sabato 31 dicembre 2016

Salutando il 2016

Un altro anno finisce e si inarca sul nuovo e, come da tradizione, si tirano le somme. Il 2016 non mi mancherà affatto: tra quella grande presa in giro che è stata il concorso per docenti, il solito caos delle assegnazioni delle supplenze annuali e qualche evento molto spiacevole che sarebbe bastato, da solo, a rovinare i dodici mesi, non vedo l'ora di dare un calcio a questi 365 giorni, portando con me solo quanto di buon c'è stato.
Ad attendermi ho il proseguimento del mio incarico al liceo: non ho più scritto nulla sulla scuola dopo le avventure della biblioteca, ma, con il solito balletto d'autunno, all'inizio di novembre sono finita ad insegnare nella scuola secondaria di secondo grado, che, per ora, mi sta riservando meravigliose giornate e occasioni professionalmente molto appaganti, anche perché nel triennio posso dedicarmi alla lettura della Commedia.
Il blog ha ultimamente risentito degli impegni scolastici, come è naturale, ma sono contenta di aver avuto in questo anno tante occasioni per confrontarmi con voi amici e lettori e di aver incontrato di persona, complici anche il Salone del Libro (la mia grande conquista del 2016) e il Festivaletteratura, alcuni colleghi blogger: Elisa la Lettrice Rampante, Marina di Internostorie, Loredana di Del furore di aver libri, Andrea de Le mele del silenzio, Davide di Munnin e alcuni Scratchreaders (con i quali ho partecipato, anche se a singhiozzo, alla #maratonashakespeariana e alla lettura di Un amore di Buzzati).


Librosamente parlando, il 2016 è stato un buon anno: ho letto più libri di quanto avevo previsto ad inizio anno (72 contro i 65 iniziali) e sono complessivamente molto soddisfatta della loro qualità: fra classici e nuovissime uscite, posso dire di aver letto libri molto gradevoli e qualche titolo davvero eccezionale, che si è guadagnato la possibilità di essere fra i libri della mia vita. Si contendono il podio:
  • Anche noi l'America di Cristina Henriquez, uno struggente romanzo che, a partire dalle vicende di due famiglie di sudamericani migrati nel Dealware, ci parla di integrazione, amicizia e amore attraverso le vite dei loro membri più giovani, la dolce Maribel, il cui cervello è rimasto gravemente danneggiato in un incidente, e Mayor, l'unico ragazzo che riesca ad entrare nel suo mondo. Anche noi l'America è il romanzo che quest'anno mi ha fatto commuovere, non c'è che dire.
  • L'ultimo ballo di Charlot è stato il primo romanzo di Fabio Stassi che ho letto e mi ha letteralmente incantata con i suoi scorci sognanti e con un racconto che mescola biografia e fiaba nella ricostruzione della storia di Charlie Chaplin e di una singolare sfida lanciata alla Morte. Un'intensa riflessione sulla vita, sull'arte che sull'intimo rapporto che le unisce con il doppio filo della gioia e della malinconia.
  • Il commesso di Bernard Malamud, un prodigio letterario, un romanzo che sa coniugare il piacere estetico della lettura con una riflessione mai pedante sul sottile confine fra ciò che desideriamo e i compromessi e gli errori in cui ci imbattiamo nel tentativo di raggiungerlo.
  • Il tramonto birmano di Inge Sargent, il racconto di un'esperienza autobiografica che si fonde con il romanzo e l'etnografia. Inge Sargent, Mahadevi di Hsipaw, è, al contempo, autrice e protagonista e attraverso i suoi occhi e il suo cuore sono stata trasportata in un mondo sconosciuto, fra la vegetazione, gli animali, i colori e i sapori dell'estremo Oriente, ma anche nel centro di un grande dramma storico.
Poi, naturalmente, c'è la saga dei Cazalet, iniziata nel 2015 e arricchitasi quest'anno con Il tempo dell'attesa e Confusione e che arriverà al gran finale proprio nel 2017, che, dunque, sarà un anno di preparazione psicologica al distacco da questa meravigliosa storia. Inizio a comprare i fazzoletti.
Un ulteriore motivo di soddisfazione sta nel fatto di essermi dedicata molto più che negli anni passati all'editoria indipendente, come si vede anche dai titoli che mi hanno conquistata, un po'seguendo i suggerimenti dei colleghi blogger, un po'prestando più attenzione alle newsletter e un po'lasciandomi guidare dall'istinto in libreria. Inoltre in questo 2016 ho incontrato di persona alcuni autori che mi hanno tenuto compagnia con le loro storie: Fabio Stassi, Julian Barnes, Wu Ming e Fredrik Sjöberg.
Sono anche molto contenta di aver riletto interamente la Commedia e della lettura del Don Chisciotte, anche se quest'ultima resterà forse unica, perché è stata parecchio impegnativa e in qualche momento sono stata sul punto di gettare la spugna. Parlando di classici, mi sarebbe piaciuto celebrare adeguatamente il mezzo secolo dell'Orlando furioso con una rilettura e magari con qualche post a tema, ma non ce n'è stata l'occasione, ma sono riuscita almeno a ricordare il centenario de I fiumi di Ungaretti e, in occasione delle Olimpiadi, la letteratura sulle sue origini legate ad Eracle.
Il proposito a lungo rimandato e mantenuto è stato quello della maratona potteriana appena iniziata, che mi sta facendo riscoprire la magia di una saga che mi ha accompagnata nell'adolescenza. A controbilanciare questa apparente diligenza, devo dire che molti altri propositi di lettura sono andati in fumo e hanno finito per allungare all'infinito la mia già vertiginosa lista dei desideri... ma so che mi capite benissimo.
Nell'insieme, il resoconto annuale di Goodreads mi fa notare che ho letto 22.252 pagine, che, più o meno, stanno per 60 pagine al giorno, sebbene la distribuzione delle letture sia stata molto irregolare. Non che di per sé in numeri valorizzino o sviliscano le esperienze di lettura, ma è stato confortante notare di essere riuscita a ritagliarmi degli spazi considerevoli per questo svago.
Quello che proprio mi è mancato è stato qualche viaggio o, più in generale, qualche evento culturale rilevante: non ho fatto una lunga vacanza né qualche gita in una città italiana o europea come mi sarebbe piaciuto e, per giunta, ho frequentato poco anche teatri, mostre e cinema rispetto agli anni scorsi o comunque rispetto a quanto avrei voluto, come si può intuire anche dalla scarsità dei post dedicati a questi argomenti. Posso comunque dirmi felice di essere tornata al Museo egizio di Torino e al MART di Rovereto, di aver potuto ammirare dal vivo tantissime opere di De Chirico, dei Nabis, dei maestri Edo e di Escher (del quale vi parlerò nei prossimi giorni).
Spero che il 2017 sia ancor più stimolante, che porti qualche novità di rilievo e che possiamo trovarci ancora e ancora per condividere le nostre letture, i nostri interessi culturali, le nostre riflessioni. E vi auguro che il nuovo anno porti anche a tutti voi ciò che più desiderate!

