Francesco', Ottolenghi, Avellini, quelli più valorosi e tenaci, quelli meno inclini ad obbedire agli ordini, gli sprovveduti tanto incauti da affacciarsi alle feritoie esposte al tiro nemico e un gran numero di ufficiali imbevuti di una retorica decisamente fuori luogo e di nessuna forma di buon senso strategico. Il romanzo, se così possiamo definirlo, è una successione di quadri malinconici, quando non addirittura grotteschi, e ci fa percepire chiaramente il morale dei militari, oltre a darci una chiara idea della totale incapacità dello stato maggiore che avrebbe portato alla rotta di Caporetto (ottobre-novembre 1917).
Con le sue parole, Lussu si fa testimone di una guerra ben lontana dai proclami patriottici che ne alimentavano il mito in patria, differente dai sogni di gloria delle propagande, ma, al contrario, consumata fra filo spinato, armi difettose, ondate di colera e cognac. La trincea non è il luminoso campo di battaglia in cui si muovono i personaggi degli studi dell'autore, Achille, Ettore o gli eroi dell'Orlando Furioso; è, invece, un luogo inospitale, in cui le giornate trascorrono nella totale impotenza, nell'attesa di un attacco e nella speranza che la sortita sotto il fuoco nemico sia evitata.
La situazione era difficile, e ce ne accorgemmo all'alba, quando gli austriaci aprirono il fuoco. Nell'ordine che c'era stato comunicato, era scritto: «Bisogna rimanere aggrappati al terreno, con le unghie e con i denti». La frase, d'odore letterario, rendeva peraltro con sufficiente approssimazione la posizione di ciascuno di noi. Le trincee erano infatti improvvisate, sul terreno nudo, senza scavi profondi, senza sacchetti di terra, senza parapetti, Più che trincee, avevamo trovato scavi individuali, non continui, che ciascuno aveva cercato di approfondire, se non proprio con i denti, certo in gran parte con le unghie.
Lo stile è quello scarno di una notazione diaristica, cadenzato da una punteggiatura fin troppo presente: le frasi brevi e così spezzate e i capitoli brevi costringono il lettore a soffermarsi su ogni risvolto della descrizione di un incubo che sfugge all'umana comprensione, una realtà in cui le parole, più sono autorevoli, meno contano, come quelle dei generali che si guadagnano soltanto l'odio e gli ammutinamenti dei sottoposti.

Soldati italiani nelle trincee dell'Altopiano di Asiago

La frustrazione degli animi dei soldati è sottoposta ad un climax attraverso le scelte narrative dell'autore, che ammette che molti dei ricordi della guerra e delle interminabili giornate in trincea sono caduti nell'oblio. Nella prima metà del romanzo, infatti, si incontrano, fra uno scontro e l'altro, momenti di raccolta intimità e di moderata serenità, come quello in cui Lussu e Mastini parlano degli eroi achei, raffrontando il liquore che viene distribuito in trincea in previsione dell'assalto e i simposi omerici:
- Io, - disse rimettendo il turacciolo alla borraccia, - adoro l'Odissea d'Omero perché, ad ogni canto, è un otre di vino che arriva.
- Vino, - dissi io, - e non cognac.
- Già, - osservò, - è curioso. È veramente curioso. Né nell'Odissea né nell'Iliade, v'è traccia di liquori.
- Te lo immagini, - dissi, - Diomede che si beve una buona borraccia di cognac, prima di uscire di pattuglia?
Noi avevamo un piede su Troia e un piede sull'Altipiano di Asiago. [...]
- Tuttavia... se Ettore avesse bevuto un po' di cognac, del buon cognac, forse Achille avrebbe avuto del filo da torcere...
Anch'io rividi, per un attimo, Ettore, fermarsi, dopo quella fuga affrettata e non del tutto giustificata, sotto lo sguardo dei suoi concittadini, spettatori sulle mura, slacciarsi, dal cinturone di cuoio ricamato in oro, dono di Andromaca, un'elegante borraccia di cognac, e bere, in faccia ad Achille.
Sebbene simili momenti rimangano isolati e siano costantemente sottratti all'idillio da improvvisi eventi che riportano all'attenzione la dura realtà del conflitto, procedendo si incontrano sempre più manifestazioni di astio, rabbia e delusione, che sfociano in proteste, fucilazioni solo a volte scongiurate e diserzioni. In questo quadro di progressivo incupimento, anche la breve visita a casa di Emilio viene intaccata di amarezza, perché è proprio lontano dal fronte, a contatto con l'amarezza e la disperazione delle famiglie abbandonate, che i soldati comprendono la follia della guerra, mentre, sotto le armi, non possono che combatterla. L'assurdità e il logorio della guerra emergono allora ad ogni riga, anche in quei momenti in cui, inaspettatamente, si offre un periodo di quiete:
La fine di luglio e la prima quindicina d'agosto, furono per noi un riposo lungo e dolce. Non un solo assalto in quei giorni. La vita di trincea, anche se dura, è un'inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l'assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono. [...] Nella vita normale della trincea, nessuno prevede la morte o la crede inevitabile; ed essa arriva senza farsi annunciare, improvvisa e mite.
Emilio Lussu (1890-1975)
Un ulteriore punto a favore di questa testimonianza è segnato dalla scelta dell'autore di evitare celebrazioni e di creare dicotomie: è vero, gli austriaci sono la costante minaccia oltre le fosse, il filo spinato e i cannoni che risuonano fra le montagne, ma non vi sono, in Un anno sull'Altipiano, né esaltazioni della morale o dell'onore dei soldati italiani né descrizioni deformanti dei nemici, che, anzi, in un rapido incontro, Lussu scopre uguali a sé:
Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l'apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!... Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell'ora stessa, i nostri stessi compagni.
Infine, il libro di Lussu ha il valore infinito del ricordo e della testimonianza, la gravezza della coscienza del sopravvissuto che ha provato le più grandi devastazioni del secolo scorso. Un anno sull'Altipiano ha il pregio delle narrazioni storiche di saper entrare nella storia e di uscirne portando non dati e statistiche, ma verità umane. Quello di Emilio Lussu sembra quasi un dovere: documentare per spiegare, anche quando questa scelta è più dolorosa della morte:
Ancora una volta, rimanevo solo io. Tutti se n'erano andati, ancora una volta. E ora dovevo cercare delle lettere, raccontare, spiegare. Non è vero che l'istinto di conservazione sia una legge assoluta della vita. Vi sono dei momenti, in cui la vita pesa più dell'attesa della morte.
C.M.

lunedì 28 aprile 2014

Pochi ma buoni?

Troppi libri ma troppo poco tempo: quanti di noi lettori hanno questo problema? Inutile cercare scuse, l'accumulare libri è un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo: entriamo in una libreria e, pur sapendo che gli scaffali di casa minacciano crolli mortali al nostro passaggio, dobbiamo comprare un nuovo volume. 

