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lunedì 21 marzo 2016

Caccia all'autore: di Elena Ferrante e dei suoi illustri predecessori

La settimana scorsa, sulla scia di un articolo pubblicato dal Corriere della Sera firmato dall'italianista Marco Santagata, si riaccendeva il caso Elena Ferrante. Premetto di non essermi ancora lasciata tentare dalla saga de L'amica geniale, ma, come molti appassionati lettori, ho letto qualche intervento qua e là sulla la questione della misteriosa identità di questa autrice (sempre che di un'autrice e non di un autore si tratti).

Non starò qui a dibattere sul credito da dare o meno all'ipotesi di Santagata, secondo cui la misteriosa Elena Ferrante sarebbe Marcella Marmo, docente di storia all'Università Federico II di Napoli, e sugli indizi su cui il suo collega ha basato l'identikit consegnato alla stampa. Piuttosto mi interessa riflettere con voi sulla febbre di identità che coglie molto spesso i lettori, per non parlare della stampa, che con simili dibattiti va a nozze, non senza qualche vantaggio per le case editrici, checché queste ne dicano.
In quanto studioso di Petrarca e, più in generale, della letteratura italiana del Trecento, Santagata ha probabilmente applicato, nella ricerca della Ferrante, un procedimento analitico non dissimile da quello usato per sciogliere gli enigmi sui personaggi danteschi o sulla stessa Laura; anch'ella, infatti, è una figura sospesa fra la realtà storica e la finzione letteraria, per questo si può dire che Santagata abbia ricercato l'autrice de L'amica geniale come può aver in passato seguito le tracce della fanciulla avignonese.
Ma cos'è che rende questa ricerca degli autori e dei riferimenti letterari tanto interessante, quando non addirittura maniacale? Dal momento che questa tendenza è esistita fin dall'antichità, non si può dire che si tratti di un fattore puramente mediatico, anche se, come ovvio, i mezzi di comunicazione (in particolare internet) hanno reso la divulgazione di questi dilemmi più immediata e pervasiva, per la gioia dei motori di ricerca.
Il caso più noto di caccia all'autore è quello che ha per protagonista Omero, di cui già in epoca classica si metteva in dubbio l'esistenza, per poi arrivare fra XVII e XIX secolo alla definizione di una vera e propria questione omerica: è uno soltanto l'autore di Iliade e Odissea? O uno soltanto è stato colui che ne ha raccolto i canti migliori? O forse Omero ha scritto il primo dei due poemi, mentre il secondo è opera di un Deuteromero? Come noto, tale dibattito non ha ancora una conclusione universalmente accettata e probabilmente mai l'avrà. E non c'è dubbio che l'alone di mistero che circonda questo personaggio contribuisca non poco al fascino delle opere tramandate a suo nome: come una sorta di mitico Orfeo, egli rappresenta il creatore della letteratura occidentale e, se lo conoscessimo troppo bene, verrebbe meno quella sorta di sacralità che ammanta il mito.
Più risaliamo indietro nel tempo più è facile incontrare opere anonime o di dubbia attribuzione. In molti casi i nomi di grandi autori venivano usati per pubblicizzare opere che altrimenti avrebbero avuto scarsa considerazione, come accadde per la cosiddetta Appendix vergiliana, una raccolta di trentatré carmi attribuiti all'autore latino ma probabilmente scritti da qualche studente suo imitatore in epoca successiva. Un altro caso antico di sfruttamento di un nome prestigioso o, semplicemente, di un errore grossolano di attribuzione, è quello dell'associazione fra il trattato Del Sublime e i retori Dionisio di Alicarnasso e Cassio Longino, dedotti dall'intestazione del testimone più antico del testo, il Parisinus Graecus 2036, risalente al X secolo.

