giovedì 8 gennaio 2015

L'uomo con la biro (#JeSuisCharlie)

Ancora quello della pietra e della fionda, direbbe Salvatore Quasimodo: nonostante il progresso, esistono ancora insulsi pretesti per scatenare la violenza, e non ci si abitua mai - non ci si deve abituare - a follie come quella cui tutti abbiamo assistito ieri, con l'attentato alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, costato la vita a dodici persone. «Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero, / gli animali che ti videro per la prima volta»: questa la terribile sentenza che echeggiava in Uomo del mio tempo, all'indomani del secondo conflitto mondiale, questa l'inaccettabile constatazione che facciamo oggi.

Immagine di Lucille Clerc
In un primo momento, appresa la notizia, ma nel più generale contesto della minaccia avanzata dall'Isis e dall'estremismo islamico, non ho potuto non pensare alla massima di Karl Marx: «La religione è l'oppio dei popoli», un concetto che affonda le basi nel materialismo antico (Lucrezio sosteneva il medesimo pensiero, quando additava i delitti commessi in nome degli dèi) e che spiega tanti avvenimenti della storia, di cui lo stesso mondo cristiano si è spesso reso protagonista.
Ma è sbagliato: ad aver ucciso ieri i vignettisti di Charlie o nel secolo scorso di Ebrei o mille anni fa i musulmani in Terra Santa non è stata la fede, ma l'oscurantismo, che non ha altra devozione che verso l'ignoranza e la paura. È religio non nel senso moderno, ma nel suo significato etimologico originario: superstizione, pregiudizio, cecità.
L'uccisione della libertà di pensiero non ha nulla a che fare con il divino e credo che sarebbe tempo di smettere di associare alle parole terrorismo e guerra aggettivi di carattere religioso, perché si va ad alimentare un mito che non ha ragione di esistere e va stigmatizzato: nessuna guerra è santa, perché santo non è ciò che distrugge la vita e l'essenza dell'uomo, che risiede nella sua capacità di pensare e concepire il mondo. Per lo stesso motivo, tanta pubblicità alle imprese terroristiche (come la nauseante replica televisiva dei video delle esecuzioni, pur interrotti prima dell'atto di sangue) porta acqua al mulino della causa della paura, che vuole un mondo buio, dominato da fantasmi e non da uomini, come lo volevano gli Inquisitori che mettevano al rogo persone e libri.

Manifestanti in Place de la République (foto da La Repubblica)

In Italia contestare un dogma, una pratica cattolica o persino una stortura strumentale è un tabù così forte che difficilmente permette di capire la portata dell'azione di Charlie Hebdo, che da sempre pubblica vignette molto irriverenti che coinvolgono anche l'aspetto religioso della società e della cultura. La Francia è ben diversa da noi: dall'Illuminismo in avanti ha sempre affermato la laicità e il libero pensiero e il giornalismo è sempre stato in prima linea in questo contesto (basti, come esempio, l'effetto del Caso Dreyfus, che, sull'onda lunga, ha prodotto enormi rivolgimenti politici che hanno coinvolto anche i rapporti stato-chiesa).
Una vignetta, uno scritto, un libro, un film, un documentario possono senza dubbio infastidire, ma esiste un fondamentale diritto alla libera espressione del pensiero che ha come unica limitazione quella del rispetto della legge e come unica forma ammissibile di contrasto il contenzioso giuridico. Nessuna presa di posizione giustifica un'azione di violenza: quando un'arma fa fuoco contro una persona che scrive, non viene ucciso un individuo, ma demolita la base stessa della civiltà, scardinato un diritto che è l'unica garanzia per gli uomini di essere davvero uguali, indipendenti e liberi da costrizioni e paure. Una religione che uccide per eliminare questo diritto non è tale, qualsiasi sia il nome che essa si attribuisce: si tratta di un artificioso monstrum creato dagli uomini per i loro indegni giochi di potere e dominazione. Nella strage di Charlie Hebdo non c'è alcuna azione eroica, ma solo un atto di assoluta vigliaccheria di chi, per spezzare una penna, deve ricorrere al kalashnikov. Quindi parliamo di terrorismo e basta.