Felice anno nuovo!

C.M.

giovedì 29 dicembre 2016

Un po'di Giappone a Milano

Uno dei viaggi dei miei sogni è quello in Giappone, non per visitare le metropoli, ma per godermi i paesaggi, i giardini, le bellezze naturali e per immergermi in una cultura fatta di precisione, accuratezza e ordine. Un pezzettino di questa nobiltà nipponica è a Milano grazie alla mostra Hokusai Hiroshige Utamaro aperta dal 22 settembre fino al 29 gennaio presso Palazzo Reale. Il percorso raccoglie duecento silografie realizzate fra il Settecento e l'inizio dell'Ottocento, riconducibili ai maestri dell'arte Edo Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Kitagawa Utamaro (1753-1806) e il suo allestimento è stato possibile grazie alla collaborazione con l'Honolulu Museum of Art, da cui provengono tutte le opere, in occasione dei centocinquant'anni dal primo trattato di amicizia e commercio fra Giappone e Italia (1866).

Katsushika Hokusai, Shichirigahama nella provincia di Sagami
da Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1832)

La mostra di Palazzo Reale è un trionfo di Ukiyo-e, un'occasione unica per immergersi nelle atmosfere del Giappone del periodo Edo e per acquisire nuove conoscenze sulla cultura nipponica e sulle sue espressioni, oltre che per comprenderne l'influenza sulle arti occidentali.

Utagawa Hiroshige, Fukuroi. I celebri aquiloni della provincia di Tōtōtomi
da Cinquantratré stazioni di posta del Tōkaidō

Utagawa Hiroshige,
Monte Nikko, cascata di Urami
(1853)
Il visitatore viene accompagnato attraverso una raccolta di stampe riconducibili alle varie tipologie di produzione Ukyio-e, dai surimono augurali con immagini accompagnate da versetti poetici alle meishoe, le celebri vedute di luoghi celebri, a loro volta suddivisibili in base ai soggetti, che spaziano dai ponti alle cascate e trovano il loro culmine nella celeberrima serie delle Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai (è presente in mostra anche La grande onda) e in quella delle Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō realizzate dallo stesso artista. Ma non mancano esempi di bijinga, cioè le beltà, i famosi ritratti femminili, lodevoli in particolare per la cura nella resa delle trame dei tessuti, sempre diversi, i ritratti shashinkyō (specchio vera copia) e, naturalmente, le serie di soggetti naturali che hanno per protagonisti uccelli e piante, i kachōga, qui rappresentati sia da piccoli quadretti, fra i quali spicca Cardellino e ciliegio piangente di Hokusai, sia da stampe monumentali (Naga oban), in mezzo alle quali svettano le gru di Hiroshige e Hokusai. E poi c'è una chiusura originale, dedicata all'influenza di Hokusai e dei suoi quaderni di figurine nere, bianche e rossastre sulla produzione dei manga.