Ritratto dell'autore sorretto da attori mascherati e teca con maschere,
dal manoscritto delle commedie di Terenzio MS Auct. F.2.13
della Biblioteca Bodleiana di Oxford (XII sec)
[fonte: sito del Metropolitan Museum of Art]

Ancora ad un'ambigua dicitura sul manoscritto testimone va riportata la querelle sull'identità dell'ignoto autore del Satyricon, a maggioranza identificato con il Petronius arbiter elegantiae di Nerone sulla base della consonanza fra questa definizione usata da Tacito negli Annales (libro XVI, 18-19) e l'intestazione dei manoscritti, il più antico dei quali fu scoperto nel 1423 a Colonia da Poggio Bracciolini. Numerosi dubbi esistevano anche a proposito di Publio Terenzio Afro, il commediografo vissuto nel II secolo a.C., accusato di essere soltanto il prestanome di qualche membro della famiglia degli Scipioni, essendo accertata la sua appartenenza al celebre circolo culturale.
Gli autori successivi non furono certo risparmiati da indagini letterarie da parte di lettori e critici, indipendentemente dall'area geografica da cui provenivano. Analogamente ad Omero e a Terenzio, anche William Shakespeare, nel XVIII secolo, fu al centro di un dibattito fra intellettuali che affermavano con certezza o, al contrario, negavano l'esistenza del Bardo, ritenendolo tutt'al più un prestanome di un personaggio più colto o di un circolo di letterati: da un lato c'erano gli Stratfordiani, certi della paternità delle opere, dall'altra gli Anti-Stratfordiani, che le attribuivano ad altri eminenti letterati come Christopher Marlowe o Francis Bacon, affermando che «Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome.». Del resto, è noto che la ricerca della vera identità dell'autore ha generato ipotesi piuttosto eccentriche, con tanto di una individuazione delle origini del Bardo in terra sicula.
Le tensioni religiose del XVI secolo favorirono la circolazione di opere di dubbia attribuzione, ma in epoca moderna molto spesso gli autori prendevano le distanze dai loro testi anche per altre ragioni, preferendo ricorrere a degli pseudonimi: se la scrittrice inglese Mary Anne Evans scelse per pura originalità di firmarsi con il nome di George Eliot, le sorelle Brontë, Charlotte, Emily ed Anne, si firmarono rispettivamente con i nomi maschili di Currer, Ellis e Acton Bell per non incorrere nei pregiudizi che nell'Ottocento accompagnavano la scrittura femminile, come fece Amantine Dupin, meglio nota come George Sand.

Quando il mascheramento riguarda figure femminili, infatti, la questione sembra farsi più pruriginosa e si scatenano le teorie più disparate, come dimostra il caso Ferrante: un po'per la tradizionale marginalità delle donne nello scenario letterario (a proposito della quale non si può non ricordare Virginia Woolf e il suo mito di una possibile, anonima sorella di Shakespeare), un po'per aggirare i pregiudizi, un po'per suscitare sospetti, gli pseudonimi o i giochi di identità appaiono più interessanti se hanno come protagoniste le donne. Al di là dei casi di ricorso agli pseudonimi, che non furono prerogativa femminile (pensiamo a Ugo Foscolo, che firmò la sua traduzione di Sterne come Didimo Chierico, a Giuseppe Parini, che esordì come Ripano Eupilino, anagrammando il proprio nome, o a Gabriele Rapagnetta, l'eccentrico esteta D'Annunzio, che dovette accorgersi di non poter far troppo il Superuomo con un simile cognome), questioni simili a quella omerica o shakespeariana coinvolsero anche il gentil sesso. Una delle più dibattute riguarda la poetessa Sulpicia (I sec. a.C.), autrice di alcune elegie contenute nel Corpus Tibullianum che cantano l'amore di una fanciulla per un uomo di nome Cerinto. Costei è identificata con la nipote del giurista Servio Sulpicio e del Valerio Messalla che promosse a Roma un circolo poetico di cui fece parte lo stesso Tibullo. Ma fu davvero lei a comporre i testi tramandati a suo nome o fu, piuttosto, Tibullo a cantare il suo amore per Cerinto, facendo di Suplicia un personaggio del proprio libro poetico? Qualora fosse confermata la prima ipotesi, saremmo di fronte all'unica poetessa dell'antichità latina.
Insomma, casi come quelli elencati (cui se ne potrebbero aggiungere molti altri) dimostrano come il mistero che avvolge gli autori contribuisca alla loro fama e all'interesse suscitato dalle opere che ci hanno lasciato. I lettori, del resto, non hanno nei confronti degli autori l'interesse allo scoop che può muovere la ricerca di critici o giornalisti, quanto il desiderio di dare un volto a chi regala loro momenti di intrattenimento e riflessione. Qualsiasi lettore appassionato avrà fatto almeno una volta la fila per andare ad ascoltare uno dei suoi scrittori preferiti o avrà desiderato essere presente ad un evento in cui il tale autore era presente: stabilire un contatto, specialmente nell'era di internet e delle comunicazioni rapide, nella quale alcuni scrittori rispondono personalmente alle email o alle richieste di amicizia sui social, sembra la norma, per questo risulta difficile tollerare che un autore o un'autrice ci sfugga. L'autore che si cela alimenta la curiosità, forse anche le vendite, ma anche, in qualche caso, una sensazione di tradimento, come è accaduto quando J.K. Rowling pubblicò Il richiamo del cuculo servendosi dello pseudonimo di Robert Galbraith, che non fu ben accolto da tutti.


