giovedì 6 luglio 2017

Il senso di colpa della lettura interrotta

Lo dice anche Daniel Pennac: uno dei diritti del lettore è quello di non finire un libro. Il problema è che spesso subentra un senso di colpa che impedisce a diversi lettori di godere di questo diritto. Io sono fra questi.


La scelta del libro da leggere è per me sacrosanta: talvolta impiego ore o giorni a decidere quale nuovo libro mettere sul comodino e i tempi tendono ad essere direttamente proporzionali a quelli di permanenza del volume sugli scaffali, infatti generalmente faccio più fatica a convincermi a leggere un libro che possiedo da molto rispetto all'ultimo acquisto. Credo che il dispiacere di doverlo abbandonare possa essere connesso a questa lunga incubazione, forse non riesco ad ammettere di aver perso il mio tempo nella selezione di un libro sbagliato e di aver continuato a perderlo iniziandolo. Probabilmente è un'altra delle manie librose che vanno aggiunte alla lista e deve avere una qualche connessione con la mia repulsione a concedermi una pausa o una sospensione dalla lettura nel mezzo di un capitolo e mi rendo conto che scoprire continuamente nuovi disturbi da bibliomane può essere un cattivo segno.
Quando emerge l'impulso di abbandonare una lettura, dapprima opto per un arresto terapeutico. Prendo tempo, provo a convincermi che in quel preciso momento non sono abbastanza concentrata, a volte ricomincio dall'inizio per essere certa che la scarsa motivazione non sia dovuta al non aver afferrato dei particolari importanti o alla difficoltà di entrare in sintonia con lo stile narrativo di un autore. Talvolta questa scelta paga e riesco ad arrivare tranquillamente alla fine del libro, magari anche con grande soddisfazione; in questo periodo, ad esempio, ho iniziato Addio alle armi e ho dovuto in breve riavvolgere i primi capitoli per sintonizzarmi con Hemingway, ma ho poi ingranato e sto trovando molto piacevole il romanzo.
Ci sono dei casi in cui, però, questa tecnica non funziona e rischio di trascinarmi stancamente fino alla fine del volume, spesso avvalendomi di un altro diritto di Pennac, cioè quello di saltare le pagine (o di leggerle senza troppa attenzione). Mi è capitato con le ultime duecento pagine di Don Chisciotte, che nella seconda parte perde decisamente ritmo rispetto alla precedente, oltre che con la sfilza di paretimologie del Cratilo di Platone o con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, oltre che con alcuni libri che ho dovuto leggere per motivi di studio. In questi casi la tenacia è dovuta al fatto che, per questioni professionali e di approfondimento, letture pur molto pesanti si sono imposte alla mia attenzione come fondamentali.
In casi estremi cedo, decidendo di rimandare la lettura, anche se spesso la dilazione si traduce in un totale abbandono o, almeno, finora non sono riuscita a riprendere alcuni libri che avevo accantonato per queste ragioni.
