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giovedì 24 novembre 2016

Faber (Garcia)

In questo periodo pienissimo, la lettura si è vista rubare un bel po'di spazio, ma non l'ho abbandonata del tutto. A farmi compagnia nelle ultime settimane è stato Faber, romanzo del filosofo francese Tristan Garcia (NN editore). Un libro molto particolare, come è particolare il suo protagonista, il quale, come suggerisce l'epigrafe iniziale, è un distruttore.

Mehdi Faber è un fulgido mito nella memoria dei suoi più cari amici di infanzia e adolescenza, Madeleine e Basile; ha alle spalle una tormentata storia di adozione, ma è autonomo, sorprendentemente intelligente, brillante e impavido, tanto da diventare immediatamente un punto di riferimento in grado a sostituirsi, per i suoi amici, agli insegnanti e ai familiari. Quando fa la sua comparsa, nelle prime pagine del libro, non si direbbe: Madeleine si è messa alla sua ricerca, stanandolo in un putrido rifugio incastonato nei Pirenei, con il proposito di riportarlo a Mornay, la città delle loro avventure, nonché il quarto personaggio della storia. Nel romanzo si alternano dunque il passato, pieno di aspettative e fermenti rivoluzionari, e il presente, all'interno del quale i tre amici, ultratrentenni, fanno i conti con l'esito totalmente diverso delle loro vite e con la scomoda eredità lasciata da Faber. Perché Faber, con la sua irruenza, con la sua bellezza, con i suoi slanci volti a rovesciare ogni certezza del vecchio mondo, dalla sacralità dei professori all'ordinamento politico, si è ritagliato uno spazio nelle vite dei suoi sodali, lasciando in loro un vuoto che la loro normalità non è in grado di colmare e che è destinato a farli sentire sempre manchevoli di qualcosa. Per questo Maddie e Basile accolgono immediatamente la richiesta di aiuto di Faber, scritta nel loro linguaggio segreto, cercando di ricostruire quella relazione che ha governato, anche in modo prepotente, le loro vite.
A partire dal suo titolo, Faber si presenta immediatamente come un romanzo gravido di significati filosofici. Il gioco di parole che fa di Mehdi non l'artefice di qualcosa di grande che ci aspetteremmo in fede al significato latino della parola, ma colui che devasta con la sua opera tutto quanto costituisce un punto fermo nell'esistenza dei suoi amici e delle loro famiglie (ma, a ben guardare, di tutta Mornay, che da Faber è totalmente sconvolta). Faber è fedele al proprio nome solo in riferimento alla massima latina citata anche dalla traduttrice, Sarah De Sancits, nella nota conclusiva, «Faber est suae quisque fortunae». Egli infrange ogni vincolo, ogni norma, si eleva al di sopra della realtà gretta, comune, banale in cui tutti tendiamo a ricadere, riempie l'esistenza di chi lo circonda di slanci che, però, chi non possiede la sua eccezionalità non può appagare.
Faber è un titano in un mondo di mortali, è il Superuomo nietzchiano che rifiuta l'abbandono all'Eterno ritorno, è l'assassino delle divinità, l'alfiere di un progresso che non può nascere che dalle ceneri, ma che brucia ogni cosa intorno a sé. Faber è un personaggio adorato e odiato, che il lettore si trova ora a sostenere, ora a voler annientare.
Proprio a questo rapporto di fascinazione e ostilità è dovuta la mia confusione in merito al giudizio sul libro: nel romanzo di Garcia si alternano alcune sequenze impetuose e magnetiche e pagine dal ritmo meno accattivante; a conti fatti, questa duplicità è da ricondurre proprio all'oscillazione del mio rapporto con Faber, cui mi sono avvicinata con piacevolezza e sintonia soprattutto attraverso il racconto di Maddie e Basile, che resuscita il passato: in qualche modo sono stata catturata dal puer che è stato Faber al punto da non poter accettare la frantumazione dei sogni che il vir essa porta con sé. Ma forse era questo disincanto che Garcia ha voluto evidenziare.
Poi l’immagine del passato si oscura e quella del presente, più viva, s’impone. E la nostalgia trattiene nell’ombra il bagliore che svanisce. Così funziona l’indebolimento delle sensazioni negli esseri umani: la maggior lucentezza della sensazione presente, invece di offuscare lo splendore del passato, lo esalta; così siamo pronti a credere che l’immagine che adesso è la più scura sia quella che è stata la più chiara. Ma se chiudiamo gli occhi, vediamo due fonti di luce distinte: la fonte interiore del ricordo, che santifica il passato e lo magnifica, e la fonte esteriore del mondo così com’è, che vi sovrappone il presente e lo lascia trionfare.
C.M.

10 commenti:

  1. Ne sono uscita un po' stordita anch'io, ma l'ho trovato molto bello. Forse a tratti lento, ma comunque intenso, suggestivo, visionario, e chi più ne ha più ne metta! Scritto in maniera impeccabile poi.

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    1. Concordo su tutta la linea, stile di scrittura compreso.

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  2. Affascinante questo intreccio, fin dal suo titolo. Questi personaggi "oscuri" della letteratura inducono sempre a riflessioni sul dualismo di bene e male.
    "Ciascuno è artefice del proprio destino", poi, la massima attribuita ad Appio Claudio Cieco, ne è la chiosa perfetta.
    In qualche modo mi ricorda l'Heatcliff di Cime tempestose.

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    1. In effetti è un paragone calzante: anche quello di Heatcliff è un personaggio ingombrante, controverso, che spesso produce rabbia e avversione nel lettore... grazie di avermi fatto riflettere su questa assonanza caratteriale!

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    2. Ricorda che devi leggere quello splendido "Jane Eyre" di sua sorella. ;-)

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    3. E come dimenticarlo? È nella lista infinita dei propositi... chissà se riuscirò mai a smaltirla! :)

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  3. L'avevo visto di sfuggita in libreria, ma mi ero scordata di cercarne poi la trama e informazioni. Sembra molto interesssante, metto in lista e spero di riuscire a leggerlo.

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  4. Ciao e grazie per questa recensione. Non ho letto il libro ma sembra veramente interessante: i libri con protagonisti così controversi mi attirano sempre. Lo inserisco subito in wishlist :)

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    1. Mi fa piacere che questo libro ti incuriosisca: buona lettura! :)

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