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mercoledì 13 maggio 2015

Il senso di una fine (Barnes)

E dunque sono approdata anch'io a Julian Barnes e al suo romanzo Il senso di una fine. La sensazione è stata quella di un esperimento di Alla ricerca del tempo perduto, ma decisamente più contenuto. Specifico immediatamente che non ho mai affrontato l'opera proustiana, ma il concetto del tempo che la sorregge è ben noto.

Anche Il senso di una fine trova la sua premessa in quel flusso di pensieri, ricordi ed esperienze che si avviluppa su se stesso e che, ad un certo punto, rende difficile guardare al passato in modo diretto e scevro da tutte le sensazioni che si sono accumulate e confuse. Eppure intraprendere un cammino ripercorrendo il gomitolo della memoria può portare a quel necessario distacco che consente di capire il significato di quanto, nell'esperienza immediata, appare incomprensibile.
A svolgere la matassa è Tony, un pensionato che ha alle spalle una giovinezza intrisa di letteratura e segnata da una storia mal assortita con l'incomprensibile Veronica, una contesa con il suo più caro amico Adrian a causa di lei e un matrimonio finito con rispetto dopo anni d'amore. Quando gli viene comunicato che è l'erede del diario dello stesso Adrian, morto suicida, Tony è assalito dalla curiosità di leggerlo, nella speranza di dare un senso al suo gesto estremo e alla fine stessa del loro rapporto. Tuttavia fra lui e il diario c'è Veronica, l'inafferrabile figura che lo tormenta con l'astio nato dalle maligne parole con cui Tony aveva troncato i rapporti con lei e con Adrian dopo aver saputo della loro relazione.
Tony, dunque, rincorre, assieme alle pagine del diario, il senso di quella fine, scontrandosi con l'inaffidabilità della memoria, con le manipolazioni che opera su di essa il sedimentarsi dei sentimenti, sempre più sclerotizzati più ci si allontana dalla loro origine. Una lotta, insomma, contro il tempo e la sua opera di mascheramento e rivelazione. Non il tempo misurabile, ma quello interiore, bergsoniano, che si dilata e si comprime seguendo i moti dell'animo e le esigenze della mente.
Va da sé che la violenza fatta al tempo, che per sua natura non può che andare avanti, rivelerà una verità inaspettata, capace, davvero, di dare un senso a ciò che sembra non averne, rendendo più complicata la visione di un problema apparentemente semplice. Perché il tempo è inquieto e c'è sempre qualcosa che è dato capire e qualcos'altro che rimane avvolto nella nebbia del passato.

Julian Barnes

Il senso di una fine è un romanzo scorrevole, nonostante il peso del suo significato. Poiché ho sempre una certa diffidenza nei confronti della narrativa contemporanea per il timore di trovarmi di fronte finali eccessivamente aperti (quelli in cui bisogna solo lavorare di interpretazione e su cui la critica ricama elaborati arazzi di parole), a mano a mano che mi avvicinavo al finale temevo di non poter capire il vero senso della fine e del romanzo che su di esso è costruito. Invece Barnes è onesto, non ci invita a rispondere agli indovinelli, ma ci offre quel che ci promette, per quanto destabilizzante sia questa onestà.
«Io so una cosa per certo: che un tempo oggettivo esiste, ma che esiste anche quello soggettivo, quello che si porta sull’interno polso, proprio accanto alle pulsazioni cardiache. E questo tempo personale, che è poi anche quello autentico, si misura in funzione del nostro rapporto con i ricordi» 
C.M.

4 commenti:

  1. Non vorrei dire una stupidata, ma mi pare che su Minima&Moralia venisse fatta la critica contraria, quella della disonestà dell'autore.
    In realtà io amo i finali aperti quindi non sento assolutamente la necessità di una logica coerente con la storia, questo libro mi è piaciuto molto.

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    Risposte
    1. Confesso che non sono riuscita ad arrivare alla fine di quell'articolo. In realtà io ho trovato il romanzo molto rispondente alle aspettative che avevo nutrito iniziandolo e procedendo nella lettura: la "risposta" alla ricerca di Tony mi è sembrata soddisfacente e tutt'altro che disonesta. Se poi vogliamo tirare in ballo l'affidabilità del narratore in quanto possibilmente interessato a giustificare se stesso e in questo senso l'opera aperta (stile Zeno), forse potremmo trarre conclusioni diverse. In ogni caso, Barnes ha tutta la mia approvazione! E grazie di averlo elogiato al punto di farmi venire la curiosità di leggerlo! :)

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  2. Ho come la sensazione di aver perso qualcosa di questo libro. Non sei la sola a parlarne bene, eppure io a distanza di qualche mese non ricordo quasi più nulla. Sinceramente non mi sentirei di consigliarlo con decisione. Rileggendo il tuo commento mi sono tornati in mente quelle riflessioni sul tempo che mi avevano colpito e poco altro.
    Che dici, devo rileggerlo?

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    Risposte
    1. Mi sto sempre più convincendo che parecchi libri dovrebbero essere riletti per riscattarli alla memoria, rivalutato o riamarli... il tentativo non porterebbe via poi così tanto tempo!

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