giovedì 31 marzo 2016

Deliziosa Verona #3: Dante e i della Scala

Nel XIII secolo Verona torna ad assumere un ruolo di prestigio con l'affermazione della dinastia Scaligera e si arricchisce di monumenti che ancora oggi catturano l'attenzione sia che li si ammiri come turisti in una rapida gita, sia che se ne possano ammirare i dettagli visita dopo visita da cittadini. 

Verona, Torre dei Lamberti
La fondazione della signoria, come per Firenze e altri comuni dell'Italia centro-settentrionale, è l'evoluzione di un continuo conflitto fra la fazione guelfa (in città capeggiata dalla famiglia dei Sanbonifacio) e quella ghibellina. Alla morte di Ezzelino da Romano, capo ghibellino e vicario imperiale di Federico II, è Leonardino della Scala, detto Mastino I, esponente di una famiglia arricchitasi grazie ai commerci lungo l'Adige, ad impedire che i ghibellini prendano il controllo della città. Rafforzato prima dal titolo di podestà in comuni minori del veronese poi dalla carica di capo della Domus mercatorum, nel 1262 Mastino viene eletto Capitano generale perpetuo del popolo e intraprende campagne militari di grande successo. Lo splendore della dinastia sale a dismisura quando ad Alberto, fratello di Mastino, succede Can Francesco della Scala, meglio noto come Cangrande, figlio dello stesso Leonardino. A lui e alle sue vittorie militari Verona deve il suo prestigio, che resiste qualche anno dopo la sua morte grazie al governo di Mastino II, che, prima di essere sconfitto da una coalizione anti-scaligera guidata dai Visconti, estende il dominio di Verona fino a Parma e Lucca.
Alla presenza degli Scaligeri in città si legano l'importanza di Piazza delle Erbe, già foro romano e divenuta poi sede della Domus mercatorum e dei maggiori scambi commerciali cittadini, la costruzione della fortezza di Castelvecchio, voluta da Mastino I fra il 1454 e il 1456, il complesso delle Arche scaligere e l'adiacente Piazza dei Signori, detta anche Piazza Dante dalla statua del poeta posta nel suo centro.

Verona, facciata di Castelvecchio

Castelvecchio è tappa obbligata e affascinante dell'itinerario veronese: il suo corpo si sviluppa all'interno dell'ansa dell'Adige, ma la parte più affascinante del complesso è il lungo ponte merlato che lo collega alla sponda opposta e che è liberamente accessibile. All'interno del castello è stato ricavato il Museo civico divenuto tristemente famoso per il recente furto che ha coinvolto opere di grande pregio di artisti quali Pisanello, Bellini, Rubens, Mantegna e Tintoretto. Prima di questo fatto, il museo non godeva purtroppo di grande considerazione a livello nazionale (e forse anche cittadino): se i dipinti saranno recuperati, c'è da sperare che la notizia dello scempio abbia prodotto se non altro il risveglio della curiosità che questa struttura merita non solo per i capolavori di questi grandi artisti, ma per il percorso espositivo nel suo insieme, che offre la possibilità di ammirare sculture di epoca medievale (fra cui la celebre statua equestre di Cangrande e quella di Mastino II), affreschi del XIV secolo (che invitano a proseguire la visita al Museo Cavalcaselle raggiungibile in pochi minuti), dipinti di epoca moderna e collezioni di armi, nonché di raggiungere i camminamenti e i livelli superiori della fortezza.

Verona, il ponte di Castelvecchio

Da Castelvecchio si possono comodamente raggiungere la basilica di San Zeno, Piazza Bra e Piazza Erbe. Procedendo in direzione di quest'ultima, si giunge nel cuore della Verona medievale, in un perimetro racchiuso fra lo stesso castello, il duomo, la chiesa di Santa Anastasia e quella di San Fermo. Dietro a Piazza delle Erbe si spalanca la pittoresca Piazza dei Signori, sulla quale affacciano l'antico Palazzo del Podestà, la Loggia del Consiglio, il Palazzo della Ragione su cui svetta la Torre dei Lamberti e al cui interno di trova la Galleria d'arte moderna, e il Palazzo di Cansignorio (figlio di Mastino II). L'insieme forma un accogliente spazio di passeggio e ristoro, nel quale è impossibile non avvertire tutta l'imponenza della storia medievale della città, specialmente se si compie qualche passo più in là, verso la chiesetta di Santa Maria antica, nel cui cortile hanno sede le Arche scaligere, monumentali sepolture dei della Scala.

Verona, Piazza dei Signori e monumento a Dante

Un paio di curiosità interessanti sono legate a questa piazza, o, per meglio dire, ai suoi accessi. Quello maggiore, che la collega a Piazza Erbe, chiamato Arco della Costa, è sormontato da un oggetto arcuato che la leggenda vuole essere una costola di qualche gigante o, addirittura, di Lucifero; si tratta in realtà di una costola di balena o di un ittiosauro che un tempo faceva parte dell'insegna di una delle botteghe di spezie della piazza. L'arco che dà su via Fugge (che collega la piazza a Corso Sant'Anastasia, invece, è sormontato da una statua del medico veronese Gerolamo Fracastoro, vissuto fra il 1476 e il 1553, che tiene in mano una sfera che rappresenta il mondo (la cosiddetta Bala de Fracastoro); la leggenda vuole che la statua lascerà cadere la palla il giorno in cui sotto di essa passerà un uomo onesto, dato molto pungente se si pensa che da quell'arco transitavano ogni giorno giudici, uomini di potere, consiglieri e tutti coloro che si recavano in tribunale.
Tuttavia è fuori da ogni dubbio che a catalizzare l'attenzione di chi arriva nella piazza sia la statua dedicata a Dante Alighieri, realizzata da Ugo Zannoni in marmo di Carrara nel 1865 e voluta dai Veronesi come segno di riconoscimento al poeta e, insieme, di sfida al dominio austriaco a seicento anni dalla nascita del padre della lingua italiana.
Verona, Arche scaligere - tomba di Cansignorio
Dante soggiorna a Verona durante il suo esilio, dal 1313 al 1318, ospite di Cangrande della Scala, e forse alloggia proprio in uno dei palazzi di Piazza dei Signori. Ad avvicinarlo al signore di Verona non è solo il grande prestigio politico e culturale della città e dei suoi governanti, ma anche la comune simpatia per Arrigo VII, che ha valso all'Alighieri il titolo di ghibellino che anche Foscolo gli attribuisce nel carme Dei sepolcri. La gratitudine di Dante per la protezione offerta da Cangrande si evince dalla profezia che Cacciaguida recita nel canto XVII del Paradiso (vv. 70-90) ed è ancor più evidente nell'epistola XIII, con la quale il poeta dedica al signore di Verona l'ultima cantica della Commedia, spiegandone anche titolo e livelli di lettura. Anche dopo aver lasciato Verona, comunque, Dante rientra in contatto con Cangrande in occasione della discussione della Quaestio de aqua et terra nella chiesa di Sant'Elena, nucleo originario del complesso del duomo, ancora oggi ricordato per essere stato sede di questo importante avvenimento.
«Come la regina della terra dove soffia l'Austro si diresse a Gerusalemme, come Pallade raggiunse l'Elicona, mi sono recato a Verona per controllare con i miei occhi ciò che avevo udito e lì ho visto le vostre grandi opere: le ho viste e, contemporaneamente, ne ho goduto i benefici; e allo stesso modo in cui, prima, sospettavo esagerato parte di quel che si diceva, dopo mi sono reso conto che le imprese in sé erano esorbitanti» (Dante Alighieri, Epistolae metricae XIII, 2. Trad. di Maria Adele Garavaglia)
C.M.

martedì 29 marzo 2016

L'avventura di diventar lettori

Ogni tanto, mentre leggo un libro appassionante oppure fisso con orgoglio gli scaffali ricolmi di volumi, mi capita di pensare al mio percorso di lettrice. Mi vengono in mente i romanzi più amati, le cantonate, le ondate di autori preferiti, le attese delle uscite in libreria, le ore di relax in spiaggia e l'aula di lettura della scuola... Se mi metto proprio a rievocare i momenti speciali della mia vita di lettrice, mi accorgo che, nonostante il tempo passato, ho alcune immagini, alcune esperienze e anche qualche passaggio narrativo che sono sopravvissuti a molti altri ricordi. Per esempio, rammento benissimo il primo libro letto e il primo acquistato per mia scelta, ma non ricordo il primo giorno della scuola elementare o media.