Katsushika Hokusai, Il passo Inume nella provincia di Kai
da Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1832)

Katsushika Hokusai,
Cardellino e ciliegio piangente
(1832)
Vedere dal vivo le silografie dei maestri Edo è un'esperienza che ogni appassionato della cultura nipponica dovrebbe regalarsi, soprattutto se non ha la possibilità di visitare il Giappone: è facilissimo trovare in rete centinaia e centinaia di stampe Edo, anche in ottima risoluzione, ma nessuna di esse è in grado di offrire i dettagli che rendono impareggiabile la visione diretta, perché ogni stampa si afferma con la vivacità dei propri particolari e trae pregio anche dalle pieghe e dalle minute tramature impresse sulla carta senza inchiostro, grazie alle quali abiti e specchi d'acqua acquistano movimento. Le sfumature sfuggono a qualsiasi schermo e riproduzione, ma l'occhio può trascorrere ore a scoprirle tutte, per poi trovarsi incapace di decidere se Hokusai e Hiroshige abbiano dato il meglio con le grandi vedute aperte su valli e baie o nella minuta descrizione degli uccelli e, ancora, se siano capaci di affascinare più con la gamma dei colori verde-azzurro, con le solarizzazioni rosso-pesca o rivestendo i loro paesaggi di un manto nevoso e di cascate di fiocchi bianchi che fanno fluire serenità fuori dalla cornice.

Utagawa Hiroshige, Libellula e crisantemi (1837)

Katsushika Hokusai, Toba
da Specchio dei poeti
giappnesi e cinesi
(1833-34)
Inoltre, come dicevo, le opere sono corredate di tabelle introduttive che illustrano brevemente la storia di ciascun genere di Ukiyo-e, di materiali che spiegano la realizzazione delle silografia e da buone contestualizzazioni di ciascun ciclo di opere. Fra le cose più interessanti che ho imparato nel corso della mia visita ci sono proprio tutti i nomi delle varie tipologie di silografie Edo, che mi hanno fatto rammaricare moltissimo di non conoscere la lingua giapponese. Ho poi avuto la possibilità di vedere dei cicli di stampe di Hokusai che proprio non conoscevo, lo Specchio dei poeti giapponesi e cinesi (una serie di shashinkyō) e le Cento poesia per cento poeti, una serie policroma che illustra un'antologia poetica composta nel XIII secolo da Fujiwara no Teika e che riporta accanto alle illustrazioni i versi waka cui esse si ispirano, liberamente interpretati per adattarsi alla scelta narrativa di Hokusai, che mette le poesie in bocca ad una vecchia balia che non li ricorda benissimo.
La visita alla mostra Hokusai Hiroshige Utamaro è stata dunque un'esperienza più che positiva e la suggerisco a tutti, con l'avvertenza di prenotare l'entrata, perché, specialmente in questi giorni di festività, i saloni di Palazzo Reale sono presi d'assalto e si rischia di arrivare stremati dalla fila e di non riuscire ad apprezzare questi capolavori come meritano.

Utagawa Hisorhige, Mariko
da Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō

Il colore dei fiori
è già svanito
mentre su cose triviali
vanamente posavo il mio sguardo
durante il mio viaggio nel mondo.
[dalla silografia Ono no Komachi]
C.M.

mercoledì 28 dicembre 2016

I piccoli maestri (Meneghello)

Erano almeno dieci anni che avevo I piccoli maestri sui miei scaffali. Un libro scelto quasi per caso, forse per influenza della copertina di un'edizione di allora, sulla quale compariva una statua di Arturo Martini raffigurante Palinuro. Solo adesso, cercando di capire il perché di questo legame con l'immagine, ho scoperto che il mito virgiliano ha ispirato lo scultore nella rappresentazione del partigiano Primo Visentin, detto Masaccio, morto, come il timoniere di Enea, ad un soffio dalla meta, il 29 aprile 1945.

