mercoledì 22 agosto 2018

La famiglia Aubrey - R. West

Spesso le saghe familiari si caratterizzano per un'assenza o per una forte riduzione degli elementi di azione, dei colpi di scena: sembrano romanzi fatti di annotazioni, di registri manipolati dall'arte narrativa dell'autore, di pensieri e descrizioni che, mentre non ci mostrano nulla di chiaramente definibile, di ascrivibile ad un contorno, ad una precisa scena, ci lasciano scivolare fra le trasformazioni che investono i protagonisti. Terminata la lettura, magari non sappiamo dire cosa sia accaduto, ma ci rimane la chiara percezione che il punto di arrivo ci ha portati molto lontano da quello di inizio, perché, senza accorgercene, siamo diventati amici, confidenti dei personaggi, assumendo la loro prospettiva, cogliendo gli eventi senza intravvedere il disegno complessivo. Di solito è a questo che si legano il fascino e anche il senso di malinconia che caratterizza questo genere di libri.

Con La famiglia Aubrey, primo romanzo della trilogia firmata da Rebecca West (1892-1983) in corso di pubblicazione per Fazi Editore nella traduzione di Francesca Frigerio, questa sensazione si è già ripresentata e apre la strada a ottime aspettative in merito al proseguimento del racconto.
Questa è una delle cose peggiori della vita, che l’amore non ci regala il buon senso, anzi, è la strada più sicura per perderlo. Amiamo le persone, e diciamo che vogliamo dar loro qualcosa di più dell’amicizia, ma l’amore ci confonde al punto tale che in realtà facciamo molto meno, anzi, qualche volta quello che facciamo sembra quasi dettato dall’odio.
Seguendo la voce narrante di Rose Aubrey, una giovanissima pianista che, assieme alla sorella Mary, si prepara a diventare una concertista sotto la guida della madre, assistiamo alle altalenanti sorti dell'intera famiglia. Il padre, Piers, è un brillante e ammirato intellettuale, ma sperpera i soldi della famiglia nel gioco e in investimenti fallimentari. La sorella maggiore, Cordelia, si ostina a suonare il violino e a farsi spingere da un'insegnante piuttosto ottusa in concerti di livello mediocre con aspettative decisamente troppo alte, nel vano tentativo di guadagnare con la musica i soldi che mancano per sottrarsi alle umiliazioni. Clare, la madre, è disorientata, concentrata com'è sulla preparazione musicale delle figlie, sul ridimensionamento delle ambizioni immoderate di Cordelia e sulla strenua difesa di un marito che non comprende fino in fondo. Rose e Mary, in tutto questo, sono delle silenziose testimoni, affiancate dal fratello minore Richard Quin, che stempera i momenti più drammatici con un ottimismo fanciullesco.
Il quadro de La famiglia Aubrey è piuttosto lineare, dato dall'incontro di questi slanci estremamente quotidiani, pieni di disillusione e di duri impatti con la realtà. Non mancano alcuni passaggi lenti, apparentemente pleonastici, ma poi arrivano pagine con intense riflessioni sull'essere umano, sui suoi sentimenti, sui suoi sogni e sul confronto fra i desideri e la difficoltà di realizzarli. Ha scritto bene Alessandro Baricco: è come percorrere un fiume che scorre lento, incontrando, di tanto in tanto, una barca e ciò che il lettore può fare è soltanto cercare di comprendere questo ritmo e adattarvisi. 
La storia degli Aubrey è una storia comune, verosimile, condita con qualche elemento di fantasia - le apparizioni di un poltergeist nella casa della cugina, i cavalli immaginari che alimentano i giochi dei bambini - che le conferisce sfumature originali. 
Sempre Baricco scrive che Rebecca West «sembrava annotare le verità dei viventi come se fossero un elegante arredo alla falsità della vita. Non aveva l’aria di voler risolvere o svelare alcunché» e questo conferma la mia impressione sulla pseudo staticità della saga, nella quale molto avviene senza che ce ne rendiamo conto. Al punto che l'epilogo, nel quale la stessa Rose, che è stata per tante pagine e per tanti anni una voce neutra, un'attenta spettatrice delle vicissitudini dei suoi famigliari, risulta il momento più coinvolgente del romanzo, quello in cui sembra che, finalmente, ella trovi il suo posto in una storia che non l'ha mai messa nelle condizioni di fare la differenza, una storia nella quale sentiva di non esistere. Una considerazione che prelude ad un secondo, avvincente capitolo.
Oh, la musica parla della vita, suppongo, e specialmente di quello che della vita non riusciamo a comprendere, altrimenti le persone non si darebbero la pena di raccontarlo per mezzo delle note. Ma non sono in grado di dire a parole quello che intendo.
C.M.

lunedì 20 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #5: Miyajima e Hiroshima

Siamo giunti alla conclusione del percorso dedicato al Giappone. Tokyo con Shinjuku, Shibuya, Asakusa e Akihabara, Takayama, Shirakawago, Kanazawa e Kyoto sono ormai alle spalle e non resta che l'ultima tappa del viaggio: Hiroshima con la sua baia e l'isola di Miyiajima. Partiamo proprio da quest'ultima, osservando l'ordine delle escursioni.
 
Miyajima, O-torii visto dal santuario Itsukushima
 
Miyajima, conosciuta anche come Itsukushima dal nome del maggior santuario shintoista sorge su di essa, è un'isola che è considerata Patrimonio dell'Umanità nella sua interezza dal 1996: non solo la principale area sacra con il suo celebre O-torii, ma anche il mare e la foresta del monte Misen determinano il prestigio e la bellezza di quest'isola del San-yo, l'area dell'Honsu occidentale affacciata sul Mare interno (Seto-naikai). Miyajima è perlopiù meta di escursioni giornaliere, ma noi abbiamo scelto di alloggiare in un ryokan, un albergo in stile giapponese fornito anche di onsen, cioè di una rilassante area termale affacciata direttamente sulla foresta e i ruscelli che discendono dal Misen.
 