Fin da bambina ho avuto in casa delle raccolte di favole e fiabe, ma ho imparato a leggere su un libricino dal titolo Pierino e i denti, che, come si può facilmente intuire, era una di quelle letture educative molto in voga negli anni '90 che puntavano ad insegnare certi comportamenti in tenera età per raccoglierne i frutti positivi nel tempo. Oggi questa prospettiva è stata abbandonata come tante altre buone pratiche formative, ma quel libro è ancora in casa mia... e il dentista ha sempre di che elogiarne i risultati!
Qualche anno più tardi ho cominciato a scegliere personalmente i miei libri in libreria, dove andavo sempre assieme a mia madre, che è la diretta responsabile del mio amore per la lettura (quindi dello svuotamento del mio portafogli in libri): lei entrava per i suoi acquisti e, anno dopo anno, i miei si facevano più consistenti. Il primo volume che ho scelto era della collana arancione del Battello a vapore scritto da Gemma Lienas e intitolato La mia famiglia e l'angelo. A questo sono seguiti molti altri titoli della stessa collana, fino ai classici Il giro del mondo in ottanta giorni e Piccole donne, ma è stata la lettura de Il ragazzo che sfidò Ramses il grande, opera per ragazzi dello stesso Christian Jacq autore della poderosa serie sul più famoso dei faraoni, a far maturare in me la passione per la narrativa storica.
Nel frattempo si sono verificati felicissimi incontri con le collane per ragazzi Mondadori Junior, fra le quali ho trovato il mio amore letterario di infanzia: Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno, che, ad oggi, avrò letto almeno dieci volte. Ricordo perfettamente l'incontro con quel testo, che, allora, all'età di otto anni, era il più voluminoso arrivato sui miei scaffali: ero con mia madre nel reparto ragazzi della libreria Demetra di Verona (poi acquisita da Giunti) ed è stata lei a propormene la lettura, avendone sentito parlare molto bene da colleghe e alunni. Senza dubbio quella è stata la prima grande scelta di lettura, la prima folgorazione, il primo libro che mi abbia fatto provare tutta la gamma dei sentimenti possibili: gioia, tristezza, rabbia, voglia di avventura... il tutto grazie alla penna magistrale della Pitzorno (della quale negli anni successivi ho cercato di recuperare quasi tutto) e al grandioso trio Prisca-Elisa-Rosalba. Nel 2004, inoltre, Bianca Pitzorno ha ritirato per la seconda volta nel mio paesino il Premio Castello, il più antico d'Italia dedicato alla narrativa dei ragazzi (il primo lo ha conquistato nel 1988 con Sulle tracce del tesoro scomparso, altra fantastica lettura) e in quell'occasione ho avuto l'onore di incontrare personalmente l'autrice che ha segnato la mia infanzia letteraria.
Con l'inizio della scuola media, poco alla volta i Mondadori Junior hanno lasciato posto alle prime letture 'dei grandi'. In questo periodo mi sono buttata sull'horror grazie ad una zia che mi ha iniziata alla narrativa di Stephen King con L'acchiappasogni, La zona morta e Shining (che fra i libri del Re resta ancora il mio prediletto) e ho proseguito sulla via del romanzo storico con i libri di Valerio Massimo Manfredi Chimaira, Il faraone delle sabbie, L'ultima legione e Lo scudo di Talos. Quest'ultimo, prestato da un'altra zia (come si può capire, nella mia vita di bibliomane, essere circondata da donne lettrici in famiglia ha avuto il suo peso), mi è poi stato regalato in occasione di un incontro con l'autore ai tempi del liceo, un venerdì sera in cui, disinibita dallo studio folle dei paradigmi di greco per il giorno successivo, ho pensato bene di rompere le scatole all'autore per diversi minuti, tempestandolo di domande: non so se la curatrice dell'evento mi abbia offerto il libro per tenerezza o per farmi sloggiare, ma ne sono contenta comunque.


Nel mezzo di questa situazione, sono piombati naturalmente il fenomeno Harry Potter e la trilogia cinematografica del Signore degli anelli. E ad entrambe sono legati alcuni fra i miei migliori ricordi di lettrice. Partiamo dalla saga del maghetto inglese. Nel 1999 la Potter-mania non era ancora scoppiata e io mi aggiravo ignara fra i libri di una bancarella nel parco di Recoaro Terme, dove quasi ogni anno raggiungevo i miei nonni in villeggiatura. Da quel negozio ambulante avevo già portato a casa dei libri gli anni precedenti, ma quella volta è stato proprio Harry Potter a catturarmi: il libraio esponeva una copia di Harry Potter e la pietra filosofale e una di Harry Potter e la camera dei segreti. Per puro caso ho scelto il primo volume, pensando che la progressione fosse indifferente, e solo qualche mese dopo, sempre in occasione di quel Premio Castello di cui ho già accennato, noi alunni di prima media, in occasione degli incontri dei librai con le scuole, abbiamo saputo chi fosse il maghetto che aveva già conquistato i lettori anglosassoni. Una mia compagna di classe ha acquistato il secondo volume e, scambiandoci quelli in nostro possesso, abbiamo messo insieme i primi due capitoli della storia (anni dopo ho però acquistato una copia personale della Camera dei segreti, ché il buco sullo scaffale proprio non mi andava giù). A quel punto, frenare la febbre Harry Potter sarebbe stato impossibile: nel 2000 Il prigioniero di Azkaban era il pezzo forte della mia lettera per Santa Lucia e negli anni successivi è stata tutta una lunga veglia di attesa per l'uscita dei capitoli rimanenti. Harry Potter è stato il primo libro al quale ho dedicato interi pomeriggi di lettura, che a scuola mi faceva contare i minuti mancanti alla fine delle lezioni per tornare a casa e fiondarmi tra le pagine e che non sopportavo di dover abbandonare per la cena.
Quanto al Signore degli Anelli, ammetto di essermi accostata al libro solo dopo la visione del primo film, che nemmeno mi convinceva molto; sono andata a vederlo soltanto per passare una domenica pomeriggio diversa dalle solite e ne sono tornata estasiata: qualche giorno più tardi ero in libreria ad effettuare il mio primo acquisto in euro proprio con il volume dell'intera trilogia.
E nel frattempo era un'altra trilogia ad intrattenerci a scuola, con la scelta di una grande professoressa di farci leggere Il barone rampante e, a scelta, un altro romanzo di Italo Calvino della serie degli Antenati oppure Marcovaldo. Sicuramente sono riuscita ad apprezzare pienamente questa lettura solo molto tempo dopo, ma già il primo incontro con Calvino è stato positivo, e la stessa insegnante ha contribuito non poco nel mio orientamento negli studi successivi.
Iniziato il liceo, ho cominciato ad avvertire un certo disagio: i libri che leggevo, tutta narrativa contemporanea e bene o male limitata ai best-seller (e ai due fenomeni citati), fino a quel momento mi aveva dato la convinzione di potermi salvare dalle accuse rivolte ai giovani che non leggono. Invece mi sono scontrata con le prime forme di pregiudizio letterario: non sembrava possibile che, come alunni di un liceo, leggessimo King anziché Svevo. Ora, voi sapete quanto ami i classici della letteratura, ma non ho mai sopportato chi, ritenendo che il top di gamma sia una certa tipologia di libri, pensa di dover dire agli altri cosa è opportuno che leggano o meno. E comunque non si poteva pretendere che degli studenti appena usciti dalle medie masticassero Joyce e Kafka, e che cavolo. Sono iniziate le letture coatte, alcune delle quali del tutto inadatte all'età o alla maturazione che potevamo avere da quattordicenni, altre molto piacevoli e costruttive, come La Storia di Elsa Morante o La Ciociara di Alberto Moravia. Ma con il passaggio al terzo anno di liceo ho iniziato a capire meglio sia le scelte di lettura della nuova insegnante (lei sì decisiva nella mia scelta universitaria e nel costruire il rapporto con la letteratura) sia i miei orientamenti di lettrice: non solo in questi anni ho letto Memorie di Adriano, uno dei libri che stanno nel mio personale Olimpo letterario, ma ho anche iniziato a scegliere ancor più consapevolmente le mie letture, a nutrire un reale interesse per i classici, a cercare collegamenti, influenze, spunti di riflessione... e quando il professore di arte ci ha consigliato di progettare la nostra tesina di Maturità proprio a partire da un libro amato, (che nel mio caso era Uno, nessuno e centomila) ho capito lo straordinario potere della letteatura di istituire forme di comunicazione con ogni arte, con le scienze, con l'attualità e, di nuovo, di farci da specchio per aiutarci a comprendere meglio noi stessi.

