domenica 31 agosto 2014

Agli USA Gasparotto, a noi Sgarbi

In Italia studiare discipline artistiche e umanistiche pare un modo facile per ottenere una laurea e vivacchiare con qualche competenza generica alle spalle qualche ente pubblico. Sicché i professionisti dei beni culturali, probabilmente sbeffeggiati sin da quando hanno dichiarato al mondo che avrebbero studiato storia dell'arte o materie affini con la classica frase «E poi che vai a fare?», se possibile, diventano, per vedersi riconosciuti meriti e competenze, cervelli in fuga.
 
Davide Gasparotto
L'ultimo caso di abbandono dell'Italia da parte di uno stimato esperto d'arte è quello di Davide Gasparotto, classe 1965, direttore della Galleria Estense di Modena. È infatti di pochi giorni fa la notizia della sua nomina a responsabile della collezione di pittura italiana al Getty Museum di Los Angeles, un'opportunità che Gasparotto ha accettato da un lato con rammarico, dall'altro con l'orgoglio di veder riconosciute le proprie competenze. In un'intervista al Fatto Quotidiano, Gasparotto ha dichiarato che partire «significa lasciare una delle cose più importanti: la possibilità di vivere immersi nel tessuto connettivo che riunisce le opere al territorio, i documenti ai monumenti, i monumenti al paesaggio. [...] A Los Angeles non mi basterà uscire di casa per trovarmi immerso nella mia materia di studio.», ma anche che, nella scelta presa, «è stato fondamentale ciò che in Italia non posso avere: e cioè la possibilità e la certezza di concepire, sviluppare e portare a compimento un progetto. Con tutto il necessario supporto economico, e di professionalità e saperi, da parte dell’istituzione».
Il richiamo di Davide Gasparotto alla necessità di tornare ad investire sulle risorse umane nel campo dei beni culturali e di considerare come reale funzione della cultura quella formativa appare tanto lontano dalla percezione delle istituzioni italiane quanto essenziale all'estero, dove i nostri studiosi ed esperti trovano molte più opportunità di applicazione di competenze e acquisizione di esperienze.
Oggi il ministro Franceschini annuncia il riconoscimento dei professionisti dei beni culturali, ma, a parte il fatto che non sono state chiarite le modalità di tale valorizzazione e che la recente riforma del MIBACT presenta molti punti controversi, siamo ben lontani dal conferire ai beni culturali e a coloro che in tale campo si specializzano il rispetto e la dignità che meritano.
Se a questo si aggiunge il triste spettacolo di un Vittorio Sgarbi che smania per portare all'Expo milanese del 2015 i Bronzi di Riace, l'Ortolano dell'Arcimboldo e la Nascita di Venere del Botticelli solo per esibire un fantasma di valorizzazione dell'arte con l'appoggio di istituzioni e personaggi che vanno a braccetto con i sostenitori del nauseante motto «Con la cultura non si mangia», il quadro si fa a dir poco grottesco (tanto più che il tema della manifestazione è proprio il cibo...).  
 
Consideriamo poi che Sgarbi è stato insignito del premio per la comunicazione culturale e soffermiamoci sulla motivazione di tale scelta, in cui si recita: «In una società appiattita su un'omologazione al ribasso, Vittorio Sgarbi conduce da anni, attraverso una molteplice attività di saggista, corsivista, polemista, curatore di mostre, performer televisivo, pubblico amministratore, un'opera corsara di divulgazione e valorizzazione del patrimonio artistico non soltanto italiano che è in grado di farsi comprendere e apprezzare anche da un pubblico non specialista, cui fornisce numerosi spunti di riflessione e approfondimento. Il suo linguaggio spesso provocatorio e paradossale unisce la competenza storico-critica alle suggestioni di un'efficace affabulazione, spaziando dall'arte classica a una contemporaneità smascherata nei suoi falsi avanguardismi, ribaltando luoghi comuni ed etichette di comodo, ed operando una salutare messa in discussione delle certezze di chi lo ascolta».
Evidentemente in Italia gode di maggior autorevolezza un critico d'arte accampato nel salotto della D'Urso per dare della capra a tutto il resto del mondo e intervenire su questioni morbose di attualità che un direttore di museo interessato a portare avanti progetti nell'interesse della struttura per cui lavora e, di conseguenza, di tutti coloro che vogliano visitarla per un arricchimento culturale. A mio avviso sono proprio questi paradossi che creano l'appiattimento sull'omologazione al ribasso di cui parla la giuria del premio Alassio, evidentemente invertendo cause ed effetti.

C.M.

venerdì 29 agosto 2014

Il secolo breve (Hobsbawm) - L'età dell'oro

La seconda tappa del viaggio entro Il secolo breve ci porta nel cuore del Novecento, dopo l'Età della catastrofe: il secondo capitolo del poderoso saggio di Eric Hobsbawm, intitolato L'ètà dell'oro, ci porta in piena Guerra fredda, in un clima di tensione che è risultata più ideologica e propagandistica che reale. Il conflitto latente fra i due grandi blocchi in cui il mondo era diviso alla fine della seconda guerra mondiale si è basato infatti più su un dispiegamento di armi e proclami che su una reale volontà di combattere: entrambe le parti volevano evitare un conflitto in cui non sentivano di poter essere vincitori e che presentava più rischi che vantaggi. In un certo senso, secondo lo storico, la Guerra fredda dimostrò che le grandi potenze avevano maturato una seppur debole coscienza degli errori dello scontro mondiale. Anche se, infatti, prendendo come assunto un'affermazione di Hobbes secondo la quale «la guerra non consiste soltanto nella battaglia o nel combattimento, ma in un lasso di tempo in cui la volontà di scendere in battaglia è sufficientemente manifesta» (p. 268), possiamo effettivamente parlare di guerra, le superpotenze «abbandonarono temporaneamente la guerra come strumento di lotta politica, dal momento che essa sarebbe stata l'equivalente di un patto suicida» (p. 270), sicché «si confidava sul fatto che la controparte non voleva la guerra» (p. 272). Hobsbawm, tuttavia, sottolinea come il timore continuo di un conflitto e il bisogno degli USA di evitare il dilagare dell'entusiasmo per il modello socialista abbia contribuito ai nuovi legami fra le nazioni alleate, dando un forte impulso alla Creazione della Comunità europea.

Alcuni passi diventano essenziali nella comprensione delle dinamiche storico-politiche che hanno concorso all'attuale assetto del mondo, motivo per cui Il secolo breve dovrebbe essere una lettura fondamentale per i governanti del Novecento, oltre che per tutti coloro che vogliano seriamente comprendere perché oggi il mondo è questo e non altro. E che i cultori della finanza non pensino, come spesso accade, di non dover nulla ad una simile analisi: Hobsbawm offre al suo lettore anche una semplice ma accurata descrizione della formazione del mercato globale cui gli economisti inneggiano sempre più a gran voce e che proprio in questi anni sta mostrando il suo lato peggiore, tanto più che non mancarono, nella stessa Età dell'oro, segnali di quel surriscaldamento del sistema economico che avrebbe portato alla crisi degli anni '70 e, senza una vera soluzione di continuità, a quella odierna.

Ma non sono solo i fattori politico-militari ad interessare Hobsbawm, che dedica ben due capitoli alla Rivoluzione sociale e alla conseguente Rivoluzione culturale, fenomeni che affondano le radici nella profonda discrepanza fra le generazioni vissute prima dei conflitti mondiali e durante gli stessi e quelle cresciute nel secondo dopoguerra. Impeccabile è la sua ricostruzione di come la fascia di popolazione più giovane e sempre più istruita non solo dell'Europa ma del mondo intero, anche quello di recente decolonizzazione, si sia improvvisamente ritrovata in un mondo che non poteva che essere migliore di quello del passato e abbia preso d'assalto le vecchie classi dirigenti, le istituzioni stantie, in breve tutto ciò che rappresentava l'autorità passatista di una società che si era disfatta nei propri eccessi. Un excursus interessantissimo è dedicato all'emergere di una cultura giovanile globale diffusa attraverso la moda (con la diffusione dei blue-jeans, segno di distinzione rispetto ai più anziani) e, soprattutto, attraverso la musica rock.

Leggendo Il secolo breve, si avverte di compiere un processo di istruzione senza avvertirne il peso: la prosa di Hobsbawm, estremamente precisa, corredata da dati e statistiche e allargata all'analisi del mondo intero, non è mai inutilmente prolissa o sovrabbondante, bensì appare fluida e ricca di informazioni preziose per chi voglia approfondire la conoscenza del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Insomma, le mie impressioni sul libro e sul senso dell'opera stessa sono sempre più positive. Spero di poter concludere con altrettanto piacere la terza parte del volume, per la quale vi rimando alle prossime settimane.