Miyajima, ponte alle spalle del santuario Itsukushima
 
La maggior attrazione di Miyajima, come dicevo, è il santuario Itsukushima, dedicato alle tre dee Munakata, cioè Ichikishimahime, Tagorihime e Tagitsuhime, kami protettrici del mare e dei traffici, generati da Amaterasu tramite la spada di suo fratello Susanoo. Il santuario, risalente alla fine del VI secolo, comprende una cella principale dedicata ad esse, oltre ad una serie di santuari minori, tutti collegati tramite dei ponti sospesi nei quali confluisce l'acqua marina. Con l'alta marea, gli edifici compresi fra il grande O-torii di legno di canfora rosso, simbolo dell'isola, e la cella delle divinità, il santuario appare come uno spettacolare complesso di palafitte incorniciato dalla vegetazione insulare; quando, invece, il mare raggiunge il livello più basso, si può camminare quasi fino alla base del torii, che si eleva fino a 16 metri di altezza. Rimanendo sull'isola tutta la giornata si può ammirare la variazione della marea e della luce su questo angolo meraviglioso in cui si avvertono tutta la spiritualità e l'incanto del luogo.
 
Miyajima, uno dei tanti cerbiatti che bazzicano per l'isola
 
Ai due lati del santuario Itsukushima si elevano il santuario Hokoku, voluto da Toyotomi Hideyoshi nel 1587 in onore dei caduti di guerra e per conservare i sutra buddisti; l'edificio è dunque un esempio della fusione dei due maggiori culti giapponesi, infatti alle sue spalle sorge una pagoda a cinque piani, al cui colore rosso il santuario avrebbe dovuto uniformarsi, se Hideyoshi non fosse morto prematuramente. All'interno dell'Hokoku si estende un pavimento di 857 tatami e sono conservati gli shakushi, mestoli da riso che sono fra i simboli di Miyajima, offerti come tributo dai guerrieri per l'assonanza fra il verbo che significa 'prendere il riso' e quello che significa 'conquistare'. Il più grande shakushi è esposto nella principale strada dell'isola.
 
Miyajima, vista dal monte Misen
 
Passeggiando per Miyajima non solo si possono gustare tantissime prelibatezze, dagli spiedini di polpo e granchio ai cracker di riso, dalle ostriche fritte ai panini al vapore ripieni di carne, pesce o verdure, dal pesce fritto ai momiji (delle focaccine dolci ripiene di confettura di fagioli azuki a forma di foglia d'acero, pianta chiamata, appunto, momiji), ma si incontrano, perfettamente a loro agio fra i turisti, tantissimi cerbiatti selvatici, che discendono dalla foresta del parco Momijidani per rubacchiare cibo... e masticare vestiti!
Miyajima significa 'isola santuario' e questo nome è dovuto principalmente al santuario Itsukushima, ma tutta la sua superficie è costellata di edifici religiosi shintoisti o buddhisti; lo stesso percorso sul Misen, all'interno della riserva naturale, appare come una sorta di pellegrinaggio. Noi abbiamo raggiunto l'altezza di 430 metri con la funivia, ammirando nella salita le isolette che circondano Miyajima, per poi discendere (faticosamente) attraverso i sentieri che collegano la cima del Misen alle sue falde. Siamo così passati dal tempio Misenhondo, che custodisce la grande campana bronzea donata dal guerriero Taira Munemori nel XII secolo, dal santuario degli innamorati Reikado, in cui arde la fiamma eterna Kiezu-no-hi, dal tempio Sankido, dal quale si riversavano nel bosco i versi dei sutra, e da diversi altri piccoli santuari.
 
Miyajima, un piccolo Jizo in lettura
 
La discesa ci ha condotti direttamente al tempio buddista Daisho-in, fondato nel XII secolo; il complesso è circondato da aceri e alcuni ci hanno offerto un saggio della colorazione rossa che in autunno rende particolarmente suggestivo questo luogo. Nei pressi dei santuari e degli incroci lungo il percorso si incontrano diverse statue di Jizo Bosatsu, una divinità dalle sembianze di un monaco, spesso adornata di bavagli e berretti e affiancata da statue più piccole nelle pose più diverse, che i passanti hanno arricchito con occhiali e cappelli. Il motivo di questa particolare usanza è legato al fatto che Jizo rappresenta i voti dei genitori che hanno perso i loro figli e che, in qualche modo, hanno iniziato a trattare le sue statue come dei bambini di cui prendersi cura. La medesima abitudine si è riversata sulle 500 effigi di un'altra divinità buddista, Rakan, ciascuna delle quali presenta pose ed espressioni differenti: lungo il fianco del Daisho-in si può osservare questa immensa distesa di statue munite di berretti colorati, sulle mani delle quali turisti e pellegrini hanno depositato delle monete. 
 
Miyajima, statue di Rakan nel tempio Daisho-in
 
Il tempio Daisho-in è celebre anche per scalinata che sale fra il cancello Niomon, sorvegliato dalle statue del re guardiano, e il cancello Onarimon: il corrimano centrale è costituito da 600 rotoli che rappresentano i volumi del Dai-hannyako Sutra, che si ritiene portino fortuna a chi, percorrendo i gradini, li faccia ruotare con le mani. Sul fianco della scalinata, nello spazio intermedio fra questa e il cammino dei 500 Rakan, è collocata una campana che si può suonare per ricevere la protezione del dio. Il cuore del complesso ospita degli edifici dedicati alle diverse divinità associate al Buddha, il guerriero Namikiri Fudo Myo, cui Toyotomi Hideyoshi era devoto e al quale è dedicata una galleria di mille effigi, Kannon, Jizo e Amida Nyorai, divinità della luce, oltre che, naturalmente, dello stesso Buddha, colto nel momento del Nirvana. Purtroppo non siamo riusciti a visitare ogni anfratto di questo complesso templare, anche perché il traghetto per Hiroshima ci attendeva.
 
Miyajima, complesso del tempo Daisho-in
 
A Hiroshima ci siamo concentrati sul Parco della Pace, creato nei pressi dell'unico edificio che la bomba atomica ha parzialmente risparmiato nell'area dell'esplosione: il padiglione delle esposizioni commerciali progettato dall'architetto ceco Jan Letzel e ormai noto come Cupola della bomba atomica (Genbaku Domu) o come Memoriale della Pace. Abbiamo tutti nella mente questa struttura, soprattutto l'intelaiatura metallica della sua cupola, che i libri di storia ci hanno abituato a riconoscere. Eppure trovarsi lì davanti, in un parco che, pur essendo immerso in una città trafficata, è silenzioso, dà una sensazione terribile, perché si avverte chiaramente che quel sito non avrebbe dovuto attirare la nostra attenzione, che non sarebbe dovuto essere altro che una costruzione come tante.
 