Personalmente, anche se mi fa piacere saperne di più a proposito degli autori che seguo, non riesco a comprendere gli eccessi della Ferrante-mania, compreso il tamtam Marmo-sì/Marmo-no seguito all'articolo di Santagata. Il pezzo stesso mi è sembrato un po'troppo pretenzioso, come se fosse un sacrosanto diritto degli autori e del mondo accademico in primis sapere chi ha scritto il tal libro. Forse è proprio la mia abitudine a confrontarmi con testi 'figli di nessuno' o con autori di cui resta poco più che un nome a farmi prendere questa posizione, ma mi trovo in fondo molto concorde con la dichiarazione della Ferrante (chiunque sia), che, nel 1991, dichiarò «Credo che i libri, una volta scritti, non abbiano bisogno dei loro autori. Se hanno qualcosa da dire, prima o poi troveranno lettori; in caso contrario, no…». Insomma, sebbene un modo di fare scuola distorto ci abbia inculcato l'idea che la biografia preceda per importanza l'opera, ritengo che sia proprio sul libro che dobbiamo concentrarci, accontentandoci che parte del suo fascino derivi proprio da ciò che non ci è dato sapere.
E voi cosa ne pensate? Siete accaniti investigatori dell'identità della Ferrante o di altri autori di ieri e di oggi, oppure il mistero della loro identità vi lascia indifferenti?

C.M.

29 commenti:

  1. Bravissima, Cristina! Sono pienamente d'accordo: gli artisti ci parlano attraverso le loro opere; il resto è pettegolezzo!

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    1. Un pettegolezzo che può tanto aiutare l'opera quanto ammantarla di pregiudizi. Sebbene senta parlare molto bene dei libri della Ferrante e non possa, non avendoli letti, né confermarne né smentirne la qualità, il sospetto il grande pubblico (quello che compra i libri solo se li vede in vetta alle classifiche, intendo) sia attratto più dal mistero dell'autore che dal romanzo in sé non mi abbandona... sappiamo quanto peso abbiano i pettegolezzi nelle vendite, per questo, se leggerò la Ferrante, lo farò solo quando si sarà spento tutto questo spionaggio fine a se stesso. Insomma, trovo grottesco che in rete ci siano più interventi sul mistero Ferrante che sulle opere che lei/lui scritto e che meriterebbero in ogni caso di essere le vere protagoniste della discussione letteraria. I libri prima di tutto (che è, del resto, ciò che chiede l'anonimo autore de L'amica geniale)!

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  2. Meravigliosa panoramica sul desiderio "moderno" di dare nomi. Me ne resi conto anni fa quando presentai uno speciale sui ghostwriter: la sensazione è che dall'antichità fino a tempi relativamente recenti non si desse peso al nome dell'autore, poi d'un tratto è diventato più importante di ciò che ha scritto e giù tutti a cercare i "veri" autori fino alle origini della letteratura.
    Complimenti per il post ricco e saporito ;-)

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    1. In effetti sembra proprio che il "mal d'autore" sia un fenomeno tutto moderno, forse non a caso affermatosi fra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, quando i primi fermenti romantici hanno iniziato a produrre un grande interesse per l'individualità.
      Grazie, Lucius, sono contenta che questo post abbia corrisposto ad una curiosità pregressa! :)

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    2. L'individualtà: mi hai dato un ottimo spunto di ricerca! E una definizione geniale: "mal d'autore"!
      Proprio nel Settecento si comincia a parlare di chi abbia realmente creato certe opere, mentre prima c'è quasi disinteresse: tutti sapevano che Voltare scriveva testi per altri, era normale - era un ghostwriter professionista molto richiesto - ma già il fatto di saperlo era anormale. Voleva dire che si domandava chi avesse materialmente scritto un'opera, al di là del nome in copertina, domanda per nulla scontata visto che prima non sembra venisse posta.
      Mi stai facendo venir voglia di rispolverare quella mia vecchia ricerca ed aggiornarla ;-)