Il libro di Luigi Meneghello ha una fortissima componente biografica, tanto da poter dire che ha più della memorialistica che della narrativa, come accade spesso con la letteratura della Resistenza. L'autore, infatti, entrò a far parte delle bande di partigiani dopo l'armistizio di Cassibile del settembre 1943, quando, dopo la disgregazione del reparto di Alpini di cui faceva parte, tentando di tornare a casa trovò il nord della penisola controllato dai Tedeschi. I piccoli maestri, dunque, è, per definirlo alla maniera dantesca, un libro della memoria, un percorso narrativo non continuo, bensì composto di folgorazioni improvvise, di ricordi frammentari, di sequenze che spesso non hanno una conclusione o sono dissolte in commenti brevi e amari che lasciano intendere da un lato la difficoltà e forse la non-necessità di narrare precisamente dopo anni e anni (Menghello scrisse questo libro nel 1964) una storia con un inizio e una fine, dall'altro l'assenza di un vero progetto nelle imprese dei primi partigiani, più desiderosi di cambiamento che realmente preparati a produrlo.
Fin da principio intendevamo bensì tentare di fare gli attivisti, reagire con la guerra e l’azione; ma anche ritirarci dalla comunità, andare in disparte. C’erano insomma due cose nel nostro implicito concetto di banda: uno era che volevamo combattere il mondo, agguerrirci in qualche modo contro di esso; l’altro che volevamo sfuggirlo, ritirarci da esso come in preghiera.
La ricostruzione dei mesi sull'Altipiano di Asiago fra i partigiani ha un'impronta decisamente anti-celebrativa e scevra di ogni retorica: quello che Meneghello ha voluto offrire al lettore è un'onesta testimonianza sul fenomeno della Resistenza, non così eroico e, anzi, talvolta estremamente prosastico, non abbastanza radicato in una visione politica e in qualche caso dominato da personaggi che vogliono semplicemente agire e non pianificano con lungimiranza le proprie azioni, finendo per essere travolti da eventi grotteschi, trovandosi male armati al momento del bisogno e, peggio ancora, incapaci di mediare con altri gruppi di partigiani al fine di formare un fronte unitario e superare l'assurda divisione territoriale della guerriglia.
Arturo Martini, Palinuro (1947)
Le azioni di guerra, comunque, non sono così frequenti nel libro che, come si è detto, è fatto di sprazzi narrativi, di personaggi che appaiono e scompaiono e dei quali, spesso, all'autore basta farci sapere che sono morti. A richiamare l'attenzione dell'autore sono gli oggetti quotidiani, come le armi che vengono perse non si sa bene dove, qualche canto popolare, il ritratto di qualche intraprendente partigiana, le notizie dei rastrellamenti, il trascorrere del tempo e la simbiosi che viene a crearsi fra la natura e l'essere umano che in essa si rifugia, anche quando essa è parte di un paesaggio freddo e inospitale.
Questo è il cuor dell’avventura, il centro. È un periodo breve, poche settimane: i calendari dicono così. A noi parve lunghissimo, forse perché tuto contava, ogni ora, ogni sguardo. Nel viso di un compagno che si sveglia sotto un pino, nel giro di occhi di un inglese appoggiato a una roccia, leggevamo un’intera vicenda di pensieri e sentimenti, e la leggiamo ancora tanti anni dopo, con la stessa evidenza e complessità, e la stessa assenza di tempo. Il tempo non c’era, l’avevano bevuto le rocce, e ciò che accadeva di giorno e di notte era senza dimensioni.
Leggere I piccoli maestri non è stato facile. La discontinuità narrativa impedisce la costruzione di un grande affresco e frammenta le riflessioni, facendo emergere, attraverso la forma, anche la disgregazione del fronte della Resistenza, che Meneghello si è proposto di strappare all'eroismo di stampo neorealista. Paradossalmente, ho trovato più scorrevoli e avvincenti le sezioni più riflessive, quelle in cui l'autore si sofferma sulla mancanza di una vera idea di rivoluzione popolare che, richiamandosi alle teorie di Mazzini, avrebbe potuto costituire una potente arma nelle mani degli Italiani per la conquista della libertà. E poi ci sono i brani di ripiegamento, ai quali viene affidato uno slancio poetico che, da solo, vale la lettura di questo originale memoriale.
Le forme vere della natura sono forme della coscienza. Di queste cose si è sentito parlare nelle storie letterarie, ma quando si sperimentano di persona paiono nuove, e solo in seguito, riflettendoci, si vede che sono le stesse. Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi, e quel paesaggio s’è associato per sempre con la nostra idea di libertà.
Luigi Meneghello (1922-2007)
Non posso dire, dunque, che l'esperienza di lettura di questo libro sia stata del tutto positiva. Ho apprezzato molto la scelta di Meneghello di essere diretto e di riuscire a coniugare la descrizione di fatti cui ha assistito o partecipato in prima persona ad un disegno più ampio, dimostrandosi capace di dire anche cosa non ha funzionato nell'azione dei partigiani. Tuttavia la lettura è stata abbastanza stentata, anche per la mancanza di una vera e propria vicenda da seguire, e non l'ho abbandonata solo per quelle ammirevoli sezioni di filosofia. Ecco perché non consiglio questo libro a chi, genericamente, ami la letteratura italiana del Novecento: I piccoli maestri è un libro fatto per coloro che hanno un interesse particolare per la Resistenza, per le sue sfumature e per la riflessione che l'ha animata o non l'ha sorretta abbastanza.
Pur essendo il comandante, facevo naturalmente i turni di guardia come tutti gli altri, anzi mi sceglievo i peggiori, dalle due alle sei della mattina per dare il buon esempio. Questo turno di guardia si faceva a un cento metri dalla malga, in piedi tra le frasche, in mezzo alla neve, nel buio. In quelle ore di solitudine assoluta, ghiacciata, uno si sentiva soldato, frate, fibra dell’universo, e mona. Il freddo era schifoso.
C.M.