Hiroshima, Genbaku Domu
 
Dalla Genbaku Domu, di fronte alla quale una targa motiva la nomina a Patrimonio Unesco nel 1996, si apre un percorso luttuoso, all'insegna della memoria ma anche della speranza che al valore della memoria stessa si lega e che ho visto rappresentato nella scena di un padre che cercava di spiegare alla figlia qualcosa di inspiegabile.
Erano le 8.15 del 6 agosto 1945 quando Hiroshima fu sconquassata dalla deflagrazione dell'ordigno statunitense Little Boy. Il 9 agosto una seconda bomba fu sganciata su Nagasaki. Le vittime delle esplosioni e delle radiazioni propagatesi successivamente ammontano a circa 200.000. Il Parco della Pace serve a ricordare la tragedia e ad ammonire l'umanità sugli orrori della guerra.
 
Hiroshima, Campana della Pace
 
Accanto alla cupola si incontra il primo di tantissimi monumenti che sorgono in quest'area, dedicato agli studenti mobilitati durante la guerra, ma il parco vero e proprio si estende dall'altra parte del fiume Motoyasu. Qui, nei pressi di un museo, un disco di pietra rappresenta un orologio fermo sulle 8.15, a indicare l'ora in cui tante vite sono state spezzate. Fra i numerosi monumenti che si possono qui osservare vanno segnalati la Campana della pace, che tutti i visitatori sono invitati a suonare in segno di preghiera, il cenotafio per le vittime e lo stagno che lo separa dalla cupola, che crea, grazie alla prospettiva della costruzione, un collegamento fra ciò che la bomba ha lasciato e ciò che ha distrutto. Nel mezzo dello stagno, fra i due elementi-chiave del parco, arde Heiwan-to, la fiamma della pace accesa con il fuoco di Kiezu-no-hi di Miyajima e che verrà spenta solo quando l'ultima arma nucleare sarà stata distrutta. 
 
Hiroshima, Monumento dei bambini per la pace
 
L'elemento che, però, produce l'emozione più forte è il Monumento dei bambini alla pace, sulla sommità del quale è rappresentata Sadako Sasaki, miracolosamente sopravvissuta all'esplosione ma morta di leucemia nel 1955, prima di completare la realizzazione di mille gru di origami che le avrebbe permesso di esprimere e veder realizzato il suo desiderio di guarigione e di pace.
 
Hiroshima, cenotafio per le vittime della bomba atomica
 
Dopo il pomeriggio di raccoglimento nel parco di Hiroshima, abbiamo ripreso il treno in direzione di Osaka, che abbiamo raggiunto in serata e che è stata poco più che un appoggio per l'ultima notte in Giappone, in attesa di riprendere l'aereo. La mattinata che ci ha separati dal volo, infatti, è bastata appena per visitare il castello di Toyotomi Hideyoshi, interamente adibito a museo, per assaggiare quella parte di storia che documenta l'avanzata di Tokugawa Ieyasu e le battaglie da lui combattute contro il clan Toyotomi. La visita è poco appagante per i visitatori non giapponesi, in quanto solo una parte dei reperti esposti, perlopiù documenti di corrispondenza, presenta delle didascalie; notevoli sono gli esempi di armature dei samurai, tuttavia non basta questo a rendere proporzionale il costo del biglietto, giustificabile forse per il godimento della vista sulla città, cui abbiamo rinunciato perché ormai abbattuti (abbattuta io, ad essere sincera) dal caldo e dalla fatica.
 
Osaka, castello
 
Si conclude qui il mio diario di viaggio, ma vorrei dedicare al Giappone un ultimo post, così da condividere dei consigli e delle indicazioni per chi si appresta a visitare questo splendido Paese, e per tenerli a mente io stessa, se mai avrò la possibilità di ritornarci.
Dōmo arigatō.

C.M.

lunedì 13 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #4: Kyoto

L'antica capitale del Giappone è stata una delle tappe più affascinanti e ricche di attrattive di tutto il viaggio. Dopo le due giornate a Tokyo (di cui raccontavo qui e qui) e quelle trascorse fra Takayama e Kanazawa, abbiamo raggiunto Kyoto con lo Shinkansen e immediatamente ci siamo resi conto che due giorni non sarebbero bastati per vedere nemmeno un quarto di ciò che questa città aveva da offrire, con i suoi 17 patrimoni Unesco e le ulteriori attrattive culturali.

Kyoto, panorama dal Kiyomizu-dera

Rispetto a Tokyo, il viaggiatore ritrova in Kyoto una città che ha conservato molti più tratti tradizionali sia nelle architetture e nell'urbanistica che nella tipologia di prodotti che si possono trovare nei negozi, molti dei quali sono dedicati ai ventagli, alle ceramiche e alle stoffe. Con quasi duemila edifici religiosi fra templi buddisti e santuari shintoisti, quartieri con case in legno e due palazzi di enorme valore storico, Kyoto è comunque anche una città estremamente moderna, che offre locali, rumorose sale-gioco, chioschi e una fitta rete di servizi di trasporto che rende estremamente agevoli e rapidi i collegamenti. 

Kyoto, Giardini dell'antico palazzo imperiale

Il centro di Kyoto, che si struttura in modo regolare intorno al corso del Kamogawa, è costituito dal parco dell'antico palazzo imperiale, ma i principali punti di interesse portano il turista in un moto centrifugo ipoteticamente senza fine. Avendo a disposizione due giorni, su consiglio della guida che ci ha accolti in Giappone, ne abbiamo dedicato uno al centro e all'area nord-occidentale e l'altro all'area sud-orientale, mettendo già in conto il sofferto sacrificio della passeggiata nella foresta di bambù di Arashiyama e del Museo internazionale del Manga, che, pure, era a due passi dal nostro hotel, ma osservava orari incompatibili con i notevoli spostamenti.

Kyoto, vista lungo il Kamogawa dal quartiere di Gion

Per darci la carica, la sera del nostro arrivo ci siamo fiondati nel quartiere commerciale di Kawaramachi, fra i numerosi negozi, per una cena veloce in un chiosco specializzato in gyoza, favolosi ravioli al vapore ripieni di verdura, carne o crostacei e abbiamo concluso la cena con una golosa crépe giapponese farcita di gelato, senza però resistere alla tentazione di un taiyaki, una tortina di waffle a forma di pesce farcita a piacere (noi in Giappone ci siamo letteralmente assuefatti alla confettura di fagioli azuki, usata anche per i celebri dorayaki).

