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mercoledì 11 gennaio 2017

L'inverno secondo Charles Burchfield

Il primo post a tema artistico di quest'anno è dedicato ad un pittore poco noto, l'americano Charles Ephraim Burchfield (1893-1967), autore di acquerelli a soggetto prevalentemente naturale. Amico di Edward Hopper, Burchfield manifesta nella propria arte alcune somiglianze con l'opera del collega più noto, specialmente nella rappresentazione degli edifici e nel senso di solitudine che essi trasmettono con il loro abbandono in paesaggi, ma ha al contempo una vocazione più visionaria, surreale e fantastica, che si fa più marcata con il passare del tempo.

Charles Burchfield, Casa nella neve

A Burchfield è particolarmente cara la descrizione delle stagioni e del loro effetto sulla natura e i suoi acquerelli invernali meritano un'attenzione specifica, anche in relazione ai loro modelli, rintracciabili non solo nel già citato Hopper, ma anche nelle tele di Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edvard Munch e Caspar David Friedrich. Dunque questi sono i giorni più adeguati per immergerci nelle atmosfere create da questo artista, con un gelido inverno che fa da sfondo a quello dipinto.

Charles Burchfield, Salem, Main Street in inverno (1917)

Nato e cresciuto nell'Ohio, Charles Ephraim è immediatamente attratto dalla rappresentazione dei luoghi in cui vive. Negli anni '20 è a Buffalo, dove assume uno stile pittorico più realistico e nel 1928 stringe amicizia con Edward Hopper, che manifesta una grande stima nei suoi confronti; ottiene anche diversi riconoscimenti pubblici e la visibilità in mostre dedicate alle sue opere. Venti anni più tardi, tuttavia, l'artista ritorna alla rappresentazione della natura, che carica di valori simbolici, surreali e visionari, realizzando alcune delle opere più originali e sorprendenti; sostiene Burchfield: «Un artista deve dipingere non quello che vede nella natura, ma quello che è in essa. Per farlo deve inventare simboli, che, se usati correttamente, rendono la sua opera anche più reale di quella che ha di fronte.».

Charles Burchfield, Due case (1920)

La produzione pittorica di Charles Burchfield si può dunque suddividere in tre fasi: un primo periodo, di ispirazione quotidiana e affettiva, abbraccia gli anni 1915-1919; segue la fase del realismo che impegna l'artista fino al 1943 circa; infine prevale l'impostazione surreale e visionaria. Gli inverni di Burchfield recano i segni dell'alternarsi di questi tre momenti.

Charles Burchfield, La fine della giornata (1938)

L'attenzione alla natura e al rapporto che essa intrattiene con l'essere umano emerge fin dai primi anni, nei paesaggi innevati che popolano i lavori di Burchfield fra il 1916 e il 1920: l'interesse del pittore è catturato fin da subito dalle foreste e gli aceri diventano i grandi protagonisti delle sue opere. Gli alberi vengono rappresentati nella boscaglia, anche con interessanti variazioni di colore, esemplificate dall'acquerello Aceri in inverno (1916), che ricordano l'esperienza dei colori psicologici dei Fauves o dell'artista tedesco Ernst Ludwig Kirchner, ma anche le betulle di Klimt e i rami degli alberi spogli di Vincent Van Gogh.

Charles Burchfield, Aceri in inverno (1916)

Gustav Klimt, Bosco di betulle (1902)

Il raffronto con quest'ultimo e con Paul Gauguin si fa più evidente ampliando lo sguardo ai cortili circondati da alberi, dove compaiono le case con i tetti innevati, le staccionate di confine e, attorno ad essi, gli alberi con i rami spogli. In Cortili in inverno (1917) l'effetto è, come nel Villaggio nella neve di Gauguin (1894), quello di un piccolo borgo che sboccia nella neve ad offrire un rifugio. Non è da escludere, data l'influenza romantica subita da Burchfield, che l'attenzione alle sagome di edifici e alberi che emergono fra le coltri bianche o in tempeste di neve risenta del modello di Friedrich dell'Abbazia sotto la neve (1817).

Charles Burchfield, Cortili in inverno (1917)

Paul Gauguin, Villaggio nella neve (1894)

Si avverte invece la presenza di Edvard Munch in Tre fantasmi: sebbene i colori utilizzati dai due pittori siano molto diversi, l'opera di Burchfield richiama Tempo di neve nel viale (1916) nella struttura e nella presenza di pochi personaggi che soccombono nella prospettiva creata dalle due schiere di alberi laterali; mentre, però, le due donne che passeggiano nella tela di Munch si avvicinano allo spettatore, promettendo di liberare la panoramica del paesaggio, le figure dell'artista americano si spostano verso il fondo, sempre meno riconoscibili. Il tema tradizionale della passeggiata nella neve di memoria impressionista consacrato da Alfred Sisley con Neve a Louveciennes (1875) assume in Munch e Burchfield una forma del tutto nuova.

Charles Burchfield, Tre fantasmi

Edvard Munch, Tempo di neve nel viale (1906)

Alfred Sisley, Neve a Louiveciennes (1875)

L'attenzione per gli edifici immersi nella neve si fa più forte nel periodo di Buffalo, quando il diverso contesto porta la componente urbana ad imporsi su quella naturalistica. Gli edifici sono ancora immersi nella neve, ma vengono colti dalla mano dell'artista nel loro isolamento, che la presenza della neve rende ancor più radicale. Lo si vede già con Casa nella neve e con Due case (1920), ma ad estremizzare l'effetto di separazione di un edificio dall'alto è Disgelo in febbraio, dove l'unico contatto fra le costruzioni è quello di ciascuna di esse con l'ombra proiettata nell'acqua del ghiaccio sciolto.