Installazione di Alicia Martín
al Museo Meermanno de L'Aja
La nostra è una sorta di fida alla Fortuna e al Tempo, i grandi antagonisti dell'essere umano, è come se quell'aggiungere tomi ad una mobilia pronta ad esplodere fosse una sfida agli equilibri del mondo che potrebbero travolgerci o come se fossimo convinti di poter trovare davvero tutto il tempo per esaurire gradualmente le scorte. Non illudiamoci: non succederà mai!
Sulla bibliofagia si sono espressi, nel passato, illustri personaggi, e ho pensato ad una sorta di processo virtuale in cui si fronteggiassero un centellinatore di pagine e autori da gourmet e un insaziabile ghiottone. Il primo è l'emblema della moderazione antica, Lucio Anneo Seneca, il secondo il tormentato e vanaglorioso Francesco Petrarca. Due personaggi che, se si sentissero affibbiare queste definizioni, si rivolterebbero nella tomba, ma il privilegio di essere posteri ci permette questo ed altro.
Fin dall'apertura delle sue Lettere morali a Lucilio, precisamente dall'epistola II, Seneca raccomanda al suo giovane pupillo di essere parco e attento nella selezione delle sue letture, di non sprecare il suo tempo vagando da un autore all'altro come da un luogo all'altro senza meta:
Bada, poi, che questa lettura di molti autori e di volumi d'ogni genere non abbia un che di vago e instabile. Bisogna acquisire dimestichezza e nutrimento da alcuni autori, se vuoi trarne qualcosa che risieda fermamente nel tuo animo. Chi sta ovunque non sta in nessun luogo. Quelli che passano la vita in continui spostamenti avranno molti ospiti, ma nessun amico. Di conseguenza, è inevitabile che ciò accada anche a quelli che non si applicano con impegno nello studio, ma si spostano in fretta da un'opera all'altra. Non giova né dà nutrimento al corpo il cibo che appena assunto viene rigettato, niente ostacola la salute quanto il continuo cambiamento delle cure, la ferita non cicatrizza se vi vengono continuamente aggiunte medicazioni, non si rinvigorisce la pianta che è spesso trapiantata: non c'è cosa tanto utile che arrechi vantaggio in un fuggevole passaggio. L'abbondanza di libri è una distrazione; e dunque, poiché non puoi leggere tutti i libri che puoi possedere, è sufficiente che tu possieda quelli che puoi leggere. Mi dirai «Ma voglio sfogliare ora questo libro ora un altro». Assaggiare molte pietanze è tipico di uno stomaco viziato: i cibi variegati non nutrono, ma intossicano. Dunque leggi sempre gli autori già apprezzati e, se qualche volta ti farà piacere rivolgerti ad altri, torna poi ai primi.
Notiamo che Seneca, che raccomanda a Lucilio di selezionare accuratamente le sue letture per non sprecare il proprio tempo, non si trattiene dall'abusare degli attimi tanto preziosi della vita del suo giovane amico, pensando bene di spedirgli ben centoventiquattro missive: professione di umiltà come se piovesse, insomma.
Dall'altro lato della barricata c'è, invece, il poeta laureato Petrarca, che, nello scrivere all'amico Giovanni Anchiseo (Familiares III, 18), lo invita a ricercare nuovi volumi che possano soddisfare il suo bisogno di leggere, leggere e leggere, un atteggiamento che è in linea col fervore della ricerca degli autori antichi di epoca preumanistica:
Ma, perché tu non mi creda libero ormai da tutti gli umani errori, sappi che ancora mi possiede una insaziabile brama, che fino ad oggi non ho potuto davvero né voluto frenare: infatti mi scuso entro di me col dirmi che la brama di cose degne non è da ritenersi indegna. Aspetti che io ti dica di che genere di malattia si tratta? Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l'oro, l'argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall'elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto se stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l'uno fa venire il desiderio dell'altro. [...] E tu, se davvero mi vuoi bene, a qualcuno dei tuoi colti amici da' quest'incarico: che vadano in cerca per la Toscana, frughino negli scaffali de' religiosi e degli altri uomini studiosi, se possa uscirne fuori qualcosa che valga non so se ad acquietare o ad acuire la mia sete.

Sono proprio curiosa di sapere come giudicate gli atteggiamenti dei due autori e se comprendiate più quello composto di Seneca o quello febbrile di Petrarca, se, stoicamente, anche voi selezionate con cura i vostri volumi o se, al contrario, volete gustare mille pietanze diverse, anche a costo di imbattervi in qualche cibo sgradito, perché, in fondo, il piacere della lettura fa passare in secondo piano anche la delusione di una scelta sbagliata. Ditemi tutto, cari lettori!

C.M.

venerdì 25 aprile 2014

Homo liber

Si avvicina maggio, ormai eletto 'Mese del libro', e l'argomento artistico di un nuovo post mi è suggerito da questa ricorrenza, che, fra l'altro, mi permette di rispettare le pari opportunità, creando un contraltare rispetto al post Dici donna, dici libro. Allora mi ero occupata del rapporto fra le donne e i libri, ma è più che ovvio che la storia dell'arte renda giustizia anche ai signori lettori, descrivendoci uomini più o meno giovani con un libro fra le mani, in un atteggiamento di incantato raccoglimento.

A. Christofis, Bambino in lettura (prima metà XX sec.)

Se in occasione del precedente articolo avevo progettato un percorso cronologico ricostruendo la storia delle donne e del loro accesso alla letteratura, nel caso di una variante al maschile ho pensato ad un percorso per età, perché gli uomini sono stati da sempre i destinatari dei libri, mentre le donne hanno dovuto conquistare, insieme a molti altri diritti, quello di diventare lettrici. 
Sono partita con la rappresentazione del pittore greco Alexandros Christofis di un bambino investito dalla luce mentre, a schiena dritta, è immerso nella lettura di un testo che, forse è un manuale scolastico (come suggerito dalla presenza di altri volumi alle spalle); il fanciullo ha un'espressione indecifrabile, che può indicare sia una profonda attenzione al testo, sia un moto di sonno indotto dalla pesantezza di una lettura coatta: inutile dire come questa seconda ipotesi, considerando l'abbandono del fianco contro la parete e la diffusa anti-librite dei bambini di oggi, sembri quello più convincente.
Più assorta e sentita è la lettura del giovane anonimo ritratto fra i due secoli da Albert Ranney Chewett: ci appare come un giovane benestante e molto ligio all'etichetta borghese con il cravattino allacciato e le labbra composte, quasi certamente seduto su una panchina all'ombra di un albero di un giardino di una casa elegante, che, forse, appartiene ai signori Paciock (questo ragazzo mi ricorda troppo il Neville dell'Harry Potter cinematografico!).

A.R. Chewett, Giovane uomo che legge (inizio XX sec.)