Kyoto, Castello Nijo - particolare del portale d'ingresso

La mattina seguente ci siamo avventurati nel parco dell'antico palazzo imperiale, nel quale abbiamo visitato, in modo totalmente gratuito, la dimora della famiglia Kan-in-no-miya, una delle quattro famiglie imperiali, il piccolo santuario Munakata e, naturalmente, l'edificio che ospitò gli imperatori e i loro ospiti fino al 1869, quando la capitale fu trasferita a Tokyo. Nonostante Kyoto sia diventata sede del potere imperiale già alla fine dell'VIII secolo (prima il centro politico era Nagoya e, prima ancora, Nara), solo dal 1331, con l'incoronazione di Tsuchimikado Higashintōin-dono, divenne ufficialmente la sede del regnante. L'edificio che oggi possiamo ammirare copre un'area di undici ettari, ma, a causa dei numerosi incendi susseguitisi negli anni, è il frutto di un intervento operato nel 1855. Il percorso di visita, che è limitato agli spazi esterni, si snoda attraverso i locali predisposti per il ricevimento degli ospiti e i giardini, passando per lo Shishinden, cioè la sala delle cerimonie, che, pur essendo un edificio recente, fu costruito nello stile del periodo Heian (VIII-XII secolo) ed ebbe l'onore di essere la sede da cui l'imperatore Meiji avviò la restaurazione del potere imperiale, con l'emanazione del Giuramento della carta (1868).

Kyoto, Shishinden dell'antico palazzo imperiale

Poco lontano dal Palazzo imperiale sorge il Castello Nijo, voluto dallo shogun Ieyasu Tokugawa nel 1603, ufficialmente per ospitarlo nelle sue visite a Kyoto, in realtà anche per ostentare la sua ricchezza di fronte all'imperatore, privato ormai del suo potere dalla casta militare. Il Castello Nijo, patrimonio Unesco dal 1994, è una tappa impedibile per il visitatore di Kyoto in quanto testimonianza dell'arte e della storia del periodo Edo (1603-1868): passeggiando fra i sei blocchi che lo compongono, camminando a piedi nudi sul legno e sul tatami, si possono ammirare eccezionali pareti dipinte a motivi naturali, comprendere le modalità degli incontri fra lo shogun e i daimyō, ma, soprattutto, ascoltare il suono dei pavimenti usignolo (uguisu-bari), costruiti appositamente per emettere un suono simile al verso di questo uccello anche al passo più leggero, in modo da rivelare prontamente l'eventuale presenza di ninja inviati a spiare o uccidere lo shogun.

Kyoto, Castello Nijo - ingresso

Spostandosi in autobus a nord-ovest del Castello Nijo si raggiunge un'area religiosa che ospita ben tre templi dichiarati Patrimoni dell'Umanità dall'Unesco: il Kinkakuji, il Ryoanji e il Ninnaji; per motivi di tempo (in Giappone i cancelli dei templi si chiudono fra le 16.30 e le 17.00) abbiamo dovuto sceglierne uno e abbiamo optato per il suggestivo Kinkakuji, il Tempio del padiglione d'oro. In origine l'edificio era una villa a tre piani costruita per volontà dello shogun Ashikaga Yoshimitsu (1358-1408), ma divenne un tempio zen dopo la sua morte e fu ricostruito dopo l'incendio appiccato da un monaco nel 1950.

Kyoto, Tempio Kinkakuji

Da un santuario è invece partita l'escursione del secondo giorno a Kyoto: il Fushimi Inari Taisha, situato a sud-est della città, ai piedi del Monte Inari. Il complesso è la testa di oltre trentamila santuari giapponesi dedicati al dio del riso, della prosperità, degli affari e del commercio ed è notevole per il percorso sulla collina attraverso diecimila torii rossi donati alle aziende in segno di voto, preghiera e ringraziamento. Simbolo del sito, oltre al torii rosso, è la volpe bianca, considerata messaggera di Inari, raffigurata con delle spighe di riso o una chiave fra le fauci.
Anche nei pressi del Fushimi Inari, come vicino al tempio di Asakusa a Tokyo, si snoda un sentiero costellato di negozietti e chioschi che ci hanno ristorati dopo la lunga camminata fra i torii; proprio qui abbiamo assaggiato i mochi, delle palline di riso morbide arrostite su spiedi e serviti con salsa di soia.

Kyoto, Fushimi Inari Taisha

Non lontano dal Fushimi Inari sorge il Sanjūsangen-dō, un tempio buddista notevole non tanto per la sua architettura o i suoi giardini, quanto per le mille statue dorate della divinità buddista Kannon, disposte in una lunga galleria interrotta solo da uno spazio dedicato alla grande statua del Buddha, anch'essa dorata. Le statue, tutte nella medesima posizione stante e in preghiera, sono di legno di cipresso ricoperto d'oro; 124 di esse risalgono alle origini del tempio (XII secolo), mentre le rimanenti furono realizzate dopo la ristrutturazione del XIII secolo, a seguito di un incendio. Davanti ad esse, distribuite lungo la galleria, ci sono le ventotto effigi di altre divinità guardiane e alle due estremità della galleria compaiono gli spiriti delle forze naturali, il dio del tuono Raijin e quello del vento, suo fratello Fūjin.

Kyoto, Fushimi Inari Taisha

Per chiudere una giornata che è sembrata quasi un pellegrinaggio religioso, ci siamo spostati nel quartiere di Higashiyama, ricco di templi e santuari. Accedendo in corrispondenza del cimitero Nishi-Otani, abbiamo avuto il tempo di visitare soltanto il Kiyomizu-dera, un altro tempio dedicato alla dea dalle mille braccia Kannon, così antico da essere stato costruito prima della nascita della stessa Kyoto, nel 778. Dalla sommità dell'area templare si gode di una vista mozzafiato sulla parte più antica della città, in direzione del Kamogawa e del quartiere dei divertimenti di Gion, celebre per la presenza, discreta e rara da scorgere, delle geishe.

Kyoto, Kiyomizu-dera

Dopo questa frenetica e bollente scarpinata per Kyoto, non mi resta che raccontarvi dell'ultima tappa del viaggio, fra Hiroshima e l'isola di Miyajima che sorge nella sua baia.
Dōmo arigatō.