C.M.

giovedì 28 agosto 2014

Di lettori e leggenti

Chi mi segue anche su Facebook avrà forse notato il post che ho pubblicato ieri linkando un articolo dal titolo Ecco i segreti per imparare a leggere un libro alla settimana. Dato che i social network sono caratterizzati dalla rapidità con cui gli interventi emergono e riaffondano nel magma delle notizie, ho pensato di dedicare una riflessione specifica anche qui sul blog, rendendola permanente e aprendo anche a nuovi possibili commenti; va da sé che alcune opinioni già espresse si ripeteranno.

Di fronte al suggerimento di abituarsi a leggere un libro a settimana con tanto di trucchetti sono rimasta perplessa: gli amanti della lettura hanno davvero tutto questo bisogno di distinguersi con simili sfide, di far sapere al mondo quanti libri leggono in una settimana o in un mese?
Sia chiaro, ammiro tantissimo chi riesce a trovare il tempo per leggere tutto ciò che desidera e io stessa ho più volte espresso il mio entusiasmo per la lettura e ironizzato sulla tendenza a volermi procurare più libri possibile, ma mi sembra che, fissando un record di letture, si metta in luce una sorta di fanatismo, quello della lettura fine a se stessa, del puro macinare libri: il lettore con la L maiuscola sembra quello che sa sempre trovare il tempo per leggere e che divora titoli come noccioline.
Certo, nel post non si sostiene che il buon lettore debba leggere un libro a settimana, però, se, come scritto nell'articolo e come pensiamo in molti, leggere serve a capire meglio il mondo, nessuna calendarizzazione e nessun timer possono porre delle condizioni. Ripeto, il post sottolinea solo l'idea di abituarsi a leggere il più possibile, eppure credo che lo faccia con affermazioni di cattivo gusto (senza contare che le conclusioni non corrispondono né al titolo né al contenuto del pezzo).
Stabilire di leggere 30-40 pagine al giorno, di leggere in ogni secondo libero e pensare che conti il numero di libri letti più che la qualità della lettura è una forzatura, un atto contro la natura stessa del leggere: per me la lettura è riflessione, distensione, dare spazio e tempo alle parole.
Ovvio che mi piacerebbe poter leggere tutto il leggibile ed è vero che, come molti lettori, lamento spesso il troppo poco tempo per troppi volumi che meritano attenzione; ammetto anche che mi sono divertita a provare a fissare un traguardo di letture per l'anno in corso, ma non mi interessa se alla fine della settimana o del mese avrò letto uno, due o dieci libri, l'importante sarà essere consapevole di essermi dedicata ad un passatempo sano e per me piacevole.


Anche se sono una di quelle persone che ha sempre in borsa un libro per far fronte a lunghe attese o momenti morti, non credo che amare la lettura significhi buttarsi sulle parole per scorrerne il più possibile prima che suoni un campanello o scatti il verde al semaforo, anzi, se non dispongo del tempo sufficiente a leggere almeno un paio di pagine non inizio nemmeno, non mi piace lasciare a metà un paragrafo o una frase solo per vantare un progresso e guadagnare qualche riga.
Leggere per il puro gusto di dire "io l'ho letto" e "io ho letto N libri" è un vezzo inutile, un modo per mettere in mostra ed esteriorizzare un'attività che, invece, richiede raccoglimento. La lettura non è spettacolo, non è una maratona e non è una corsa al record, bensì un momento per imparare a scoprire storie e pensieri e, non di rado, per conoscere meglio se stessi, e quest'ultima non mi sembra cosa da subordinare ad un cronometro.
I libri non sono medicine da prendere tot volte al giorno, e, se saltare le pagine è un sacrosanto diritto del lettore (come sostiene Pennac), ostentare di aver completato la lettura di quel libro mezzo ignorato non è diverso che averlo aperto, averne letto il titolo e un riassunto wikipediano, aver annotato qualche citazione con cui farsi belli e aver richiuso il volume.
La lettura non accetta forzature, dovrebbe essere scelta per piacere e per passione, al libro si dovrebbe dedicare tutto il tempo necessario ad assaporarlo e capirlo (il che non vuol dire che non lo si possa leggere in un giorno o in una settimana), che sia per trarne un arricchimento interiore o per trascorrere semplicemente qualche ora di tranquillità.
Trovo, inoltre, che calcolare in termini numerici la prestanza di un lettore possa incorrere nell'effetto indesiderato di far passare coloro che coltivano questa passione per degli eremiti fanatici che non pensano ad altro che a polverizzare volumi, il che non aiuta ad abbattere i pregiudizi di chi rifugge dai libri come dalla peste.
Credo che uno degli aspetti più affascinanti dell'essere lettori sia quello di rimanere tali, grazie all'interesse autentico e alla passione, anche al di fuori del momento in cui legge: questo distingue il lettore dal leggente.

C.M.

mercoledì 27 agosto 2014

Esplorando la Puglia #2: Alberobello e Castellana

Dopo aver ammirato la cattedrale di Trani, il viaggio in Puglia è proseguito con due escursioni nell'entroterra, una di carattere culturale, l'altra naturalistica.
La prima ha avuto come meta Alberobello, il paesino famoso per i suoi trulli, costruzioni rurali di colore bianco che si distinguono per la copertura in pietra che compone un cono la cui sommità è occupata da pinnacoli elaborati. L'origine di questi edifici (ma sarebbe meglio dire di quelli edificati dal XV secolo) è curiosa: innalzati senza bisogno di malta grazie alla capacità autoportante delle cupole con questa forma, essi permettevano di aggirare una tassa sulle aree urbane, in quanto classificabili come edifici non permanenti.

Una stradina nel complesso dei trulli di Alberobello

L'insediamento di Alberobello, dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità nel 1996, è quello con la maggior concentrazione di Trulli, ma tutta l'area delle Murge e l'entroterra da Bari a Monopoli sono disseminati di strutture di questo genere, ancor più belle perché immerse negli oliveti.
Attualmente i trulli di Alberobello sono per la maggiore occupati da negozietti caratteristici di prodotti enogastronomici e ceramici (le eccellenze del territorio) che spesso danno accesso a balconi dai quali è possibile avere una visione sopraelevata del complesso o permettono di scoprire l'interno delle cupole, i piani interrati o l'uso dei pozzi interni, anche con la guida degli stessi commercianti.

Alberobello - il Trullo Siamese
Passeggiando fra i trulli si ha un'impressione di grande luminosità data dal bianco della muratura e si incontrano schiere uniformi di edifici con le cupole segnate da simboli tinteggiati di bianco e tratti dallo zodiaco, dalla religione o da altri retaggi tradizionali, ma anche alcune costruzioni decisamente originali, come il Trullo Sovrano o il Trullo Siamese; novecentesca è invece la Chiesa-trullo dedicata a Sant'Antonio.

Alberobello - La Chiesa-trullo di Sant'Antonio

Non lontano da Alberobello si trova Castellana, centro rinomato per la presenza di grotte carsiche che si estendono nel sottosuolo per circa 3 km a oltre 100 m di profondità, con una suggestiva alternanza di ambienti più o meno ampi modellati dalla caduta dell'acqua e dai minerali che essa deposita scivolando sul materiale precedentemente accumulato. Era il secondo complesso che visitavo, dopo quello di Frasassi, e la magia si è ripetuta: per quanto le opere umane possano stupire e commuovere, non c'è nulla che apra il cuore quanto la visione del lavoro millenario della Natura.

Grotte di Castellana - La Grave

Scoperte nel 1938 da Franco Anelli, le grotte presentano tutte le strutture e le concrezioni tipiche del carsismo (stalattiti, stalagmiti, colonne, cortine), che assumono colori vari a seconda delle sostanze che trasportano, dal bianco al giallo, dal rosa al rosso; quest'ultime sfumature danno talvolta origine a quelle che, simpaticamente, gli speleologi chiamano fettine di bacon!

Grotte di Castellana - la Grotta Bianca
Nel corso della visita, che si può scegliere se affrontare con itinerario completo o parziale ed è condotta da una o più guide, si passa dall'ambiente iniziale della Grave, l'unica dotata di un'apertura che distribuisce ossigeno in tutto il complesso, a spazi che prendono il nome dalle concrezioni salienti: le grotte della Lupa (per una concrezione che ricorda la Lupa capitolina), dei Monumenti, della Civetta, del Piccolo Paradiso e molti altri ambienti, fino ad arrivare alla bellissima Grotta bianca, definita "la più splendente del mondo" grazie alla ricchezza di alabastri.
Per la visita si consigliano abbigliamento comodo, scarpe da ginnastica, una felpa (la temperatura è ad una media di 16,5 gradi) e tanta, tanta voglia di meravigliarsi!

C.M.