Due giorni fa sul sito Libreriamo è comparso un elenco dei 10 libri più presenti nelle liste degli abbandoni. Se trovarvi ponderosi e impegnativi classici come l'Ulisse di Joyce o Il Signore degli anelli di Tolkien non mi stupisce affatto (di leggere il primo ancora non ho avuto il coraggio e per quanto riguarda il secondo ho impiegato due anni con una diluizione irrinunciabile), mi sembra strano imbattermi in Cent'anni di solitudine di Gabo o ne L'eleganza del riccio della Barbery, non perché non li si possa abbandonare (de gustibus non disputandum est), ma perché non avrei pensato che potessero surclassare tanti altri grandi classici ritenuti degli spauracchi, come Guerra e Pace. Anche se, forse, i mostri sacri rientrerebbero nell'altra fantomatica lista, quella dei libri che molti fingono di aver letto. 
Ebbene, sono arrivata al punto di dover confessare i miei abbandoni, che sono principalmente classici (ma perché i classici sono comunque il comparto di narrativa che prediligo). Parto con una rinuncia della quale non mi vergogno, che riguarda la saga di Twilight: confesso di aver letto con piacere il primo volume, prendendolo naturalmente come una leggera lettura di intrattenimento e comunque snobbando per tutto il tempo la protagonista, ma dal secondo ho iniziato a trovarla obsoleta e ridicola, quindi non sono più riuscita a proseguire. Un'altra saga abbandonata è quella di Shannara, interrotta nel momento in cui Terry Brooks ha deciso di riavvolgere il nastro e parlarci delle origini del suo mondo (o della fine del nostro che dir si voglia), facendomi perdere il filo e un pochino anche la pazienza; peraltro di recente è iniziata la trasmissione in chiaro del telefilm tratto dai libri e anche di quella ho interrotto la visione, nella quale ho ritrovato poco delle atmosfere immaginate e troppo splatter. Aggiungo anche la saga di Terramare della Le Guin, ma precisando che intendo riprenderla e che l'ho momentaneamente sospesa per non intossicarmi di fantasy. In generale, credo di aver superato la fase della mia vita in cui riuscivo a divorare saghe su saghe, infatti ho ceduto anche di fronte all'elefantiasi delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e delle diverse serie dedicate ad Avalon.
Guardando ai bestseller, le letture arenatesi sono principalmente La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Marfaini, La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones e City di Alessandro Baricco, che mi è diventato indigesto nel complesso come autore.
Fra gli abbandoni illustri devo annoverare, con mio grande rammarico, Gita al faro di Virginia Woolf, due volte iniziato e altrettante interrotto, e Controcorrente di Huysmans, con il quale avrei voluto (e vorrei ancora) chiudere la triade dei romanzi dell'Estetismo. Ci sono poi Il partigiano Johnny di Fenoglio, che non sono riuscita ad affrontare per l'eccesso di parti in inglese che appesantivano la lettura, e Il rosso e il nero di Standhal, cui ho rinunciato dopo poche pagine per motivi che nemmeno ricordo. Ho invece portato a termine con enorme fatica Notre-Dame de Paris di Hugo, Per chi suona la campana di Hemingway e Il pendolo di Foucault di Eco, ma, a causa della forzatura che mi sono importa, a distanza di anni non ricordo assolutamente nulla di quelle esperienze di lettura, sicché li includo a ragion veduta in questo elenco.
Adesso lascio la parola a voi. Quali sono i libri che avete abbandonato? Vi sentite in colpa di fronte alla decisione di rinunciare alla lettura? Avete qualche motivazione per farmi riprendere libri accantonati?

