lunedì 9 novembre 2015

Novembre (Pascoli)

In questi giorni stiamo godendo in tutta Italia il meglio dell'autunno: temperature miti, mattinate in cui la foschia cede pian piano il passo ad un sole splendente e pomeriggi di cieli limpidi e trionfi di colori caldi. Siamo nel pieno della cosiddetta 'estate di San Martino', con la sua esplosione cromatica, i profumi che non si avvertono in nessun altro momento dell'anno e la sensazione che questa bellezza possa durare in eterno, nonostante il continuo e silenzioso cadere delle foglie.
Nel 1891 Giovanni Pascoli pubblicava la prima edizione di Myricae, nella quale inserì, compresa nella sezione di testi In campagna, un brano che descrive in modo sublime questo particolare momento dell'anno, in cui lo splendore della vita e la minaccia del suo estinguersi si fondono mirabilmente. Sto parlando di Novembre, una brevissima poesia che ben rappresenta il frammentismo e l'impressionismo poetico dell'autore.

Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che ti ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate,
fredda, dei morti.

L'incipit della poesia è ricolmo di armonia e di piacere, poiché trasuda sensazioni positive in una strofe di forte impatto sinestetico: in quattro soli versi vengono condensati il riverbero della luce emanata da un cielo terso, il gusto dei dolci frutti di giugno e il profumo che dalle loro gemme si disperde nell'aria a primavera. Il cielo è come una gemma, fredda ma lucente e limpida, capace di accecare con i suoi bagliori, e le miti temperature danno la sensazione di poter trovare, alzando lo sguardo, i colori pastello delle albicocche e delle prugne o, almeno, quelli dei fiori che ne preannunciano la maturazione.

 
Ma. Con questa sola congiunzione avversativa il poeta fa svanire l'illusione del suo lettore: se cercherà davvero con gli occhi la bellezza della vita che risorge non troverà altro che le secche braccia degli alberi tese ad un cielo che, come in X Agosto, è lontano, vuoto, una voragine incombente che inghiotte ogni speranza. Il vuoto nel cielo, la mancanza di una prospettiva di eternità cui fa da contraltare una terra altrettanto sorda, che appare vuota al pellegrino che su di essa spinge i suoi passi e sotto la quale riposano i defunti. Il sogno della vita s'infrange di colpo: l'armonia apparente che ci aveva avvolti come in un caldo abbraccio svanisce in un'immagine che evoca la morte e la solitudine, temi centrali non solo di Myricae, ma dell'intera produzione pascoliana.
L'ultima strofa fa cadere il silenzio, o meglio ne accentua la presenza. Non si ode il vivace canto degli uccelli tipico della primavera, né il ronzare degli insetti sui fiori. Ogni cosa è muta, ma, tendendo bene l'orecchio, si ode quel monito a non dimenticare che la vita si consuma: la progressiva e inarrestabile caduta delle foglie, che suggella in nell'ossimoro della fredda estate una condizione di ineluttabilità della morte che Pascoli non può evitare di esprimere.

C.M.

2 commenti:

  1. Mi sono resa conto di saperla a memoria :O E mi piace moltissimo, questa poesia, impreziosita qui dalla tua analisi ^^

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    Risposte
    1. Io adoro l'intera raccolta di Myricae e anche i Canti di Castelvecchio: per me quella di Pascoli è la poesia perfetta, che sa dire tutto attraverso le immagini o anche solo con il suono delle parole... un incanto continuo, anche per i significati che emergono, sempre nuovi e mai scontati.

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