Due esempi di lettori maturi ci vengono, invece, da Pierre-Auguste Renoir e da John Singer Sargent, il primo dei quali scomoda addirittura il collega Monet per un ritratto. I due soggetti dei loro quadri si presentano in atteggiamenti diversi, uno diligentemente seduto ad un tavolo con un libro composto fermato dal dorso della mano con cui impugna la pipa, l'altro comodamente abbandonato su un letto con il capo supportato dalla mano e il libro piegato su se stesso per stare nell'altra; Monet sembra leggere nell'attesa di qualche altra attività, magari nella pausa fra un dipinto e l'altro, mentre il soggetto di Sargent, con la cravatta allentata e le maniche della camicia arrotolate, appare decisamente più rilassato.

P.A. Renoir, Claude Monet in lettura (1872)

J.S. Sargent, Uomo che legge (fine XIX- inizio XX sec.)

La lettura è fidata compagna degli esseri umani fino alla fine della loro esistenza, ecco perché l'arte non manca di testimoniarci uomini anziani curvi sui libri non solo per il carico degli anni, ma anche per continuare a tessere quel rapporto fondamentale che tiene lucida la mente e continua ad arricchire l'animo. In particolare, ci sono due bei bozzetti di Vincent Van Gogh dedicati al tema intorno al 1882, in cui l'autore sembra rappresentare due anziani provenienti da classi sociali diverse (l'abbigliamento del primo denota un'estrazione operaia, il secondo sembra più piccolo-borghese), accomunati tuttavia, oltre che dall'avanzare del tempo, dall'intimo e mistico rapporto che fra loro si stabilisce grazie a all'atto del leggere.

V. Van Gogh, Vecchio in lettura (1882 ca.)
V. Van Gogh, Vecchio in lettura (1882 ca.)























C.M.

NOTE:
Il titolo è un gioco di parole basato sull'omografia del sostantivo latino 'liber' (libro) e l'aggettivo 'liber' (libero); i due termini, tuttavia, non hanno radice comune.

martedì 22 aprile 2014

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale (Montale)

La sfida poetica lanciata da Elisa attraverso il blog Le Nove Muse mi dà l'occasione di pubblicare qualche verso dopo parecchio tempo. 
Ho scelto un testo di Eugenio Montale tratto dalla raccolta Satura (1971) e dedicato alla moglie Drusilla Tanzi, da lui soprannominata Mosca per via dei grandi occhiali che era costretta a portare per compensare una grave miopia. 
Il motivo di questa selezione è la recente rilettura, con conseguente approfondimento, affrontata per una spiegazione del testo in classe: forse perché dovevo farlo arrivare con la maggior intensità possibile agli studenti, forse perché in passato non l'avevo considerata con l'attenzione che merita, ma non mi ero mai accorta davvero di quanto fosse commovente questa breve poesia, della profondità del suo significato alla luce della produzione complessiva del premio Nobel genovese.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Il testo si presenta come un distillato di devozione a suggello di una lunga relazione fatta di grande affetto, ma anche di momenti di crisi, scandita da una lunga convivenza (Eugenio e Drusilla vissero insieme fin dal 1939), interrotta, però, dopo un solo anno di nozze: nel 1963, la donna morì in seguito alle complicazioni seguite alla rottura del femore, lasciando nella vita del compagno una malinconia e una solitudine palpabili ad ogni verso della lirica.
I due innamorati hanno percorso insieme un breve, lungo viaggio, evocato attraverso l'iperbole di milioni di gradini, che alludono anche alle difficoltà incontrate dalla coppia, compreso, forse, quel tentativo di suicidio che Eugenio riesce a scongiurare e che muove dalla paura di Drusilla di vederlo fuggire con Irma Brandeis, la Clizia sempre presente nei suoi componimenti. Ora, per il poeta, c'è solo un grande vuoto che gli rende impossibile muoversi. Sì, perché nella sua Mosca Montale non trovava un semplice appoggio per rendere più facile un cammino insieme, bensì l'unica, vera guida ai suoi passi. Drusilla, pur nella sua miopia, aveva il dono di una vista interiore, sapeva guardare alla verità profonda delle cose, riusciva a coglierne l'essenza, senza lasciarsi sviare dalle banalità e dalle ambizioni da cui la maggior parte degli uomini e Montale stesso si lasciano abbagliare. La realtà non è quella che si vede, sostiene il poeta, che già in Forse un mattino andando in un'aria di vetro (Ossi di seppia, 1925) aveva avvertito il contrasto fra la realtà e le apparenze: a Drusilla non occorrevano le pupille, perché ella aveva il dono di una vista interiore, delle sole, vere pupille.

Drusilla Tanzi e Eugenio Montale

C.M.

sabato 19 aprile 2014

Follie di Brooklyn (Auster)

Eccomi, finalmente, a recensire il secondo romanzo di Auster approdato sul mio comodino. Dopo la bellissima impressione avuta da Trilogia di New York, Follie di Brooklyn ha addirittura surclassato la precedente lettura, guadagnandosi un posto nel mio olimpo ideale dei libri. Un doppio motivo, quindi, per ringraziare Marco, che mi ha fatto vincere il libro con il contest organizzato per il compleanno del suo blog, Argonauta Xeno.
Follie di Brooklyn, scritto nel 2005, è una 'storia a conduzione familiare' in cui si mescolano il gusto per il thriller, reminescenze letterarie e metaletterarie e, soprattutto, l'abilità dell'autore nel descrivere le condizioni dei suoi personaggi inghiottiti dalla metropoli, spaesati, instabili nei loro legami affettivi. Se, tuttavia, il primo aspetto è molto meno evidente di quanto non fosse nella Trilogia, il secondo rimane costante, mentre il terzo, in qualche modo, risulta stemprato e quasi superato grazie ai sinceri rapporti che si creano fra i protagonisti, alla loro comune tensione verso l''Hotel esistenza' e al richiamo al valore eternante della letteratura.
Nathan Glass è un pensionato appena guarito da un cancro ai polmoni che, separatosi dalla moglie e in grosse difficoltà nel mantenere dei rapporti pacifici con la figlia Rachel, torna nel suo quartiere d'infanzia, Brooklyn, alla ricerca di «un posto tranquillo per morire». Inaspettatamente, si imbatte nel figlio della sua defunta sorella, Tom, che lavora per un commerciante di libri che si fa chiamare Harry Brightman, ma che nasconde un passato di illegalità. Nathan riscopre il profondo legame con Tom, si affeziona a Harry e a tutti i personaggi che animano le sue giornate: l'affascinante Nancy, detta B.P.M. (Bellissima e Perfetta Madre), sua madre Joyce, l'avvenente Marina Sanchez e Rufus, il compagno di Harry. L'improvviso arrivo in città di Lucy, la figlia di Aurora, sorella di Tom, e l'impossibilità di rintracciarne la madre creano notevole scompiglio, finché Nathan, ristorato da questa ventata di affetti familiari e non, si scopre il cavaliere protettore di ciascuno di loro, spingendo Tom all'amore, lanciandosi nel salvataggio della nipote, tentando di tornare ad essere un buon padre e lottando per l'attività in pericolo di Harry. Solo all'avvenimento destinato a consumarsi la mattina in cu il racconto si conclude è sottratto all'azione eroica di Nathan.
Il titolo del romanzo deriva dall'intenzione di Nathan di raccogliere nel Libro della follia umana tutti gli avvenimenti e i comportamenti assurdi o divertenti che riaffiorano a poco a poco nella sua memoria o che vive nel corso della sua nuova esistenza brooklyniana. La scrittura è compagna costante del protagonista, i libri il suo passatempo preferito, nonché la passione e il lavoro di Tom e, anche se in modo non del tutto onesto, di Harry. E la scrittura sarà anche quell'atto di omaggio alle persone care che suggerirà a Nathan un modo sincero e affettuoso di legare la sua passione per la letteratura alla possibilità di rendere protagonisti di essa anche tutti coloro che vivono esistenze comuni, ma non per questo prive di importanza.