lunedì 26 dicembre 2016

La Vigilia fra i Nabis

Quest'anno ho trascorso il pomeriggio della Vigilia di Natale a Palazzo Roverella, godendomi la mostra I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d'avanguardia, inaugurata il 17 settembre e aperta fino al 14 gennaio 2017. Una visita godibilissima e tranquilla, anche perché ho avuto la fortuna di scegliere una giornata non trafficata: avevo tutto lo spazio necessario per ammirare i dipinti da vicino e da lontano, così ho potuto apprezzare pienamente non solo le opere scelte, ma anche il cammino pittorico e le trasformazioni che attraverso esse vanno definendosi.
 Émile Bernard, Costa bretone, Saint-Briac (1891)
Il percorso espositivo prende le mosse dal ruolo cruciale svolto dalla regione bretone nella formazione di uno stile pittorico nuovo, del tutto antiaccademico; infatti, anche se i grandi protagonista della rivoluzione descritta dalla mostra sono Paul Gauguin, Émile Bernard e Paul Serousier, la mostra si apre con una prima sezione dedicata alla Bretagna di fine Ottocento, in particolare a Pont-Aven, località che, alla fine del XIX secolo, si presenta come un paradiso terrestre che aveva conservato una naturalezza ormai perduta, una spontaneità che Gauguin ricercherà poi in Polinesia. Ecco perché le prime tele esposte, realizzate da Charles Cottet e Robert Borugh, sono dedicate a rappresentazioni ancora molto figurative delle donne bretoni, con le loro caratteristiche cuffiette bianche e gli abiti scuri; si tratta di immagini ancor tradizionali, dominate inoltre da toni molto cupi e da un tradizionalismo rigido.
Gino Rossi, Piccola descrizione asolana n°2 (1913)
Nel 1888 Paul Gauguin soggiorna a Pont-Aven assieme ai molti artisti attratti dai paesaggi bretoni. Inizia qui a ricercare una forma di arte che non sia ispirata soltanto a ciò che si percepisce con l'occhio, ma alle sensazioni che il paesaggio, con i suoi colori e le sue forme, suggerisce allo spirito. Siamo nella sezione Alle origini del Sintetismo, nella quale le donne bretoni di Cottet lasciano spazio a delle creature trasfigurate da macchie di colori che rifuggono il realismo, appiattiscono le sfumature e i dettagli e si lasciano delimitare da spesse linee nere (cloisonnisme), incontriamo dunque l'invito di Gauguin a Serousier a dipingere seguendo l'ispirazione dell'animo. Di qui l'arte dei Nabis, il cui nome, in lingua ebraica, significa profeti: uno stile pittorico basato sulla semplificazione, sulla ricerca di un'espressione essenziale, affidata principalmente ai colori e orientata ad un'originale sintesi fra una naïveté che rappresenta un tentativo di fuga dalla realtà caotica e dall'arte iperrealista e convenzionale e le forme pulite e lineari dell'arte giapponese, che influenza fortemente non solo gli artisti di Pont-Aven ma un altro post-impressionista come Van Gogh.
Maurice Denis, Mattino di Pasqua (1892)
La mostra si concentra poi sull'influenza dei Nabis e delle loro sperimentazioni sugli artisti di Burano, una sorta di Pont-Aven lagunare, sulle innumerevoli facies del gusto visionario di questi profeti e sulla declinazione particolarissima che del sintetismo offre Teodoro Wolf Ferrari, applicando la nuova tecnica alla realizzazione di splendide vetrate. Sono le parti centrali del percorso, quelle dove troviamo i dipinti di Cuno Amiet, Gino Rossi, Charles Filiger e Maurice Denis e che ci guidano verso le ultime opere, nelle quali si manifesta il passaggio dalla naïveté primitivista ad un'estetica della semplicità tutta borghese, con la quale il sintetismo entra nelle case, offrendo ai ritratti e alle scene domestiche un abito essenziale, con linee ben definite e forti contrasti, portati all'estremo dalle incisioni di Félix Vallotton della serie Intimitiés e dalle nature morte di Cagnaccio da San Pietro.
Félix Vallotton, La belle épingle (1898)
Proprio la parte finale della mostra, dedicata agli eredi della rivoluzione sintetista, ospita alcune delle opere più suggestive: oltre alle opere di Vallotton, che conferiscono al percorso un valore aggiunto, passeggiando nell'ultima sala si possono ammirare il grandioso ritratto in interno Giulietta appoggiata al tavolo di Mario Cavaglieri e l'eccezionale Ragazza sul tappeto rosso di Felice Casorati.
Oscar Ghiglia, La camicia bianca (1909)

Sebbene sia stata proprio l'arte di Gauguin ad attirarmi a Palazzo Roverella, devo dire che proprio le ultime sale mi hanno colpita maggiormente, perché ho percepito realmente la sensazione di compimento di cui parlano i materiali informativi: di fronte alle opere di Félix Vallotton o Oscar Ghiglia si percepisce chiaramente in che modo le loro forme d'avanguardia comunichino con la rivoluzione dei Nabis, pur essendo esteticamente molto differenti nei loro esiti.