Illustrazione di Lim Heng Swee
Poi sono approdata all'università, e l'entusiasmo così raggiunto ha iniziato a scontrarsi di nuovo con le auctoritates, con docenti che ammettevano solo le letture dei testi fatte da loro stessi o dai loro colleghi, meglio se messi per iscritto in qualche saggio da acquistare per superare un esame. Mi è toccato ancora una volta stare ad ascoltare insegnanti che avevano la presunzione di dividere le letture di serie A da quelle di serie B e che basavano i programmi sui soliti due o tre autori. Vero è che per tanti aspetti rifarei le stesse scelte in termini di corsi ed esami, ma questo atteggiamento snob del mondo accademico proprio non mi manca, anzi. L'aspetto grottesco della questione è che, mentre ci esortavano a leggere i grandi autori, i docenti non hanno mai pensato di verificare che conoscessimo effettivamente i poemi omerici e l'Eneide o che avessimo una chiara idea dello sviluppo delle vicende della Commedia, dell'Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, che in quegli anni ho letto integralmente in solitaria.
Fortunatamente, terminata l'università, è ritornata la passione per la lettura spontanea e non ho più dovuto sentire pregiudizi da chicchessia. Ho ripreso a leggere molto (dopo la laura la grande impresa letteraria è stata Guerra e pace), anche perché per diversi mesi non ho né studiato né trovato lavoro, e, in tale limbo, ho iniziato a bazzicare per i blog e ho aperto il mio, trovando in questi scambi in rete tanti spunti nuovi di lettura, la voglia di rileggere libri già amati o in passato non apprezzati (come La metamorfosi o Vita di Galileo) e rendendo decisamente più eclettici i miei scaffali grazie all'arrivo di nuovi autori, l'incremento degli scrittori viventi e l'inserimento di collane di nuovi editori. E anche l'anno scorso ho potuto approfittare di lunghi viaggi in treno Verona-Venezia e ritorno, sicché anche il sudato corso di abilitazione ha avuto un coronamento di piacevoli letture, la migliore delle quali (anche perché iniziata dopo il superamento del peggiore degli esami) è stata Il mondo di ieri di Stefan Zweig.
Giuro che, iniziando a scrivere, credevo di non essere prolissa come le altre volte. Pensavo che tutta questa storia si potesse riassumere in poche righe, ma il fatto è che, parlando di libri, è come se vi parlassi di tante persone che ho incontrato, di tanti viaggi, di tante esperienze diverse. Chiunque ami la lettura sa bene che un libro non è mai soltanto un libro, che nelle sue pagine si concentrano momenti preziosi della nostra vita, che l'inchiostro che forma le parole entra dentro di noi e ci cambia. Quindi scusate se posso esservi sembrata logorroica, ma i veri amici meritano tutto il nostro tempo, tutta la nostra attenzione e tutto il nostro affetto.
E voi cosa mi raccontate della vostra vita di lettori?

C.M.

giovedì 24 marzo 2016

Fontamara (Silone)

Con grande gioia, qualche settimana fa ho trovato in mezzo a libri vecchi di famiglia un paio di testi di Ignazio Silone, fra cui il suo più famoso, Fontamara. Mi proponevo di leggerlo già da qualche tempo e questa piacevole sorpresa ha affrettato il mio approdo alle pagine di questo autore. Confesso che, di fronte a Fontamara, la curiosità di leggerlo era pari al timore di trovarvi una storia poco in linea con le mie corde, di restare delusa da un classico del Novecento... ma devo dire che tale dubbio è svanito già dalle prime pagine.

Fontamara è un piccolo paesino della Marsica, popolato da povera gente che litiga per un nonnulla, preda com'è della miseria, ma, soprattutto, è vittima dei potenti che sfruttano la loro ignoranza per perpetrare vergognosi soprusi. Accade così che alla richiesta di ripristino della corrente elettrica sottoscritta con una raccolta di firme promossa dal cavalier Pelino, i Fontamaresi si vedono privati dell'unica fonte d'acqua del borgo, necessaria per lo svolgimento delle operazioni agricole che garantiscono la sopravvivenza, pur in un continuo susseguirsi di stenti e sacrifici. La lotta per l'acqua porta i Fontamaresi al comune, laddove vivono gli uomini di potere che impugnano le leggi del Regno d'Italia per giustificare le loro angherie e perpetrare abusi, requisizioni e riduzioni della paga ai lavoratori. Come se non bastasse, il desiderio di giustizia dei cafoni di Fontamara viene perseguito dai funzionari fascisti, che arrivano a compiere incursioni violente per far capire ai poveracci che devono restare al loro posto.
Scritto nel 1933 e pubblicato in tedesco in Svizzera, dove Silone, bersaglio politico in quanto comunista, vive come esule dal 1928 al 1944, Fontamara viene divulgato in Italia solo alla fine del secondo conflitto mondiale. Nonostante ciò, questo romanzo, che di romanzesco ha purtroppo ben poco, anticipa per molti aspetti i contenuti e i toni della narrativa neorealista che, come noto, si impone nel secondo dopoguerra. Silone, infatti, assume il punto di vista di chi vive le tensioni e le violenze di quegli anni (il racconto è messo in bocca a tre personaggi protagonisti degli avvenimenti che si recano dall'autore per testimoniare la loro esperienza) e non mancano, accanto alle accuse contro le violenze squadriste, espressioni di stampo socio-politico ispirate a posizioni filo-proletarie, in particolare nel finale.
Nonostante ciò, Fontamara non è un libro meramente ideologico. Con questo breve e scorrevole romanzo, Silone dà voce al disagio di una grandissima parte dell'Italia, a quelle zone rurali del Mezzogiorno che, nel passaggio dal dominio borbonico al regno sabaudo, hanno subito un inasprimento della loro condizione a causa delle tasse e, soprattutto, delle manipolazioni delle regie disposizioni da parte degli antichi padroni che, non essendo disposti a cedere alcun privilegio, hanno riversato gli oneri fiscali sui poveracci, incolpando il nuovo governo, ma, allo stesso tempo, approfittando della tendenza punitiva dei funzionari del regime fascista per sedare ogni possibile ribellione.
Leggendo Fontamara, mi è parso più volte di riscontrare delle citazioni manzoniane, sebbene lo stile e l'agilità narrativa di Silone non abbiano nulla a che fare con la scrittura dell'autore milanese. Non è tuttavia possibile negare l'associazione fra il timoroso Don Abbacchio che, oltre ad echeggiare il nome del più noto prete della letteratura italiana, ne replica l'atteggiamento, tenendosi ben lontano dalla pietà cristiana e non esitando a defilarsi di fronte ai signori, lasciando che i lupi divorino le pecore. 
Ignazio Silone (1900-1978)
E, ancora, don Circostanza, detto 'L'amico del popolo', con i suoi sotterfugi tesi ad affermare i diritti dei potenti per mangiare alla loro tavola senza ammettere di fronte ai cafoni di non aver intenzione di aiutarli in alcun modo, pare l'Azzeccagarbugli degli Abruzzi. L'anonimo Impresario che si impossessa dei beni dei Fontamaresi e resta asserragliato nel suo palazzotto sembra un novello Don Rodrigo e, se guardiamo ad uno dei personaggi principali, Berardo Viola, vi troviamo una testa calda costretta ad allontanarsi dal paesotto per cercare miglior fortuna in una grande città dove finisce nei guai con la giustizia. Se a ciò aggiungiamo che tale Berardo sembra proprio lo sposo di un matrimonio che non s'ha da fare con la pia Elvira che si strugge in preghiera per lui, l'eco dei Promessi Sposi è ancor più presente. 
Ma tali consonanze, forse volute o forse meccaniche conseguenze di una situazione vecchia come il mondo, si spiegano alla luce del messaggio più ampio che Silone vuole trasmettere, mettendo in evidenza una condizione di miseria estrema e incontrastabile di fronte alla quale i governi non mostrano alcuna pietà né intenzione di intervenire, se non per approfittare di masse ignoranti, indifese e oppresse dalla fame. I cambiamenti politici seguiti all'Unità d'Italia e all'affermazione del Fascismo hanno accentuato la miseria con giochi di potere e alleanze fra vecchi e nuovi governanti che richiamano i versi dell'Adelchi: «Il forte si mesce col vinto nemico, / col novo signore rimane l’antico; / l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. / Dividono i servi, dividon gli armenti; / si posano insieme sui campi cruenti / d’un volgo disperso che nome non ha» (coro atto III, vv. 61-66). Tale volgo disperso è, in questo caso, quello dei Fontamaresi, i cafoni che parlano una lingua diversa da quella dei cittadini che decidono della loro sorte, non perché appartengano a paesi diversi, ma perché chi possiede denaro e autorità non può in alcun modo capire cosa significhi non avere acqua per irrigare l'unico pezzo di terra dal quale può venire un poco di cibo.
La denuncia di Silone è forte, indignata, eppure esposta con uno stile piano, estraneo all'ira, come se la sua fosse la semplice registrazione della testimonianza dei tre contadini accolti nella sua casa, come se le voci dei tre narratori fossero ormai distaccate nella rassegnazione. Soltanto nelle ultime pagine, laddove si affacciano le speranze di una rivoluzione, i toni si accendono, ma sappiamo fin dall'inizio che tali auspici sono destinati al fallimento.
Fontamara, dunque, descrive una realtà sociale fatta di opportunismi, soprusi e violenze che spesso trovano una legge compiacente. La certezza che la narrazione si svolga sul finire degli anni '20 del secolo scorso non è del tutto consolatoria, se pensiamo come ancora oggi sia fin troppo facile, per chi ne ha i mezzi economici e il potere, raggirare i deboli e gli ignoranti attraverso i cavilli della legge e come gli amministratori chiudano gli occhi di fronte ai gridi d'allarme della gente per cui governano.
Tale stringente realismo mette in contatto Silone e Fontamara sia con la lezione disillusa dei Vinti di Giovanni Verga, sia con il Neorealismo, sia con la realtà del nostro tempo, lanciando un messaggio che, purtroppo, non cesserà di far sentire la sua urgenza finché gli interessi di pochi prevarranno su quelli dei più.