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    3. Non sapevo di questa curiosità nei confronti di Voltaire, ma noto con piacere che avvalora questa tesi del "mal d'autore" moderno (adesso mi sento autorizzata ad usare questa formula)!
      Quanto alla tua ricerca, mi fa piacere averti trasmesso l'interesse di riprenderla: se è legata ad un post ti prego di linkarlo, lo leggerei volentieri! :)

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  3. maria c. costabile21 marzo 2016 17:04

    l'identità dell'autore? no, no, me ne disinteresso completamente. anzi, mi piace molto di più il mistero!

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    1. Concordo, a volte sapere proprio tutto di un autore rovina la magia della lettura!

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  4. Interessante la tematica e anche l’excursus nel tempo. A mio parere contano i libri prima di tutto, senza dubbio. Che un autore può anche fare un gran battage a destra e sinistra, comparire in tv, farsi fotografare, incontrare il gruppetto di fan per rilasciare autografi, ma se poi non vale granché… La Ferrante è un vero mistero (anch'io non l’ho mai letta), ma bisognerebbe capire se la sua è una manovra pubblicitaria o un semplice desiderio di riservatezza… Se fosse quest’ultimo il motivo, andrebbe rispettata.

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    1. Infatti rispetto la sua scelta e in parte la ammiro: tenere un così basso profilo (anonimo addirittura) nell'epoca in cui tutti sgomitano per apparire è a dir poco lodevole. Spero solo che non ci sia alcuna manovra mediatica alle spalle, che poi non si riveli tutta falsa modestia di qualche scrittore già noto o simili fatti spiacevoli.

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  5. In genere evito di reperire troppe informazioni sugli autori/autrici che amo e leggo (o che leggo e poi non amo più), principalmente per un motivo squisitamente personale: sono una persona che dà troppa - lo ammetto - importanza al "come la pensa/cosa ne pensa di" delle persone e mi lascio condizionare negativamente se un autrice/autore ha idee troppo distanti dalle mie. Anche perché continuo a pensare che quasi sempre "il contenitore è il contenuto". Un esempio a conferma: è uscita una raccolta di racconti di un genere che potenzialmente mi piace, ma non lo leggerò perché l'autore è un omofobo e un convinto sostenitore della "teoria del gender".
    Esempio che manda tutta questa mia teoria a catafascio: sono molto di sinistra (molto) e adoro Céline e Pound...
    Quindi per me è davvero, davvero meglio evitare di informarmi troppo sugli autori/autrici...
    Ultima cosa, e mi scuso per la lunghezza, ho "assistito" qualche anno fa all'incredibile aggressione che una scrittrice italiana ha subito per aver pubblicato un paio di romanzi sotto pseudonimo e aver voluto mantenere il "mistero" diciamo così: lei è stata mediaticamente linciata dai detrattori, i quale a loro volta sono stati linciati dai "fan", tutti e tutte si sono infine chiusi nelle loro posizioni, sono stati chiusi blog, denunciate persone (credo) e molte persone sono state parecchio male a causa di questa faccenda.
    Un caro saluto e rinnovo i complimenti per il tuo splendido blog!

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    1. Capisco perfettamente cosa intendi, a volte gli autori sono "presenze scomode" nel nostro rapporto con i libri, si rivelano persone del tutto diverse da quello che ci aspetteremmo leggendoli. Per contro, collegandomi all'episodio di cui parli (di cui non so più di quello che hai scritto tu) non è nostro diritto pretendere che un autore sia come lo vogliamo o che si comporti come noi ci aspettiamo. Quindi è sempre preferibile, per evitare di crearci aspettative sbagliate, concentrarci sui libri e sulle storie che ci raccontano, limitandoci ad esprimere su questi i nostri giudizi.
      Grazie di essere passato, ricambio di cuore i saluti!