C.M.

14 commenti:

  1. Anni fa ne abbandonai veramente parecchi : "Lolita", "L'Amante di Lady Chatterly", "La Crociera" della Woolf,"Gli Affari del Signor Giulio Cesare"... Penso che anche al più accanito lettore sia capitato di abbadonare dei romanzi, magari causato a dei particolari sentimenti vissuti in quel periodo, ad un momento faticoso passato, o semplicemente al fatto che non era l'occasione giusta.Ci sono stati libri che ho abbandonato e poi ripreso e la seconda lettura mi è rimasta nel cuore, altre volte anche una rilettura non mi ha portato ad alcunchè.La stessa cosa accade con le persone : le affinità contano molto.

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    1. Certamente, alla fine ci troviamo sempre ad ammettere che il rapporto con i libri ha molto in comune con quello che si instaura con altre persone. La paura di dover abbandonare Lolita è uno dei motivi per cui non l'ho ancora iniziato: lo voglio leggere in quanto classico ritenuto dai più un capolavoro, ma, allo stesso tempo, temo di non riuscire ad affrontarlo.

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  2. Abbandonare un libro per me è sempre un dramma e, anche se ogni volta mi ripeto il famoso comandamento di Pennac per convincermi che non ci sia niente di male nel farlo, di solito mi costringo ad arrivare alla fine, magari anche solo leggendo tutto con estrema velocità e senza troppa attenzione. Poi ci sono i casi di storie come, per l'appunto, Le cronache del ghiaccio e del fuoco di cui amo la parte legata agli intrighi politici ma non nutro il minimo interesse per tutta la parte fantasy, così leggo la prima con grande passione, come se mi stessi godendo un bel romanzo storico, e lascio scorrere velocemente la seconda giusto per farmi una vaga idea di cosa succede.
    Come potrai immaginare da quello che ho scritto, non sono molte le letture che ho abbandonato – anche perché odio ammettere di aver speso soldi per qualcosa che non ho apprezzato – ma qualcuna c'è. Recentemente, in particolare, ho abbandonato la serie dei bambini speciali di Ransom Riggs dopo la lettura del primo volume perché non mi invogliava minimamente a continuare con i successivi. Un altro che ho molto recentemente interrotto a metà è Notti al circo di Angela Carter, so che molti hanno amato questo libro ma io e non riuscivo proprio ad entrarci in sintonia e, quando ho visto che anche la lettura veloce e disattenta iniziava a pesarmi, mi sono decisa ad abbandonarlo (anche se è stata una faticaccia!).

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    1. Non conosco né la serie di Ransom Riggs né il libro della Carter, mentre ho ben chiara la saga delle di George Martin e capisco le tue perplessità (credo che, del resto, anche la gran parte della fortuna della serie tv sia dovuta agli intrighi più che al fantastico); nel mio caso, l'abbandono fu dettato soprattutto dal fatto che, avendo dovuto attendere diversi anni per l'uscita di non ricordo quale volume (i primi li avevo praticamente divorati in sequenza), avevo fatto in tempo a dimenticare tutti i nomi e le vicende dei personaggi... riprendere tutto dall'inizio non mi allettava per niente!

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  3. E' probabile che talvolta non si riesca a finire un libro perché lo si legge in un momento sbagliato o con intenzioni diverse, e poi riprendendolo si cerca di finirlo, non è il mio caso con due romanzi di Henry James "Ritratto di signora" e in specie "La fonte sacra" lasciati a metà e accantonati. L'approccio con Gita al faro lo ebbi ascoltando una vecchia trasmissione radiofonica della Rai dal titolo suggestivo "Scende la notte nei giardini d'occidente" che la sera proponeva brani di letture con sottofondo musicale, ne fui subito attratto, in specie delle atmosfere della narrazione ambientate nelle squallide isole Ebridi.

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    1. Hai ragione, a volte un libro capita nel momento sbagliato... per questo anch'io cerco di riprendere le letture abbandonate o, almeno, mi propongo di farlo, salvo infilarle a pettine nella lista dei libri da leggere che si allunga di continuo.

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  4. A me è capitato di recente con Menzogna e sortilegio della Morante (700 pagine). Bellissima e scorrevole la prima metà, poi negli ultimi capitoli procedevo a stento (credo di aver sorvolato qualche pagina) perché veniva ripetuta allo sfinimento la stessa identica situazione. Nel complesso è però un bel romanzo, vale la pena leggerlo. Un libro per me assolutamente indigeribile, anche e soprattutto come stile di scrittura, è La trilogia del Nord di Céline… Ho provato con il primo libro, “Da un castello all'altro”, e ho dovuto per forza mollare dopo una trentina di pagine. Strano che non ti sia piaciuto Per chi suona la campana, l’ho trovato coinvolgente ed emozionante. Notre-Dame de Paris è uno di quei classici che mi piacerebbe leggere.

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    1. Mi dici così di Menzogna e sortilegio? Era proprio uno dei libri per cui nutrivo una grande curiosità, peccato. Per quanto riguarda Per chi suona la campana, probabilmente l'ho letto senza una adeguata consapevolezza dell'autore che stavo affrontando e certamente senza sapere niente della guerra civile spagnola: con Addio alle armi ora sta funzionando (non mi esalta, ma si fa leggere e il tema mi coinvolge), vedremo se riprovarci con l'altro.

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    2. Ma la Morante è bravissima, merita in ogni caso. E' bravissima a rendere i contesti ambientali e gli stati d'animo dei protagonisti. Non perdere la curiosità: magari, a differenza di me, quel libro te lo bevi tutto d'un fiato.