Renato Guttuso, L'occupazione delle terre incolte
Per vent'anni il solito cielo, circoscritto dall'anfiteatro delle montagne che serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per vent'anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che l'avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito proprio a niente. Le ingiustizie più crudeli vi erano così antiche da aver acquistato la stessa naturalezza della pioggia, del vento, della neve. La vita degli uomini, delle bestie e della terra sembrava così racchiusa in un cerchio immobile saldato dalla chiusa morsa delle montagne e dalle vicende del tempo. Saldato in un cerchio naturale, immutabile, come in una specie di ergastolo.
C.M.

lunedì 21 marzo 2016

Caccia all'autore: di Elena Ferrante e dei suoi illustri predecessori

La settimana scorsa, sulla scia di un articolo pubblicato dal Corriere della Sera firmato dall'italianista Marco Santagata, si riaccendeva il caso Elena Ferrante. Premetto di non essermi ancora lasciata tentare dalla saga de L'amica geniale, ma, come molti appassionati lettori, ho letto qualche intervento qua e là sulla la questione della misteriosa identità di questa autrice (sempre che di un'autrice e non di un autore si tratti).

Non starò qui a dibattere sul credito da dare o meno all'ipotesi di Santagata, secondo cui la misteriosa Elena Ferrante sarebbe Marcella Marmo, docente di storia all'Università Federico II di Napoli, e sugli indizi su cui il suo collega ha basato l'identikit consegnato alla stampa. Piuttosto mi interessa riflettere con voi sulla febbre di identità che coglie molto spesso i lettori, per non parlare della stampa, che con simili dibattiti va a nozze, non senza qualche vantaggio per le case editrici, checché queste ne dicano.
In quanto studioso di Petrarca e, più in generale, della letteratura italiana del Trecento, Santagata ha probabilmente applicato, nella ricerca della Ferrante, un procedimento analitico non dissimile da quello usato per sciogliere gli enigmi sui personaggi danteschi o sulla stessa Laura; anch'ella, infatti, è una figura sospesa fra la realtà storica e la finzione letteraria, per questo si può dire che Santagata abbia ricercato l'autrice de L'amica geniale come può aver in passato seguito le tracce della fanciulla avignonese.
Ma cos'è che rende questa ricerca degli autori e dei riferimenti letterari tanto interessante, quando non addirittura maniacale? Dal momento che questa tendenza è esistita fin dall'antichità, non si può dire che si tratti di un fattore puramente mediatico, anche se, come ovvio, i mezzi di comunicazione (in particolare internet) hanno reso la divulgazione di questi dilemmi più immediata e pervasiva, per la gioia dei motori di ricerca.
Il caso più noto di caccia all'autore è quello che ha per protagonista Omero, di cui già in epoca classica si metteva in dubbio l'esistenza, per poi arrivare fra XVII e XIX secolo alla definizione di una vera e propria questione omerica: è uno soltanto l'autore di Iliade e Odissea? O uno soltanto è stato colui che ne ha raccolto i canti migliori? O forse Omero ha scritto il primo dei due poemi, mentre il secondo è opera di un Deuteromero? Come noto, tale dibattito non ha ancora una conclusione universalmente accettata e probabilmente mai l'avrà. E non c'è dubbio che l'alone di mistero che circonda questo personaggio contribuisca non poco al fascino delle opere tramandate a suo nome: come una sorta di mitico Orfeo, egli rappresenta il creatore della letteratura occidentale e, se lo conoscessimo troppo bene, verrebbe meno quella sorta di sacralità che ammanta il mito.
Più risaliamo indietro nel tempo più è facile incontrare opere anonime o di dubbia attribuzione. In molti casi i nomi di grandi autori venivano usati per pubblicizzare opere che altrimenti avrebbero avuto scarsa considerazione, come accadde per la cosiddetta Appendix vergiliana, una raccolta di trentatré carmi attribuiti all'autore latino ma probabilmente scritti da qualche studente suo imitatore in epoca successiva. Un altro caso antico di sfruttamento di un nome prestigioso o, semplicemente, di un errore grossolano di attribuzione, è quello dell'associazione fra il trattato Del Sublime e i retori Dionisio di Alicarnasso e Cassio Longino, dedotti dall'intestazione del testimone più antico del testo, il Parisinus Graecus 2036, risalente al X secolo.

Ritratto dell'autore sorretto da attori mascherati e teca con maschere,
dal manoscritto delle commedie di Terenzio MS Auct. F.2.13
della Biblioteca Bodleiana di Oxford (XII sec)
[fonte: sito del Metropolitan Museum of Art]

Ancora ad un'ambigua dicitura sul manoscritto testimone va riportata la querelle sull'identità dell'ignoto autore del Satyricon, a maggioranza identificato con il Petronius arbiter elegantiae di Nerone sulla base della consonanza fra questa definizione usata da Tacito negli Annales (libro XVI, 18-19) e l'intestazione dei manoscritti, il più antico dei quali fu scoperto nel 1423 a Colonia da Poggio Bracciolini. Numerosi dubbi esistevano anche a proposito di Publio Terenzio Afro, il commediografo vissuto nel II secolo a.C., accusato di essere soltanto il prestanome di qualche membro della famiglia degli Scipioni, essendo accertata la sua appartenenza al celebre circolo culturale.
Gli autori successivi non furono certo risparmiati da indagini letterarie da parte di lettori e critici, indipendentemente dall'area geografica da cui provenivano. Analogamente ad Omero e a Terenzio, anche William Shakespeare, nel XVIII secolo, fu al centro di un dibattito fra intellettuali che affermavano con certezza o, al contrario, negavano l'esistenza del Bardo, ritenendolo tutt'al più un prestanome di un personaggio più colto o di un circolo di letterati: da un lato c'erano gli Stratfordiani, certi della paternità delle opere, dall'altra gli Anti-Stratfordiani, che le attribuivano ad altri eminenti letterati come Christopher Marlowe o Francis Bacon, affermando che «Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome.». Del resto, è noto che la ricerca della vera identità dell'autore ha generato ipotesi piuttosto eccentriche, con tanto di una individuazione delle origini del Bardo in terra sicula.
Le tensioni religiose del XVI secolo favorirono la circolazione di opere di dubbia attribuzione, ma in epoca moderna molto spesso gli autori prendevano le distanze dai loro testi anche per altre ragioni, preferendo ricorrere a degli pseudonimi: se la scrittrice inglese Mary Anne Evans scelse per pura originalità di firmarsi con il nome di George Eliot, le sorelle Brontë, Charlotte, Emily ed Anne, si firmarono rispettivamente con i nomi maschili di Currer, Ellis e Acton Bell per non incorrere nei pregiudizi che nell'Ottocento accompagnavano la scrittura femminile, come fece Amantine Dupin, meglio nota come George Sand.

Quando il mascheramento riguarda figure femminili, infatti, la questione sembra farsi più pruriginosa e si scatenano le teorie più disparate, come dimostra il caso Ferrante: un po'per la tradizionale marginalità delle donne nello scenario letterario (a proposito della quale non si può non ricordare Virginia Woolf e il suo mito di una possibile, anonima sorella di Shakespeare), un po'per aggirare i pregiudizi, un po'per suscitare sospetti, gli pseudonimi o i giochi di identità appaiono più interessanti se hanno come protagoniste le donne. Al di là dei casi di ricorso agli pseudonimi, che non furono prerogativa femminile (pensiamo a Ugo Foscolo, che firmò la sua traduzione di Sterne come Didimo Chierico, a Giuseppe Parini, che esordì come Ripano Eupilino, anagrammando il proprio nome, o a Gabriele Rapagnetta, l'eccentrico esteta D'Annunzio, che dovette accorgersi di non poter far troppo il Superuomo con un simile cognome), questioni simili a quella omerica o shakespeariana coinvolsero anche il gentil sesso. Una delle più dibattute riguarda la poetessa Sulpicia (I sec. a.C.), autrice di alcune elegie contenute nel Corpus Tibullianum che cantano l'amore di una fanciulla per un uomo di nome Cerinto. Costei è identificata con la nipote del giurista Servio Sulpicio e del Valerio Messalla che promosse a Roma un circolo poetico di cui fece parte lo stesso Tibullo. Ma fu davvero lei a comporre i testi tramandati a suo nome o fu, piuttosto, Tibullo a cantare il suo amore per Cerinto, facendo di Suplicia un personaggio del proprio libro poetico? Qualora fosse confermata la prima ipotesi, saremmo di fronte all'unica poetessa dell'antichità latina.
Insomma, casi come quelli elencati (cui se ne potrebbero aggiungere molti altri) dimostrano come il mistero che avvolge gli autori contribuisca alla loro fama e all'interesse suscitato dalle opere che ci hanno lasciato. I lettori, del resto, non hanno nei confronti degli autori l'interesse allo scoop che può muovere la ricerca di critici o giornalisti, quanto il desiderio di dare un volto a chi regala loro momenti di intrattenimento e riflessione. Qualsiasi lettore appassionato avrà fatto almeno una volta la fila per andare ad ascoltare uno dei suoi scrittori preferiti o avrà desiderato essere presente ad un evento in cui il tale autore era presente: stabilire un contatto, specialmente nell'era di internet e delle comunicazioni rapide, nella quale alcuni scrittori rispondono personalmente alle email o alle richieste di amicizia sui social, sembra la norma, per questo risulta difficile tollerare che un autore o un'autrice ci sfugga. L'autore che si cela alimenta la curiosità, forse anche le vendite, ma anche, in qualche caso, una sensazione di tradimento, come è accaduto quando J.K. Rowling pubblicò Il richiamo del cuculo servendosi dello pseudonimo di Robert Galbraith, che non fu ben accolto da tutti.