Paul Auster
«Forse non era un'idea geniale, ma era qualcosa, e se l'avessi perseguita con fede e rigore come intendevo fare avrei avuto il mo progetto, il passatempo che cercavo per evadere dall'accidia della mia soporifera routine. E malgrado la modestia del progetto decisi di dargli un nome solenne, anzi alquanto pomposo - per illudermi mi aver intrapreso un'opera importante. Lo intitolai Il libro della follia umana e pensavo di riportare in esso, con il linguaggio più semplice e chiaro possibile, il racconto di tutti gli svarioni e i capitomboli, i pasticci e i pastrocchi, le topiche e le goffaggini in cui ero caduto nella mia lunga e movimentata carriera di uomo. Quando non mi fosse venuto in mente nulla su di me avrei raccontato cose capitate alle persone che conoscevo; e se anche quella fonte si fosse inaridita avrei saccheggiato la Storia, descrivendo le follie dei miei simili nei secoli, dalle civiltà scomparse dell'antichità fino ai primi mesi del Duemila. [...] Ho definito il progetto un libro, ma in realtà non lo era.»

C.M.

venerdì 18 aprile 2014

Gabo: la Letteratura è il suo monumento

Non intendo dilungarmi parlando di un autore che, considerando l'amplissima produzione, conosco ancora poco, ma un omaggio al grande Gabriel García Márquez (6 marzo 1927-17 aprile 2014) è più che un dovere: tante sono le emozioni che mi ha regalato la lettura dei suoi testi che non potevo esimermi dal manifestare, seppur virtualmente, la malinconia sorta alla notizia della sua scomparsa.


Parlare di Gabo - così è conosciuto fra i suoi lettori - è, invero, abbastanza 'imbarazzante', perché nessun resoconto biografico e nessuna analisi letteraria potrebbero descriverlo meglio di quanto facciano i suoi romanzi. È solo attraverso le sue parole, le sue fantasiose storie, i suoi particolarissimi personaggi e la passione della sua scrittura che si possono davvero capire l'universo e la personalità dell'autore colombiano. La sua parola ha creato Macondo, la sua fantasia lo ha popolato di personaggi, colori e sentimenti straordinari; entrare nelle sue storie è entusiasmante e struggente allo stesso tempo, amare gli uomini e le donne che le animano inevitabile.
E allora non posso che tentare di descrivervi Gabriel García Márquez con quei libri che hanno permesso a me di incontrarlo e che mi hanno convinta a continuare la conoscenza di questo autore: Cent'anni di solitudine e Cronaca di una morte annunciata.
Come solo la grande Letteratura sa fare, i romanzi di Gabo costituiscono il suo monumento, la sua garanzia di immortalità.
«Per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente» (motivazione del Nobel 1982)
C.M.

mercoledì 16 aprile 2014

Kairòs

L'occasione, come ben sappiamo, è un momento fuggente, che va colto al volo o non si potrà afferrare mai più. I Greci la chiamavano Kairòs e la consideravano non un semplice sostantivo, non un concetto astratto, ma una vera e propria divinità minore, quasi un demone con delle sembianze ben definite, benevolo se raggiunto nel momento opportuno, inafferrabile se perso di vista.

Francesco Salviati, Kairòs (1553)
Un originale epigramma di Posidippo di Pella (310-240 a.C.), esponente della scuola ionico-alessandrina, un'officina letteraria che puntava sulla raffinatezza e ama in modo particolare i componimenti descrittivi o ecfrastici, dedica a questa creatura, scolpita nel marmo da Lisippo (un'opera che, purtroppo, è andata perduta), uno dei componimenti tramandati dall'Antologia Planudea, un manoscritto della Biblioteca Marciana di Venezia.
Nel comporre questo brevissimo testo, strutturato come un dialogo, Posidippo immagina che un uomo, entrando in una casa, si imbatta nella statua e inizi ad interrogarla sul suo aspetto, giocando sull'espediente già arcaico dell''oggetto parlante'.
«Dimmi, l’artista chi fu? Donde fu?» «Di Sicione» «Ed il nome?»
    «Lisippo» «E tu chi sei?» «Il nume dell’Occasione»
«Vai sulle punte: perché» «Vado sempre di corsa» «Nei piedi
    hai due penne: perché?» «Volo nel vento»
«Hai nella destra un rasoio: perché?» «Per provare che al mondo
    più tagliente discrimine non c’è»
«E quei capelli sul viso?» «Perché chi m’incontra m’afferri,
    per Zeus!» «Ma quella gran pelata dietro?»
«Fatto una volta coi piedi volanti il sorpasso, nessuno
    m’agguanterà da dietro, se pur vuole.
«Dimmi, l’artista perché t’ha plasmato?» «Per voi, forestiero:
    m’ha posto come monito nell’atrio»
Kairòs è, dunque, un essere grottesco, che sfugge grazie alle sue ali veloci e si espone alla presa degli esseri umani per mezzo di quell'unico ciuffo che gli spunta sulla fronte: sfuggita la ciocca, nessuno può più agguantare il suo capo liscio e il demonietto procede recidendo il tempo che ha di fronte e, con esso, le possibilità dell'agire umano. La sua presenza deve essere di avvertimento, come il celebre «carpe diem» oraziano, nel segno dell'onnipresente spirito filosofico greco.
C.M.

lunedì 14 aprile 2014

'Il Sapere per il Sapere': una malattia di oggi?

«Sapere aude!» esclama Kant nel suo scritto Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo (1784), considerato il manifesto del movimento culturale su cui si fondano i principi umani, sociali e politici del mondo occidentale. 