Manifestanti in Place de la République (foto da La Repubblica)

Fino a ieri, come tanti, non sapevo nemmeno che esistesse Charlie Hebdo: se l'intenzione dei tre attentatori era quella di mettere a tacere un pensiero a loro sgradito, è evidente che non hanno fatto altro che produrre dei martiri e diffondere il pensiero degli autori in tutto il mondo, rendendolo inevitabilmente più tollerabile anche agli occhi di chi, leggendo quelle vignette in condizioni di totale calma e anonimato, le avrebbe immediatamente censurate o ignorate. Charlie Hebdo, ora, fa parte della storia mondiale.
Il fuoco dei libri bruciati ha sempre alimentato solo la fiamma del desiderio di libertà e oggi, anche se tante parole possono suonare vuote, puramente retoriche o inutili a qualsiasi beneficio pratico, possiamo dire che lo stesso accadrà con Charlie Hebdo: una matita spezzata ne ha fatte sollevare tante altre, perché Charlie non è più solo una rivista, ma, come recitavano gli uomini e le donne riuniti ieri sera a Place de la République, «Siamo tutti Charlie»: la minaccia mossa al libero pensiero ci minaccia tutti, tutti siamo stati colpiti dalla violenza, se davvero abbiamo idea di quanto sia prezioso poter autonomamente riflettere e comunicare.

Manifestanti in Place de la République (foto da La Repubblica)

«Quando un uomo con il fucile incontra un uomo con la biro, 
l'uomo con il fucile è un uomo morto, perché la biro dà l'eternità» 
Roberto Benigni

C.M.

10 commenti:

  1. Se ne parlava poco prima, se ne parla troppo adesso, e nel modo sbagliato.
    È un attentato alla libertà, senza ombra di dubbio. Ma stanno venendo fuori, a profusione, tutti quei buoni sentimenti che si rivelano soltanto DOPO. Ma perché? Anch'io sono solidale, ma ho qualche dubbio sul fatto che tutti i "JesuisCharlie" abbiano ben chiaro quale sia la vera causa per la quale dovremmo batterci. Come ogni fenomeno di massa, come in ogni rivoluzione, nella confusione delle grida si disperde ogni più valido ideale.

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    1. Certamente anche questa campagna per molte persone non si declinerà in altro che nella moda del momento, per non parlare di tutti coloro che cavalcheranno l'onda per incoronarsi Charlie solo allo scopo di accentuare atteggiamenti xenofobi e intolleranti. Anche il tam tam delle testate giornalistiche un tempo serie a cogliere l'hastag e lo scatto più toccante è diventato il classico esempio di sciacallaggio: ho faticato, stamattina, a trovare un articolo di cronaca che non fosse dedicato meramente alla campagna #JeSuisCharlie e parlasse del fatto nudo e crudo verificatosi ieri. La massificazione è così: dietro a uno che comprende la portata di una manifestazione ce ne sono dieci che, come dici, gridano e basta. Io cerco di pensae a quell'uno.

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  2. Bellissimo post, che mi sono permessa di condividere sul mio blog per farlo leggere anche ai miei followers.
    Sono d'accordo con quello scritto da Maria... la storia insegna. Ma non abbastanza probabilmente, da essere considerata una buona maestra.
    Ora divagano estremisti da ogni parte, persone che come solito fanno di tutta un'erba un fascio, per disinformazione forse, o per semplice comodità.
    Per i prossimi mesi qualsiasi musulmano sarà un terrorista, dimenticando che il diritto di pensiero ed espressione è da sempre violato, indipendentemente dalla corrente religiosa e politica.

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    1. Generalizzare è la soluzione più comoda per chi non sa usare il cervello: purtroppo, come dici, la storia ci presenta tanti esempi in cui pregiudizi dilaganti hanno avuto la meglio sulla riflessione e sul dialogo. Speriamo davvero che il triste avvenimento di ieri non sia presto ridotto - come spesso accade - ad un aggancio per meschine battaglie ideologiche e per ulteriori violenze.

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  3. Una delle riflessioni più sagge che mi sia capitata di leggere dopo il fattaccio. Finalmente qualcuno che dice apertamente che tutto questo non c’entra nulla con il divino, che Dio in realtà è – come sempre – solo un pretesto, che tutto nasce solo dall’ignoranza degli uomini, dall’inquietante oscurantismo che annebbia i loro cuori e le loro menti, e forse anche dal desiderio di un potere sempre più ampio sulle masse da parte di alcuni leader religiosi. Peccato non ci sia la possibilità di ribloggare il tuo articolo su wordpress.