NOTA: Le foto di Alberobello sono di mia realizzazione, mentre quelle di Castellana, non essendo possibile fotografare oltre la Grave, sono tratte dal sito ufficiale, cui rimando per ulteriori informazioni sul complesso e sulle modalità di visita.

lunedì 25 agosto 2014

Philippe Daverio porta l'arte in edicola

Contemplare un'opera d'arte, come sanno tutti gli appassionati, è un'esperienza emozionante e talvolta soverchiante: seguendo i tratti di una pennellata o le pieghe di una scultura possiamo improvvisamente scorgere qualcosa che, pur esterno a noi, sembra appartenerci da sempre. Se, poi, abbiamo la fortuna di disporre di qualche informazione sull'opera stessa e sull'artista, se siamo in compagnia di un buon Cicerone o se abbiamo nutrito il nostro spirito di letture che accrescono la comprensione dell'opera stessa, quella contemplazione si trasforma in un vero e proprio dialogo con l'opera e con il suo autore.

L'opportunità di arricchirci di tante informazioni e curiosità sul mondo delle arti figurative e dei suoi protagonisti ci viene data da un'iniziativa del Corriere della sera, che da giovedì 28 agosto proporrà in allegato al quotidiano una collana di monografie intitolata I capolavori dell'arte. 35 volumi in brossura illustrati, ognuno dei quali dedicato ad un’opera-chiave della storia dell’arte, descritta accuratamente all’interno del contesto storico e della produzione complessiva del suo autore e collegata ad una sezione antologica contenente alcuni interventi critici.
La collana ha un curatore d’eccellenza, uno dei personaggi più apprezzati nel panorama culturale italiano: Philippe Daverio, critico d’arte noto al grande pubblico per i suoi interventi televisivi, soprattutto per il programma Passepartout. Daverio è autore dell'introduzione all’opera protagonista di ciascun volume, selezionata fra le più significative della produzione dei diversi artisti; oltre ai suoi testi, ciascuna monogografia presenta interventi di altri esperti che approfondiscono singoli aspetti dell'opera stessa, dando vita ad un prodotto a più mani.
La prima uscita, in edicola al prezzo di lancio di 1€ (oltre al prezzo del quotidiano), è dedicata alla Nascita di Venere, punto di partenza per la presentazione dell’attività complessiva di Sandro Botticelli entro il clima storico e culturale della Firenze medicea. L’analisi del dipinto, di cui si offrono sia la visione complessiva sia una selezione di dettagli che permette di apprezzarne gli aspetti più raffinati e particolari, è preceduta dalla ricostruzione della sua origine e corredata di riferimenti ai documenti che illuminano il significato del dipinto e ricostruiscono il lavoro del Botticelli.


Seguiranno, dal 4 settembre e per tutti i giovedì successivi, al prezzo di 5,90€, le monografie dedicate a Caravaggio, con il Canestro di frutta, a Renoir, di cui viene presentato il Ballo al Moulin de la Galette, e al Tondo Doni di Michelangelo. Ma l'iniziativa de I capolavori dell’arte ci terrà compagnia per i prossimi mesi, guidandoci alla scoperta delle grandi opere di Van Gogh, Vermeer, Klimt, Piero della Francesca, Tiziano, Monet, Delacroix e molti altri artisti che hanno lasciato un segno importante nel panorama artistico mondiale.
La collana, caratterizzata da testi chiari e piacevoli, si arricchisce di pregio per l’eleganza dei volumi, molto curati anche dal punto di vista grafico e nella rilegatura (le dimensioni sono di 19x23 cm): un’opportunità unica per gli appassionati d’arte di portare sui propri scaffali una collezione di qualità da tutti i punti di vista.

L’appuntamento con l’arte e con i suoi protagonisti è ogni giovedì in edicola oppure su CORRIERESTORE.it.

Buona lettura e buona contemplazione!

C.M.

NOTE: Per gli utenti di Twitter è possibile scaricare gratuitamente un estratto del primo volume Botticelli - La nascita di Venere seguendo questo link.

sabato 23 agosto 2014

La verità sul caso Harry Quebert (Dicker)

Quest'anno ho portato in spiaggia il tipico libro da ombrellone: un giallo bello corposo, nonché bestseller dell'anno scorso, caratterizzato da una trama piacevole e da uno stile per nulla impegnativo. Esaltato dalla stampa e acclamato dai lettori, La verità sul caso Harry Quebert è stato a mio avviso un po'sopravvalutato, ma ciò non toglie che sia stato una buona scelta. 
 
Del classico giallo ci sono l'ambientazione, costituita dalla tipica cittadina americana, Goose Cove, e i suoi personaggi tipici, dalla titolare della tavola calda ai vicini che vedono ma non parlano, dal miliardario misterioso al sergente di polizia che per qualche motivo inspiegabile ha la sindrome apparentemente diffusa negli USA di spiattellare le informazioni sul caso ad uno scrittore ficcanaso.
Si tratta di Marcus Glodman, allievo e amico del professor Harry Quebert, autore a sua volta di un romanzo di enorme successo dal titolo Le origini del male, accusato dell'omicidio di Nola Kellergan, una quindicenne con cui ha avuto, anni prima, una relazione troncata dall'improvvisa scomparsa di lei. Il cadavere viene ritrovato nel giardino di Quebert e non sembrano esserci dubbi: un ultratrentenne con il vizio delle ragazzine ha descritto la sua morbosa storia d'amore nel romanzo che lo avrebbe reso famoso per poi ucciderla assieme alla donna che aveva visto la giovinetta scappare nel bosco di Goose Cove. Fiducioso nell'innocenza dell'amico e nell'autenticità del sentimento che lo legava a Nola, Goldman si mette ad indagare, interrogando tutti i personaggi della cittadina alla ricerca di prove a suo tempo non adeguatamente considerate o di particolari sfuggiti a chi conduceva le indagini. Ne emerge un quadro altamente instabile, dove chiunque può essere colpevole o innocente, mentre proprio l'indagine diventa l'ancora di salvezza, oltre che di Quebert, dello stesso Goldman, che si lascia convincere a fare del caso il suo nuovo libro, sperando così di riabilitare il suo maestro e di salvare al contempo la propria carriera.
Il romanzo del ginevrino Joël Dicker ci trasporta in una trama coinvolgente, anche se ben lontana dalla suspense descritta dalle recensioni dei giornali in quarta di copertina. Il romanzo ha di estremamente positivo l'incrocio di storie diverse in cui emerge a poco a poco come nessuna esistenza sia priva di aspetti torbidi e nessuno possa dirsi realmente innocente di fronte alla sorte sfortunata di Nola; ugualmente brillante è la scelta di incrociare prospettive e piani temporali: quello della relazione e del libro di Quebert, quello delle testimonianze dei vari personaggi, i resoconti dalla prigione dell'imputato. Ho trovato un po'deludente il tratteggio dei personaggi, le cui descrizioni sono sacrificate a lunghe tirate di dialoghi, ma il genere del libro giustifica la scelta; è però estremamente odioso Marcus Goldman, narratore della vicenda per nulla restio a mettersi in luce come 'Il Formidabile' e a ricordare tutti i modi in cui ha fatto colpo sull'insigne professor Quebert, oltre che troppo incline ad estremizzare la sua insofferenza nei confronti delle scadenze imposte dall'editore. Un personaggio alquanto irritante.

Joël Dicker

La verità sul caso Harry Quebert rimane, al di là di qualche pecca, una lettura consigliabile, tenendo conto dell'eccesso di fervore che accompagna questo titolo. Forse la narrazione si potrebbe chiudere in modo più comprensibile se Quebert non giocasse a disseminare indovinelli nelle sue confessioni - atteggiamento insensato, dato che il parlar chiaro potrebbe stornare immediatamente la pena di morte dalla sua testa senza poter danneggiare in alcun modo un'immagine già compromessa - ma è gradevole godersi il gioco di indizi, verità svelate e illuminazioni in cui si muove Goldman, trascorrendo qualche sana ora di intrattenimento.

C.M.

giovedì 21 agosto 2014

Esplorando la Puglia #1: la cattedrale di Trani

Adoro le vacanze che permettono di portare a casa, oltre al relax e ai bei ricordi, tante esperienze culturali: quest'anno volevo il mare, ma cercavo anche la possibilità di scoprire un territorio e di godermi qualcosa più di una spiaggia (luogo in cui, comunque, ho potuto darmi - modalità lucertola attivata - a lunghe sedute di lettura). 

