martedì 16 gennaio 2018

Gli interpreti - W. Soyinka

Quando ci si trova di fronte all'opera di un autore insignito del premio Nobel è difficile esprimere un giudizio obiettivo e tranquillo, dato due sono gli slanci spontanei: o si osanna il capolavoro, magari proprio per l'influenza del prestigioso riconoscimento, oppure si prendono le distanze da esso, limitandosi ad ammettere di non essere riusciti a capirlo, ché dirne male sarebbe quasi un sacrilegio.
 
Ecco, io mi trovo in questa situazione da quando ho terminato Gli interpreti di Wole Soyinka (1976), anzi, quasi dal momento in cui ho iniziato questo libro. Recentemente ripubblicato da Jaca Book nella collana Calabuig con la traduzione di Carla Muschio, questo romanzo è il primo dello scrittore nigeriano e ha non pochi legami con l'esperienza personale del suo autore. Infatti anche Soyinka, come i personaggi principali del libro, ha studiato in Inghilterra ed è poi ritornato nel proprio Paese di origine, peraltro scontando le dure conseguenze del suo impegno politico con il carcere, la persecuzione e una condanna a morte caduta solo con la fine della dittatura nello Stato africano; la biografia di Soyinka, inoltre, spiega perché il romanzo sia stato scritto per la prima volta in lingua inglese.
Gli interpreti cui allude il titolo del libro sono Egbo, un impiegato ministeriale, Bandele, professore universitario, Sagoe, un giornalista particolarmente incline all'alcol e alla filosofia scatologica (sì, scatologica) del Vuotismo, lo scultore e ingegnere Sekoni e l'artista Kola. Rientrati in Nigeria dopo la conquista dell'indipendenza nel 1960, i cinque giovani devono relazionarsi con una realtà sociale e culturale nella quale il passato delle tradizioni tribali, le loro aspettative nutrite in Occidente e i compromessi fra lo spirito africano e quello dei colonizzatori danno luogo ad una complessa commistione. Egbo oscilla fra l'accettazione del suo ruolo di burocrate, ma è al contempo incapace di ignorare lo stimolo costituito dall'eredità del nonno, un capovillaggio arricchitosi con il contrabbando; Sekoni non si è mai ripreso dalla delusione di essere stato coinvolto in un progetto per la realizzazione di un impianto elettrico volto soltanto alla promozione di uno scabroso gioco di appalti e corruzione; Kola è occupato a dipingere un moderno Pantheon per il quale ricerca affannosamente modelli. Attorno a questi personaggi si muovono comparse molto particolari, come Dehinwa, una donna di cui Sagoe critica i gusti estetici e che d'improvviso si ritrova la casa invasa dai famigliari che temono che si faccia mettere incinta dall'uomo di etnia sbagliata, Monica, la moglie europea di Ayo Faseyi, costantemente preoccupato della sua inadeguatezza rispetto alle tradizioni nigeriane che, infatti, ella infrange senza esserne consapevole, o il predicatore Lazzaro, con le cerimonie grandiose della sua chiesa e il progetto di redimere un giovane ladruncolo cui impone il nome biblico di Noè.
Gli interpreti non è, in realtà, un vero e proprio romanzo: la narrazione è frammentaria, fatta di episodi ambientati ora nelle periferie e lungo i fiumi percorsi in canoa, ora negli uffici e negli appartamenti degli intellettuali. I personaggi si affacciano a capitoli alternati, talvolta si incontrano e talaltra aprono nuove parentesi di racconto in cui sono spalleggiati da personaggi minori e che sembrano non avere una precisa funzione. Del resto, il loro è lo sguardo di chi cerca di dare un senso al contesto in cui si è calato, di interpretare, come dice il titolo, una situazione nuova, in cui fermenti di rinnovamento culturale e religioso si fondono con la permanenza di abitudini dure a morire. Ma interprete deve essere un po'anche il lettore, che deve destreggiarsi fra nomi, concetti della cultura nigeriana e un linguaggio molto difficile, simbolico, con metafore che rampollano le une sulle altre e lunghe sequenze di ricordi o visioni che intaccano il filo della narrazione.
 
Wole Soyinka
 
Proprio questa difficoltà ha determinato la mia freddezza di fronte al romanzo, che, pure, per diverse pagine è anche riuscito a incuriosirmi, ad esempio con la narrazione della passione del giovane Egbo per l'irraggiungibile Simi o nelle sezioni in cui i Fasenyi affrontano i loro dibattiti sull'incompatibilità fra alcuni comportamenti di Monica, le aspettative della società cui appartiene Ayo e la speranza della madre stessa di quest'ultimo che la nuora chieda il divorzio e si liberi dal fardello del loro rapporto. Però la curiosità non è bastata a farmi superare lo scoglio: forse anche per la distanza culturale, ho faticato molto a trovare un senso nella narrazione, che, comunque, Soyinka ha voluto complessa proprio per adeguarla alla materia trattata. Delle note più estese e approfondite e un'introduzione volta più al lettore comune che allo specialista dell'opera dello scrittore nigeriano avrebbero forse aiutato, ma Gli interpreti resta un romanzo estremamente impegnativo e arduo, che mi ha reso impossibile sentirmi a mio agio fra le pagine.
«È così impossibile sigillare il passato e lasciarlo perdere? Lasciamolo stare nella sua innocua anacronistica unità così da potervi attingere a piacimento e abbandonarlo senza impegno, senza imposizioni! Uno ne ha bisogno soprattutto quando il presente, altrettanto futile, si distingue solo per una mancanza di coraggio particolarmente abietta.»
C.M.

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