In realtà, il filosofo tedesco riprende un'esortazione già usata da Orazio nell'epistola I,2, presentandoci un Odisseo che preannuncia lo spirito affamato di sapere che Dante incontra nel canto XXVI dell'Inferno: se l'eroe non avesse avuto la mente esercitata al pensiero, se non avesse cercato avidamente la conoscenza, sarebbe caduto, come i suoi compagni, nelle trappole di Circe, finendo a vivere «da cane sudicio e scrofa fangosa» (Or. Ep. I, 2, v. 26); a nulla gli sarebbero servite le ricchezze, perché non esiste dono che eguagli la saggezza, la cui mancanza è considerata dal poeta dell'aura mediocritas come una vera malattia: E, dunque, se ci affrettiamo a combattere un morbo, bisogna anche avere il coraggio di liberarsi dei mali dell'animo, ed è a questo punto che Orazio scioglie il suo accorato invito: «Cerca la saggezza, ardisci, affrettati!» (vv. 40-41).
Eppure oggi l'ardore della conoscenza o anche solo la conoscenza in sé, che non si nutre necessariamente di particolari entusiasmi, sono considerati essi stessi le malattie: non si ha il coraggio di conoscere, si pensa che una nozione di cultura in più non sia utile, ma anzi, dannosa, come se il nostro cervello e la nostra vita potessero saturarsi di pensieri.
Una domanda è ricorrente fra gli studenti (ma non solo): «A cosa mi serve sapere questo?». Si cerca una motivazione pratica per la conoscenza, non si è appagati più nemmeno del fatto che apprendere una determinata informazione possa garantire un diploma. No, si vuole vedere un'utilità immediata, qualcosa di tangibile, visibile, palpabile e consumabile, non c'è l'idea che un'informazione in più possa produrre un arricchimento interiore (anche temporaneo), che possa contribuire a formare il pensiero critico, che dia colore alla personalità.

Nella pratica, poco o nulla di ciò che si impara a scuola ha una traduzione pratica: al di là del leggere, scrivere e far di conto, possiamo tranquillamente ammettere che, se non si intende percorrere uno specifico corso di studi o una determinata carriera professionale, non ci serve a nulla leggere la Divina Commedia, parafrasare d'Annunzio, descrivere un dipinto di Leonardo, interpretare il pensiero di Hegel, sapere in che anno sia iniziata la Rivoluzione francese o a quale distanza si collochi il Sole dalla Terra. Le nostre giornate scorrerebbero una dopo l'altra indipendentemente dal conoscere o meno questi argomenti.
Se a quelle stesse persone che sono convinte dell'inutilità del sapere (tutto o in parte) chiedessimo se, allora, non sia inutile anche ricordare risultati di partite di calcio o appassionarsi all'intera produzione musicale di un cantante, la risposta sarebbe diversissima. Come se sapere una cosa impedisse di conoscerne un'altra, come se esistessero nozioni dannose. Non mi aspetto, ovviamente, che tutti si dimostrino entusiasti per lo studio o che la maggior parte delle persone considerino Torquato Tasso più degno di memoria del loro divo preferito, ma non riesco nemmeno a capacitarmi del disprezzo che molti tendono a manifestare verso l'apprendimento e verso coloro che lo coltivano con passione o, semplicemente, con moderata attenzione.

A. Rodin, Il pensatore (1901)

'Sapere' ha, nella sua origine etimologica latina, un profondo legame con la sapidità, con il sapore: la conoscenza è considerato un condimento dell'essere umano, qualcosa contribuisce a definirne l'identità. Non significa che vi sia un discrimine fra chi dispone di maggiori o minori conoscenze o fra chi orienta il proprio sapere in una direzione anziché in un'altra. Semplicemente, trovo che disprezzare le possibilità di nutrire il nostro pensiero e di imparare (anche laddove un limite personale ci impedisca di riuscirci pienamente) significhi auto-denigrarsi, calpestare una risorsa che, come avevano già evidenziato gli illuministi, è in possesso di ogni essere umano ed è il fondamento stesso dell'uguaglianza e della dignità.
Sapere una cosa in più mi è sempre sembrato preferibile, anche in mancanza di un'utilità pratica, al sapere qualcosa in meno, ho sempre ritenuto 'Il Sapere per il Sapere' una straordinaria conquista e, a questo proposito, non posso che pensare alla citazione di Cioran con la quale Calvino chiude la sua premessa a Perché leggere i classici?:
«Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando unʹaria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere questʹaria prima di morire”»
E voi, care civette, cosa ne pensate?

C.M.

domenica 13 aprile 2014

Owl Prize #9

Quest'oggi post leggero di premiazioni, sia per ringraziare coloro che mi hanno conferito nuovi riconoscimenti, sia per il tradizionale appuntamento con le segnalazioni dai blog che seguo secondo le modalità dell'Owl Prize. Dopo aver ricevuto e ritirato il Boomstick Award conferitomi da Giuseppe, la stessa menzione mi è stata tributata dalla Leggivendola e da The Obsidian Mirror, che ringrazio assieme ad Alessandra di Libri nella mente, che mi ha assegnato un nuovo Liebster Award, mettendo in pratica la buona funzione di questi riconoscimenti, che permettono di conoscere meglio i colleghi blogger e di scoprirne di nuovi. Come ho già spiegato, non rilancerò i premi e non risponderò alle domande, però uno dei punti del questionario di Alessandra mi spinge a citare i tre romanzi che considero imperdibili (domanda 2), che sono Uno, nessuno e centomila, Il conte di Montecristo e Il deserto dei Tartari. Infine è arrivato al blog da Alessandra, autrice de L'angolino di Ale, un nuovo premio, il Dardos, «un riconoscimento destinato ai blogger che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori personali, culturali, etici e letterari trasmessi attraverso la scrittura creativa ed originale».


Ormai sapete che il motivo per cui non rilancio più questi premi è la presenza di un riconoscimento 'made in Athenae Noctua' al quale affido la testimonianza della mia stima verso i blogger e i post che mi hanno maggiormente colpita e interessata. Ciò non significa, ovviamente, che non dia importanza a chi vuole onorarmi di tali riconoscimenti e, anzi, rinnovo i miei ringraziamenti a premianti di ieri e di oggi.
Veniamo dunque all'Owl Prize IX, ovvero alla segnalazione dei pezzi che credo possano incuriosire e soddisfare voi lettori quanto hanno fatto per me. Veniamo, dunque, alle menzioni:
Chiudo, come sempre, augurandovi buona lettura, ricordandovi che nella barra laterale è attivo un sondaggio sulla serie Incantesimi Antichi per votare il vostro pezzo preferito.
Buona domenica a tutti!