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  6. Un libro è buono o meno: possiamo poi filosofeggiare e dire che conoscendo l'autore e la sua vita è più facile comprendere tematiche e stile, per fare un esempio. Ma qui, per ciò che riguarda il caso-Ferrante, secondo me prevale la parte voyeuristica e di gossip puro con punte di estrema invidia da parte di alcuni colleghi italiani (anche perché potrebbe essere una donna che ha successo negli States, ciò che ha fornito l'occasione per affermare che gli americani "si meritano la Ferrante" - in senso polemico ovviamente, non ho parole). Credo che Santagata abbia voluto proporre intenzionalmente un articolo stimolante (non l'ho letto, preciso), che fornisse qualche input... cioè lo spero :D
    Altre voci sostengono che i libri siano scritti a più mani: e anche se fosse? Cosa c'è di male in un collettivo?
    Quello che sbalordisce è, come hai detto tu, che l'attenzione sia focalizzata e riservata all'identità dell'autore e non ai libri stessi.
    Detto ciò, il tuo post è ricchissimo e piacevole da leggere, brava brava - come sempre!

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    1. Grazie, Glò! Avevo quasi dimenticato quella pessima battuta: "Gli Americani si meritano la Ferrante", che chiaramente vuole gettare discredito su questa figura (reale o meno). In effetti hai sollevato un'altra questione che in Italia è ancora troppo presente, cioè quella convinzione serpeggiante per cui i libri scritti da donnne siano in partenza inferiori di quelli dei colleghi maschi. Sarebbe bello se, dopo simili pregiudizi, venisse fuori che la Ferrante è un uomo o che qualche affermato autore abbia in realtà come ghostwriter una signora, o anche, perché no, che dietro ci fosse un collettivo riservato (stile Wu Ming). Ma, dicendo questo, mi sto ancora soffermando sull'identità. Che si usi la querelle al fine di stabilire il pregio (per venderlo) o lo scarso valore di un libro (come dici tu, per quell'invidia tutta italiana) è comunque fuor di ogni dubbio. Spero davvero che i libri firmati da Elena Ferrante abbiano lunga vita per se stessi quando, secondo il destino delle cose umane, anche questa polemica si placherà.

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  7. L’amica geniale è sulla mia lista da mesi, prima ancora che nascesse tutta questa curiosità morbosa sull’autrice. Non ho ancora capito cosa mi respinge: lo manipolo spesso e rimando sempre.
    Commento a caldo quando è “saltata fuori” tutta la vicenda riguardante la vera identità: e un bell’echissenefrega lo vogliamo aggiungere? Non mi interessa la faccia di chi scrive.

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    1. Anche perché non è poi detto che conoscere l'identità della Ferrante porrebbe fine alla questione: ci si metterebbe a polemizzare perché è il tale personaggio che si è approfittato di un fenomeno mediatico o che ha raggirato i lettori o chissà che altro... qualsiasi argomento sarebbe buono per alimentare ulteriori dibattiti, vedi la Rowling quando ha pubblicato con pseudonimo ed è poi uscita allo scoperto.

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  8. Alla tua bella disamina mi permetto di aggiungere uno dei casi più James Tiptree jr. che gli appassionati di fantascienza fino agli anni '70 indicavano come una delle voci più intense e virili del genere, finché non venne fuori che il suo vero nome era Alice Sheldon. Da allora cominciò il suo declino, non vinse più premi e solo oggi viene riscoperta, anche grazie a una grande scrittrice come Ursula Le Guin.

    Santagata: ho lavorato per un paio d'anni col suo manuale, competentissimo e illuminante per certe analisi, ma veramente troppo concentrato sulla biografia, fino a leggere la Vita Nuova come un romanzo d'amore ambientato a Firenze (né Firenze, né alcun personaggio compare realmente nel testo). Sinceramente è agli antipodi di quello che intendo per fare letteratura.

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    1. Non conoscevo il caso Sheldon, a riprova, forse, di quanto dici sulla sua damnatio memoriae dovuta alla scoperta della reale identità.
      Quanto a Santagata, ho studiato con piacere il suo esame del Canzoniere petrarchesco, ma ammetto che non riproporrei mai simili analisi ai miei studenti, perché ammazzerebbero la letteratura di concettosità utili forse al critico ma non al lettore comune. Ho invece apprezzato molto e ritengo concretamente spendibili alcuni suoi interventi più generali, come una conferenza tenuta a Verona sull'attualità di Dante (che purtroppo ho dovuto vedere in resgistrazione).