Cattedrale di Trani, scorcio
Tanti luoghi della nostra bella Italia rispondono a questa esigenza e la scelta è ricaduta sulla Puglia, regione dalle acque bellissime e dall'entroterra ricco di angoli meravigliosi, per ammirare i quali una settimana di certo non basta. In questo primo appuntamento col mio diario di viaggio vi porterò nella prima città che ho visitato, precisamente nella sua piazza principale, direttamente affacciata sul mare. Alla fine di un lungo viaggio in auto, il mattino ci ha accolti a Trani, col sole che illuminava la bellissima cattedrale e che proiettava la sua maestosa ombra sul selciato antistante.
Arrivando dalla città moderna, ci si inoltra negli stretti vicoli della parte più antica dell'abitato, che convergono verso la grande piazza, delimitata da grandi palazzi e dal castello svevo affacciato sul mare. 
Nel punto più vicino alla costa, isolata rispetto agli altri edifici, si erge la cattedrale, inconfondibile fra tanti esempi di architettura per il particolare colore del tufo calcareo noto come pietra di Trani, di un rosa tendente al bianco e che si arricchisce di sfumature diverse a seconda del riflesso solare, che, assieme all'apertura sul mare, dà alla piazza una luminosità e un respiro sensazionali. 

Cattedrale di Trani, insieme

Costruita fra il 1099 e il 1186 (ma i lavori del campanile proseguirono fino a dopo il 1200) e dedicata a San Nicola Pellegrino, la chiesa è realizzata in tipico stile romanico, con la caratteristica presenza del rosone centrale, delle arcate cieche e della strutturazione su due livelli, che creano una sovrapposizione fra una chiesetta inferiore e la chiesa maggiore soprelevata; a quest'ultima si accedeva attraverso una doppia scalinata e un monumentale portale di bronzo riccamente decorato da Barisano da Trani, oggi sostituito da una copia, mentre l'originale è all'interno. 

Cattedrale di Trani, part. l'arco del portale

La pianta dell'edificio è a croce, con un corpo centrale scandito in tre navate e perpendicolare al transetto, anche se, esternamente, quest'ultimo appare unito alla tripla abside in un unico corpo, mascherando l'impianto effettivo all'osservatore. Singolare è il campanile, addossato alla chiesa e slanciato da un arco a sesto acuto e caratterizzato dalla progressione crescente delle aperture, dalle bifore dei primi due livelli alle cinque aperture dell'ultimo.
Internamente si nota una divisione costante basata sul numero tre: oltre alle già citate tre navate, troviamo tre absidi e tre livelli sovrapposti all'altezza delle navate laterali, coperte da volte a sesto acuto e dotate di colonnati doppi. Dalla chiesetta inferiore, inoltre, si scende nell'ipogeo di San Luceio, purtroppo in cattivo stato.

Cattedrale di Trani, interno, abside

Al mattino l'edificio riceve una luce abbondante dal sole che filtra dalle aperture nell'abside, in particolare dai due rosoni laterali, creando spettacolari giochi di luce e un effetto naturale ineguagliabile; spettacolari sono però anche i chiaroscuri determinati all'esterno grazie ai diversi elementi che arricchiscono l'apparato decorativo della cattedrale: i rosoni, la lavorazione dei capitelli e dell'arco del portale, le cornici del campanile, i doccioni con sagome animali, le colonnine e diversi elementi statuari sospesi adornano la superficie esterna con un raffinato lavoro di cesello.

Cattedrale di Trani, part. doccioni e elementi decorativi

Ammirare questo straordinario esempio di arte e architettura dà una sensazione sublime, porta quasi ad uno straniamento, soprattutto quando il passaggio di un pedone permette di rendersi conto dell'enormità della cattedrale: soverchiato dall'imponenza dell'edificio e dalla vastità del mare e del cielo che si aprono accanto ad esso, l'uomo si sente un piccolo insetto circondato di grandezza.

Cattedrale di Trani, part. visione dalla base della scalinata

C.M.

NOTA: Le fotografie presenti in questo post sono di mia realizzazione; la posizione del sole al mattino ha prodotto per la facciata un effetto in controluce cui ho dovuto rimediare con la ripresa leggermente laterale dell'edificio nell'insieme.

martedì 19 agosto 2014

Il bimillenario di Augusto

«Lo spettacolo è terminato: applaudite»: da queste parole, che Gaio Giulio Cesare Ottaviano avrebbe pronunciato in fin di vita secondo Svetonio, (Vite dei Cesari, Aug., XXVIII, 3), ripartiamo oggi. Il 19 agosto 2014, infatti, ricorre il bimillenario della morte del primo imperatore e Roma si prepara a rendere omaggio ad Augusto con una straordinaria iniziativa all'Ara Pacis, che verrà illuminata per riprodurne i colori originali.

Augusto come Pontefice Massimo
Ottaviano Augusto fu un personaggio cruciale nella storia romana e non solo in quanto fondatore dell'impero. Fu per sua iniziativa che cessarono le guerre civili che da un secolo insanguinavano la Repubblica e che i territori conquistati vennero riorganizzati in un apparato amministrativo efficiente e iniziarono ad assumere un volto architettonico uniforme, replicando ovunque i segni dell'appartenenza a Roma grazie alla diffusione sempre più massiccia di teatri, anfiteatri, impianti termali, acquedotti e archi trionfali.
Il principale veicolo della propaganda e, quindi, dell'azione augustea, che faceva leva sul concetto sacro e inviolabile di Pax Augusta e sul principio di venerabilità dell'imperatore (da cui il titolo stesso che venne attribuito ad Ottaviano dal 27 a.C.) fu l'arte, che agiva come un canale pubblicitario esteso ad ogni angolo dell'impero e che cambiò radicalmente l'aspetto monumentale dell'Urbe. Come scrive Giovanni Becatti, «nel periodo augusteo l'architettura fu chiamata a dare un volto più luminoso alla nuova capitale e il marmo lunense sostituì ormai il tufo e il travertino, sicché l'imperatore poteva gloriarsi di aver trasformato in marmorea la Roma repubblicana di terracotta e mattoni».

Gemma Augustea
Ad alimentare il mito dell'eccezionalità di Augusto c'era, invero, anche la poesia, e non a caso l'imperatore ebbe come 'ministro della propaganda' Mecenate, che riunì attorno al princeps il fiore dei poeti, ma la letteratura era per uomini colti e raffinati, mentre l'immagine, il monumento, la statuaria avevano un impatto immediato sul popolo, quale che fosse il grado di istruzione dei singoli cittadini. Per questo motivo Augusto aprì la strada ad un'arte che recuperava la lezione accademica dell'età classica greca con la precisa volontà di superare il gusto diffusosi nel I secolo a.C.: se Antonio, il grande rivale di Ottaviano, aveva dato alla propria propaganda uno stampo ellenistico, facendosi rappresentare come Dioniso e stabilendosi in quel'Alessandria che dell'Ellenismo era stata centro d'irradiazione, allora il princeps, che doveva essere ricordato come l'eroe salvatore di Roma, avrebbe dovuto ricercare un'estetica contrapposta, per segnare definitivamente il distacco della sua etica pura ed equilibrata (simboleggiata dalla sua identificazione con Apollo o Hermes) e del suo messaggio ideologico dal comportamento vizioso di colui che aveva tentato di consegnare ad una regina egiziana le sorti dell'imperium.

Ricostruzione del Mausoleo di Augusto

Abbiamo già avuto modo di notare il rapporto fra etica ed estetica e l'abitudine a ricercare nella seconda segni della prima. Ebbene, Augusto partiva dal presupposto della necessità di una restaurazione: restaurazione di forme, quindi di valori. Il richiamo all'arte equilibrata e solenne del classicismo in contrasto con quella più fluida e patetica dell'ellenismo era indice della volontà di recupero degli ideali che avevano fatto grande Roma prima che le guerre civili ne minacciassero la distruzione. L'opera legislativa di Augusto (Leges Iuliae), infatti, mirava alla tutela e alla crescita della famiglia (venne addirittura posta una tassa sul celibato), sia per rinforzare le tradizioni del mos maiorum e la devozione, sia per dare all'impero un enorme esercito di cittadini-soldato. Furono ristabiliti, anche grazie all'impegno letterario di Virgilio, il culto della pietas, la devozione verso i padri e verso gli dèi e la gloria della difesa dell'impero dai barbari, valori incarnati dalla mitica figura di Enea (quindi dalla sua discendenza); a tutto questo si aggiungeva l'idea della provvidenzialità dell'ascesa di Augusto, chiamato a riportare la pace e a ristabilire la potenza dell'impero, così come appare evidente dalla celebrazione dei suoi trionfi del canto VIII dell'Eneide, con il passo dello scudo di Enea dedicato ad esaltare le vittorie su Antonio (vv. 671 sgg.).

Gemma raffigurante Ottavia
Anche il mondo femminile fu investito da un'ondata di morigeratezza, che mirava ad imporre la figura della pura donna romana al fascino perverso di Cleopatra, sfruttando il forte impatto propagandistico dello stile di Ottavia, sorella dell'imperatore ripudiata da Antonio e divenuta modello di pudicitia: le acconciature e l'abbigliamento della principessa non erano solo un aspetto modaiolo, bensì un vero e proprio mezzo di educazione inteso a stimolare l'emulazione e l'ammirazione, con una funzione non diversa da quella dei grandi apparati decorativi, dell'oggettistica e dei monumenti.