C.M.

venerdì 11 aprile 2014

Ultime lettere di Jacopo Ortis (Foscolo)

Più i libri che fanno parte dello studio scolastico sono lontani nei secoli, più risulta difficile trovare la voglia e il tempo per leggerli: ci sembra già di conoscerli fin troppo, di averne letto tutte quelle parti che l'impostazione di una lezione o di un manuale ha rilevato essere le fondamentali. Invece l'incontro diretto con l'intera opera rivela significati che quei manuali e quelle lezioni mai avrebbero potuto mettere in luce e che si manifestano solo nell'intimo rapporto della lettura spontanea.

La mia ultima sfida, in tal senso, ha riguardato il più antico romanzo epistolare italiano, Ultime lettere di Jacopo Ortis, del quale sia i toni che i contenuti mi hanno colpita in maniera ben più forte di quanto avrei potuto pensare sulla base dell'infarinatura scolastica.
Scritto, come dichiara lo stesso autore, sotto l'influenza della lettura de I dolori del giovane Werther di Goethe, il testo foscoliano in parte ne ricalca la trama, in parte si muove con in modo innovativo; se, infatti, la storia di Werther è concentrata sulla condizione di un giovane intellettuale che non trova il giusto apprezzamento nella società e che soffre per l'impossibilità di appagare i sentimenti che trova per Charlotte, promessa ad un altro uomo, il suo corrispettivo italiano unisce a questi temi un'intensa nota patriottica, che cala nel romanzo la vicenda biografica di Ugo Foscolo: anche Jacopo, come il suo creatore, ha riposto le sue speranze in una liberazione di Venezia dal gioco dell'oligarchia da parte di Napoleone, ma viene deluso dal tradimento siglato dal generale francese con Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), che vede la fine della Serenissima e la svendita del suo territorio agli Austriaci. Inizia così per Jacopo un'esistenza di peregrinazioni che lo porta fra i colli Euganei, dove avviene l'incontro con la bella Teresa che, pur sembrando ricambiare i sentimenti di Jacopo, è, come la Lotte di Werther, promessa ad un altro uomo, Odoardo. La frustrazione della passione amorosa e degli ideali di azione civile spingono Jacopo ad allontanarsi dalla tenuta padovana e a spostarsi per l'Italia settentrionale e a tornare nella sua casa euganea solo per incontrare un'ultima volta Teresa e togliersi la vita.
Nell'Ortis c'è, insomma, un più profondo colore realistico, tratto, oltre che dagli avvenimenti in cui è coinvolto l'autore, da un dato di attualità che sembra essere alla base dell'ideazione del testo, ovvero il suicidio di un giovane studente friulano. Il romanzo, dapprima incentrato sulla traduzione della passione di Ugo Foscolo per Isabella Teotochi Albrizzi, si arricchisce via via negli anni, arrivano alla sua forma definitiva dopo vent'anni di elaborazione (1817).
La prosa di Foscolo non è coinvolgente e ammaliante quanto la sua poesia e i toni del lamento amoroso sono fin troppo svenevoli, ma le pagine in cui l'intellettuale speranzoso vede via via sbiadire e scomparire i propri ideali culturali e nazionali sono piene di emozione e permettono di conoscere dall'interno la drammatica situazione di quella generazione speranzosa che alla fine del Settecento inizia ad agitare quei fermenti che, nel secolo successivo, faranno esplodere i conflitti d'indipendenza italiani.
Ugo Foscolo ritratto da Francois Fabre (1813)
Proprio per questo aspetto le Ultime lettere di Jacopo Ortis meritano pienamente la posizione di rilievo che normalmente viene attribuita a scuola al romanzo: oltre che una testimonianza dello spirito preromantico, il romanzo offre una panoramica storica e, insieme, un quadro culturale del tempo, soprattutto nelle lettere in cui Jacopo racconta della visita alla casa del Petrarca e dei sentimenti che ispira (20 novembre 1797), dell'incontro con Parini a Milano (4 dicembre 1798), nei momenti in cui, con la sua visione pessimistica e con gli sfoghi diretti alla Natura, sembra anticipare Leopardi e nell'accorata missiva da Ventimiglia (19-20 marzo 1799), congedo doloroso da una vita di infelicità passata ad assistere una Patria che è incapace di trovare pace e concordia. Questa globalità di significati mi porta ad accostare il romanzo più al successivo capolavoro di Nievo, Confessioni d'un Italiano, che all'antecedente tedesco: Jacopo ha in sè una tensione e un amor di patria che sottraggono il suo titanismo all'individualismo e ne fanno una emozionante bandiera civile.
«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so; ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho ubbidito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo: quanti sono dunque gli sventurati? E noi, pur troppo, noi stessi Italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’Italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da pochi uomini buoni, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.» (incipit)
C.M.

lunedì 7 aprile 2014

Incantesimi Antichi: Elena

Accanto all’immagine di figlia di Zeus e di sposa infedele, la regina di Sparta manifesta sporadicamente delle abilità magiche. Si tratta di atti non strettamente legati alla magia alla maniera di Circe o di Medea, ma piuttosto conseguenze di due dati fondamentali: il legame di Elena col mondo divino e il suo soggiorno in Egitto, presso Polidamna.

F. Leighton, Il sole ardente di giugno (1895)

Dalla Telemachia, ovvero la parte dell'Odissea dedicata al viaggio di Telemaco (libri 1-4) alla ricerca del padre, emerge un ritratto nuovo della donna che nell'Iliade è semplicemente la causa del conflitto bellico. Nell'ultimo canto di questo 'poema nel poema', Telemaco e Pisistrato (il figlio di Nestore), sono ospiti alla reggia di Sparta e incontrano i sovrani Menelao ed Elena; le vicende iliadiche rimangono sempre sullo sfondo dei colloqui fra i quattro personaggi, ma proprio in questo contesto scopriamo il primo degli interventi ‘magici’ di Elena: nella reggia di Sparta, il ricordo delle sorti degli eroi achei suscita un pianto generalizzato, cui Elena decide di porre fine ricorrendo a dei filtri portentosi (phàrmaka esthlà, Hom. Od. 4, 219-230):
Allora Elena, la figlia di Zeus, escogitò un’altra idea:
subito gettò nel vino da cui tutti attingevano un farmaco capace
di lenire il dolore, placare il rancore e produrre l’oblio di ogni male.
Chi, una volta mescolato nel cratere, lo avesse inghiottito,
per un giorno intero non avrebbe versato il pianto sulle gote,
nemmeno per la morte della madre e del padre,
nemmeno se di fronte a lui, ai suoi occhi, col bronzo
avessero ucciso un fratello o un figlio adorato.
Pozioni tanto potenti e tanto ingegnose possedeva
la figlia di Zeus, tutti quelli che le aveva forniti
Polidamna, la sposa di Tone, l’Egizia: la terra feconda offre numerosi
rimedi, mescolandone molti di prodigiosi, molti di terribili.
Sebbene dal passo non risulti esplicita l’abilità di Elena di produrre un tale rimedio contro la sofferenza, poiché, come indicato al v. 228, la regina ha ricevuto da Polidamna il farmaco e non le istruzioni su come prepararlo, H. Gùzman ha riconosciuto nella donna di questi versi una vera e propria maga, una figura che nell'Odissea costituisce un polo parallelo e di segno opposto alle attività di Circe, che, sempre ricorrendo alla somministrazione di farmaci agli ignari ospiti, si propone di produrre in loro un oblio che dia liberazione dal ricordo delle sventure.
Di recente, inoltre, C.A. Faraone ha notato come la formulazione ipotetica della descrizione dell’effetto del phàrmakon (vv. 222-226) ricalchi le dizioni incantatorie presenti su manufatti antichi come la cosiddetta ‘Coppa di Nestore’ (VIII sec. a.C.). I punti su cui fa leva l’ipotesi sono principalmente l’uso di parole rare o addirittura di hapax (un termine attestato una sola volta) e l’imitazione formulare di iscrizioni come, appunto, quella rinvenuta sul manufatto di Ischia; scrive infatti lo studioso che «il poeta dell’Odissea ha preso un incantesimo simile e l’ha adattato alla sua narrazione. L’originale doveva probabilmente suonare come questo: ‘Chi questo farmaco ingerisce, non righerà di lacrime le gote…’». Di più: se giocassimo, come suggerisce lo stesso Faraone, sull’ambiguità semantica di phàrmakon, che vale come ‘filtro’, ma anche come ‘incantesimo’, potremmo dedurre che, in accompagnamento ai gesti, Elena reciti anche una formula finalizzata a corroborarne l’efficacia, proprio come si è ipotizzato relativamente a Circe.

