lunedì 23 maggio 2016

Memorie di una interprete di guerra (Rževskaja)

Ci sono libri che ci colpiscono per il loro titolo, altri che attirano la nostra attenzione per la copertina, altri ancora cui arriviamo solo dopo aver letto la quarta di copertina.
Alle Memorie di una interprete di guerra di Elena Rževskaja (Voland) sono arrivata per tutti questi motivi: la foto che campeggia sotto il titolo, che porta l'attenzione alla Germania del secondo conflitto mondiale, il titolo che faceva intuire che non avrei letto un semplice saggio ma un'esperienza personale legata al rapporto con la Storia.
Non da ultimo, è risultato determinante che a scrivere questo libro sia stata una donna. Non è infatti così frequente pensare ad una donna nei reparti militari, specie in riferimento al Novecento: leggere le parole di una giovanissima tenente che ha assistito ad una delle pagine più oscure e complesse della storia dell'umanità è stata indubbiamente una preziosa occasione di arricchimento.
Quando ci si accinge a scrivere di cose che si sono vissute, costringiamo spesso la memoria a una certa coerenza. Ma questa non è una sua caratteristica. La memoria vive di punti, di associazioni, di odori, di rimandi, di dolore...
Elena Moiseeva Kagan (n. 1919) ha assunto il cognome di Rževskaja a ricordo della durissima difesa della città di Ržev durante l'invasione tedesca dell'Unione sovietica, la cosiddetta Operazione Barbarossa. Questo episodio, infatti, vide Elena in prima linea, data la sua inclusione nell'Armata rossa come interprete. Respinta l'offensiva nazista, Elena partecipò alla marcia entro i territori del Reich e alla battaglia di Berlino e fu testimone del ritrovamento e dell'identificazione del cadavere di Adolf Hitler.
Memorie di una interprete di guerra ricostruisce gli avvenimenti intercorsi fra la partecipazione della Rževskaja al corso per interpreti destinati all'esercito e l'ultimo colloquio dell'autrice con il generale Rostov, capo dell'esercito sovietico responsabile della capitolazione tedesca. Nelle pagine di questo lungo diario, che racchiude esperienze personali, episodi della vita di compagni d'armi, frammenti dei memoriali di militari sovietici e funzionari tedeschi e atti di corrispondenza, si delinea chiaramente la complessa dialettica fra la necessità della missione antinazista e il problema della gestione del successo a posteriori. Elena Rževskaja stessa dimostra come l'esercito di Stalin interpretasse la guerra contro il Reich e la caccia al suo Führer come una grande vocazione, al di fuori della quale era il disorientamento totale, l'incredulità di una condizione priva di tensioni.
Sul piano pratico non ero affatto preparata alla guerra. Solo sul piano emotivo. Ma noi andavamo alla guerra come se fosse l’impegno supremo della nostra vita. E, a quel che sembra, non ci siamo ingannati. E ancora una cosa: le emozioni si sono rivelate assai più resistenti di molti oggetti pratici, in ogni caso più resistenti dei miei stivali bucati.
Se la prima parte del libro si concentra sul disagio dell'avanzata nelle nevi russe e nei pericoli della vita al fronte, in cui abbondano testimonianze di episodi comuni e intimi della vita quotidiana dei militari in difesa, il grosso della narrazione è occupato da una scomoda testimonianza dell'autrice a proposito del suicidio di Goebbels e Hitler e dell'occultamento del suicidio di quest'ultimo.