Fra i principali esempi di propaganda neoclassica si annoverano i ritratti dell'imperatore: l'Augusto di Prima Porta, loricato e colto nel tipico gesto dell'adlocutio usato dagli oratori e dai condottieri per richiamare l'attenzione del pubblico o dei soldati, è in realtà l'elaborazione dello schema di Policleto esemplificato dal Doriforo, mentre l'Augusto come Pontefice Massimo conservato al Museo Nazionale Romano tradisce il modello nella 'calligrafia dei capelli' (come la definisce Ranuccio Bianchi Bandinelli) e nella compostezza del panneggio, ben lontano dal virtuosismo fidiano tanto caro agli epigoni ellenistici. Classico è anche il tratto della Gemma augustea, straordinario pezzo di cammeo viennese realizzato da Dioscurides in cui Augusto appare in trono affiancato da Roma vincitrice e incoronato da Oikoumène, personificazione del potere universale.

Augusto di Prima Porta
Ma è sicuramente l'Ara Pacis Augustae il monumento che meglio incarna il bisogno di gloria del princeps, che con essa venne consacrato a fondatore e garante di una nuova età dell'oro. Dedicata il 30 gennaio del 9 d.C. nel Campo Marzio, l'altare riassume i motivi della celebrazione di Roma che ricorrono anche nel già citato canto VIII del poema virgiliano per dar un'idea della compattezza di un ciclo storico finalizzato a nient'altro che alla fondazione di un impero pacificato. Il recinto esterno dell'Ara Pacis è infatti decorato nella parte superiore dei lati aperti con i motivi della Lupercale, dei sacrifici di Enea, di Roma vincitrice e di Tellus, simbolo di fertilità, mentre i lati chiusi presentano due processioni d'inciso classico, e di «uno stile di contenuta eleganza che ricorda il fregio del Partenone» (Ludovico Rebaudo), sebbene con una sovrapposizione di figure che richiama le forme dell'arte italica preromana: sul lato nord sono raffigurati i discendenti di Enea, su quello sud la processione di senatori che doveva ripetersi ogni anno a partire dal 9 a decretare l'importanza di una continua celebrazione del princeps, che ancora oggi, a duemila anni di distanza, non possiamo dimenticare.

Ara Pacis Augustae

«Acta est fabula, plaudite»

C.M.

NOTE: Queste ed altre foto dedicate all'arte augustea sono visibili nell'album della pagina Facebook Bimillenario di Augusto.

lunedì 18 agosto 2014

L'amore ai tempi del colera (García Márquez)

Potrebbe essere Una struggente tenerezza il sottotitolo di questo romanzo che Gabriel García Márquez ha scritto nel 1985. Una storia che ha superato la fascinazione di Cent'anni di solitudine, che mi aveva letteralmente incantata, e la particolarità di Cronaca di una morte annunciata. Non possono esistere dubbi sul talento di narratore di Gabo, non ci sarebbero nemmeno se non ci fosse quel Nobel a ricordarcelo. La vita dei suoi personaggi, dei villaggi e delle città che essi abitano, dei paesaggi incontaminati che attraversano sgorga come un fiume e si espande naturalmente come una foresta amazzonica, aggrovigliando il lettore in un vero incantesimo.

Troppa enfasi? No, queste sono le sensazioni che ho provato leggendo il terzo romanzo dell'autore recentemente scomparso (e sono certa che i suoi lettori più affiatati mi capiscano): la passione del racconto traspare da ogni frase, con quei particolarissimi accostamenti di parole e la capacità di trasformare in fiaba anche i momenti di più crudo realistico.
E la storia di Florentino Ariza e Fermina Daza è davvero un inno al romanzo, alla capacità di rendere eterne le storie. Eterne come è l'amore di Florentino per Fermina, un amore contrastato per convenzione sociale, un amore che pare adombrato da passioni travolgenti ma rapide ad estinguersi quanto ad infiammarsi, un amore che rimane a palpitare nel fondo del cuore di un ragazzo divenuto un vecchio. Il romanzo inizia nell'ultima giornata del dottor Juvenal Urbino, marito ottantenne di Fermina, e con una dichiarazione d'amore di Florentino alla donna che ci sospinge indietro nel tempo, alla nascita del sentimento in un ventenne pieno di ammirazione per la bella studentessa alla quale scrive decine di lettere d'amore. Sullo sfondo, come in Cent'anni di solitudine, la trasformazione di un mondo con le sue invenzioni e il cambiamento storico-sociale, mutamenti che accentuano sempre più, per contrasto, la stabilità dell'amore di Florentino. La quotidianità, la storia, le idee, le certezze, le relazioni cambiano, ma i sentimenti di Florentino rimangono identici, confinati in una dimensione di purezza che porta l'uomo a non condividerli con nessuno e sfogati nella continua scrittura di lettere d'amore (prima per Fermina, poi per i giovani innamorati cui offre la sua abilità di poeta) sempre più simili ad un libro sulla condizione umana. Florentino non vuole sfuggire alla sofferenza causata dall'impossibilità di appagare il cuore, da quel «bisogno di morire» che rimostra che «i sintomi dell'amore sono gli stessi del colera».
L'amore ai tempi del colera è, dunque, una storia di devozione e maturazione, una riflessione sul potere di un sentimento che, anche se soffocato o costretto a mutare dal passare del tempo, dal sopraggiungere della vecchiaia, prorompe fra gli uomini e li rende capaci di affrontare sfide che appaiono folli, ma che sono solo la prova del fatto che «è la vita, più che la morte, a non avere limiti».
Non si sentivano più fidanzati [...] e tanto meno amanti tardivi. Era come se avessero saltato l'arduo calvario della vita coniugale, e fossero andati dritti all'essenza dell'amore. Passavano il tempo in silenzio come due vecchi sposi scottati dalla vita, al di là delle trappole della passione, al di là degli scherzi brutali delle illusioni e dei miraggi dei disinganni: al di là dell'amore. Perché avevano vissuto insieme quanto bastava per accorgersi che l'amore era l'amore in qualsiasi tempo e in qualsiasi parte, ma tanto più denso quanto più era vicino alla morte.
C.M.

venerdì 8 agosto 2014

Il più antico volto di Verona: l'iconografia rateriana

Ciascuno di noi ha della propria città, dei propri luoghi del cuore un'immagine propria, in cui, alla rappresentazione reale, si uniscono quelle emozionali, che portano a concentrarsi su spazi precisi, su particolari e su impressioni del tutto soggettive. Il dipinto complessivo dipende dalla somma di questi particolari e risponde ad una funzione personalissima della rappresentazione stessa. Lo stesso principio è stato per secoli alla base della realizzazione delle mappe storiche: un punto di vista soggettivo, dettato da predisposizioni personali o culturali, ha a lungo prevalso sulla resa matematica e geometrica dello spazio. Di Verona esiste una rappresentazione cartografica molto originale che, se non ha davvero nulla di scientifico, è tuttavia evocativa di ciò che la città rappresentava nell'immaginario di chi l'ha fatta ritrarre.

La copia di Scipione Maffei, cod. 106 della Biblioteca capitolare

Si tratta della cosiddetta iconografia rateriana, che prende il nome dal suo committente, il vescovo Raterio di Liegi, vissuto nel X secolo; la rappresentazione originaria, conservata per secoli nel monastero di Lobbes, in Belgio, è andata perduta, ma ci rimangono due apografi del XVIII secolo fatti realizzare da Scipione Maffei e da Giovanni Battista Biancolini. Il primo esemplare fu rintracciato dal letterato veronese sulla base di una testimonianza di Jean Mabillon a commento di un componimento celebrativo della città noto come Versus de Verona: Mabillon indicava come allegato del componimento una raffigurazione della città prodotta per volontà di Raterio, che fu vescovo di Verona; Maffei si mise alla ricerca del documento e lo ritrovò, testimoniando la scoperta in una sua lettera, specificano che «insieme con questi versi vi si conservava una carta iconografica della città miniata, nella quale si vedeva l’esser suo nei tempi di Pipino» e di averne fatto realizzare una copia. Iniziativa lodevole, dato che il manoscritto originario andò poi perduto. Nel frattempo, però, Biancolini, che non avrebbe ottenuto da Maffei neanche un fugace sguardo all'iconografia (i due erano fatti in pessimi rapporti), fece realizzare da un pittore una seconda copia dell'iconografia rateriana, dalla quale trasse una tavola xilografica a colori che, fino alla pubblicazione, nel 1901, del codice Maffeiano ceduto alla biblioteca capitolare veronese per via testamentaria, fu la versione più nota della mappa di Raterio.