Elena e Paride, part. da un vaso a figure rosse

Un secondo momento di raffronto fra Elena e Circe si impone all’attenzione in Od. 15, 171-178, allorché la regina di Sparta si offre di interpretare il significato della strana visione presentatasi davanti a Menelao e ai suoi ospiti: un’aquila si è abbattuta sul cortile e ha afferrato un’oca domestica (vv. 160-165). Sebbene Pisistrato chieda al re di interpretare l’auspicio, è Elena a soddisfare la sua richiesta:
Ma Elena lungo peplo, precedendo Menelao, così parlò:
«Ascoltatemi. Io vi darò il responso, quello che gli immortali
mi infondono nella mente e quello che ritengo accadrà.
Come quest’aquila venuta dai monti, dove ha nido e figli,
ha ghermito l’oca cresciuta nella casa,
così Odisseo, dopo aver sofferto molti mali e aver molto errato,
ritornerà a casa e consumerà la sua vendetta: oppure,
già a casa, prepara sventure per tutti i proci.»
Elena pratica un tipo di mantica che parte da premesse esterne (il volo dell’aquila), ma che manifesta il responso finale per via intuitiva, per un contatto entusiastico con la divinità. L’uso del verbo mantèuo ('io profetizzo' v. 172) indica la piena consapevolezza, da parte di Elena, delle proprie, momentanee, capacità oracolari. Come Circe, anch’ella, che non è una ‘professionista’ della mantica ma che dimostra di conoscerne le leggi, fornisce al figlio di Odisseo un’indicazione sul prossimo futuro.

D. G. Rossetti, Elena di Troia (1863)
Non molto più ampio risulta, infine, lo spazio riservato ad un’ultima consonanza fra le abilità di Circe e quelle di Elena. Ai vv. 571-574 del decimo canto dell'Odissea si insinua la sensazione che Circe sappia rendersi invisibile all’occhio umano, provocando un certo sgomento nei suoi ospiti quando riappare nei pressi della nave («Circe era giunta presso la nera nave e aveva legato un montone e una pecora nera sfuggendoci con abilità: chi potrebbe vedere un dio spostarsi se questi non lo volesse?»). Un’analoga reazione coglie il servo frigio che, nell'Oreste di Euripide 1491-1498, descrive l’aggressione di Oreste e Pilade ad Elena e l’improvvisa scomparsa della regina di Sparta:
L’afferrarono come Baccanti in corsa senza tirso
che afferrano un cucciolo montano: di nuovo
piegarono in avanti la figlia di Zeus per sgozzarla
ma lei scomparve attraverso le pareti della casa,
O Zeus, o Terra, o Luce, o Notte, grazie a qualche incantesimo
o per le arti di un mago o perché sottratta dagli dèi.
Non so cosa sia accaduto dopo.
Sebbene C.W. Willink sia convinto che Elena venga uccisa da Oreste e che la sua sparizione avvenga per opera di Zeus (come rivela Apollo ai vv. 1633-1634) solo successivamente alla morte, e M.L. West escluda un riferimento di Eur. Or. 1497 al passo odissiaco sopraccitato in cui vengono descritte le arti farmacopoietiche di Elena, la spiegazione di tale prodigio in relazione alla facies magica di Elena risulta indubbiamente affascinante, soprattutto in virtù del raffronto con l’invisibilità padroneggiata da Circe, che, come Elena, ha un’ascendenza divina.


C.M.

NOTE: Questo post è la sintesi di uno studio che ho personalmente condotto sulla magia e sulle sue protagoniste all'interno della poesia greca antica e che ha costituito la mia tesi di Laurea magistrale, intitolata Thelktéria. Personaggi femminili, oggetti e parole della magia nella poesia greca da Omero all'età ellenistica. Si tratta del settimo appuntamento con questo ciclo di articoli, dopo quelli dedicati a Circe, a Medea (parte I, parte II e parte III), a Deianira e a Fedra. Rimango a disposizione per chiarimenti bibliografici.

venerdì 4 aprile 2014

Philadelphia (Jonathan Demme, 1993)

Quando ritrasmette film di qualità anche un po'datati, la televisione mi suggerisce che c'è ancora un buon motivo per tenerla in casa. Philadelphia è un titolo che rientrava nella collezione di videocassette di casa, ma, quando lo vedevo scritto sulla striscia adesiva, non avevo l'età per guardare il film; poi il videoregistratore è andato e ormai non c'era altra scelta che convertirsi ai dvd, fatto che ha comportato la perdita di molte pellicole della videoteca domestica. Così, quando ho sentito l'annuncio della messa in onda di Philadelphia, ho avuto l'occasione di recuperare un ricordo mai svolto e di soffermarmi sul film che ha permesso ad Hanks di vincere uno dei due premi Oscar della sua carriera (il secondo sarebbe arrivato l'anno successivo con Forrest Gump).

