mercoledì 13 settembre 2017

Bartleby lo scrivano (Melville)

Ho il dovere di avvisarvi che oggi, nel parlare di Bartleby lo scrivano di Herman Melville, svelerò molti particolari sulla trama, perché è davvero difficile provare a delineare lo sviluppo di questo racconto e una sua interpretazione senza chiamare in causa diversi momenti della vicenda e il suo finale.
Bartleby lo scrivano, pubblicato nel 1853, è uno dei racconti più celebri della letteratura non solo americana ma addirittura mondiale: si è scritto molto su questo libriccino, se ne sono date le interpretazioni più disparate, che hanno coinvolto analisi sociologiche e addirittura percorsi religiosi. Perché della storia di Bartleby, il giovane impiegato occupato a trascrivere documenti legali per un avvocato di Wall Street, non si riesce proprio ad essere soddisfatti, perché è davvero difficile penetrare l'animo del protagonista e dare una spiegazione logica del suo comportamento, capace di disarmare il lettore quanto il narratore, che non è altri se non lo stesso datore di lavoro di Bartleby.
 
In un ufficio decisamente poco felice per collocazione, con due finestre che affacciano soltanto sui muri degli altri palazzi, un avvocato decide di affiancare ai due scrivani Turkey e Nippers, lunatici ad orari alternati (il primo dopo pranzo, il secondo prima della pausa), e al garzone Ginger Nut un terzo collaboratore. Si presenta Bartleby, un giovane distinto che si getta a capofitto nella copiatura dei documenti. Il problema è che Bartleby è tanto solerte nella copiatura quanto contrario al compito di rileggere quello che scrive, sicché, alla richiesta dell'avvocato di svolgere quell'attività assieme a lui e ai due assistenti, lo scrivano risponde con una frase che diventerà una costante nelle sue giornate lavorative e sempre più anche oltre l'orario di lavoro: «Preferirei di no» (I would prefer not to). Spiazzato e innervosito, l'avvocato è talmente preso dall'urgenza del suo lavoro da decidere di non dar peso alla cosa, certo che si tratti di un'inerzia temporanea. Ma la preferenza di Bartleby a non ottemperare alle richieste diventa sempre più ostinata, finché lo scrivano rifiuta addirittura di presentarsi al suo datore di lavoro quando chiamato. L'avvocato è allibito, impotente di fronte all'opposizione di Bartleby, che rifiuta di lavorare con una determinazione pari a quella con cui elude le richieste di informazioni personali: egli è un muro impenetrabile, una pietra inscalfibile, una pianta che ha messo radici salde nell'ufficio al punto da eleggerlo a propria dimora. Ma perché l'avvocato, nonostante lo spreco dello stipendio di Bartleby, l'astio di Turkey e Nippers e le malelingue che circolano sul conto del suo impiegato e che rischiano di intaccare anche la sua immagine, non si risolve a licenziare Bartleby? Ebbene, la passività di Bartleby, il suo registro espressivo monotonale, il suo perdersi nel guardare oltre la finestra sebbene non ci siano che mattoni da osservare e, infine, la scoperta che il giovane vive nell'ufficio e non si concede nessun tipo di svago, colpiscono violentemente l'avvocato, che vede in Bartleby una persona sola che, tuttavia, rifiuta ogni proposta di aiuto. L'avvocato di Wall Street arriva addirittura a cambiare ufficio, dato che Bartleby non si rassegna al licenziamento e occupa ostinatamente i suoi locali, eppure, quando il nuovo affittuario gli chiede di far allontanare il suo ex impiegato, scopre di non poter più recidere il legame con Bartleby, di essere ineluttabilmente costretto a porsi di continuo interrogativi sulle ragioni di quella silenziosa e pacifica opposizione.
Con questo breve racconto, Herman Melville riesce a tenere avvinto il lettore agli stessi laceranti interrogativi che si pone il narratore, gli fa provare il senso di impotenza e un nervosismo che fa stringere i denti ogni volta che dalle labbra dello scrivano esce quella frase «Preferirei di no». Le pagine scorrono rapide nel tentativo di decifrare Bartleby, con la speranza che qualcosa della sua vita passata o presente venga finalmente alla luce, fornendoci una chiave di interpretazione. Io l'ho letto due volte di seguito per trovarla, eppure non credo di esserci riuscita, o, per meglio dire, ho potuto avanzare solo delle congetture cui Bartleby non darebbe né cenni di assenso né di negazione, perché preferirebbe non sciogliere i miei dubbi.
Si è detto che Bartleby rappresenta colui che si ribella alla società americana e alla sua visione del lavoro (e questo spiegherebbe perché il sottotitolo del racconto è Una storia di Wall Street); in tal senso, Bartleby sarebbe il rivoluzionario non-violento che cerca di scardinare la visione del mondo americana almeno insinuandovi il dubbio e il senso di colpa, anche se questo richiede il suo sacrificio; Bartleby è stato visto anche come l'anticipatore dell'impiegato inetto che si sarebbe imposto nella letteratura europea con Kafka, Pirandello e Svevo, perché appare alienato e incapace di trovare un ruolo e una sintonia con la realtà che lo circonda.
Io, però, ho voluto dar credito anche alle voci che il narratore riporta nell'ultimissima pagina, che potrebbero illuminare il passato di Bartleby e, quindi, il suo comportamento, ma che restano appunto voci, pettegolezzi privi di assicurazione. Ebbene, nella conclusione si immagina che Bartleby fosse impiegato all'ufficio lettere smarrite di Washington e, come tale, dovesse ogni giorno visionare e bruciare corrispondenze morte, intraprese e mai concluse da persone ormai morte a loro volta. Un'occupazione triste, che avrebbe messo Bartleby di fronte ad un memento mori giornaliero e che potrebbe averlo spinto a far proprio un senso di vanità annichilente, togliendogli la voglia di agire e portandolo a consumarsi a poco a poco. Ha forse cercato riscatto in un lavoro completamente diverso, ma non ha trovato conforto e ha deciso di lasciarsi spingere avanti dall'inerzia, fino ad un punto in cui nemmeno la compassione altrui ha più potuto salvarlo. Quello di Bartleby è uno scnovolgente rifiuto della volontà, che ri rivela nell'uso di forme verbali deboli, il condizionale e il verbo preferire, e nella mancanza di ripetizione del verbo nella quasi totalità delle occorrenze della sua frase «Preferirei di no». Bartleby non dice «Non voglio» o «Mi rifiuto di rielggere i documenti che ho copiato»: lesina le parole, omette i verbi che si riferiscono alle azioni, come se volesse negare le azioni stesse. La sua è una condizione esistenziale di solitudine e disorientamento, ma il vero protagonista, colui che davvero vive un conflitto è il narratore, perché se Bartleby, semplicemente, si pone nella condizione di opporsi pacificamente, è lui, l'avvocato, e siamo noi, i lettori, a struggerci perché non possiamo ammettere un comportamento tanto sconsiderato e non vogliamo accettare la convivenza con un uomo che mette in crisi la nostra capacità di raziocinio.
Lo guardai impietrito. Il suo volto era smunto e composto, gli occhi grigi tranquilli e velati. Non un segno di turbamento lo animava. Fossevi stata, nei suoi modi, la minima traccia d'inquietudine, di collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, fossevi stato in lui alcun tratto d'ordinaria umanità, senza meno l'avei cacciato di forza dai miei uffici. Ma, per come stavano le cose, non mi sarebbe parso altrimenti che cacciar dalla porta il mio pallido busto in gesso di Cicerone.
CM.

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