giovedì 21 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (Kenneth Branagh, 2017)

Non amo i gialli, ma devo specificare che tendo a distinguere fra i gialli di ambientazione contemporanea e quelli di atmosfera storica: i primi mi lasciano sostanzialmente indifferente, a meno che non si contraddistinguano per un registro brillante e sarcastico, i secondi mi incuriosiscono. Questo orienta le mie scelte in fatto di libri e film e mi ha fatto apprezzare, per esempio, Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle e Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e i film che si sono ispirati ad essi e ai loro personaggi.
Prima di vedere Assassinio sull'Orient Express, quindi, avrei voluto leggere il romanzo da cui è stato tratto, anche se, alla fine, l'aver affrontato la pellicola senza alcuna consapevolezza delle vicende ha permesso il mantenimento della tensione e l'esercizio nello svolgere il mistero per quasi tutta la durata del film. Sapevo che avrei avuto di fronte un giallo della camera chiusa, una particolare tipologia narratologica che avevo apprezzato nel già citato Dieci piccoli indiani e che la soluzione del rompicapo non sarebbe stata scontata. Proprio per questo mi chiedevo come sarebbe stata presentato l'esito dell'indagine, dal momento che, a differenza del precedente titolo, sarebbe stato presente un personaggio che, in virtù di investigatore, avrebbe dovuto fornire la soluzione e che questa non sarebbe stata relegata ad un prologo. Del resto, Hercule Poirot è famoso per il suo intuito quanto per i suoi baffi.
Assassinio sull'Orient Express si apre a Gerusalemme, dove Hercule Poirot (Kenneth Branagh) è impegnato nella risoluzione di un caso spinoso di furto che minaccia la convivenza fra i tre grandi gruppi religiosi che convergono in città. Basta poco per accorgersi dello straordinario fiuto dell'investigatore e del suo perfezionismo maniacale, che lo porta a notare la leggera stortura di un nodo di cravatta ma anche a dividere il mondo che osserva fra ciò che è limpido, perfetto e onesto e ciò che, al contrario, è disordinato e scorretto. Piccoli particolari che solo l'occhio di Poirot è in grado di cogliere sono la chiave con cui lui indaga e classifica tutti coloro che lo circondano. Ma non è Gerusalemme il teatro del giallo che sta per consumarsi. L'investigatore raggiunge Istanbul, convinto di potersi godere una vacanza; qui viene raggiunto da un messaggio proveniente da Londra, con il quale si richiede il suo rientro immediato per risolvere un caso. Un amico gli procura un posto sull'esclusivo Orient Express, per la sfortuna di chi è pronto a farne il teatro di un delitto.
Durante la traversata dei Balcani, una slavina ricopre i binari e provoca il deragliamento del treno. Al sorgere del sole, mentre personale e passeggeri si ritrovano in attesa dei soccorsi, Samuel Ratchett (Johnny Depp), un losco uomo d'affari, viene trovato morto nel suo scompartimento. L'intervento spetta a Poirot, che non può fare a meno di pensare che la morte violenta dell'uomo sia collegata alle minacce che Ratchett gli ha confidato di aver ricevuto più volte e a causa delle quali aveva chiesto, senza ottenerla, la sua protezione. Poirot esamina gli indizi sulla scena e non tarda a scoprire che Ratchett aveva un'identità segreta e che non era il contrabbando di opere d'arte il motivo per cui qualcuno poteva volerlo morto. Di una cosa Poirot è certo: l'Orient Express non può essere stato raggiunto da alcuna persona esterna e, più precisamente, nessuno che non viaggiasse sullo stesso vagone in cui dormiva Ratchett avrebbe potuto entrare nel suo scompartimento e ucciderlo. Tutti i passeggeri sono sospettati: la principessa Natalia Dragomiroff (Judi Dench) e la sua accompagnatrice Hildegard Schmidt (Olivia Colman), la devota Pilar Estravados (Penélope Cruz), i coniugi Rudolph e Helena Andrenyi (Lucy Boynton e Sergei Polunin), la ricca vedova Caroline Hubbard (Michelle Pfeiffer), l'accademico Gerhard Hardman (Willem Dafoe), l'assistente di Ratchett Hector MacQueen (Josh Gad) e il suo maggiordomo Edward Masterman (Derek Jacobi), l'istitutrice Mary Debenham (Daisy Ridley), il dottor Arbuthnot (Leslie Odom) e il venditore di automobili Biniamino Marquez (Manuel Garcia-Rulfo). Ciascuno di loro sembra avere un valido movente, ma anche alibi che trovano puntualmente conferma nella testimonianza degli altri passeggeri e Poirot ha giusto il tempo dell'arrivo dei soccorsi e del ritorno sui binari dell'Orient Express per smascherare il colpevole.
Non posso lanciarmi in un raffronto con il libro (che, pure, sono curiosa di leggere, per individuare confronti ed eventuali variazioni), ma, sciolto dal testo di riferimento, Assassinio sull'Orient Express è un film coinvolgente, attento ai dettagli e attraente anche per le scelte tecniche effettuate, dall'uso dei colori, sempre molto marcati e volti alla ricostruzione dell'atmosfera dei primi anni '30, alle inquadrature, che si adattano alla forma e agli spazi ristretti degli scompartimenti e sembrano quasi assecondare il gioco delle prospettive limitate e distorte che rappresenta il dipanarsi dell'indagine stessa.