C.M.

martedì 7 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #3: da Takayama a Kanazawa, passando per Shirakawa-go

Lasciata alle spalle Tokyo con le sue scarpinate fra Shinjuku, Shibuya, Asakusa e Akihabara, ci siamo avventurati nella parte occidentale dell'Honsu centrale, nell'Hokoriku, fra le montagne e le valli che preludono allo sbocco sul Mar del Giappone, la terra in cui Iasunari Kawabata ha ambientato il romanzo Il paese delle nevi. Era il momento di testare i famosi Shinkansen, i treni proiettile che permettono di raggiungere in poche ore le principali città del Giappone e, in raccordo con le linee locali della Japan Railways, offrono un accesso a qualsiasi punto del Paese. La nostra prima tappa è stata la cittadina di Takayama, che ci ha anche offerto la base per un'escursione nel villaggio di Shirakawa-go sulla strada per la città di Kanazawa.

Shirakawa-go, villaggio Ogimachi

Il viaggio merita un racconto a sé, perché dimostra la straordinaria efficienza dei servizi nipponici. A causa di una frana provocata dalle piogge monsoniche, un tratto della linea ferroviaria che percorre la prefettura di Gifu era interrotto in due punti; abituati agli enormi disagi della rete ferroviaria italiana, alla notizia abbiamo tentennato, ma in men che non si dica gli impiegati della biglietteria ci hanno consegnato un foglio con descrizione del percorso alternativo, già organizzato in tutti gli scambi fra treni locali e autobus, per aggirare il punto del disastro in attesa del pronto intervento. Ecco, la leggendaria operosità dei Giapponesi non è affatto leggenda: da Nagoya a Takayama il viaggio, pur con questo inconveniente, è stato più agevole e rassicurante che su tanti percorsi nostrani.

Takayama, torii del santuario Sakurayama Hachimangu

Takayama, il cui nome significa 'Alta montagna', si trova fra le Alpi giapponesi ed è una cittadina caratterizzata da numerose botteghe artigiane, da un vivace mercato mattutino e, soprattutto da un quartiere interamente dedicato a templi e santuari, chiamato Teramachi. L'impressione, avventurandosi in questo centro in cui le attività commerciali chiudono presto la sera e aprono tardi al mattino, è di un centro montano che vive soprattutto di passeggiate turistiche e pellegrinaggi spirituali ed è piacevole percorrerne i sentieri ascoltando il fluire delle acque dei fiumi Miyagawa ed Enako, che si incontrano proprio nell'area del mercato.

Takayama, strada fra le antiche dimore storiche

Qui abbiamo gustato un fenomenale piatto chiamato okonomiyaki, una sorta di frittata servita con salse agrodolci e farcita di ingredienti che variano a seconda della tipologia, un po'come le pizze: si va da quelle vegetariane con verdure e germogli a quelle ipercaloriche con uova, bacon e maionese; in alcuni locali viene servita sulla piastra teppan direttamente al tavolo degli avventori.
Takayama è tutta un santuario, infatti ogni quartiere e quasi tutti gli incroci ospitano dei piccoli capitelli con tanto di torii in miniatura e piccoli lavacri per la purificazione in cui l'acqua scende attraverso una canna di bambù. Nei pressi di alcuni di essi, inoltre, si possono ammirare le bambole votive sarubobo, ciascuna delle quali assume un valore diverso a seconda della sua colorazione e rappresenta dunque un differente tipo di preghiera; si tratta di oggetti di valore religioso, ma, come talismani, si possono acquistare in qualsiasi negozio di souvenir.

Takayama, bambole sarubobo

Prima di giungere nel Teramachi, è consigliabile un passaggio attraverso il quartiere delle antiche dimore storiche, particolarmente suggestivo di sera o al mattino presto, quando gli unici suoni che si sentono sono quelli delle campanelline che vibrano nel vento, per raggiungere il santuario Sakurayama Hachimangu; vi si accede passando attraverso un grandissimo torii e salendo una scalinata piuttosto imponente ed è notevole sia per il chōzuya che riceve l'acqua sacra dalle fauci di un drago sia per il complesso di piccole celle che si è creato tutto intorno. Da questo punto e poi in tutti il Teramachi si incontrano alberi cinti di shimenawa, corde di paglia di riso o di canapa adornate di shide, cioè stringhe di carta a forma di saetta: questi elementi, che decorano molto spesso anche i torii e altri elementi dei santuari, sono simboli sacri, che denotano, nel caso delle piante, la loro appartenenza allo spirito (kami) del luogo; chi ha visto Il mio vicino Totoro capirà bene a cosa mi riferisco.

Takayama, chōzuya del santuario Sakurayama Hachimangu

Takayama, santuario Hachimangu

Dato il poco tempo a disposizione, nel Teramachi abbiamo visitato solo alcuni dei templi e dei santuari, avventurandoci di qualche passo anche fra le tombe che rampollano alle spalle di questa area, dalle più antiche a quelle di pochi anni fa. Lungo il percorso abbiamo privilegiato il Tempio Kyushoji e il santuario Higashiyama-Shinmei, i maggiori del complesso sacro. Dopo un rapido passaggio nel cortile della Residenza storica dei governatori e fra le botteghe vicine allo storico Ponte Nakabashi, ci siamo diretti alla stazione degli autobus per raggiungere la nostra seconda tappa.

Takayama, Ponte Nakabashi

Shirakawa-go ospita Ogimachi, un villaggio rurale composto di più di cento fattorie tradizionali con il tetto in paglia; gli edifici in legno sono immersi fra le risaie e separati da ruscelli che scorrono tutt'intorno, alcuni sono ancora abitati, altri sono adibiti a negozi, bar o musei. Passeggiando in questo luogo si avverte la sensazione di andare indietro nel tempo e non si può non chiedersi come sarebbe visitarlo in pieno inverno, con i tetti coperti dalla neve (soprattutto mentre si cerca di refrigerarsi a colpi di kakigori, la soffice granita insaporita da sciroppi colorati). Questo complesso storico, il cui nucleo vanta quasi trecento anni, ha valso a Shirakawa-go il titolo di Patrimonio Unesco nel 1995 e offre una vivida testimonianza della comunità rurale nipponica. Consiglio, in particolare, una visita alla casa Kanda, le cui proprietarie offrono un'accoglienza calorosa, invitando gli ospiti a sorseggiare un buonissimo tè giapponese.

Shirakawa-go, villaggio Ogimachi

In meno di due ore in autobus da Shirakawa-go si raggiunge la città di Kanazawa, roccaforte dei daymio Maeda, che conquistarono il castello cittadino nel 1583, a seguito di un successo militare a fianco di Toyotomi Hideyoshi, facendone poi in epoca Edo la quarta città del Giappone. In passato era un fulgido esempio di città-castello, pensata per radunare attorno alla rocca i nobili e i samurai e poi, a raggiera, le botteghe e i quartieri artigiani.