Charles Burchfield, Disgelo in febbraio

Entra a questo punto in gioco il rapporto con Hopper, altro grande pittore di case isolate o di piccoli agglomerati. La comunione tematica fra lui e Burchfield si avverte nella graduale conquista di realismo e nel senso di solitudine e incomunicabilità che si diffonde nei dipinti: gli edifici sono isolati dalla neve e gli esseri umani sono rare comparse colte in passeggiate solitarie o in gruppi nei quali non c'è comunicazione sia nel già citato Disgelo in febbraio sia in Tramonto invernale (1930), un notturno urbano che, per la presenza dell'edificio rosso e le vetrine illuminate, in parte ricorda I nottambuli di Hopper (realizzato però dodici anni più tardi). 

Charles Burchfield, Tramonto invernale (1930)

Segnano un ulteriore contatto fra Burchfield e Hopper la presenza delle figure colte dietro le finestre e gli scorci di gruppi di edifici innevati che si trovano nei dipinti Bagliore glaciale (1933), Le sei in punto (1936) e La fine della giornata (1938), in cui alle reminiscenze dei Tetti di Gloucester (1928) del collega americano si mescola il ricordo delle case di Van Gogh, spesso rappresentate di scorcio.

Charles Burchfield, Le sei in punto (1936)

Edward Hopper, I tetti di Gloucester (1928)

La descrizione visionaria e simbolica si ritrova invece in Diamanti invernali (realizzato fra il 1950 e il 1960) e in Luna d'inverno. A catturare l'attenzione sono i giochi di luce e le aure raggianti di cui Burchfield riempie lo spazio, che diventano una caratteristica delle opere dell'ultimo periodo e rendono inconfondibile la mano dell'artista. Se nel primo dipinto il riverbero della luce delle stelle piove sugli edifici, sulle piante e sul suolo innevato, nel secondo è la luna a inondare del suo pallore argenteo tutto il bosco, conferendo alla natura un aspetto quasi spettrale. 

Charles Burchfield, Diamanti invernali (1950-1960)

Siamo di nuovo di fronte all'emergere di uno spirito per così dire naif, nel quale il colore risponde più ad una sensazione psicologica che ad un'esigenza di realismo; ecco perché, anche se la tavolozza utilizzata è nettamente diversa, Luna d'inverno ricorda la libertà cromatica di Kirchner nel descrivere la montagna in Paesaggio invernale al chiaro di luna (1919). L'opera, inoltre, non può sottrarsi ad un confronto con la più celebre Notte bianca di Munch (1901), anch'essa dedicata alla diffusione della luce lunare sul paesaggio innevato e sulle piante, pur senza rappresentazione della fonte di luce celeste.

Charles Burchfield, Luna d'inverno

Ernst Ludwig Kirchner, Paesaggio invernale al chiaro di luna (1919)

Edvard Munch, Notte bianca (1901)

L'emergere di questa tendenza simbolica e quasi mistica, che sembra trarre dalla natura la grandezza del suo mistero, dei suoi colori e del suo spirito, è una sorta di richiamo di un germe surreale presente già in qualche opera dell'esordio, se confrontiamo queste cascate di luce con la tempesta di neve in Salem, Main street in inverno (1916) dove ogni fiocco assume lo spessore di una pennellata che lo fa apparire come un proiettile in caduta che, in lontananza, si fonde con i segni uguali che escono dai comignoli.

Charles Burchfield, Bagliore glaciale (1933)

Vincent van Gogh, Antwerp nella neve (1885)

Gli inverni di Charles Burchfield, insomma, testimoniano le trasformazioni di un'arte che evolve per riscoprire e potenziare nella chiusura della sua parabola un linguaggio presente fin dalle origini. Come quella di Hopper, Van Gogh e Munch, l'arte di Burchfield è espressione psicologica, spirituale, anche se perviene ad esiti che, pur avendo delle reminiscenze della lezione dei maestri, rimangono autonomi e peculiari.
«L'opera di Charles Burchfield è decisamente fondata, più che sull'arte, sulla vita, quella che conosce e che ama di più» (E. Hopper)
C.M.

NOTA: La descrizione pittorica dell'inverno è protagonista del ciclo di post Inverni ad arte e dell'omonima galleria. La maggior parte delle opere di Burchfield sono conservate al Burchfield Penney Art Center a Buffalo, New York.

6 commenti:

  1. non lo conoscevo assolutamente!
    da oggi " fa un freddo Burchfield" ;)

    RispondiElimina
  2. Risposte
    1. Sono contenta che ti sia piaciuto questo post!

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  3. Da tempo che cerco un artista che in qualche modo si rifacesse a Hopper, ma non ho mai trovato nulla, pensavo fosse l'unico in quel genere di pittura... E poi salti fuori tu con questo stupendo articolo a farmi conoscere un coevo! Brava! Che belle immagini, soprattutto i soggetti sembrano più "animati" di quelli di Hopper (più statici). "Disgelo a Febbraio" è favoloso, mi ha incantata!
    Grazie Cristina! A proposito ancora non ti ho detto complimenti per la nuova veste grafica del blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Disgelo a febbraio è proprio quello da cui sono partita: mi ci sono imbattuta quasi casualmente, mentre cercavo di arricchire la mia rassegna di opere sull'inverno... e da lì si è aperto un mondo. Sono contenta di aver inconsapevolmente risposto ad una tua curiosità! :)

      ps. Grazie per i complimenti e scusa per il ritardo nella pubblicazione (non mi era arrivata notifica di diversi commenti, come ho appena notato).

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