Forse la pregressa conoscenza della narrativa di Agatha Christie ha reso meno incisivi i colpi di scena e, in qualche modo, ha suggerito in anticipo (anche se non così rapidamente) la soluzione del mistero, tuttavia questo è il rischio che si corre con qualsiasi trasposizione.  Tuttavia non è tanto la vicenda ad esercitare il magnetismo, quanto la capacità di adattarne i risvolti al tempo e di giocare con le trasformazioni culturali delle dinamiche presentate. Dal film, infatti, emergono importanti considerazioni etiche e mi chiedo se siano presenti anche nel romanzo: ecco che l'iniziale gap che ritenevo volgesse a sfavore del libro e che avrebbe potuto allontanarmi dall'esperienza delle pagine si rivela invece un valido motivo per leggerlo.

C.M.

12 commenti:

  1. Ho in programma di andare a vederlo nei prossimi giorni (il libro non l’ho letto), quindi sono contenta di scoprire che merita. Colgo l’occasione per farti gli auguri di Buon Natale, visto che siamo già in pieno clima festivo :-)

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    1. Sono curiosa di sapere cosa ne pensi tu! Ti ringrazio e ricambio gli auguri: buone feste! :)

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  2. Farai bene Cristina a leggere il libro e vedrai quanto sarà più emozionante del film. La Christie ha usato dinamiche così particolari nello svolgimento dei fatti e nella caratterizzazione dei personaggi che tutti i suoi libri meriterebbero di essere chiamati opere.

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    1. Dieci piccoli indiani mi aveva colpito proprio per questo e sono davvero curiosa di leggere altri suoi romanzi!

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  3. Io non sono andata a vederlo, proprio perché vorrei leggere prima il romanzo, però già il trailer mi ispirava.
    Anche perché mi fido del regista.

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    1. Il regista ha fatto un ottimo lavoro... anche come attore, naturalmente!

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  4. Sono d'accordo con te: il bello del film (perchè il film è bello) non è tanto l'intreccio in sè quanto la descrizione di un'epoca e la sua rappresentazione. E' un film che riesce ancora a far sognare la gente, a farla desiderare di essere sopra un treno ormai "mitico", a farla tuffare dentro i magici anni '30... un film che riesce a riportare il pubblico al cinema, e di questi tempi non è affatto poco.

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    1. Esatto: c'è l'atmosfera, c'è il giusto meccanismo per intrattenere lo spettatore e, in effetti, anche gli ingredienti giusti per trascinarlo in sala.

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  5. Sarà perché avevo visto la precedente trasposizione cinematografica con un cast splendido e le ambientazioni perfettamente riprodotte, ma non sono riuscita ad apprezzare questo remake con Deep.Il romanzo lo avevo letto diversi anni fa e mi aveva colpita positivamente!

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    1. Immagino che aver già fatto esperienza di una precedente trasposizione possa influenzare il giudizio, perché crea un parametro di riferimento, del resto l'impatto con un film (con le arti in genere) è sempre soggettivo. A questo punto sono curiosa non solo di leggere il libro ma di vedere il precedente film!

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  6. Io invece l'ho trovato di una noia...assassina!
    Zero magnetismo, zero ritmo: eppure la trama era buona, gli attori pure. Un'occasione mancata e non capisco bene perché.

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    1. Forse perché si è puntato molto sull'atmosfera e si è data per scontata la bravura del cast: in un certo senso, il film è stata una celebrazione di ruoli e narrativa,ma sulla tensione e il ritmo ha puntato poco.

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