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    1. Non ho mai sopportato le strumentalizzazioni e le ipocrisie "religiose", dal pluribestemmiatore che pretende il crocifisso nelle scuole al talebano che scarica un mitra gridando il nome di Allah: di divino in tutto ciò non c'è niente, e mi dispiace vedere come l'informazione non stigmatizzi questo tipo di comunicazione, come se fosse diverso il terrorismo religioso da quello mafioso o di altro stampo. Non si tratta solo di cattivo gusto, ma anche del rischio che qualcuno non operi distinzioni e pensi che tutti coloro che in una certa religione si riconoscono siano come quei due assassini, prendendo tutto ciò a pretesto per ritorsioni e sfoghi di rabbia. E sappiamo quante teste calde siano pronte a scattare. A mio avviso, i media hanno, in queste occasioni, il delicato compito di un'educazione culturale, che, però, viene sempre sacrificata alla spettacolarizzazione.

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  4. È una questione molto complicata, quello che è certo è che quello della censura, peggio ancora se macchiata di sangue, sia un gesto da condannare assolutamente.
    Il resto purtroppo si presta troppo alle manipolazioni della stampa, delle varie parti politiche o anche di chi si fa portatore di cause che non lo riguardano.
    Tra chi confonde il fanatismo con la religione (mi è piaciuta la tua frase, nel commento precedente, "di divino in tutto ciò non c'è niente", perché anch'io ho espresso con parole simili lo stesso concetto), chi rivendica - al grido del #JesuisCharlie - un coraggio che non ha mai avuto, chi non sa nemmeno di che cosa si parla... c'è una gran confusione.
    Ho gradito molto la campagna del #Notinmyname, credo sia il messaggio giusto da trasmettere.

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    1. La maggior confusione viene da certo giornalismo e da programmi che fanno drizzare i capelli dalle scempiaggini cui danno voce pur di far parlare; ieri mi sono imbattuta in un talk locale e mi sono vergognata dell'immagine che è emersa della parte di popolazione di cui faccio parte: non si è parlato per un attimo del terrorismo in sé, ma solo di una generica campagna pro o contro Islam.
      Anch'io, come te, sono per la risposta di questa campagna #Notinmyname, spero che riceva la visibilità che merita.

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  5. Io ho cercato e trovato agevolmente un'ulteriore diramazione in ciò che questo evento è stato e rappresenta in milioni di coscienze. Ogni barbarie va condannata, ovviamente, ma sento che qualcosa di troppo viene fatto nelle vignette di questo ormai celebre giornale. Diritto di satireggiare su tutto non significa diritto di offendere. Mi ha molto infastidita la vignetta sulla Trinità, una orripilante e sconcia immagine blasfema nella quale non trovo nulla di cui sorridere, che anzi sucita in me semmai un sincero fastidio e un notevole stupore. Deve esserci qualcosa in questa libertà a ogni costo che penetri nelle coscienze di tutti noi uomini liberi e ponga un limite, o no? Insomma, Charlie Hebdo era e resterà un giornale di satira che ha in sé un suo estremismo. Credo sia innegabile.
    Luz

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    1. Che la satira di Charlie Hebdo sia molto spinta e che cada nella mancanza di rispetto a fini provocatori (in fondo i giornali vogliono vendere) credo non si possa negare, e #JeSuisCharlie non significa approvare quel genere di espressione o riconoscersi in essa, anzi, sottolineavo nell'articolo che, al di fuori di questo evento, il settimanale sarebbe parso ai più, almeno in Italia, qualcosa da stigmatizzare con determinazione e motivo di accese polemiche. La campagna - nel suo significato profondo - non intende promuovere una tipologia di satira che credo a mia volta eccessiva, ma l'idea che la democrazia dovrebbe usare altre armi di confronto per contrastare un attacco ritenuto offensivo o diffamatorio e che laddove si attacca con la violenza una forma di divulgazione, per quanto discutibile, si dovrebbe essere compatti nel condannarlo. O, almeno, questa è la filosofia che appoggio io usando l'hastag. Ovvio che in simili circostanze, come si diceva sopra, lo spazio per i dissidi si apre ad ogni virgola. Il limite, laddove non si eserciti il sempre auspicabile buonsenso, credo sia posto solo nel sistema legale, che in Italia probabilmente multerebbe pesantemente anche una satira di tono molto più blando, ma che, nel caso di Charlie Hebdo, può spettare, in assenza di un vero e proprio diritto globale, alla sola Francia.

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