Felice Casorati, Ragazza sul tappeto rosso (1912)

C.M.

venerdì 23 dicembre 2016

Castelvecchio recupera i propri tesori

Sembra una bella favola di Natale che si conclude con il finale tanto atteso: il 21 novembre sono rientrati a Verona i dipinti trafugati dal Museo di Castelvecchio il 19 novembre dello scorso anno, che già nel mese di maggio erano stati individuati in Ucraina.

Pisanello, Madonna della quaglia (1420 ca.)
Come noto, fra le diciassette opere rubate, che costituiscono un immenso tesoro per il museo veronese, erano compresi dipinti di Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Peter Paul Rubens e del Tintoretto, oltre alla Madonna della quaglia di Pisanello, diventata una sorta di simbolo di questo saccheggio. Un patrimonio troppo poco noto non solo al Paese, ma anche alla cittadinanza veronese, molta parte della quale della presenza di questi capolavori si è accorta solo dopo la loro sparizione, al punto che, nell'ultimo anno, non c'è stata occasione in cui, passando accanto a Castelvecchio, non sentissi qualcuno stupirsi del furto e ammettere di non aver mai saputo che le mura scaligere custodissero opere appetibili per il mercato dell'arte e dei ricettatori.
Oltre che a livello nazionale, la questione è stata fonte di accese polemiche anche in prospettiva locale: solo due giorni prima del saccheggio la rete dei Musei civici poteva celebrare l'apertura al pubblico del Museo degli affreschi Cavalcaselle e a Verona il furto è stato avvertito come un'enorme beffa, soprattutto per i lati oscuri negli eventi successivi al ritrovamento in primavera. In un primo momento le contestazioni hanno investito gli apparati di sicurezza, fino all'accertamento della presenza, fra i complici, della guardia incaricata della vigilanza; poi è sorto il sospetto che le autorità ucraine non si si siano date abbastanza da fare per l'accertamento delle dinamiche del trafugamento e, soprattutto, per la restituzione delle opere ai legittimi proprietari. 
In effetti il balletto diplomatico è stato grottesco: sono mancate ferme prese di posizione da parte del Ministero per i beni e le attività culturali o soddisfacenti dichiarazioni in merito alla scelta di Kiev (e forse del MiBACT stesso) di temporeggiare. Insomma, è scandaloso che siano dovuti passare ben sette mesi dal ritrovamento delle opere rubate al loro rientro a Verona e che il governo ucraino sia stato riverito al punto da vedere il proprio capo Poroshenko presentato come un eroe degno della cittadinanza onoraria di Verona, quando  è stato addirittura ritenuto passibile di denuncia, avendo solo rilasciato dichiarazioni di impegno all'allora ministro degli esteri Gentiloni, senza tener fede al termine entro il quale la restituzione era stata promessa, fissato per il mese di novembre. La cerimonia di riconsegna alla quale hanno partecipato il ministro Franceschini e il sindaco Tosi, quindi, è stata un teatrino in cui le autorità italiane e, suo malgrado, il settore tutto dei beni culturali italiani hanno recitato la parte del giullare.

Le opere al museo Khanenko prima del rientro
Cosa sia accaduto veramente e quali tipi di interesse abbiano fatto da sfondo a queste ambascerie decisamente poco in odore di cooperazione internazionale non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, giacché, a livello di opinione pubblica, questioni sull'illegittimità di una simile inefficienza nella gestione delle opere rubate non sono state sollevate con la dovuta insistenza. Da cittadini (italiani, non solo veronesi), non possiamo ritenerci soddisfatti.
Possiamo invece tirare un sospiro di sollievo come amanti dell'arte e dei beni culturali: al di là della nebbia che ancora avvolge la vicenda, ora abbiamo ripreso possesso dei nostri tesori e Castelvecchio è pronto ad ospitarli nuovamente, mostrandoli anche a coloro che per tanto tempo li hanno ignorati. In qualche modo, spero anche che l'infausta avventura abbia almeno contribuito a far conoscere una sede museale che gli itinerari turistici non valutavano attentamente quanto il balcone di Giulietta. E, per respingere qualsiasi tentativo di scuse, per un mese, fino al 22 gennaio 2017, l'ingresso al museo di Castelvecchio costerà soltanto 1 euro: una simile offerta e l'abbondanza di tempo data dalle imminenti festività non permettono assoluzioni a tutti coloro che, vivendo a Verona o trovandosi nei pressi della città scaligera, non coglieranno l'occasione di scoprire i tesori che non sapevano esservi custoditi.