Il giovane e promettente avvocato Andrew Beckett (Tom Hanks) ha appena ottenuto dai soci del prestigioso studio per cui lavora la responsabilità di un'importantissima causa e gli elogi dell'intero staff. Molto presto, però, si assenta dal lavoro per problemi di salute che lo costringono ad un ricovero inaspettato e, mentre è in attesa degli accertamenti, riceve una telefonata: il rapporto sul caso, che si discuterà l'indomani in aula, è misteriosamente scomparso. La cartella viene ritrovata in extremis, ma la scomparsa dei documenti, in realtà organizzata dagli stessi colleghi di Beckett, è il motivo addotto per il suo repentino licenziamento. Andrew, però, è convinto che si tratti solo di un pretesto dovuto ad un atteggiamento discriminatorio: il giovane avvocato è affetto dall'aids, malattia contratta nel corso di un rapporto omosessuale occasionale, e il suo allontanamento dallo studio serve per liberarsi di quello che per i soci è uno scomodo appestato gay. Per questo si rivolge a diversi avvocati per citare in giudizio i suoi datori di lavoro, vedendosi rifiutare la difesa da nove professionisti, finché non approda nello studio di Joseph Miller (Denzel Washington) che, inizialmente restio a superare i propri pregiudizi, vedendo concretizzarsi la discriminazione ai danni di Beckett in una biblioteca, decide di affrontare il processo e inizia un'intensa collaborazione con Andy, il suo compagno Miguel (Antonio Banderas) e la sua famiglia, arrivando, sebbene con fatica, ad accantonare gli imbarazzi e i preconcetti nel tentativo di far trionfare la giustizia.


Philadelphia è una storia di amore, tenacia e coraggio, ma anche un inno struggente al rispetto dei diritti, della libertà e dell'uguaglianza. La storia di Andy è raccontata con estremo tatto, ma ha in sé tutta la durezza e la sofferenza di una malattia devastante che l'indifferenza o, peggio, l'astio della società, fanno progredire più in fretta, come se il dramma personale non bastasse. Philadelphia è soprattutto un atto di riflessione sull'insensatezza dei pregiudizi e sulle pesanti conseguenze dell'ignoranza.
«Cos'è che le piace di più del diritto?»
«Il fatto che una volta ogni tanto, non sempre, ma a volte, diventi parte della giustizia. La giustizia applicata alla vita.»
C. M.

mercoledì 2 aprile 2014

Incantesimi Antichi: Fedra

Uno stato di angoscia e di ‘mal d’amore’ accomuna Deianira alla protagonista dell’Ippolito di Euripide (428 a.C.). Sebbene nella sua storia la magia sia poco più che un cenno mai messo in pratica, anche la sposa di Teseo, invaghita del figliastro, sembra lasciarsi tentare dalla soluzione magica prospettata dalla nutrice per porre fine alle sue sofferenze amorose. La quasi totale ignoranza di queste pratiche da parte di Fedra e i suoi timori rispetto all’esito del rimedio la portano all’incapacità reale di prendere una decisione sul ricorso alle arti magiche suggerito dalla nutrice e tutto quanto la regina offre in controbattuta alla sua interlocutrice è una domanda (v. 516): il filtro (phàrmakon) di cui si consiglia l’utilizzo è una bevanda (potòs) o un unguento da spalmare (christòs)?

Alexandre Cabanel, Fedra (1880)

Nel primo episodio della tragedia, Fedra manifesta una sofferenza non solo psicologica, ma anche fisica, come dimostra l’entrata in scena della donna, sostenuta dalle ancelle; ha smesso di mangiare, cerca la morte, palesa i segni di una devastante malattia che la nutrice desidera portare alla luce e curare. Venuta a conoscenza dell’amore della regina per Ippolito, così parla la nutrice (Eur. Hipp. vv. 509-515):
Ho in casa filtri magici
d’amore (mi è appena venuto in mente)
che senza vergogna e senza danno porranno fine
al tuo male, se non avrai una cattiva disposizione.
Dunque ci occorre qualcosa che appartenga
a colui che brami, una ciocca di capelli o un brandello
di veste: venga da queste due cose un unico beneficio.
Ai vv. 388-390 Fedra aveva espresso la convinzione che non esistesse un farmaco capace di cambiare i suoi sentimenti, quindi si deve dedurre che il rimedio della nutrice consista non in un farmaco liberatore che abbia effetto su Fedra attraverso l’estinzione della passione, bensì in un filtro d’amore o in un incantesimo verbale destinato a piegare i sentimenti di Ippolito. Il dato che crea perplessità, tuttavia, è a carico del fruitore del phìltron; se, infatti, la soluzione più semplice e logica, anche in considerazione dell'analogo comportamento di Deianira, è la somministrazione di filtri erotici agli amati, che ci farebbe pensare ad un’assunzione del phàrmakon da parte di Ippolito, P. Oikonomopoulou e W.S. Barrett, sostengono che la pozione debba essere assunta dalla stessa Fedra e non allo scopo di curare il suo mal d'amore, bensì per ricondurre Ippolito da lei come uno schiavo.

Sarcofago di Fedra e Ippolito, part. (III sec.)
Il filtro, dunque, in accompagnamento a epoidaì, e lògoi thelktèrioi (v. 478, due espressioni che indicano gli incantesimi verbali), agisce attraverso un meccanismo di magia simpatica, secondo quella legge di contagio che J. Frazer ha teorizzato come una delle due basi della fiducia nell’azione magica. Occorrono, pertanto, per la realizzazione dello scopo prefissato, degli elementi appartenenti ad Ippolito, oggetti che sono stati a stretto contatto con lui, addirittura addosso al suo corpo: una ciocca di capelli oppure un brandello di veste, in quanto considerati diretta rappresentazione del giovane. Questa pratica doveva essere molto diffusa nel mondo antico, poiché anche Simeta, la maga del secondo idillio teocriteo, dichiara di aver trovato una frangia del mantello dell’amato Delfi e la getta nel fuoco sperando di produrre un riavvicinamento dell’uomo.
Per quanto non si possa rilevare una netta condanna verso pratiche di agoghè (cattura) cercate da Fedra come da Deianira, la paura della donna di ricevere onta e danno dal ricorso a qualche tipo di phàrmakon (v. 510-511) suggerisce che vi sia la percezione di un'azione moralmente ripugnante. Fedra, infatti, non si piegherà a questi espedienti magici, ma consumerà il proprio dramma e quello di Teseo in modo assolutamente umano, ma non meno ingannevole di un sortilegio: sfrutterà il potere dissimulatore delle parole.

C.M.

NOTE: Questo post è la sintesi di uno studio che ho personalmente condotto sulla magia e sulle sue protagoniste all'interno della poesia greca antica e che ha costituito la mia tesi di Laurea magistrale, intitolata Thelktéria. Personaggi femminili, oggetti e parole della magia nella poesia greca da Omero all'età ellenistica. Si tratta del sesto appuntamento con questo ciclo di articoli, dopo quelli dedicati a Circe, a Medea (parte I, parte II e parte III) e a Deianira; seguirà un ultimo articolo dedicato ad Elena per chiudere la serie delle maghe del mito. Rimango a disposizione per chiarimenti bibliografici.