Personalmente, anche se mi fa piacere saperne di più a proposito degli autori che seguo, non riesco a comprendere gli eccessi della Ferrante-mania, compreso il tamtam Marmo-sì/Marmo-no seguito all'articolo di Santagata. Il pezzo stesso mi è sembrato un po'troppo pretenzioso, come se fosse un sacrosanto diritto degli autori e del mondo accademico in primis sapere chi ha scritto il tal libro. Forse è proprio la mia abitudine a confrontarmi con testi 'figli di nessuno' o con autori di cui resta poco più che un nome a farmi prendere questa posizione, ma mi trovo in fondo molto concorde con la dichiarazione della Ferrante (chiunque sia), che, nel 1991, dichiarò «Credo che i libri, una volta scritti, non abbiano bisogno dei loro autori. Se hanno qualcosa da dire, prima o poi troveranno lettori; in caso contrario, no…». Insomma, sebbene un modo di fare scuola distorto ci abbia inculcato l'idea che la biografia preceda per importanza l'opera, ritengo che sia proprio sul libro che dobbiamo concentrarci, accontentandoci che parte del suo fascino derivi proprio da ciò che non ci è dato sapere.
E voi cosa ne pensate? Siete accaniti investigatori dell'identità della Ferrante o di altri autori di ieri e di oggi, oppure il mistero della loro identità vi lascia indifferenti?

C.M.

giovedì 17 marzo 2016

Il pazzo dello zar (Kross)

Ci sono libri che non accettano di essere ignorati. Si mostrano, chiedono imperiosamente attenzione, ti convincono a portarli a casa con te e lì completano la loro opera di incantamento. Suppongo che mi sia accaduto questo con il romanzo di Jaan Kross Il pazzo dello zar (Iperborea), perché ho deciso che l'avrei letto non appena ho visto la sua copertina ed il titolo, che mi hanno spinta a cercare maggiori informazioni. A quel punto non era più possibile rimandare l'incontro con questo autore estone, con la sua opera del 1978 (considerata il suo capolavoro) e con i suoi personaggi.
«Vede, io sono pazzo e di conseguenza posso dire la verità.»
Il romanzo si presenta come un diario, essendo un diario la fonte alla quale l'autore attinge prima di addentrarsi nei documenti ufficiali degli archivi. A redigerlo è Jakob Mättik, ma le sue memorie, più che permetterci di conoscere lui, sono dedicate alla risoluzione del mistero del cognato Timotheus von Bock, un tempo intimo amico dello zar Alessandro I, poi caduto in disgrazia ed incarcerato nella fortezza di Pietro e Paolo per le sue idee eccessivamente liberali, che, secondo una sorta di leggenda, non avrebbe potuto evitare di esprimere in quanto vincolato ad un giuramento di assoluta sincerità verso il sovrano. La scrittura del diario inizia al momento del trasferimento di Jakob nella tenuta di Võisiku di proprietà dei von Bock, nel comune estone di Põltsamaa; con lui ci sono, oltre a Timo, la sorella di Jacob, Eeva (in lotta con il mondo aristocratico a causa delle origini contadine), il loro bambino, Jüri, e la servitù. La famiglia è costantemente osservata dagli amministratori per volontà del nuovo zar, Nicola I (ben più rigido del fratello nell'esercizio del potere), intenzionato a scoprire se Timo, graziato perché giudicato pazzo e, quindi, incapace di rispondere delle parole offensive pronunciate contro il sovrano, sia effettivamente malato di mente. Quella di Timo è un'esistenza limitata, sempre subordinata ad autorizzazioni e ospiti scomodi, una prigione dorata dalla quale Eeva tenta più volte di organizzare la fuga. Attraverso Jakob veniamo a conoscenza delle dichiarazioni di Timo allo zar, del conflitto fra l'ex ufficiale pluridecorato durante le guerre napoleoniche e il figlio aspirante ufficiale (l'uno in lotta con il sovrano, l'altro suo ammiratore nella speranza di riabilitare il nome della famiglia), della complessità del momento storico e sociale che vive la Russia, tesa fra il rinnovamento e la volontà di evitare eccessive concessioni ai servi della gleba, dei giochi di potere e, naturalmente, delle complessità dell'animo umano.

Louis Apol, Paesaggio invernale al tramonto

Il pazzo dello zar è un concentrato di interrogativi irrisolti: la prospettiva adottata e la natura personale di alcune delle fonti usate da Kross rendono difficile, come dichiara lo stesso autore, distinguere la realtà dagli aspetti di invenzione o, comunque, meno attendibili. Jakob non detiene alcuna verità, né le confidenze di Timo e gli estratti della sua corrispondenza riportati nel memoriale permettono di capire se quest'uomo sia davvero colpevole di alto tradimento o mentalmente instabile. Leggendo, ci rendiamo conto soltanto che Timotheus von Bock appare il centro di un universo di vite che estende i propri raggi oltre Põltsamaa, espandendosi in ogni piega della Storia e rivelandone il carattere ombroso e la capacità di nascondere e alterare la Verità, ma anche lasciando trapelare diverse curiosità sulla politica e la cultura della Russia e degli Stati baltici.
Non possiamo dunque essere certi delle intenzioni di Timo, né possiamo capire quanta parte di quella Verità manchi a Jakob, ma quello su cui possiamo contare sfogliando Il pazzo dello zar è la grande perizia narrativa di Kross, la magnificenza di una prosa che non può non risvegliare il ricordo della lettura di Guerra e Pace e, più in generale, del pensiero e della maestria di Tolstoj nel romanzo storico. Le prime duecento pagine del romanzo sono vere e proprie calamite e, anche se alcune parti nella seconda metà del testo mostrano un calo del ritmo narrativo, il risultato è un'opera di altissimo valore, capace di ricreare oggi la grande letteratura e le atmosfere dell'Ottocento.

Jaan Kross (1920-2007)
Davvero nella vita è tutto così terribilmente semplice. Il modo in cui una forma di vita, nuova e particolare, diventa quotidiana. Niente di più semplice. E la distruzione di questa nuova quotidianità, malgrado tutto scandalosamente fragile. Più semplice ancora. Il destino dell’uomo, e forse il destino del mondo in generale (se esiste separatamente dal quello dell’uomo) dipendono interamente da infimi movimenti: un tratto di penna, una parola pronunciata, una chiave che gira, una scure che cala, una pallottola che vola...
C.M.

lunedì 14 marzo 2016

La vittima colpevole

La scorsa settimana, mentre si festeggiava la Giornata internazionale della donna, nel web si faceva largo un post di sfogo cui i media nazionali non hanno ritenuto di dover dare spazio e che comincia a trapelare solo in questi giorni, e solo - verrebbe da dire - perché diventato virale grazie ad un hashtag.
Grazie alla studentessa paraguayana Guadalupe Acosta siamo venuti a conoscenza della morte di due giovani donne argentine, Maria Coni e Martina Menegazzo, uccise durante un viaggio in Ecuador da due uomini che, trovandole sole, avevano offerto loro un passaggio. Sembrerebbe uno dei tanti fatti tragici di cronaca, ma è quello che è seguito che ha fatto emergere per l'ennesima volta l'atteggiamento vergognoso che umilia le donne già vittime di violenza.