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  9. Godibilissimo viaggio attraverso tante identità celate nella letteratura d'ogni tempo. Noto come si faccia spesso l'errore di ritenere strettamente attuale un fenomeno, che invece si rivela perfino obsoleto.
    Per fare qualche osservazione: irrita il fatto che Joanne Rowling abbia dovuto limitarsi alle iniziali del suo nome per trovare riscontro nei lettori un tempo solo potenziali. Maschilismo imperante nel suo caso, che la costringe a questa scelta, probabilmente dettata dal suo primo editore.
    Sulla Ferrante ho scritto qualcosa quando lessi I giorni dell'abbandono, sono oggi portata a pensare che in fondo sia assolutamente vero che l'identità di un autore non abbia la stessa importanza dei contenuti dei suoi scritti.

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    1. Proprio per l'antichità del fenomeno mi sento di dire che la questione non è soltanto mediatica, ma si riconduce ad una curiosità intima e quasi archetipica di chi legge, studia, maneggia i testi. Le rassegne di autori-mascherati che di solito vengono proposte prendono in considerazione soltanto gli autori vissuti dal XIX secolo in avanti, eppure, come dimostrato, la questione è legata alle origini stesse della letteratura occidentale. Semmai, è la cultura odierna dell'apparire e della costruzione di un'esistenza social che rende la riservatezza qualcosa di poco accetabile.

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    2. Sì, in parte è questo, in parte credo che sia oggi scelta "artefatta", finzione finalizzata ad attirare la curiosità e null'altro.
      Questo rende il fenomeno solo mediatico e per me trascurabile. Poi altra cosa: ma perché tanti insistono sul fatto che la Ferrante debba essere un uomo? Basta che ci sia qualcuno che scrive bene, abbia ottima e accattivante sintassi e per i più non può trattarsi di una donna? Argh!!!

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    3. Ecco, questa è una cosa che mi fa imbestialire, come non bastasse di per sé lo scarso rispetto che si riserva ad una persona che non vuole apparire (che sarebbe comprensibile solo se, come hai ribadito, la riservatezza forse solo una trovata mediatica). In questo, comunque, la responsabilità è ancora una volta del mondo accademico (e si riversa di conseguenza nella scuola): quante autrici riescono a farsi largo nella trattazione della storia della letteratura? Forse si parla della Morante, qualche volta della Ginzburg... ma Grazia Deledda, premio Nobel, non viene nemmeno inserita nei manuali! Ti dico solo che in un corso di letterature comparate organizzato tematicamente e quasi tutto incentrato su testi contemporanei, su una quindicina di romanzi da leggere (tutti con annessa saggistica, con almeno uno o due pezzi accademici), compariva soltanto un'opera scritta da una donna, un breve racconto di Simone de Beauvoir.

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    4. Un richiesta diretta: dedica un post a questo tema. Uno dei tuoi non solo ben documentati ma anche "graffianti". Merita una seria riflessione. Ovviamente se non lo hai già fatto.

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    5. Buona idea! In passato ho trattato, molto alla leggera, un argomento affine (quello delle auctoritates), ma sulla specifica scelta dei canoni non mi sono ancora soffermata, se non nel criticare il carattere antiquario delle Indicazioni nazionali (che allora ancora chiamavo "programmi"... ma poi è realmente cambiato qualcosa al di là della parola?) Bada che questa è una diretta provocazione del mio spirito anti-accademico! :)

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  10. Sempre sul tema dell'identità dell'autore, riflettevo sul fatto che molti dei miei autori preferiti giocano a mescolare le carte tra autobiografia e finzione: penso a Kundera, Vonnegut, Rushdie, e di recente (nella mia cronologia di letture) Kenzaburo Oe e Ben Lerner. Tutti, in modo diverso, personaggi dei propri romanzi, tutte autobiografie inattendibili.

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    1. Questo è uno spunto molto interessante e decisamente più coerente con la lettura: ricercare l'intreccio fra autore e personaggi è un tipo di analisi coerente con l'ermeneutica del testo, non un mero gioco pubblicitario, è una sorta di sfida al patto letterario fra autore e lettore. Ecco perché apprezzo più il Santagata che ricerca la biografia di Laura per spiegare Petrarca che quello che indaga i percorsi dei personaggi de L'amica geniale per fare ipotesi sull'identità dell'autrice.