Kanazawa, il castello nei pressi dell'ingresso Ishikawamon

Kanazawa, castello

Il castello che si ammira oggi è il frutto di una ricostruzione a seguito dei numerosi incendi subiti dall'edificio originario, di cui sopravvivono solo gli ingressi Ishikawamon e Sanjikken Nagaya, quest'ultimo a collegamento del complesso palaziale con il rigoglioso giardino Kenrokuen, uno dei più famosi del Giappone, spettacolare per i suoi giochi d'acqua e gli intrecci degli alberi maestosi. Il castello e il giardino possono essere visitati con un biglietto cumulativo o con due biglietti separati, ma, dovendo scegliere, è preferibile dedicarsi al Kenrokuen, dal momento che il castello è interessante soprattutto per la descrizione dei metodi costruttivi adeguati a sopportare le scosse sismiche, ma è totalmente moderno.

Kanazawa, giardino Kenrokuen

Nelle vicinanze del castello meritano almeno un passaggio il mercato Omi-cho, nel quale arrivano prodotti freschi, soprattutto ittici, e ai cui ingressi sono collocati dei grossi blocchi di ghiaccio per refrigerare gli avventori, e il santuario Oyama, il più grande della città, accanto al quale sorge la statua equestre di Maeda Toshiie.

Kanazawa, santuario Oyama

Kanazawa, ingresso del santuario Oyama

Dopo questa intensa escursione, da Kanazawa abbiamo ripreso lo Shinkansen, diretti a Kyoto, la città dei diciassette beni Unesco... ma di questa spettacolare città vi racconterò nel prossimo appuntamento con il mio diario di viaggio.
Dōmo arigatō.

C.M.

venerdì 3 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #2: Tokyo - fra Asakusa e Akihabara

La città di Tokyo è immensa: i due giorni che io e mio marito vi abbiamo trascorso sono stati intensi e frenetici, perché abbiamo cercato di vedere il maggior numero possibile di luoghi, ma sapevamo fin dall'inizio che ci saremmo lasciati alle spalle molte attrazioni di grande valore. 
Dopo la prima giornata trascorsa fra Shinjuku e Shibuya, abbiamo dedicato il tempo restante a due quartieri che segnano forse i due estremi dell'evoluzione della capitale giapponese: Asakusa, l'antico cuore della città, che conserva alcune delle atmosfere più caratteristiche e tradizionali, e Akihabara, il modernissimo centro della cultura otaku (il termine nipponico che, in un certo senso, corrisponde al più familiare geek). Visitate nel giro di poche ore, queste due aree segnano uno stacco così netto che sembra impossibile la loro coesistenza, una accanto all'altra.

Tokyo, Akihabara

Sulla riva occidentale del fiume Sumidagawa, Asakusa ospita sia la Skytree tower, la torre più alta al mondo, sia alcune tracce dell'epoca Edo, con i suoi quartieri di negozi di artigianato e le piccole locande che servono piatti a base di tempura quasi sulla strada, anche nelle torride giornate estive. Il cuore di Asakusa è però il Tempio Sensoji, il più antico di Tokyo, il cui nucleo risale al VII secolo. Si tratta di un imponente complesso buddista, cui si accede attraverso Nakamise, una strada caotica costellata di botteghe di souvenir e dolcetti, che si apre subito oltre il Kaminarimon, il grande cancello su cui pende una gigantesca lanterna rossa di carta. Si narra che la sua fondazione sia dovuta al voto di tre pescatori, che, trovata nelle reti una statua della divinità Kannon, avrebbero ricevuto in sogno la richiesta di erigere un edificio sacro; quanto si vede oggi, tuttavia, è il frutto della ricostruzione postbellica. 

Tokyo, Asakusa - Tempio Sensoji

Il tempio è maestoso e affollato di pellegrini e turisti e alla grande frenesia contribuiscono sia il continuo lancio di monete seguiti dalle preghiere rituali accompagnate dal battito delle mani sia la celebrazione dei rituali, con il continuo salmodiare dei bonzi ritmato dai tamburi. Intorno al tempio, dal Kaminarimon fino al braciere in cui brucia l'incenso con il cui fumo cui i visitatori si cospargono il capo, si muovono orde di selfisti e giovani vestiti con lo yukata e non è facile godere pienamente dell'osservazione di ogni punto dell'area sacra; per questo motivo gli elementi più apprezzabili sono la pagoda a cinque piani e il vicino giardino che ospita il monumento eretto in onore di tre maestri della poesia haiku del XVII secolo, Nisiyamasoin, Matsuo Basho ed Enomoto Kikatu e la tomba del poeta waka Toda Mosui.

Tokyo, Asakusa - La lanterna del Kaminarimon al Tempio Sensoji

Tokyo, Asakusa - Tempio Sensoji

Sul fianco del tempio Sensoji si trovano una stradina costeggiata di chioschi che vendono spiedi di pesce grigliato, granchio e carne e che precedono un'altra area religiosa, stavolta del culto shintoista, l'Asakusa jinja. Avvicinandoci al santuario ci siamo sorpresi di trovare due sposi nei loro abiti tradizionali, pronti a lasciare il luogo in cui avevano celebrato il matrimonio a bordo di un risciò preceduto da tedofori: lo sposo indossava un kimono scuro e cercava di ristorarsi con un ventaglio mentre la sposa, completamente vestita di bianco, col volto bianco anch'esso e un'elaboratissima acconciatura, riceveva le attenzioni di tutti gli invitati.

Tokyo, Asakusa - chioschi presso il Tempio Sensoji

Tokyo, Asakusa jinja

A nord del tempio Sensoji si apre il quartiere vecchio, nel quale è incastonato il più antico parco di divertimenti della città, chiamato Asakusa Hanayashiki, le cui montagne russe, inaugurate nel 1953, corrono direttamente sulla testa di chi passeggia per la strada.
Nel pomeriggio è arrivato il momento del nostro pellegrinaggio otaku: per chi è cresciuto negli anni '80 e '90 gli anime sono stati una compagnia costante e non avremmo mai potuto rinunciare ad Akihabara, il regno della cultura geek. Il quartiere è caotico, pieno di gente ma, incredibilmente, mi ha catturata più della storica area di Asakusa: i colori dei grattacieli e delle loro insegne, i manifesti con i personaggi di manga, anime e videogiochi appesi ovunque, le buffe cameriere che invitano a frequentare i Maid cafè nelle loro uniformi in pieno stile manga, le rumorose sale-gioco, i negozi di elettronica e dei più disparati gadget ispirati a fumetti e film animati costituiscono un caleidoscopio folgorante.