La copia di Biancolini, in Serie cronologica dei vescovi e dei governatori di Verona

I due esemplari, comunque, sono abbastanza simili (eccezion fatta che per la nomenclatura del fiume e alcune lievi differenze nel tratto delle mura), il che, considerando la certa indipendenza di uno dall'altro, ci rassicura della conformità rispetto all'originale. L'iconografia rateriana rappresenta la città mettendone in luce alcuni aspetti caratteristici, ma offrendo, per forza di cose, una selezione di luoghi. L'Adige sgorga dalla bocca di un vecchio e divide Verona in due parti uguali, quella inferiore raffigurante gli edifici della civitas antica, fra cui spicca l'Arena, quella superiore dedicata ad un'area ricca di vegetazione corrispondente a Colle San Pietro, il castrum tardoantico sul quale si adagiano il teatro romano (definito arena minor) e il palatium, sede del sovrano Teodorico; il centro esatto, l'ideale punto di separazione delle due aree, è occupato dal pons marmoreum, ovvero Ponte Pietra, collegamento centrale fra il nucleo cittadino e l'area collinare, ma anche punto di passaggio della Via Postumia, la principale strada del nord della penisola. La carta è affiancata da una legenda, che evidenzia la presenza dei principali elementi.
Un altro apparato testuale correda la carta: si tratta di un carme in distici elegiaci che corre lungo il bordo e recita:
Magna Verona, vale! Valeas per secula semper
    et celebrent gentes nomen in orbe tuum.
Nobile, praecipuum, memorabile, grande theatrum,
    ad decus exstructum, sacra Verona, tuum.
De summo montis castrum prospectat in urbem,
    Dedalea factum arte viisque tetris.

Grande Verona, addio! Che tu viva nei secoli per sempre
    e le genti celebrino nel mondo il tuo nome.
Nobile il teatro, eminente, memorabile, grande,
    costruito per renderti bella, sacra Verona.
Dall’alto del colle il castello sovrasta la città,
    fatto con l’arte di Dedalo e con oscure gallerie.
L'Arena
È interessante notare che questi sei versi presentano diversi paralleli con il già citato Versus de Verona, detto anche Ritmo pipiniano, che corrispondeva ad una descrizione della forma urbis del X secolo e che può essere il motivo ispiratore della stessa carta rateriana. Anche nel componimento più esteso, infatti, è presente il riferimento al labirinto nel castrum, identificabile con il teatro romano (l'edificio con emisfero al di sopra del pons marmoreum) che, non fungendo più da luogo di spettacolo (una manifestazione pagana soppressa), appariva come un edificio pieno di ingressi e corridoi ormai occupati da tombe.
Sebbene l'immagine sia estremamente semplificata e stilizzata, la rappresentazione degli edifici è abbastanza fedele alla loro struttura e alla loro disposizione spaziale; certo, le distanze fra di essi vengono annullate e, confrontando i due esemplari, si nota che in quello di Biancolini l'Arena appare quasi totalmente inglobata nelle mura (come, effettivamente, fu per un certo periodo nel quale ebbe la funzione di roccaforte), ma quella di Raterio è una fedele rappresentazione del volto tardoantico di Verona.
Ponte Pietra e il teatro romano (Arena minor)
La selezione degli edifici e il particolare rilievo dato ad alcuni di loro può rispondere a diverse esigenze. L'iconografia può rispondere all'immagine ideale di Verona che Raterio serbava nella memoria e che, dopo la cacciata dalla città, ha voluto immortalare. In alternativa, il vescovo potrebbe aver tratto ispirazione da precedenti ritratti della città; a questo punto, possiamo pensare che abbia voluto tradurre in forme e colori i contenuti del Versus de Verona (il che spiegherebbe le consonanze) o che conoscesse un precedente modello iconografico, visto in un codice o in un mosaico. Teodorico, il re dei Goti, aveva già fatto realizzare una rappresentazione degli edifici di Ravenna, fra cui spiccavano quelli eretti per sua volontà, da destinare alla sala del palatium romagnolo: non è da escludere che a Verona, altra sede del sovrano, esistesse un'opera analoga in cui fossero raccolti i principali simboli della città.

L'Adige
Questa rappresentazione di Verona è stata definita quasi biografica: in essa Raterio avrebbe sì dato della città l'immagine di una nuova Roma, calcando la mano sugli edifici di spettacolo e sul ponte che rappresentava la via stessa della romanizzazione della Cisalpina, unendovi anche l'espansione medievale su Colle San Pietro, ma avrebbe scelto di non rappresentare lo stato di rovina e degrado in cui Verona doveva trovarsi nel X secolo, tempo in cui Raterio visse. Raterio ha raffigurato un luogo non reale, ha eliminato ciò che non voleva si vedesse, ha offerto al nostro sguardo il suo luogo del cuore, la sua visione di una Verona gloriosa e luminosa, una città ideale simile a quella cantata nel Ritmo pipiniano.

«Nessuna lingua potrebbe narrare le bellezze di questa città:
dentro brilla, fuori risplende, avvolta da un’aura luminosa»
(Versus de Verona, strofe 6)

C.M.

NOTE: Per approfondire, rimando al fascicolo degli atti del convegno del 2011 dedicato all'iconografia rateriana, intitolato La più antica veduta di Verona (scaricabile gratuitamente in formato pdf).

giovedì 7 agosto 2014

Sul curriculum meglio avere una catastrofe

Non è la prima volta che mi trovo a dire che il Paese in cui viviamo è un mondo alla rovescia, ma, a costo di essere ripetitiva, mi sembra che solo questa definizione possa spiegare ciò che vediamo quotidianamente: situazioni paradossali fatte passare per normali quando bisognerebbe provvedere a porvi rimedio fino alle conseguenze estreme. 
 
Gli antipodi
Il caso della settimana, neanche a dirlo, riguarda Schettino, il capitano che ha abbandonato la nave, colui che ancora, pur ricomprendo il più alto grado di dirigenza a bordo della Costa Concordia, rifiuta di riconoscere la propria responsabilità circa il naufragio, le vittime e i conseguenti danni ambientali. Il suddetto elemento, come noto a tutti, è intervenuto alla Sapienza di Roma per parlare agli studenti di un master a proposito della gestione del panico. Per la serie "da che pulpito". Ora, si è detto che la notizia sia stata gonfiata a dismisura, che la sua non è stata, come inizialmente titolato dalla stampa, una lectio magistralis (e ci mancherebbe?!), bensì una testimonianza chiesta da un docente (ma bravo!). Il punto non cambia: è stato ammesso a parlare in una struttura destinata all'educazione e alla formazione di futuri professionisti il primo imputato di omicidio plurimo e disastro ambientale del disastro Concordia. Indipendentemente dalle responsabilità effettive (era o non era lui in plancia, è o non è tornato sulla nave ecc.), Schettino era il responsabile della nave, della sicurezza e dell'evacuazione e non ha compiuto il suo dovere: una negligenza che è costata la vita a 32 persone. Io non dico che si debba lapidare quest'uomo, ma perché diamine ammetterlo in una Università come una star? Vogliamo anche dargli il Nobel per la pace, visto che ci siamo? Altra storia è poi la totale mancanza di decenza nell'accettare un invito che era in partenza improprio, ma credo che essere ricordato per la felicità delle sue uscite non sia lo scopo dell'esistenza di Schettino.
Ma questo è un caso, sebbene sia quello che fa più rumore. Il nodo della questione è che in Italia coloro che ottengono visibilità, rispetto, e onorificenze sono sempre più spesso le persone che hanno trascorsi torbidi, che si sono macchiati di crimini più o meno gravi contro privati cittadini o contro lo Stato e chi ha peggio condotto i ruoli ricoperti nel corso della propria carriera. Chi ha mandato in fallimento le banche ha ottenuto incarichi in istituti ancor più importanti, chi si è macchiato di tangenti e corruzione in regione è passato in Parlamento con tanto di vitalizio, chi ha compiuto omicidi o atti terroristici diventa la star televisiva dell'anno e non perde l'occasione di fare un'ospitata all'ennesimo talk-show di D'Urso&co. (il racconto che scrissi qualche anno fa è, ahimé, sempre più veritiero) e chi evade il fisco per milioni è premiato con una riduzione della cartella esattoriale o con un programma tv confezionato su misura, perché, se sei un guru della bella vita o un calciatore, mica devi pagare proprio tutte le tasse, anzi, spesso i tuoi fan si mobilitano per giustificarti come fossi un martire.
Dall'altra parte ci sono tante persone più o meno giovani che vivono onestamente, fanno il loro lavoro o sudano per cercarne uno, si assumono le proprie responsabilità senza possibilità di vedersi perdonare una distrazione e contribuenti onesti che vengono vessati come fossero i peggiori delinquenti per un'inesattezza minima nella dichiarazione dei redditi. Gente che per ottenere anche solo un colloquio di lavoro deve passare attraverso stage a gratis e conseguire titoli di studio e certificazioni a non finire o che per sostenere un concorso pubblico deve gettarsi nel tritacarne di esami perpetui, bollettini, bolli e versamenti.