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    2. Non ricordo chi lo disse, ma dai vari tentativi di identificare Omero possiamo capire di più sui ricercatori che sul poeta greco: ogni cultura ha generato il proprio metodo, che in realtà non ci aiuta nel trovare Omero ma ci dà un'idea della cultura stessa.
      Il parallelo che citi - Santagata/Petrarca e l'Amica geniale - è perfettamente esemplare di due sistemi di ricerca squilibrati: tutti evincono la biografia di un autore da ciò che scrive (dal che possiamo affermare che Emilio Salgari viaggiò nel sud-est asiatico, quando sappiamo che non si mosse mai di casa!), e davvero pochi vanno a cercare conferma delle fonti di ispirazione.
      Tutto ciò che oggi sappiamo su Shakespeare è evinto dalle sue opere: curiosamente i biografi non escono mai da questo comodo cortile. E non lo fanno neanche i "cospirazionisti": molte opere citano l'Italia, quindi Shakespeare era italiano. Sembra ridicolo, ma è una tesi attiva ancora oggi e la prova è solo questo sillogismo pencolante.
      Ok, sul Bardo non abbiamo nulla di nulla, anzi abbiamo solo chiacchiere (che è peggio) quindi è difficile stilare una biografia, ma in altri casi lo scontro tra i due metodi di indagine ha portato frutti divertenti.
      Nel mio saggio "Notovitch e la Vita segreta di Gesù" racconto del fantomatico giornalista che un giorno si è inventato che Gesù (o un suo apostolo) è stato in India, tesi ancora accreditata sebbene si basi unicamente su un falso dichiarato. Notovitch ha detto "sono stato in un monastero tibetano dove ho trovato la biografia indiana di Gesù": sembra strano, ma tutti gli hanno creduto ciecamente ed è partito l'insano sillogismo. Esiste un vangelo indiano, quindi Gesù è stato in India, o comunque c'è stato qualcuno che ha predicato la sua parola. Per fortuna altri hanno adottato il metodo che nessuno adotta mai: sono andati a verificare. Diverse persone sono andate nello stesso identico monastero tibetano a chiedere della biografia di Gesù: indovinate un po'? Nessuno capiva di cosa stessero parlando.
      Malgrado questo, "La vita segreta di Gesù" viene ancora ristampata (anche in Italia) spacciandola per vera ed è ancora luogo comune che Gesù sia stato molto conosciuto in India.
      Ciò che un autore scrive (e dice) è solo finzione, per definizione! Solamente confrontandolo con le fonti, con lo stile ed altri metodi di indagini si può tirare fuori qualche vaga notizia: ma vuoi mettere invece il piacere di sfornare biografie roboanti basate sul nulla? ;-)

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    3. P.S.
      Per la tua ricerca sul rapporto tra autore e personaggio, spero possa servirti il caso di Westlake (che forse conosci già.)
      Westlake scriveva fiumi di romanzi con vari pseudonimi, ma alla fine è rimasto famoso per i suoi noir con protagonista il ladro Parker (arrivato al cinema con un pessimo film con Jason Statham) firmati come Richard Stark, e per i gialli comici sul ladro pasticcione Dortmunder e la sua banda, firmati come Donald E. Westlake.
      Un giorno Dortmunder, stufo di rapine che non riescono mai, decide di studiare: va in libreria... e compra un romanzo di Parker firmato da Richard Stark!
      La doppia citazione si triplica quando negli anni '70 in Italia fanno un film da quel romanzo ("Cinque furbastri e un furbacchione"), e cosa fa il Dortmunder italiano? Va in edicola a comprare il Giallo Mondadori che presenta il romanzo di Westlake in cui Dortmunder va a comprare un romanzo di Richard Stark! ^_^
      A me questi giochi letterari intrecciati fanno morire!

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    4. Non so se ho afferrato tutte le connessioni di questo caso Westlake, ma di certo non lo conoscevo! :D
      Quanto ad Omero, è verissimo quello che scrivi: attaverso le letture più strane dei suoi poemi comprendiamo più la cultura che e ha generate che il loro autore, e mi sembra molto simile a quanto accaduto per la questione di Gesù da te citata (e a me totalmente sconosciuta prima di questo momento) In qualche modo, esiste o dovrà nascere un'antropologia della critica letteraria...

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