Guadalupe Acosta, infatti, ha affidato a Facebook un intervento scatenato dall'indignazione di fronte al modo in cui certa stampa sudamericana ha presentato la notizia, dando voce ad un modo di pensare diffuso fra la gente di tutto il mondo. Maria e Martina «sono andate a cercarsela, perché viaggiavano da sole». Queste le argomentazioni che hanno portato la studentessa a scrivere alla rete. Guadalupe si presenta nel suo post come una ragazza uccisa bombardata da un interrogatorio umiliante: «Perché eri sola? Come eri vestita? Perché sei andata in quel posto, sapendo che non era adatto ad una ragazza?». Domande che riflettono le osservazioni spietate della gente che, quando si tratta di donne, è più incline a giustificare la violenza che a condannarne i colpevoli: «Nessuno si chiedeva dove fosse il figlio di puttana che ha ucciso i miei sogni, le mie speranze, la mia vita. No, tutti pensavano solo a queste domande inutili».
La Acosta, sempre immaginandosi vittima, continua scrivendo che, se la stessa sorte fosse toccata ad un ragazzo, il mondo avrebbe espresso il proprio cordoglio, ma che, essendo lei una donna, la violenza viene minimizzata e accettata... peggio, scaricata sulla vittima, sciocca perché ha preteso di viaggiare, di poter rifiutare un rapporto, di essersi opposta alle botte, di essere indipendente e di sentirsi sicura. La donna vittima di violenza viene colpevolizzata per aver cercato di vivere dignitosamente e liberamente, e si giustifica così la brutalità di chi le ha semplicemente dato una lezione di realismo, come a dire che lo stupratore o l'assassino hanno avuto la correttezza di educare la loro vittima allo stare al mondo, peggio per lei se non ha imparato ed è finita in un sacco della spazzatura.
E mentre qui piovevano mimose e stucchevoli servizi sulla festa della donna, alla donna veniva fatta l'ennesima festa. Il mondo, grazie a Guadalupe, ha fatto i conti con l'ignoranza di chi colpevolizza una donna che viene picchiata dal compagno «perché sa benissimo che facendo così lo potrebbe irritare» o che viene accusata di essersi vestita e comportata come una prostituta se qualcuno ha pensato di poterla violentare.
Sembra la vecchia maledizione di Era, che puniva le giovani vittime della libidine di Zeus tormentandole e inseguendole per il mondo con la sua ira anziché prendersela col marito incontenibile. Sì perché spesso queste accuse vergognose vengono da altre donne, che in questo hanno ben raggiunto la parità con certi uomini.

La mobilitazione #ViajoSola seguita al coraggioso e importantissimo intervento di Guadalupe - c'è da scommetterlo - si esaurirà in pochi giorni (anche se per certi media non è nemmeno iniziata), costringendoci a fare i conti con una realtà che non è per nulla cambiata. Una realtà in cui stupri e violenze domestiche non vengono denunciati perché si teme l'umiliazione descritta dalla studentessa paraguayana, perché la società è sempre disposta a vedere nella donna l'Eva che provoca l'uomo, la creatura peccaminosa che risveglia la sua sessualità e che, dopo averlo fatto, non può negarne il soddisfacimento. Le migliaia di condivisioni del post di Guadalupe, purtroppo, non produrranno che un'ondata di indignazione che servirà da sapone per la coscienza di tutti coloro che chiudono gli occhi ogni giorno, accontentandosi di applaudire ai festeggiamenti dell'8 marzo o delle quote rosa per tutto il resto dell'anno.
L'uguaglianza e il rispetto della dignità di ogni essere umano si raggiungono soltanto con una massiccia opera di educazione, perché il «se l'è andato a cercare» è l'atteggiamento dell'ignorante pieno di pregiudizi e del vile che non è disposto a riconoscere e sanzionare le responsabilità reali. Nessuno giustificherebbe il prete pedofilo che dichiarò le proprie colpe definendole la naturale conseguenza della ricerca di affetto da parte dei bambini. Allora perché dire che una donna deve aspettarsi di essere picchiata se va in giro da sola, se indossa una gonna troppo corta o beve un bicchiere di troppo in compagnia?
Chiaramente non possiamo pensare di distaccarci dal problema solo perché legato ad un fatto accaduto dall'altra parte del mondo, dato che omicidi, violenze (fisiche e verbali) e stupri sono all'ordine del giorno anche in Italia. Questo dato mi pare tanto più allarmante se penso a certe dichiarazioni rilasciate da diverse persone (anche del mondo dell'informazione) interpellate qualche mese fa in seguito alla grottesca farsa montata per opporsi all'educazione di genere. Nelle interviste di quel periodo abbiamo avuto a che fare con uomini e donne che, pensando si salvaguardare l'integrità psico-fisica dei loro figli, hanno inveito contro le iniziative previste dalla legge 107 per sensibilizzare al rispetto interpersonale nell'ambito della scuola, così da contrastare pratiche offensive, il bullismo e la discriminazione di genere (ma del travisamento dell'unico punto sano di questa legge abbiamo già parlato, con debiti riferimenti agli articoli incriminati). 


Fra le opinioni raccolte dai microfoni ci sono state quelle di chi pensa che sia del tutto normale che esista una distribuzione di ruoli fra uomini e donne, senza rendersi conto o ignorando volutamente che ciò significa anche distribuzione di diritti: se un uomo dichiara che «è giusto che la donna rimanga in casa con i figli», il passo verso la condanna della donna che vuole esistere al di là della famiglia, uscendo da sola e ritagliandosi i propri spazi è breve, e tanto più breve è quello verso la condanna della cattiva moglie che va a cena con le amiche o in viaggio di lavoro anziché badare ai figli. Di quanti casi simili di maldicenza è testimone ciascuno di noi? E se una donna stessa è disposta a citare la Bibbia per invocare «la necessità che una donna sia in tutto sottomessa al marito», capiamo perché, assieme a questa cecità (cui i media non dovrebbero dare spazio, se non esplicitando i reati collegati a simili dichiarazioni), si diffonda anche la convinzione che certe violenze le donne le meritino davvero, perché non obbediscono, perché escono di casa, perché prendono un mezzo pubblico da sole.

C.M.

giovedì 10 marzo 2016

I libri di Vincent

Non occorre essere esperti osservatori delle tele di van Gogh per rendersi conto dell'importanza che riveste il libro nella produzione artistica del pittore olandese. I libri compaiono sia nelle nature morte, spesso associate ad altri oggetti tipici del genere, come vasi di fiori, alimenti o oggetti di vita quotidiana (pipe, candele, sedie), sia accanto ad alcuni dei personaggi consacrati all'immaginario collettivo grazie ai ritratti che van Gogh ha prodotto.

V. van Gogh, Natura morta con libri e una rosa (1889)

Confrontando questo dato iconografico con le moltissime lettere scritte da van Gogh, in particolare quelle scritte all'amato fratello Theo, si capisce che il ricorrere del libro fra i soggetti dipinti non è un puro vezzo ornamentale, ma riflette un autentico interesse di Vincent per la letteratura e per una produzione variegata, che comprende poesia, romanzi, drammi, testi sacri e saggistica.
Infatti non solo van Gogh menziona direttamente le proprie letture, ma insinua riferimenti alle pagine più amate nella sua scrittura epistolare, descrivendo i propri sentimenti attraverso le parole degli autori cui è più fedele, parlando dell'impatto delle loro parole sulla sua vita e la sua arte e offrendoci anche qualche piccolo giudizio critico che egli mette in relazione con la produzione artistica, a dimostrare il nesso strettissimo che intercorre fra l'arte letteraria e le arti figurative.
«Sono felice che tu abbia ancora la tua passione per la lettura, che è sempre un'ottima cosa» (Lettera ad Egbert Borchers, 2 settembre 1875)
V. van Gogh, Natura morta con
statuetta di gesso e libri
(1887)
Unendo i dati desumibili dalle lettere alla ricerca dei titoli sulle copertine dei volumi dipinti, possiamo farci una chiara idea della composizione degli scaffali della casa di Vincent. Ma, prima di tutto, ci rendiamo conto del valore fondamentale che i libri hanno nel mantenimento del delicato equilibrio psichico di questo personaggio: nello scrivere al fratello il 7 luglio 1882, la sera prima del rientro in ospedale a seguito delle complicazioni di una malattia venerea, Vincent descrive la propria camera, dove, in un angolino, assieme a piccoli vasi e bottiglie, ci sono i suoi libri; la lettera, che si sofferma sul silenzio e il senso di pace che si avverte nella stanzetta, ci fa capire quanto sia importante per l'artista rintracciare dei punti fermi e degli ancoraggi sicuri.
Vincent, in più, ci confessa, sempre attraverso il colloquio epistolare con Theo, di essere un avido ricercatore di libri e di adorare, come ogni buon lettore, le occasioni di acquisti abbondanti a prezzi stracciati, come leggiamo in una lettera del 18 maggio 1877, inviata da Amsterdam:
«Da un libraio ebreo, che mi procura i libri latini e greci di cui ho bisogno, ho avuto la possibilità di scegliere quello che volevo da un ricco repertorio, e a bassissimo costo: 13 libri per 70 centesimi. Ho pensato di ordinarne diversi per la mia stanza, per darle un po' l'atmosfera necessaria per generare e rinfrescare le idee.»
V. van Gogh, La lettrice di romanzi (1888)

Qualsiasi lettore sfrenato si riconoscerebbe in queste righe e, ugualmente, non può che essere solidale con un giovane ventiquattrenne senza il becco di un quattrino che, se solo agguantasse qualche soldo, lo scialacquerebbe immediatamente in libri o in altri svaghi che gli permettano di evadere dallo studio.
«Non è sempre un male non avere soldi in tasca. Desidero tantissime cose e, se avessi il denaro, forse lo spenderei subito in libri e in altre cose di cui posso fare a meno e che mi distolgono dagli studi cui devo ora dedicarmi: già adesso non è facile lottare contro le distrazioni» (Lettera a Theo van Gogh, 5 agosto 77)
Ma cosa legge Van Gogh? Dalle lettere scopriamo che egli ha una decisa preferenza per Émile Zola, considerato il maggior esponente del Naturalismo francese, ma anche per gli iniziatori di questa tendenza narrativa, quei fratelli De Goncourt che nel 1865 pubblicano il romanzo Germinie Lacertaux. Proprio questo romanzo, che Vincent consiglia anche al fratello, compare in una edizione gialla nella Natura morta con statuetta di gesso e libri (1887), assieme a Bel Ami di Guy de Maupassant, pubblicato nel 1885 e riconducibile alla letteratura realista.

