venerdì 23 marzo 2018

L'arte della fuga - F. Sjöberg

Fredrik Sjöberg si è già imposto all'attenzione dei lettori italiani con i due particolarissimi libri L'arte di collezionare mosche e Il re dell'uvetta. Di nuovo con l'editore Iperborea l'autore ha trovato voce nel nostro Paese con L'arte della fuga, un romanzo/biografia che in parte riprende l'impianto dei due volumi precedenti, in parte se ne distacca. Ancora una volta, infatti, l'autore svedese ha seguito le tracce di un personaggio che ha ritenuto meritevole di attenzione, tuttavia ha abbandonato il mondo del collezionismo naturalistico e ha scelto di dedicarsi ad un artista.
Il protagonista de L'arte della fuga è il pittore Gunnar Widforss, acquarellista di Stoccolma che ha girato il mondo, fino a farsi apprezzare in America come pittore di paesaggi, soprattutto a seguito della sua frequentazione dei Parchi nazionali, come quello dello Yosemite, nel quale amava accamparsi. Sjöberg racconta di essersi appassionato a questo personaggio dopo essersi imbattuto in un suo dipinto in una casa d'aste e di non aver potuto porre freno alla sua voglia di sapere di più della storia dell'artista suo connazionale, cercando ovunque le sue lettere, a costo di scomodare figli segreti e ricchi imprenditori. Sjöberg insegue Widforss per tutto il mondo, fra i viaggi da lui compiuti e quelli solo sognati, dedicando ampio spazio al suo pellegrinaggio fra Nevada, Arizona e Colorado, nell'esplorazione di quel Gran Canyon nel quale, su un auto, Widforss trovò la morte.
L'arte della fuga è, ancora una volta, una testimonianza della particolare vena narrativa di Sjöberg, del suo interesse per aspetti minuti e marginali della storia culturale. Stavolta l'autore si muove in un terreno che, rispetto agli altri due testi, ha il comune denominatore del legame fra il suo protagonista e il mondo naturale, tuttavia spazia molto più nella biografia strettamente personale e in aneddoti di interesse secondario.
Il libro chiude la linea discendente che aveva già legato L'arte di collezionare mosche, che mi aveva colpita per la sua originalità, a Il re dell'uvetta, comunque ricco di curiosità ma meno avvincente: con questo terzo libro è mancata la sintonia, sebbene fossi molto più interessata alla biografia di un artista che a quella di due naturalisti. Purtroppo in questa lettura è mancato il ritmo e certi capitoli mi sono sembrati uno sfoggio di conoscenze poco produttivo, cosicché ho arrancato verso il finale. Spero che questa china negativa sia ribaltata da testi futuri, anche se, forse, mi aspetto da Sjöberg un cambio totale di direzione, affinché il suo estro letterario non si adagi in manierismo.
Sappiamo poco di tutto. È raro che sappiamo molto di qualcosa, e solo in casi eccezionali ne sappiamo più di tutti gli altri. Di solito si diventa migliori in un campo estremamente limitato e insignificante, è comunque già qualcosa ed è sorprendentemente facile riuscirci, in particolare se lo paragoniamo alla difficoltà di stare dietro a tutto il resto, alle cose di cui sappiamo poco o di cui sappiamo un po’ma non troppo.
C.M.

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