C.M.

mercoledì 21 dicembre 2016

Harry Potter e la pietra filosofale (Rowling)

Incredibile quanto sia difficile iniziare la recensione di un libro capitato nella mia vita tanti anni fa e oggi ripreso: nella mente si accavallano i ricordi della prima lettura, della concitazione e della curiosità crescenti dalla prima all'ultima pagina, del momento dell'acquisto, del tutto casuale, in una bancarella, della scoperta del successo che quel libro stava ottenendo nel mondo.

La mia storia con Harry Potter è iniziata in modo inconsapevole, un'estate in cui ero in villeggiatura con i miei nonni a Recoaro Terme: nel parco del paese c'era un libraio ambulante e ormai era diventata norma che portassi con me un libro come souvenir della vacanza. Quella sera, sotto il mio naso, c'erano due volumi dalle copertine e dai nomi accattivanti: Harry Potter e la pietra filosofale e Harry Potter e la camera dei segreti. Senza indagare sull'ordine dei due volumi (le prime edizioni non avevano le famose iniziali a saetta e il numerino sul dorso), scelsi il primo. Lo lessi in pochissimi giorni, sgranando gli occhi ad ogni pagina. Qualche settimana dopo, nella biblioteca comunale, nel corso di un incontro delle scuole con un libraio, seppi che quello era il primo volume di una saga che stava appassionando i ragazzi di tutto il mondo.
Ron cominciò anche a insegnare a Harry a giocare a scacchi magici. Le regole erano esattamente come quelle degli scacchi dei Babbani, tranne che i pezzi erano vivi, per cui diventava un po’come comandare delle truppe in battaglia. La scacchiera di Ron era vecchia e malconcia. Come tutto quello che gli apparteneva, anch’essa un tempo era stata di qualche membro della sua famiglia, in quel caso suo nonno. E tuttavia, giocare con dei pezzi vecchi non era affatto un problema: Ron li conosceva talmente bene, che non aveva difficoltà a convincerli a fare quel che voleva lui.
Non so a cosa sia dovuto questo improvviso sfogo nostalgico che mi ha portata a riprendere tanti libri della mia infanzia (ok, le avventure di Harry Potter sono andate ben oltre, dato che ci sono praticamente cresciuta insieme): da un lato, forse, c'è il fatto di essere stata per un paio di mesi insegnante in una scuola secondaria di primo grado e di essermi immersa di nuovo in quel tipo di letteratura e nel clima emozionale delle mie letture passate; poi c'è la sensazione che la letteratura per ragazzi mi sa di Natale, forse perché le atmosfere calde delle feste hanno, di per sé, qualcosa che risveglia la memoria.
Fatto sta che sul finire di questo 2016 ho deciso di intraprendere una maratona potteriana, rileggendomi i sette libri dal primo all'ultimo e rispolverando i ricordi autentici un po'ottenebrati dall'assuefazione cinematografica.

Illustrazione di Jim Kay per Harry Potter e la pietra filosofale

Ho ritrovato dunque Harry, questo maghetto orfano improvvisamente catapultato dalla casa degli odiosi zii Dursley nella favolosa scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, nella quale si arriva a bordo di un treno che parte nientemeno che dalla stazione londinese di King's Cross, precisamente dal binario 9 e tre quarti. Ho ritrovato Ron Weasley, il migliore amico di Harry, penultimo di sette fratelli (tutti dai capelli rossi) e prezioso alleato del protagonista nella resistenza contro il bullo Draco Malfoy prima e contro il minaccioso professor Severus Piton. Ho ritrovato Hermione Granger, saputella ravveduta che, grazie al suo studio instancabile, offre ad Harry e Ron un irrinunciabile contributo nella lotta contro Lord Voldemort, oltre a tentare invano di far loro rispettare le regole della scuola. E poi ci sono il pacato preside Albus Silente, la professoressa di trasfigurazione Minerva McGranitt, i frizzanti gemelli Fred e George Weasley, il gigante buono Hagrid, che porta Harry a fare gli acquisti per la scuola a Diagon Alley e fa magie con un ombrellino rosa. Tutti questi personaggi e moltissimi altri (il goffo Neville Paciock, il capitano della squadra di Quiddicth Oliver Baston, il balbuziente professor Raptor, i folletti-bancari della Gringott...) popolano un mondo fantastico in cui scoppiettano incantesimi e fanno la loro apparizione i più disparati oggetti magici, da cappelli parlanti a scope volanti, da mantelli che rendono invisibili a caramelle che sanno di vomito.
Non dimenticherò mai lo stupore provato entrando con Harry nel negozio di bacchette magiche di Olivander, il fascino della biblioteca di Hogwarts, l'adrenalina delle partite di Quidditch, la tenerezza per il piccolo drago Norberto e la magnifica civetta Edvige. Sensazioni ritrovate identiche nei giorni scorsi, che sono stati un salto nel tempo e l'occasione per confermare la genialità di questa saga ormai quasi ventenne.