V. van Gogh, Ritratto del dottor Gachet (1890)
Germinie Lacertaux è anche il libro posto sul tavolo del Dottor Gachet, ritratto da van Gogh nel 1890, forse perché tratto dagli scaffali del soggetto ritratto o forse perché scelto dalla libreria dell'autore, non a caso assieme al romanzo Manette Salomon, sempre dei De Goncourt, pubblicato nel 1867 e ambientato nel mondo degli artisti. La scelta del romanzo Germinie Lacertaux non è solo una spia dei gusti letterari dello psichiatra e di Vincent, ma anche un elemento che accentua la malinconia del quadro, già incupito dall'espressione del soggetto e dalla presenza, in primo piano, della digitale, pianta di uso medico ma anche velenosa.

Quanto a Zola, diverse sono le occasioni epistolari in cui Vincent manifesta la propria ammirazione, come nella lettera al pittore Anthon van Rappard del 19 settembre 1882, nella quale dichiara di avervi trovato un autore addirittura migliore di Balzac, prima ritenuto ineguagliabile, e addirittura un segno del progresso letterario e dell'avanzare dei tempi. Il titolo di Zola preferito da van Gogh è La Joie de vivre (1884), spesso citato nelle lettere (si veda quella del 9 aprile 1885), così come L'Assomoir (3 settembre 1882) e Germinal e introdotto in alcuni dipinti, come nella Natura morta con oleandro (1888) o nella Natura morta con Bibbia, dipinta nel 1885, subito dopo la morte del padre. In quest'ultimo dipinto ad attirare la curiosità è senza dubbio l'accostamento fra il testo sacro (aperto al libro di Isaia), che rappresenta il conservatorismo e la severità paterni, e il volume moderno, evidenziato dalla colorazione gialla tanto cara all'autore e simboleggiante la vita pulsante: la tela sembra così definire una contrapposizione generazionale, un contrasto fra passato e presente. Non va tuttavia dimenticato che van Gogh stesso conosce molto bene le sacre scritture, ne possiede diverse copie e le cita nelle sue lettere, con particolare ricorsività dei versetti evangelici, dell'Apocalisse, di San Paolo e dei Salmi.

V. van Gogh, Natura morta con Bibbia (1885)

Tornando alla letteratura contemporanea, Vincent cita spesso fra le sue letture preferite anche i romanzi di Victor Hugo, Alphonse Daudet, Joris-Karl Huysmans (nelle lettere sono menzionati i romanzi En ménage del 1881 e A vau-l’eau del 1882 e il poemetto Croquis parisiens del 1880) e Gustave Flaubert, di cui conosce Madame Bovary (cfr. lettera del 16 settembre 1884) e Sallambò (29 marzo 1889). Vanno poi ricordati i romanzi scritti a quattro mani da Emile Erckmann e Alexandre Chatrian, anch'essi ricorrenti nelle parole dell'artista. Stona soltanto, per tipologia narrativa, l'amore per lo scrittore Pierre Loti (Le mariage de Loti del 1880 è richiamato in una lettera da Arles del 30 marzo 1888), che, tuttavia, si spiega per l'abbondanza di particolari esotici e avventurosi e le ambientazioni in terre lontane, elementi ricercati da Van Gogh soprattutto nell'arte giapponese.
Sebbene nell'epistolario si evidenzi anche la lettura delle opere di Rabelais e Voltaire, il gusto moderno di van Gogh è innegabile ed è lui stesso ad illustrarci le motivazioni di questa sua predilezione per i francesi del suo tempo, dalla quale è escluso solo Baudelaire, che Vincent non perde occasione di svilire agli occhi del suo ammiratore Émile Bernard.
«Se si vuole la verità, la vita così com'è, De Goncourt, per esempio, in Germinie Lacerteux, La fille Elisa, Zola in La joie de vivre e L'Assommoir e tanti altri capolavori dipingono la vita come noi la percepiamo e, quindi, soddisfano il nostro bisogno di sentire la verità. Il lavoro dei naturalisti francesi Zola, Flaubert, Guy de Maupassant, De Goncourt, Richepin, Daudet, Huysmans è magnifico e uno difficilmente può dire di appartenere al proprio tempo se non si è a conoscenza. Il capolavoro di Maupassant è Bel-ami.» (Lettera a Willemina Van Gogh, ottobre 1887)
V. van Gogh, Oleandro (1888)
«Ho appena finito il ritratto di una donna di quaranta o più, insignificante. Il volto sbiadito e stanco, butterato, un, carnagione abbronzata di oliva con sfumature, capelli neri. Un abito nero sbiadito adornata con un geranio rosa tenue, e lo sfondo in un tono neutro tra il rosa verde. [...] Poiché dipingo spesso cose del genere è ovvio - così credo - che nutra una sconfinata ammirazione per i De Goncourt, Zola, Flaubert, Maupassant e Huysmans. Ma, per quanto ti riguarda, continua tenacemente con i Russi. Hai già letto La mia fede di Tolstoj? Dev'essere una lettura davvero interessante e utile.» (Lettera a Willemina Van Gogh, Saint-Remy de Provence, 19 settembre 1889)
Il riferimento a Tolstoj nelle parole alla sorella è il naturale punto di passaggio allo scaffale della letteratura straniera. Van Gogh legge infatti anche autori stranieri, comunque riconducibili al realismo, quindi appartenenti al suo tempo. Appare affascinato dalla visione sociale di Tolstoj e dalle sue idee, espresse nel saggio La mia fede, su una rivoluzione non violenta capace di instaurare un nuovo mondo regolato dai rapporti di solidarietà, senza per questo ispirarsi ad alcun ideale religioso (si veda la lettera a Theo inviata da Arles il 25 settembre 18889. Della narrativa tolstoiana conosce invece le Leggende russe, che nel dicembre 1887 consiglia all'amico Émile Bernard.

V. van Gogh, Ramo di mandorlo fiorito
in un bicchiere con libro
(1888)
Fra gli autori anglosassoni, Vincent legge e ama Charles Dickens (il 29 marzo 1889 parla del suo A Christmas Carol, citandolo accanto al Sallambò di Flaubert), il poeta romantico George Byron e la scrittrice George Eliot, di cui conosce The Mill on the Floss del 1860, sebbene cada nel tranello di ritenerlo scritto da un uomo, come si evince dalla lettera del 12 maggio 1876. Ha poi un posto di particolare rilievo nel suo cuore William Shakespeare, di cui conosce senza dubbio Hamlet, Macbeth e King Lear e la cui intensità emotiva Vincent paragona a quella che anima il tratto del pittore:
«Shakespeare... chi è misterioso come lui? Il suo linguaggio e il suo modo di fare le cose sono sicuramente alla pari di qualsiasi pennello che tremi di febbre ed emozione. Ma bisogna imparare a leggere, come si deve imparare a vedere e imparare a vivere.» (Lettera a Theo van Gogh, giugno 1880)
E, ancora, Vincent van Gogh legge Harriet Beecher Stowe, dato che il 19 giugno 1879 parla al fratello Theo del romanzo La capanna dello zio Tom, uscito solo quattro anni prima e ama anche la saggistica, in particolare le opere dello storico francese Jules Michelet, nelle lettere richiamato soprattutto per L'amour (1858) e La femme (1859) e quelle di Thomas Carlyle, del quale il 5 marzo 1883 ha in lettura Sartor resartus, che lo colpisce con la 'filosofia dei vestiti vecchi', attraverso la quale l'autore «non solo mette a nudo l'uomo, ma lo scortica»; sempre a proposito di Carlyle, nella stessa lettera van Gogh si dimostra anche un attento critico, riconducendo alcune delle sue posizioni a quelle di Goethe (altro autore che, evidentemente, legge) e addirittura rintracciando i suoi riferimenti filosofici in «un uomo che non ha lasciato nulla di scritto, ma le cui parole sono sopravvissute comunque: Gesù.».
V. van Gogh - L'Arlesienne,
Madame Ginoux con libri
A proposito di Goethe e dello slancio idealista di Carlyle, va detto che gli autori romantici tedeschi suscitano in generale l'ammirazione di van Gogh, sebbene questo dato sia apparentemente in contrasto con il sapore naturalista degli scaffali francesi. Il 13 dicembre 1875 Vincent parla al fratello dei testi che è solito copiare e rilegare in libro per lui e cita, in particolare, le poesie di Heinrich Heine e Ludwig Uhland.
E non manca la curiosità del pittore per la letteratura italiana del Trecento, che conosce probabilmente attraverso l'arte, in particolare quella di Botticelli, che ad essa si è molto ispirato (basti pensare alle opere ispirate alla Commedia o al Decameron). Il 18 settembre 1888, infatti, van Gogh cita, assieme a Giotto, quali simboli della cultura italiana, Dante, Boccaccio e Petrarca e appare incuriosito e affascinato dal fatto che quest'ultimo abbia trascorso una parte della propria vita ad Avignone e nella sua regione, nelle stesse zone in cui l'artista si stabilisce nel febbraio 1888, tanto che manifesta il proprio entusiasmo nell'osservare la stessa natura che ha ispirato i versi del poeta.
Questa devozione di van Gogh al mondo della letteratura ci fa capire perché i libri appaiano fra le mani di molti soggetti da lui ritratti nei dipinti, dalla Lettrice di romanzi (1888) a L'Arlesienne (che è niente poi la Madame Ginoux ritratta anche in altri contesti), e in alcuni bozzetti, dove ritorna l'associazione fra lettura e soggetto maschile già vista per il dottor Gachet.