Il mondo alla rovescia in una stampa popolare

Ma Schettino no. Lui entra a fare il testimonial di un contenuto didattico senza alcun merito professionale e senza un titolo per parlare a degli studenti universitari (anche i corsi di base dovrebbero essere affidati quanto meno ai dottorandi). Ha però nel suo curriculum una catastrofe, e questo, agli occhi di parte della società, lo qualifica. Così come è qualificato a patecipare all'amministrazione pubblica un condannato per evasione o come si accetta che ai vertici dello sport siano ammessi personaggi che hanno un'esperienza professionale e umana fatta di insulti, arroganza e falli reiterati.
Ecco la traduzione del termine meritocrazia in questo Paese: un affronto non solo alle vittime di simili irresponsabili, ma anche a tutti coloro che sono ancora capaci, pur con tutte le difficoltà poste dagli eventi, di nutrire fiducia nei valori del rispetto, dell'impegno e del decoro.

C.M.

mercoledì 6 agosto 2014

Madame Bovary (Flaubert)

È uno dei romanzi più letti della letteratura mondiale, una tappa fondamentale nell'evoluzione della narrativa francese del XIX secolo (fu pubblicato nel 1857). Madame Bovary, che mette sotto accusa le manie romantiche della società in cui l'autore stesso vive (al punto da fargli esclamare «Madame Bovary sono io») e gli effetti devastanti delle stesse, è un agile racconto che mette al centro i sentimenti della giovane Emma, piena di fantasie romanzesche ma intrappolata in una realtà prosastica.

Personalmente sono rimasta delusa da questa lettura, ho trovato la protagonista sciocca e irritante e non sono in alcun modo riuscita ad immedesimarmi nei suoi sentimenti e pensieri. Non stupisce che per Emma, cresciuta nutrendosi di romanzi che narravano di eroine passionali e dei loro slanci amorosi, il matrimonio con il mediocre dottor Charles Bovary sia privo di soddisfazione; quello che, invece, disorienta, è la capacità della protagonista di sbagliare nel direzionare la propria passionalità. 
Leggendo questo romanzo subito dopo Anna Karenina, sono rimasta impressionata dalla diversità dell'impatto delle due figure, entrambe donne intrappolate in un matrimonio infelice e in fuga verso relazioni che promettono il riscatto da un'esistenza grigia. Non sono riuscita a provare, per Emma, quella partigianeria, quella voglia di supporto che non potevo evitare di associare, invece, ad Anna. 
Quella di Emma Bovary è una vicenda breve, fatta di tentativi di fuga dalla banalità e dall'anonimato, è una storia di amori superficiali (da parte dei suoi due amanti, Rodolphe e Léon), in cui ella vede la possibilità di emanciparsi dalla quotidianità casalinga e dalla provincialità della gente di Yonville. Madame Bovary inizia con forte slancio i rapporti con Rodolphe e Léon, ma i suoi vagheggiamenti romantici, basati essenzialmente sulle aspettative create dalle letture giovanili, rimangono deluse dal crollo delle apparenze: Rodolphe è un donnaiolo che intrattiene con lei una relazione come tante (il suo atteggiamento totalmente disinteressato è evidente nella scrittura della patetica lettera d'addio), mentre Léon lascia in breve tempo trasparire la leggerezza dei propri sentimenti. 
Nel suo tentativo di vivere come una nobile dama, con begli abiti e devoti ammiratori, Emma contrae debiti su debiti e avverte, proprio nel momento del bisogno, di fronte al rifiuto di un prestito da parte di Rodolphe, il crollo dei sogni e delle illusioni giovanili. Il momento in cui Emma diventa un'eroina passionale è, tragicamente, quello della morte: il suicidio si consuma con una foga e una disperazione tale che, proprio nelle ultime pagine, si manifesta al lettore la forza delle emozioni di Madame Bovary.

C.M.

lunedì 4 agosto 2014

Ragione e sentimento (Austen)

Eccoci al mio primo incontro con Jane Austen: mi sembra incredibile averne rimandato la conoscenza così a lungo, perché, sebbene non sia tipo da romanzi con profluvi di ricevimenti, tè, fantasie romantiche e vagheggiamenti di matrimoni, sono sempre stata affascinata dalle atmosfere ottocentesche e dalle ambientazioni nelle campagne inglesi. Grazie agli amici che mi hanno regalato Ragione e sentimento ho finalmente compiuto un passo rimandato troppo a lungo.

La trama del romanzo, di per sé, non ha nulla di speciale: due sorelle, Elinor e Marianne, si innamorano di due giovani di buona famiglia e devono far fronte agli ostacoli delle aspettative sociali delle di loro famiglie, che cercano per i figli matrimoni economicamente convenienti. L'evoluzione delle rispettive storie d'amore procede in maniera abbastanza simile, fra speranze, delusioni e rivolgimenti inattesi in cui il pettegolezzo e le manovre di madri, zie e suocere la fanno da padrone. Diverso è, invece, l'approccio che ciascuna delle sue sorelle Dashwood ha nei confronti dell'amore stesso: quanto Elinor è razionale e contenuta nel manifestare le proprie emozioni e gestire i sentimenti, tanto Marianne si lascia prendere dalla passione, dai sogni e da attacchi di isteria, senza mai risparmiarsi di rinfacciare alla sorella quella che crede una freddezza incomprensibile per una fanciulla innamorata.
Un racconto piacevole, ironico, leggero che, se non permette grandi riflessioni esistenziali come molti classici coevi, è tuttavia estremamente godibile, anche grazie alla prosa piana ed elegante di Jane Austen, che sembra accompagnarci nei salottini inglesi all'ascolto delle confidenze e delle chiacchiere delle signorine in età da marito. Al di fuori dei momenti in cui straripa l'emotività di Marianne, emerge un trattamento freddo e calcolatore nei confronti dell'amore, tale che è difficile distinguere la presentazione dei sentimenti da quella della socialità del matrimonio (alcuni lunghi discorsi dedicati al calcolo delle rendite in previsione delle nozze di questo o quella sono addirittura imbarazzanti), ma, confrontando questi passi con altri di romanzi coevi, come La fiera delle vanità, si comprende l'enorme importanza data al versante finanziario delle relazioni.

L'aspetto più affascinante della narrazione è, a mio avviso, nell'evoluzione del carattere delle sorelle Dashwood, nel rafforzarsi progressivo della loro confidenza, nella graduale apertura di Marianne alle posizioni di Elinor, che appare sicuramente come il personaggio più caro alla Austen, forse per la tendenza ad associare Elinor alla propria sorella, Cassandra. Ho trovato emozionante il ruolo quasi materno che Elinor assume verso Marianne, riuscendo a celare le proprie angosce e a suscitare nella sorella minore un'ammirazione che la porta a vedere le proprie emozioni in modo completamente diverso.
Lo suggerisco: a chi ama i personaggi sognatori, i colori pastello, le sottili ironie e i finali distensivi. E, comunque, a chi ricerchi una lettura leggera senza temere di incappare in una sciocchezza.
«Tu non ti fidi di me, Marianne.»
«Via, Elinor, un rimprovero simile proprio da te... che non ti fidi di nessuno!»
«Io!», replicò Elinor, piuttosto confusa. «Ti assicuro, Marianne, che non ho nulla da dire.»
«Nemmeno io», ribatté Marianne con vigore, «le nostre situazioni sono identiche. Nessuna di noi ha niente da dire; tu perché non comunichi mai niente, io perché non nascondo mai niente.»
C.M.

venerdì 1 agosto 2014

Le biblioteche più note della narrativa mondiale

Gli scrittori sanno bene quali armi impugnare per legare a sé i propri lettori. Una di queste, il cui successo è garantito dal fatto stesso che abbiamo il loro libro fra le mani e siamo con buona probabilità lettori presi dal furore dell'accumulo, è quella di esibirci una biblioteca coi fiocchi. Alzi la mano il lettore sfegatato che, di fronte all'aprirsi delle porte di tali paradisi non si sente vittima di un incantesimo e non ha la sensazione che l'autore abbia creato appositamente per lui quest'angolo ricolmo di piaceri. Il buon autore, d'altronde, è prima di tutto un lettore e sa cosa un lettore cerca. Il lettore non ama entrare in biblioteca solo fisicamente, per cercare o leggere un libro: adora anche essere portato in biblioteca dal libro stesso, dal suo autore, dai personaggi che questi ha creato.