Illustrazione di Jim Kay per Harry Potter e la pietra filosofale
«E tuttavia questo specchio non ci dà né la conoscenza né la verità. Ci sono uomini che si sono smarriti a forza di guardarcisi, rapiti da quel che avevano visto, oppure hanno perso il senno perché non sapevano se quel che esso mostra è reale o anche solo possibile. Domani, lo Specchio delle Brame verrà portato in una nuova dimora, Harry, e io ti chiedo di non cercarlo mai più. Se mai ti ci imbatterai di nuovo, sarai preparato. Ricorda: non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere.»
C.M.

venerdì 16 dicembre 2016

Matilde (Dahl)

Ci voleva il centenario di Roald Dahl perché mi decidessi a colmare la lacuna nella mia biblioteca d'infanzia, cui tengo moltissimo. La prima lettura di Matilde risale infatti all'epoca della scuola elementare, ma in quell'occasione il libro mi era stato prestato, così ho sempre sentito la mancanza di una copia personale sui miei scaffali.
La storia di Matilde, bimba-prodigio, è molto nota, anche grazie al carinissimo film girato da Danny DeVito nel 1996 (il titolo fu adattato in Matilda sei mitica) e al fatto che in molte scuole questo libro riscuote grandissimo successo come lettura comune. Del resto, la scuola è anche lo spazio in cui si svolge la gran parte della vicenda.
Matilde comincia a frequentare la scuola in ritardo rispetto ai suoi compagni, eppure sa leggere fin dall'età di quattro anni, quando già bazzicava nella biblioteca, sotto lo sguardo attonito della dolce signora Felpa; oltre ad aver letto Dickens, Hemingway e Faulkner, la bambina è anche un fenomeno in matematica. Purtroppo, però, il padre, troppo preso a truffare gli acquirenti di auto usate, e la madre, secondo la quale ciò che conta per una ragazza è solo essere affascinante per sposare un uomo che la faccia vivere negli agi, non hanno il minimo interesse per questa figlia superintelligente e la costringono a stare ore e ore davanti alla tv. L'unica che si rende conto delle straordinarie doti di Matilde è la maestra, la signorina Dolcemiele, che, però, come tutti nella scuola, è succube della demoniaca direttrice, la signorina Spezzindue, che terrorizza gli studenti chiudendoli nello Strozzatoio, un armadio pieno di chiodi e vetri appuntiti, o usandoli per allenarsi nel lancio del martello. Non c'è da stupirsi se, in una situazione tanto sgangherata, l'unica via d'uscita che si presenta a Matilde sia anch'essa del tutto straordinaria...
Nel rileggere, in preda alla febbre del ponte della settimana scorsa, questo libriccino, oltre a stupirmi della rapidità con cui ho sgranocchiato le pagine come già mi era successo con Le streghe, ho rivissuto istante per istante l'entusiasmo della prima lettura, la fortissima simpatia per Matilde, l'ammirazione per questa piccola e appassionata lettrice e la rabbia verso gli adulti tiranni e insensibili che fa scaturire dagli occhi della bambina poteri sovrannaturali. Ecco perché Matilde è stato per me un libro tanto speciale: fra le pagine del libro di Roald Dahl incontriamo una bambina che si trova di fronte a problemi apparentemente insormontabili, di fronte ai quali nemmeno gli adulti sembrano avere soluzioni, come dimostra la povera signorina Dolcemiele, umiliata dalla signorina Spezzindue, privata della sua casa dopo la morte del padre e legalmente impossibilitata a strappare Matilde alla pessima famiglia che sta rovinando la sua esistenza.  
Matilde è un inno alla purezza dei bambini, all'intelligenza e alla cultura che, quando vengono ingabbiate, esplodono in forme miracolose, rischiando perfino di cambiare il mondo. E, soprattutto, è una storia divertente, perfetta per accompagnare i più piccoli nel meraviglioso mondo della lettura.

Illustrazione di Quentin Blake
Da quel momento, Matilde andò in biblioteca solo una volta alla settimana, per prendere nuovi libri e restituire quelli già letti. La sua cameretta diventò una sala di lettura, dove passava i pomeriggi seduta a leggere, con una tazza di cioccolata accanto. [...] Era così piacevole tener vicino una bevanda calda mentre leggeva e leggeva, nella sua stanzetta silenziosa. I libri le aprivano mondi nuovi e le facevano conoscere persone straordinarie che vivevano una vita piena di avventure.
C.M.