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    3. Vedremo, per ora non è in cima alla lista, ma non la dimenticherò.

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  5. Che bello, qualcuno con le mie stesse fissazioni! Io cerco di non abbandonare MAI un libro, per ragioni che mi sono completamente oscure dal momento che leggere con stanchezza e controvoglia si trasforma in una vera e propria perdita di tempo che avresti potuto dedicare a qualcosa di bello.
    Ma comunque, tra i miei recentissimi abbandoni ho Le correzioni di Franzen: e dire che ero pure a metà, ma ho dovuto ammettere con me stessa che per quanto interessante all'inizio, il suo non stile non fa per me. Per il resto mi riconosco in molti tuoi abbandoni: Hemingway (provato e riprovato più e più volte, ma niente), Il Rosso e il nero (però temo che derivi soprattutto da un problema di traduzione a dir poco obsoleta), La lunga vita di Marianna Ucrìa che ho trovato una delle cose più noiose mai scritte, e ancora oggi mi chiedo perché la Maraini sia considerata una così grande scrittrice.

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    1. Della Maraini ho provato a leggere soltanto La lunga vita di Marianna Ucrìa e non mi viene voglia di leggere altro, e dire che, per il genere e la tematica avrebbe dovuto conquistarmi... Quanto a Hemingway, in Addio alle armi sto trovando un terreno più favorevole, anche se rimangono degli aspetti che non mi convincono, come alcuni dialoghi poco sostanziosi e passaggi in cui i periodi sono a dir poco confusi e non capisco se sia dovuto alla traduzione (Pivano) o se l'autore si conceda come degli scatti di flusso di coscienza.

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  6. Abbandonare è sempre faticoso, ma per quanto mi riguarda, quando la fatica dell'abbandonare, il senso di colpa, vengono surclassati dalla fatica di leggere, allora ripongo e magari rimando.
    Ne ho scritto anch'io, ho abbandonato "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Calvino fra gli ultimi. Accade raramente ma accade.
    Ho abbandonato "Cent'anni di solitudine", "La Compagnia dell'Anello", un paio di libri di Eco, un libro sulla scuola di Paola Mastrocola (questo forse perché ho smesso di condividere le sue idee e il suo reiterarle mi ha irritato), "Abbaiare stanca" di Pennac.
    Non è un reato e non mi sento brutta e cattiva ad averlo fatto. Per i miei principi, avverto un certo senso di colpa ma ne accetto l'ineluttabilità.
    Sono sincera: mi irritano i commenti di chi risponde "no... ma come? è un libro meraviglioso! non puoi non amarlo! ma come puoi???". Non risponderei così a chi ha abbandonato "Il nome della rosa" o la saga di Harry Potter. In ciascun lettore o potenzialmente tale c'è un livello di preferenze, magari di momenti particolari, che rendono forse non condivisibile ma almeno comprensibile la sua scelta. Ecco.
    Descrivi assai bene nei tuoi abbandoni i motivi per cui sei stata costretta a farlo. Chi potrebbe negare che quei particolari sono innegabili e allo stesso tempo dei limiti per questi romanzi? E' la realtà dei fatti.
    Non è escluso che faccia ritorno a qualcuno dei classici che ho abbandonato, ma non so quando. Potrei ritentare ma mi appello al diritto di scegliere quello che preferisco e lasciare che resti uno spiraglio per qualche ritorno.

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    1. Anch'io trovo irritante che qualcuno possa in qualche modo arrogarsi il diritto di dire cosa sia degno o meno di lettura e quali libri siano irrinunciabili e impossibili da odiare e, all'opposto, quali altri siano letture indecorose, di serie B. Il libro è un oggetto molto personale e, se in qualche caso dobbiamo almeno riconoscere che certi testi hanno un ruolo-chiave nella storia letteraria e si può fare lo sforzo di leggerli per cercare di coglierne il valore, tuttavia deve essere garantito il diritto di ciascuno di dire che un libro X non vale nulla, che è incomprensibile, che non piace, che non ha lasciato alcun messaggio.

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