lunedì 3 ottobre 2016

Il rumore del tempo (Barnes)

A volte la scelta del vile pesa più di quella dell'eroe. È questo il grande dilemma che Julian Barnes ravvisa in Dmitrij Šostakovič, il compositore russo che dovette fare i conti con la censura sovietica durante la dittatura di Stalin e poi con le paradossali condizioni imposte alla sua arte durante il disgelo promosso da Chruščëv. 

Le difficoltà di Šostakovič con il Potere iniziano il 29 gennaio del 1936 - anno bisestile, come tutti gli anni in cui il Potere è venuto a cercarlo - quando la Pravda definisce la sua Lady Macbeth nel distretto di Mcensk «Caos anziché musica». L'arte di Šostakovič è contraria al Popolo, ignora deliberatamente ciò che il Popolo desidera e, pertanto, si configura come un tentativo eversivo, come un possibile attentato allo spirito sovietico. Šostakovič inizia ad attendere l'arresto, preparandosi ogni notte di fronte all'ascensore, sul pianerottolo antistante l'appartamento in cui vive con la moglie e con la figlia, deciso a risparmiare loro lo spettacolo della deportazione e i conseguenti pericoli di trovarsi con lui in quel fatidico momento. Ma le accuse si risolvono in qualche interrogatorio e le esecuzioni aggirano Šostakovič, riabilitato da Stalin in persona e, dopo la sua morte, corteggiato da Chruščëv, che vuole fare della sua esperienza il manifesto della stagione del perdono e della fine del culto della personalità del dittatore. Ma questa collaborazione con il Potere è ben più soffocante della persecuzione, perché il compositore si rende conto ben presto di dover pagare la riconquista della libertà e del prestigio artistico con la propria coscienza, trovandosi addirittura nelle condizioni di condannare i suoi compatrioti che, come Sergej Prokof'ev, hanno scelto la via dell'esilio e, con essa, la condanna del regime, per non sottomettere il proprio genio creativo alle briglie del Potere.
Presentato dall'autore al Festivaletteratura, Il rumore del tempo è entrato nella mia orbita in maniera rapida: non solo desideravo procurarmelo prima dell'evento mantovano, ma ero curiosa di unire a questa visita in Italia di Barnes un ritorno alla scrittura già apprezzata ne Il senso di una fine. Anche se la narrazione impiega diverse pagine prima di conquistare un buon ritmo e diventare coinvolgente, Il rumore del tempo è una lettura piacevole, profonda ed estremamente utile per addentrarsi in una tematica storica non così nota e nelle relative implicazioni etiche. 

Julian Barnes al Festivaletteratura
L'esperienza di Šostakovič, ma anche i riferimenti ad altri artisti del calibro del già citato Prokof'ev, nonché il resoconto, seppur romanzato, di alcuni colloqui fra intellettuali e uomini di governo offrono l'occasione di approfondire la conoscenza del complesso rapporto fra arte e politica, non solo in relazione al regime sovietico, ma con una riflessione esplicita sul significato autentico della promozione delle arti da parte del Potere in ogni tempo, sia esso nelle mani di un Signore mecenate o di un presunto Popolo unitario dotato di uno spirito sovrano.
Fino a che punto è lecito e comprensibile che l'arte sia resa conforme alla volontà di chi esercita il potere? C'è un limite al diritto di irretire o distruggere la creatività per avere salva la vita oppure la rinuncia alla libertà in cambio della grazia può solo lastricare di viltà il cammino di un intellettuale? La narrazione che Barnes affronta ne Il rumore del tempo sembra una sorta di complemento alla riflessione che Bertolt Brecht affida al suo Galileo, laddove l'abiura dello scienziato - tacciato di codardia per aver preferito vivere per continuare, pur in silenzio, i propri studi, piuttosto che morire e portare con sé nella tomba il proprio talento - cela una critica a tutti gli uomini di cultura che non hanno osato alzare la voce per denunciare il regime hitlelriano. Da un lato la Germania nazista, nel libro di Barnes la dittatura sovietica: a distanza di diversi decenni due autori di due nazionalità diverse utilizzano storie analoghe per raccontare i soprusi di due totalitarismi diversi sulla carta ma identici nei loro disegni.
Va detto che nella pagina di Barnes non c'è alcun atto di accusa nei confronti di Dmitrij Šostakovič. Al contrario, l'autore analizza il suo tormento, la difficoltà di schierarsi sia da una parte che dall'altra della barricata, il dramma di non sapersi decidere fra l'essere un eroe destinato a morte certa oppure un vile condannato ad una lunga vita di disprezzo da parte degli altri e anche di se stesso. Il risultato non è entusiastico come mi aspettavo, ma merita attenzione per la sua profondità e per il ricco contributo ad un dibattito etico probabilmente per sua natura legato in modo fatale all'assenza di una conclusione.

L’arte appartiene a tutti e a nessuno. L’arte appartiene a tutti i tempi e a nessun tempo in particolare. L’arte appartiene a chi la produce e a chi l’assapora. L’arte non appartiene più al Popolo e al Partito di quanto una volta non appartenesse all’aristocrazia e ai mecenati. L’arte è il mormorio della storia, udibile al di là del rumore del tempo. L’arte non esiste per sé: esiste per il pubblico.
C.M.

8 commenti:

  1. Grazie per la segnalazione, amo molto la musica di Shostakovich, e credo che una caratteristica della sua grandezza stia prorio nella continua tensione tra i dettami sovietici e il desiderio di essere un compositore moderno, di sperimentare. Leggero senza dubbio questo libro.

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    1. Penso che per un appassionato della musica di questo compistore il libro possa risultare ancor più interessante, quindi ti auguro una buona lettura!

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    2. Mi intrufolo qui, perché scriverei le stesse parole di Senzapre7ese: adoro il compositore e sono curiosa del taglio dato alla vicenda umana e artistica nel libro (che ho già in attesa, temo lunga...)!

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    3. Io sono felice di essere stata punzecchiata dalla presenza di Barnes al Festivaletteratura, altrimenti temo che l'avrei fatto attendere troppo a lungo!

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  2. Mi interessa leggerlo, proprio per le riflessioni sull'asservimento della creatività al potere in condizioni di vita estreme. Com'è Julian Barnes di persona, che impressione ti ha fatto? :-)

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    1. Sono rimasta posiivamente colpita: visto che la sua narrativa, per come la conoscevo, non era certo allegra, non credevo che nel corso dell'incontro Barnes si sarebbe rivelato una persona così spiritosa e sorridente. Un personaggio davvero interessante, che merita di essere conosciuto e ascoltato personalmente, oltre che attraverso la sua letteratura. E poi aveva dei calzini a righe fenomenali! :)

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    2. ahahah!! ...non ti sfugge nulla ;-)

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    3. Non potevano sfuggire: ti appare questo signore tutto in ordine, con il pantalone scuro, la camicia bianca, la scarpa elegante... e poi si siede a firmare le copie e ti spunta un calzino variopinto! Direi che è stata un po'la traduzione visiva della sorpresa di cui parlavo: i libri mi hanno fatto pensare ad una persona molto diversa da quella ironica e sorridente che mi sono trovata davanti. Un bellissimo incontro, non c'è che dire! :)

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