H. Matisse, I Pensieri di Pascal (1924)

J. Mirò, Nord Sud (1917)

Anche se non è sempre impossibile identificare i libri che compaiono nelle tele dell'artista olandese e che hanno forse influenzato l'opera di artisti del secolo successivo come Henri Matisse e Joan Mirò, possiamo ipotizzare che siano tratti dalla libreria che abbiamo passato in rassegna, immaginando che il libro accanto al Ramo di mandorlo fiorito sia La femme di Michelet o, ancora, che le gemme ispirino a van Gogh la stagione di Germinal del suo amato Zola. Forse Madame Ginoux vaga con lo sguardo mentre fantastica sulle terre lontane descritte da Pierre Loti e la lettrice si china nella lettura della coinvolgente storia dell'infelice Emma Bovary. E saranno animate degli slanci sociali di Carlyle e dalle fiabe russe di Tolstoj le pagine aperte della Natura morta con libri e una rosa (1889), che fanno pensare ad un uomo malinconico che mette davanti a sé i propri libri, le letture amate in una vita e spesso rappresentate con il giallo sfavillante della gioia di vivere, prima di separarsi definitivamente da essi.

V. van Gogh, Natura morta con piatto di cipolle (1889)
«Il libro non è solo tutti i libri o la letteratura: è anche la coscienza, la ragione... ed è l'arte.» (Lettera a Theo van Gogh, 4 gennaio 1884)
C.M.

NOTA: Le informazioni e le citazioni tratte dalle lettere di Van Gogh sono state tradotte dalla versione inglese disponibile sul sito Vincent van Gogh - The Letters.

lunedì 7 marzo 2016

L'armata dei sonnambuli (Wu Ming)

Eccomi finalmente a recensire L'armata dei sonnambuli, una delle ultime fatiche del collettivo Wu Ming, che, ancora una volta dopo la lettura di Q (firmato come Luther Blisset), mi ha fatto appassionare ad un settore della storia moderna che non mi aveva mai particolarmente attratta. 

Se allora le avventure dell'eretico Gert dal Pozzo mi avevano guidata alla scoperta delle persecuzioni dell'inquisizione fra la Germania e Venezia, il romanzo di Scaramouche mi ha condotta nel vivo della Rivoluzione francese e del Terrore, fra l'altro coniugandosi alla perfezione con gli argomenti delle lezioni scolastiche di queste settimane.
Ma chi è questo Scaramouche e che relazione intrattiene con i sanguinosi eventi che sconquassarono la Francia dal 1789 al 1794? Ebbene, egli è Leonida Modonesi, un attore italiano cresciuto con il mito di Carlo Goldoni e capace di portare nei teatri parigini sia un grande pubblico sia accese risse, un personaggio che non esita a vestire i panni di un vendicatore mascherato quando il popolo invoca giustizia contro chi lo affama facendosi beffe persino del Comitato rivoluzionario. Attorno a lui si muove l'intero popolo di Parigi, con i suoi tumulti cruenti e l'impero di Madama Ghigliottina: fra i personaggi di questo protagonista collettivo emergono la sarta Marie Nozière, prima anima della rivolta dei sanculotti e poi militante fra le amazzoni che invocano una più vasta partecipazione alla politica e alla vita civile e militare da parte delle donne, suo figlio Bastien e il ciabattino-poliziotto Treignac, ma, come sempre accade nei migliori romanzi storici, alle persone comuni che hanno lasciato poche tracce nella storia si mescolano i nomi più in vista dell'epoca, come Robespierre, Marat, Luigi XVI e suo figlio Luigi Carlo, il delfino di Francia morto o misteriosamente scomparso nel polverone della Rivoluzione dopo una lunga prigionia. E poi c'è il medico Orphée d'Amblanc, studioso dell'ipnoterapia e del magnetismo che, inviato ad indagare su strani fenomeni nella Vandea nel pieno delle sollevazioni realiste, scopre che i nostalgici della monarchia capetingia stanno creando un vero e proprio esercito di sonnambuli per sferrare l'attacco controrivoluzionario.
Jacques-Louis David, La morte di Marat (1793)
Con questo poderoso romanzo Wu Ming ci regala un'appassionante epopea della rivoluzione e la possibilità di osservarne i rivolgimenti dal basso, calandoci al livello dei personaggi, ma allo stesso tempo con una grande attenzione all'aspetto documentario, per rendere giustizia al quale il collettivo propone resoconti e indicazioni sulle fonti utilizzate. Senza perdersi in prolissi resoconti storici (e quindi innovando rispetto alla tradizione di questo genere narrativo), gli autori ricostruiscono tuttavia una panoramica completa e dettagliata in cui i dati politici, economici e sociali si intersecano ai suggerimenti di un elemento di alterità sospeso fra la psichiatria e le arti occulte.
Il lettore ne esce pieno di fascinazione ed entusiasmo, ma anche con una più profonda consapevolezza delle sfaccettature del fenomeno rivoluzionario, di cui conosce i protagonisti, i capi, gli oppositori e, di tutti questi, le ragioni e gli interessi. Io, per esempio, ho finalmente capito chi fossero i sanculotti e perché rappresentarono un'effettiva ragione di contrasto per Giacobini e Girondini, così come ho imparato a distinguere meglio l'articolazione dei partiti dell'assemblea francese rivoluzionaria o ad identificare i membri della cosiddetta jeunesse dorée: tutto quanto i manuali di storia tendono a rendere pedante elencazione, nelle pagine de L'armata dei sonnambuli diventa avventura, scoperta e chiarezza.
Di questo libro ho amato soprattutto i personaggi, dalla combattiva Marie al curioso Léo-Scaramouche (con tanto di momenti di riflessione sul teatro), seguendone con trepidazione le imprese e scoprendo attraverso di esse la Parigi di fine XVIII secolo animata dal desiderio di cambiamento e dalla sete di sangue. Ma ho apprezzato anche l'analisi dei fenomeni legati al magnetismo proposti attraverso d'Amblanc e i suoi inafferrabili nemici, con il graduale moto di avvicinamento del dottore alla portata politica dell'ipnoterapia e il suo calarsi nella realtà grottesca e contraddittoria dei sanatori settecenteschi.
Insomma, L'armata dei sonnambuli mi ha colpita ancor più di Q, rispetto al quale ha un ritmo più vivace e fluido, e, per questo, credo sia una lettura imperdibile per tutti gli amanti del romanzo storico e per coloro che, nella lettura di libri di questo genere, amano rintracciare elementi di evoluzione e individuare le svariate influenze.

I parigini erano sempre interessati al teatro, ma il teatro era divenuto grande quanto Parigi. I migliori oratori della Convenzione prendevano lezioni da attori consumati e la gente andava ad ascoltarli e applaudirli come se stessero sulla scena. Gli spettacoli più emozionanti erano quelli dove la gente perdeva la testa per davvero, i cannoni tuonavano e poteva capitare, da un momento all'altro, che gli spettatori si trovassero a recitare.
[...] Sì, i parigini avevano sviluppato il gusto per un teatro più vasto. Gli attori che recitavano grandi personaggi non erano più gli idoli delle folle. Lui stesso s'era visto costretto a fare il saltimbanco, a recitare per strada, in mancanza di un teatro. Ma nemmeno così aveva avuto fortuna, perché era la sua prospettiva ad essere sbagliata. Un attore come lui non doveva scendere a recitare in strada per la mancanza di un teatro, come anelando un palcoscenico che non poteva più avere. Un attore come lui doveva scendere in strada perché la strada era un teatro più efficace e più emozionante. Era la vera sfida di quei tempi convulsi. Questo è l'arte: saper interpretare lo spirito del proprio tempo, saper cogliere il vento del cambiamento e prendere il largo a gonfie vele.
C.M.