Tokyo, Akihabara

Corroborati da un gustosissimo tonkatsu, la cotoletta accompagnata da riso bianco, zuppetta di miso e da una gustosa salsa di soia, ci siamo lanciati nell'esplorazione di Akihabara, perdendoci fra le teche ricolme di modellini ispirati a Sailor Moon, One Piece, Dragonball, Sword Art Online, Il mio vicino Totoro e molti altri cartoni animati di successo. I negozi otaku di Akihabara sono un vero tempio dei collezionisti e dei manga-dipendenti, che possono qui trovare ogni genere di oggetto ispirato alla serie preferita, dai calzini alle gomme da cancellare, dalle figurine agli asciugamani.
Prima di rientrare in albergo e riuscirne per una cena a base di takoyaki (delle eccezionali polpette di polpo servite con alghe e salse, rigorosamente servite in numero di otto), ci siamo concessi una fugace visita al mercato dei libri usati di Kanda, a nord del parco del Palazzo imperiale. Essendo domenica, molti negozi erano chiusi, ma abbiamo avuto un piccolo assaggio dei quasi duecento esercizi che vendono libri e fumetti, oltre ad aver visitato una bella libreria per ragazzi, la Book House.

Tokyo, Kanda - negozio di libri usati

Tokyo, come ho detto e come si può immaginare sulla base della sua estensione, aveva molto altro da offrire, dall'Ochanomizu Origami Kaikan, dedicato alla celebre arte della piegatura della carta, al Museo di arte moderna, dai panorami mozzafiato delle tre torri che svettano sulla capitale alle escursioni nelle vicine località di Nikkō e Kamakura, dalla Baia con il tipico mercato del pesce al parco di Ueno, ma abbiamo scelto di vedere anche altre aree di questo meraviglioso Paese.
Vi do quindi appuntamento al prossimo post, dedicato all'esplorazione della regione di Hokuriku, nella parte occidentale dell'Honsu centrale, precisamente ai centri di Takayama, Shirakawa-go e Kanazawa.
Dōmo arigatō.

C.M.

mercoledì 1 agosto 2018

Nel magico Paese del Sol Levante #1: Tokyo - fra Shinjuku e Shibuya

Konichiwa, civette! Ho lasciato il Giappone da poco più di una settimana e ancora faccio fatica a selezionare informazioni, ricordi, emozioni per iniziare a raccontarvi un viaggio che definire strepitoso sarebbe poco. Io e mio marito siamo partiti carichi di aspettative nutrite a suon di letture, manga e anime e non solo queste sono state soddisfatte, ma possiamo dire di essere andati ben oltre qualsiasi previsione. Dai cibi appetitosi ai treni puntualissimi, dalle città linde alla scarsità di panchine e cestini, dalla perfezione dei giardini all'inviolabilità delle file di attesa, dai santuari ai castelli, letteralmente tutto del Paese del Sol Levante ci ha colpiti. Nei dodici giorni di viaggio è stato prezioso e impagabile sia vedere dal vivo ciò che per pettegolezzo o attraverso i media ci era già noto sia scoprire quello che non avremmo mai immaginato.

Tokyo, Shinjuku Gyoen

L'entusiasmo, che già si agitava dalla conferma della prenotazione del viaggio, è esploso quando, sorvolando Tokyo, fra le nuvole è apparsa la cima del Fuji-san, il vulcano che rappresenta un elemento sacro e identitario del Giappone e che vanta il titolo di patrimonio Unesco dal 2013: l'arte Edo di Hiroshige e Housai ci ha abituati a riconoscere la montagna più alta del territorio nipponico, ma vederlo finalmente dal vivo (col rammarico di non avere tempo per una escursione dedicata) è come vedere per la prima volta un corrispondente.
Per iniziare l'esplorazione di Tokyo abbiamo dovuto attendere il giorno seguente quello dell'arrivo, dal momento che i passaggi al controllo immigrazione e alla dogana prima e il raggiungimento dell'hotel dall'aeroporto di Narita hanno richiesto un bel po'di tempo. Un tantino frastornati ma curiosi e affamati, ci siamo comunque avventurati subito nel quartiere in cui alloggiavamo, il vivacissimo Shinjuku, il quartiere dei divertimenti (il suo nome significa, non a caso, nuova locanda) nato nel dopoguerra e pullulante di ristoranti moderni, chioschi, izakaya (locali incentrati sul servizio di bevande accompagnate da piccole porzioni di pietanze) sale-gioco e locali a luci rosse. Fra il suo nucleo, il Kabukicho, il quartiere che non dorme mai, e il caratteristico Golden-Gai ci si può trovare inizialmente spaesati, ma l'atmosfera frizzante della zona non trasmette alcun disagio né senso di insicurezza e, nel complesso, anche un quartiere moderno come questo ha delle attrattive storico-paesaggistiche interessanti, dal museo dei Samurai, che, purtroppo, non abbiamo fatto in tempo a visitare, al santuario Hanazono jinja, che per noi è stato il primo punto di contatto con la cultura shintoista che fa capolino ovunque.

Tokyo, Shinjuku - Kabukicho

Tokyo, Hanazono jinja - tavolette votive

Alla luce del giorno ci siamo messi in cammino verso il Shinjuku Gyoen, spettacolare parco aperto al pubblico dopo il secondo conflitto mondiale; esso si estende per circa sessanta ettari nell'area sudorientale di Shinjuku, comprende sia giardini tradizionali giapponesi che un giardino francese e uno all'inglese e, come tutte le riserve floreali del Giappone, offre il suo meglio nella stagione dell'hanami, la fioritura dei ciliegi, dal momento che vanta ben 1300 esemplari di questo albero. In questa oasi di pace all'interno di una città iperattiva si trovano non solo ristoro dal caldo, ma anche percorsi snodati fra case del tè e laghetti, con scorci rasserenanti e suggestivi, in particolare nei pressi del Kyo-Goryo-Tei, il Padiglione Taiwan. Per gli appassionati di anime, il Shinjuku Goyen è importante anche per essere stato il set del film animato di Makoto Shinkai Il giardino delle parole, nel quale i luoghi reali sono precisamente ricostruiti.