Il Reichstag dopo i bombardamenti
Presentandoci con dovizia di particolari, e secondo le diverse prospettive via via aggiuntesi alle prime deposizioni e rilevazioni, tutta la sequenza di eventi che si svolsero fra l'entrata dell'Armata rossa a Berlino, la conquista del bunker in cui il Führer e il suo stato maggiore avevano trascorso i loro ultimi momenti di vita e il dopoguerra, la Rževskaja svela al contempo due misteri: da un lato quello della morte di Hitler e dei gerarchi a lui più vicini (particolarmente toccante è la vicenda di Magda Goebbels che, eseguendo l'ordine del marito, uccide i figli nel sonno per non obbligarli a vivere in un mondo senza il Reich), dall'altro quello del comportamento di Stalin, che dapprima incita ad indagare sull'effettiva morte del suo nemico, ma, una volta ricevute prove incontrovertibili, decide di mettere tutto a tacere.
Elena Rževskaja è molto puntuale nel descrivere i fatti e le dichiarazioni cui ha assistito, come interprete, nei mesi di maggio e giugno del 1945 e non lascia trapelare alcun giudizio, nemmeno di fronte alla vicenda dei giovanissimi Goebbels. Al contrario, non fa mistero della sua indignazione nei confronti dell'oscurantismo voluto da Stalin e del disgusto per una strategia di tensione alimentata dal mito della caccia ad Hitler finalizzato a garantire stabilità al regime sovietico. L'autrice riferisce quindi dei suoi contatti con Rostov, il generale trionfatore caduto in disgrazia, e con i testimoni della morte di Hitler non graditi, come l'odontoiatra che ha indentificato il corpo, sottolineando il disagio di dover contribuire all'occultamento della verità, salvo poi raccontarla con i suoi scritti a tutto il mondo.
Varsavia ci osservava dolorosamente dalle voragini carbonizzate delle sue case, dai resti delle pareti strappate via, dalle spettrali ossature dei suoi edifici scarnificati da una valanga di proiettili e di fuoco, da tutto il silenzio delle sue macerie.
Queste rovine sono un tragico monumento dello spirito. E quello che esprimono non si può dire con le parole, non si può raffigurare. Solo le rovine da Vjaz’ma a Varsavia parlano la lingua della sofferenza. 
Le pagine di Elena Rževskaja, tuttavia, non sono solo un memoriale militare, ed è qui che interviene nel modo più evidente la sensibilità femminile: il suo diario è costellato di piccole storie comuni che hanno per protagonisti vecchi russi aggrappati al passato e alla fede, Polacchi che non hanno voluto o potuto abbandonare le loro case scosse dai bombardamenti, soldati innamoratisi nei villaggi attraversati nel corso della marcia e tante, tante donne diverse con cui Elena ha condiviso momenti altrimenti votati alla solitudine. Al di fuori della registrazione degli eventi e delle trascrizioni delle parole di ufficiali e politici, Memorie di una interprete di guerra assume i toni di un romanzo introspettivo, che invita a riflettere sulla guerra, sul farsi largo della pace, sulle paure legate all'una e all'altra, toccando non di rado toni delicati e quasi poetici.

I soldati sovietici issano la bandiera rossa sul Reichstag

Cos’è la Vittoria? Si può scolpirla, e allora prenderà la forma di una Dea trascinata da quattro cavalli su un arco trionfale. Si può farne una creazione architettonica: i Propilei, la Porta di Brandeburgo…
Ma cosa significa per una persona comune? Per chi è rimasto nella patria straziata? Per chi, inseguendola, è arrivato fino a Berlino? Come comunicare uno stato d’animo simile? Il grido di giubilo, quasi si fosse su un’altalena nel punto più alto e tutto traballa… Ecco, è la fine, si è vivi, ci si sente mancare il cuore per la gioia indescrivibile… dunque gireremo ancora per le strade delle nostre città, guarderemo il cielo, guarderemo intorno a noi, faremo ancora qualcosa, e niente più guerra, mai più. Ed ecco che monta l’amarezza per le esperienze vissute e lo smarrimento di fronte al futuro ritrovato.
Come serbare lo spirito della vittoria, dove forse la cosa più esaltante è proprio l’amarezza? Come commisurare la vittoria ai grandi sforzi, inesorabili, pieni di abnegazione, compiuti per raggiungerla?
C.M.

2 commenti:

  1. Che libro stupendo Cristina! Adoro la storia raccontata da chi ne ha vissuto veramente i fatti e soprattutto non incagliandosi in retoriche e memorie scontate, inoltre scritte da una donna di simile coraggio...

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    1. Lo è davvero: un libro straordinario con cui ho fatto inizialmente un po'fatica ad ingranare ma che, dall'entrata in Germania in poi, mi ha catturata come un magnete.

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