Famosissime sono le biblioteche di molti autori della letteratura, da quella vastissima di Giacomo Leopardi (o, per meglio dire, del padre) a quella che Petrarca aveva foga di riempire di manoscritti antichi al punto che lui stesso dichiarava di non riuscire a saziarsi di libri, e non dimentichiamo il piacere descritto da Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori, quando, durante l'esilio all'Albergaccio, trascorreva le serate in compagnia dei libri, nobilitandosi nel colloquio con i loro autori.
Ma come negare che si stabilisca una particolare sintonia con i protagonisti dei romanzi che sono a loro volta lettori e ci guidano alla scoperta delle loro pagine preferite? Fra gli eroi ed eroine della narrativa, si distinguono come divoratori di libri Don Chisciotte, le giovani donne protagoniste dei romanzi della Austen (la Marianne di Ragione e sentimento o la Catherine dell'Abbazia di Northanger), per non parlare di Jurij Živago, che si dimostra profondo conoscitore della letteratura russa, da Tolstoj a Dostoevskij e Čechov; alcuni, come lo stesso Don Chisciotte o la melassa di Emma Bovary, sono pesantemente influenzati dalle loro letture o sono addirittura condotti a comportamenti paradossali e ridicoli.
E poi ci sono quei personaggi che ci accompagnano fisicamente alla scoperta delle loro sterminate collezioni. Vediamone qualche noto esempio.

Don Chisciotte fra i libri
Conosciuta a tutti gli studenti italiani che si sono sorbiti la lettura integrale dei Promessi sposi è la biblioteca di Don Ferrante, che occupa una parte consistente (diciamo pure esagerata) del capitolo 27. Le raccolte di libri, come accade nel caso dell'Azzeccagarbugli, denotano nel romanzo di Manzoni un atteggiamento meschino da parte degli intellettuali, che usano la loro superiorità culturale per ingannare e farsi beffe del popolo (fa eccezione il solo Cardinale Borromeo); ma c'è di più: dietro all'apparenza di una grandissima erudizione si cela in realtà la critica ad una società che è, invece, profondamente ignorante e accumula libri di cui non capisce proprio nulla o che non si rivelano minimamente in linea col principio di utilità che l'autore, che fa tesoro delle idee illuministe e romantiche insieme, riconosce alla letteratura.
Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato.
Segue una accurata descrizione dei libri dei vari autori raccolti nella biblioteca, che portano a definire il ritratto di un appassionato di astrologia, di un cultore devoto di Aristotele (probabilmente perché è l'unico filosofo che conosca), di un tiepido studioso di scienza e di un "professore" in materia di letteratura cavalleresca.
Le tien dietro, per celebrità, il Labirinto che costituisce la biblioteca del monastero in cui Umberto Eco ha ambientato il suo romanzo più noto, Il nome della rosa. Il solo bibliotecario ha accesso alle collezioni, mentre i monaci devono consultarle nel bellissimo scriptorium che l'autore descrive con dovizia di particolari. Al labirinto, però, è dedicata buona parte del romanzo, perché esso si collega al mistero da svelare; esso è collocato nel torrione e Guglielmo e Adso vi accedono proprio per indagare:
La sala aveva sette pareti [...]. Lungo le pareti chiuse si addossavano enormi armadi, carichi di libri disposti con regolarità. Gli armadi portavano un cartiglio numerato e così pure ogni loro singolo ripiano: chiaramente gli stessi numeri che avevamo visto nel catalogo. In mezzo alla stanza un tavolo, anch'esso ripieno di libri. Su tutti i volumi un velo abbastanza leggero di polvere, segno che i libri venivano puliti con una certa frequenza.
La pianta del Labirinto
Ed è all'interno della biblioteca comunale di Miragno che Mattia Pascal redige il manoscritto delle sue memorie con l'intento di affidarlo a quegli stessi scaffali: questo luogo è in preda al caos per l'ammassamento della collezione ceduta al comune da monsignor Boccamazza:
[...] don Eligio sbuffa sotto l'incarico che si è eroicamente assunto di mettere un po'd'ordine in questa vera babilonia di libri. Temo che non ne verrà mai a capo. Nessuno prima di lui s'era curato di sapere, almeno all'ingrosso, dando di sfuggita un'occhiata ai dorsi, che razza di libri quel monsignore avesse donato al Comune: si riteneva che tutti o quasi dovessero trattare di materie religiose. Ora il Pellegrinotto ha scoperto, per maggior sua consolazione, una varietà grandissima di materie nella biblioteca di Monsignore; e siccome i libri furon presi di qua e di là nel magazzino e accozzati così come venivano sotto mano, la confusione è indescrivibile. Si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose.
C'è poi la biblioteca dell'esteta Jean Des Esseintes, protagonista di Controcorrente: la sua enorme collezione spazia dalla letteratura latina, di cui disprezza i maggiori autori, i nomi del "secolo d'oro" (Virgilio, Orazio, Ovidio, Sallustio) e di cui ama, invece, le voci tarde e le più irriverenti, fra cui spicca Petronio, nel cui Satyricon il lettore ritrova tutta l'autenticità e il realismo che lo portano ad annoverare fra le letture preferite del suo tempo gli scritti di Flaubert e dei fratelli De Goncourt. Ai suoi libri sono dedicati l'intero capitolo 3 e ampi stralci del 14 e proprio dalle opere latine inizia il resoconto dei volumi di casa Des Esseintes:
Una parte degli scaffali addossati alle pareti del suo studio arancione e blu era occupata esclusivamente da opere latine, quelle che le intelligenze appiattite dalle deplorevoli lezioni fritte e rifritte nelle varie Sorbone designano con il termine di "decadenza".
La biblioteca di D'Annunzio al Vittoriale
Se poi ci spostiamo sul versante italiano dell'Estetismo, nel Piacere di D'Annunzio scopriamo - senza troppo stupore - una vera e propria biblioteca erotica (stranamente integrata da qualche testo religioso), quella del marchese di Mount Edgcumbe, che si vanta con il giovane Andrea Sperelli delle stampe licenziose che accompagnano le trattazioni:
La raccolta era ricchissima. Comprendeva tutta la letteratura pantagruelica e rococò di Francia: le priapèe, le fantasie escatologiche, le monacologie, gli elogi burleschi, i catechismi, gli idilli, i romanzi [...]. Comprendeva quanto di più raffinato e di più infame l'ingegno umano ha prodotto nei secoli [...]. Il collezionista prendeva i libri dalle file dell'armario, e li mostrava al giovine amico, parlando di continuo. Le sue mani oscene si facevano carezzevoli intorno i libri osceni rilegati in cuoi ed in tessuti di pregio.
Certamente più familiare ai lettori moderni e fra gli esempi di maggior successo di librerie nei romanzi è il caso del Cimitero dei libri dimenticati, il paradiso in terra per tutti coloro che hanno amato L'ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, un luogo per pochi eletti dove finiscono i libri destinati a sparire e dove nascono vere e proprie passioni fra volume e lettore:
Dall'atrio, immerso in una penombra azzurrina, si intravedevano uno scalone di marmo e un corridoio affrescato con figure di angeli e di creature fantastiche. Seguimmo il guardiano fino a un ampio salone circolare sovrastato da una cupola da cui scendevano lame di luce. Era un tempo tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalla geometria impossibile.
E per finire (ma solo perché non posso proseguire in eterno nell'elencare queste collezioni), è d'obbligo un cenno ad una biblioteca che forse non ha avuto una descrizione all'altezza del mistero e delle straordinarie risorse che in esse sono riposte. Sto parlando di quella della scuola di magia di Hogwarts, che dispone anche di un settore inaccessibile, il Reparto Proibito; così questo ambiente viene introdotto in Harry Potter e la pietra filosofale (cap. 12):
[...] E poi, naturalmente, c'era il problema delle dimensioni della biblioteca; decine di migliaia di volumi, migliaia di scaffali, centinaia di stretti corridoi. Hermione tirò fuori un elenco di materie e di titoli che aveva deciso di cercare mentre Ron si avviava lungo un corridoio e cominciava ad estrarre libri a caso dagli scaffali. Harry si aggirava invece nel Reparto Proibito. Da un pezzo si chiedeva se Flamel non si trovasse in qualche libro di quel reparto. Purtroppo, per prendere uno qualsiasi dei libri proibiti occorreva un'apposita autorizzazione firmata da uno dei professori, e lui sapeva benissimo che non sarebbe mai riuscito a procurarsela. Quelli erano libri che contenevano i potenti segreti della Magia Nera che non veniva mai insegnata a Hogwarts, e venivano letti soltanto dagli allievi più anziani che si perfezionavano nella Difesa contro le Arti Oscure.
E ora la parola a voi: quali biblioteche di romanzi hanno colpito la vostra attenzione? In quali desiderereste passare ore e ore? O, ancora, quali altre descrizioni di collezioni di libri vi hanno affascinati in questi stessi o in altri libri? Raccontate!

[...] e quindi entraro in Galeria reale
che volumi accogliea quasi infiniti.
Eran con bella serie in cento sale
riposti in ricchi armari e compartiti,
legati in gemme, ed ogni classe loro
distinguea la cornice in linee d'oro.
[Giovan Battista Marino, Adone, canto X, ottava 152]

C.M.
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