lunedì 16 aprile 2018

fiore frutto foglia fango - S. Baume

Solitamente evito i libri e i film che hanno per protagonisti dei cani e come tema quello del loro rapporto con gli esseri umani. Non riesco a sopportare il pensiero che possano essere storie malinconiche, che parlano di legami tanto profondi quanto solo chi ha avuto un animale domestico può comprendere. Il fatto è che ho sempre paura di impattare con un finale amaro, con la necessaria separazione dall'amico a quattro zampe, che è qualcosa di insostenibile per me, al punto che persino l'episodio del cane Argo nell'Odissea è ad ogni lettura più lacerante.

Con fiore frutto foglia fango di Sara Baume ho voluto correre il rischio. Di questo romanzo, recentemente pubblicato da NN editore nella traduzione di Ada Arduini, mi affascinavano già le poche righe di sinossi e la citazione in copertina e mi sembrava che la storia di due solitudini che si incontrano, quella di un uomo e di un cane, fosse un richiamo e, insieme, una sfida.
Il cane attorno al quale si dipana la vicenda è un randagio sopravvissuto allo scontro con un tasso dal quale è uscito guercio, destinato ad essere abbattuto. Lo sceglie, però, Ray, un sessantenne incapace di integrarsi con la società, emarginato, che vive di una routine piuttosto squallida, in una casa sporca e maleodorante sulla costa irlandese. Ray adotta Unocchio - questo il nome che gli dà - allo scopo di liberarsi dei topi che infestano la vecchia casa, ma questa motivazione lascia spazio ad un'amicizia del tutto originale fra un essere umano e un cane che si cercano a vicenda e che condividono tutto, dallo spazio agli odori. Quando Unocchio aggredisce un altro cane, Ray capisce che, per evitare che l'animale che ha salvato torni al canile e rischi di essere soppresso, deve abbandonare l'unico rifugio che abbia mai avuto: raccatta pochi oggetti, li getta in auto e si mette a vagare senza meta, col solo pensiero di salvare l'unico legame che sia riuscito a costruire dalla morte di suo padre.
In fiore frutto foglia fango, a ben guardare, la narrativa appare più un pretesto che una finalità. Sara Baume non ci racconta grandi avventure che hanno come protagonisti Ray e Unocchio, ma pone in risalto la sintonia fra questi due personaggi, entrambi soli, entrambi disadattati, entrambi rifiutati, entrambi oggetto di pregiudizi e scherno. Il libro è un lungo monologo di Ray, al quale basta una silenziosa compagnia, sonnecchiante o intenta a sbocconcellare le carcasse abbandonate sulla spiaggia, per affrontare i suoi pensieri, ciò che non ha modo di confidare a nessuno, perché bloccato in un passato segnato dal senso di inadeguatezza o perché contrario al comune senso del decoro. Ray, di fronte a Unocchio, non ha paura di apparire sudicio, non ha paura che la sua casa assomigli a una discarica né di dormire in un'auto parcheggiata ogni notte di fronte ad un diverso cancello, perché il suo amico scampato alla lotta col tasso è sempre accanto a lui, adagiato nella sua stessa routine, soddisfatto di essa. A volte i comportamenti fuori controllo di Unocchio spingono Ray a redarguirlo e a punirlo, ma nell'inquieto quadrupede l'uomo scorge subito dopo se stesso, una creatura che non può essere ingabbiata nelle comuni categorie di giudizio della gente.
Tornati a casa di mio padre, ti riposi vicino ai miei piedoni sul tappeto del soggiorno e io fumo arruffandoti le radici rosse del pelo. Adesso sei tornato tu. Quel tu che non si siede, non resta fermo, non si blocca e non sta al piede a comando, che non viene quando lo chiamo, che non sa camminare come si deve, proprio per niente. Eppure devo ammirare il modo in cui resti te stesso. Non voglio trasformati in uno di quei giocattoli a batteria che abbaiano e fanno la capriola quando premi l’interruttore. Ho sbagliato a dirti che sei stato cattivo. Ho sbagliato a cercare di importi un po’ della mia umanità, visto che il genere umano non mi ha mai portato niente di buono.
Solo con Unocchio Ray può comunicare: i dialoghi, in fiore frutto foglia fango, sono meno che essenziali, spesso le parole che Ray ascolta sfumano in ciò che lui ricorda o crede di aver udito, come le grida lontane della donna che minaccia di chiamare l'accalappiacani. Eppure a Ray le parole non mancano, anzi, conosce con precisione i nomi delle piante e sa descrivere con toni molto poetici il trascorrere del tempo. Solo che nessuno, se non il muto e scalmanato Unocchio, può instaurare con lui qualcosa di simile ad un dialogo.


Al termine della lettura di questo libro sono rimasta un tantino spiazzata, perché mi aspettavo una conclusione che non è arrivata. Il romanzo, del resto, è, come dicevo, una meditazione in prosa, una sequenza di spunti motivati dai gesti e dagli spostamenti dei due protagonisti. In fiore frutto foglia fango il lettore trova soprattutto una tenera rassegna di comportamenti che coloro che hanno avuto un cane non possono non riconoscere, dalla comicità di una testa che si piega nello sforzo della comprensione alla capacità di prevedere l'apparizione del più piccolo pezzetto di cibo; ma c'è anche e soprattutto una profonda riflessione sugli animali e sulla facilità con cui si accontentano di esseri umani imperfetti e incorreggibili, ricambiandoli con la loro spontaneità.
Vorrei essere nato con la tua capacità di stupirti. Non mi dispiacerebbe vivere meno, se la mia breve vita potesse essere intensa come la tua.
C.M.

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