Tokyo, Shinjuku Gyoen

Tokyo, Shinjuku Gyoen - Kyo-Goryo-Tei

Shinjuku ospita anche altre attrattive meritevoli di attenzione da parte di chi disponga di un po'più di tempo per visitare Tokyo: sicuramente sarebbe stato interessante raggiungere il Palazzo del Governo metropolitano per godere di una vasta panoramica sulla città con una salita gratuita al quarantacinquesimo piano (assieme alla Tokyo tower e alla Skytree-tower è uno dei punti di osservazione sulla capitale) e magari visitare, nel vicino sobborgo di Mitaka, il Museo Ghibli fondato da Hayao Miyazaki.
Dopo un gustoso pranzo in un locale dedicato al curry giapponese, a base di katsu-karē (riso, curry e cotoletta) karē udon (noodle al curry), ci siamo spostati nell'affollatissima Shibuya, famosa per il suo immenso incrocio, nel quale si riversa un'immensa fiumana di pedoni; nei pressi di questo gigantesco crocevia si trovano la stazione e il monumento dedicato ad Hachikō nel punto in cui per dieci anni attese invano il ritorno del suo padrone.

Tokyo, torii che conduce al Meiji Jingu

Shibuya è il quartiere della moda, dei centri commerciali e della frenesia, ma anche la sede di un altro grande parco cittadino, che si sviluppa attorno al santuario Meiji Jingu, dedicato al culto delle anime dell'imperatore che ha traghettato il Giappone verso la modernità e di sua moglie. Costruito fra il 1915 e il 1920, fu distrutto durante la seconda guerra mondiale, quindi ciò che oggi si osserva è la struttura riedificata nel 1958 sulla base dell'edificio originario. Gli altissimi torii di cipresso e il vasto cortile fanno del Meiji Jingu non solo il più imponente tempio di Tokyo, ma anche uno dei luoghi imperdibili nella capitale. Come in tutti i principali santuari, vengono qui venduti gli amuleti contro le forze del male, affidati ai dipendenti del tempio, in particolare alle miko con il tradizionale hakama rosso cui ci hanno abituati gli anime (da brava fan di Sailor Moon, non potevo che pensare a Rea). Questo santuario, come tutti i complessi shintoisti, presenta dei torii nei punti di accesso, le rastrelliere cui appendere le tavolette votive e alcuni chōzuya, le vasche per purificare con l'acqua entrambe le mani e la bocca prima di varcare l'area sacra, la più grande delle quali precede il portale principale, il rōmon. Un aspetto che cattura l'attenzione è un tratto del sentiero che conduce al tempio che è compreso fra due file di barili di sake, la bevanda alcolica prodotta dalla fermentazione del riso che, per la sua stretta connessione con il culto, veniva usata ed è tuttora utilizzata per santificare luoghi e cerimonie. Nonostante le sue grandi dimensioni e il grande afflusso di visitatori, il Meiji Jingu è un luogo tranquillo, che, anche a fronte della massiccia presenza di turisti, non perde la sua sacralità e invita al raccoglimento.

Tokyo, Meiji Jingu

Tokyo, Meiji Jingu - barili di sake

Usciti da Shibuya, ci siamo posti come obiettivo Ginza, il quartiere elegante dello shopping, allo scopo di assistere ad uno spettacolo nel Kabukiza. Pensare di accedere ad una rappresentazione intera di kabuki è quasi un miraggio, sia per il costo che per la difficoltà di procurare i biglietti, ma ci siamo prefissati di acquistare il biglietto per un solo atto, ben più accessibile, all'interno dello spettacolo pomeridiano; purtroppo l'attesa per assistere all'atto conclusivo (l'unico non ancora dichiarato sold-out) ci avrebbe privato della possibilità di visitare altri luoghi prima di cena, così ci siamo accontentati di aver visto il teatro, i manifesti con gli attori truccati e l'entrata degli spettatori nei loro bellissimi yukata. Si tratta di abiti in cotone leggero che si potrebbero confondere con i kimono, ma che sono ben più informali; i Giapponesi, soprattutto le donne, li indossano frequentemente per le feste e per le visite ai santuari, ma non è difficile scorgere i colori di questi abiti anche in metropolitana o in fila mentre si attende un taxi.

Tokyo, Ginza - Kabukiza

Il tempo sottratto al kabuki è stato riversato in una rapida sortita nella zona del Palazzo imperiale, irreale nel suo isolamento in un'oasi circondata dal traffico cittadino e dai grattaceli. L'edificio non è accessibile al pubblico, infatti viene aperto solo due giorni all'anno, il 2 gennaio e il giorno del compleanno dell'imperatore (attualmente il 23 dicembre, ma destinato a cambiare per la successione imminente), ma il parco che lo circonda merita una passeggiata, specialmente nel periodo dell'hanami, o, da parte dei runner, una bella corsetta serale, rigorosamente in senso antiorario, attorno al palazzo.

Tokyo, Palazzo imperiale

La prima giornata di escursione ci ha immediatamente messi di fronte a quello che sarebbe stato il principale ostacolo per tutti i giorni seguenti: un caldo torrido che, inevitabilmente, avrebbe rallentato gli spostamenti e ci avrebbe obbligati a frequenti soste presso i distributori automatici di bevande (in assoluto il servizio più presente in città) e a discese ristoratrici nelle stazioni della metropolitana trasformate in ghiacciaie dall'attività dei condizionatori d'aria. Indubbiamente la grande fatica ci ha però sempre messi nelle condizioni di fare scorpacciate delle pietanze più disparate, quindi, dopo una impegnativa giornata sotto il sole, abbiamo avuto il coraggio di ritemprarci e di ricaricarci per il nuovo giorno in un locale di solo ramen... non certo un pasto leggerlo, ma siamo andati fino in Giappone anche per la cucina e non potevamo proprio perderci un piatto tanto caratteristico.

Tokyo, grattaceli nei pressi nel parco del Palazzo imperiale

Questa è solo la prima parte del percorso all'interno di Tokyo, che, pur avendo richiesto il sacrificio di attrattive interessanti, ha occupato tutta la prima giornata del viaggio. Nel prossimo post dedicato al Paese del Sol Levante mi concentrerò sui quartieri di Asakusa e Akihabara, per poi balzare con voi su uno Shinkansen e abbandonare la capitale.
Dōmo arigatō.

C.M.