sabato 22 settembre 2018

La ricerca del tempo per leggere

Vorrei, ma non posso. Quante volte noi lettori abbiamo fissato il libro sul comodino - iniziato, da iniziare, quasi abbandonato, quasi finito - rammaricandoci di non trovare proprio il tempo o l'energia da dedicargli?
Ultimamente fisso gli scaffali (i pochi che già hanno fatto la loro comparsa nella nuova casa) con un acuto desiderio di consumare tutti i volumi che li affollano, spesso ripromettendomi di dedicare a uno di loro un po'di tempo, magari la sera, a conclusione di tutti gli impegni che piombano sulla giornata. Ma poi niente: la sera arriva e, con essa, il sonno.
Chi di voi si riconosce in questa situazione?
 
Illustrazione di Gürbüz Doğan Ekşioğlu
 
La ricerca del tempo per leggere è un'attività stimolante, che ci proietta verso la nostra grande passione, eppure, a lungo andare, se rimane inappagata, genera anche nervosismo. Sarà capitato anche a voi di leggere a singhiozzo, di lasciare un libro iniziato a impolverarsi accanto al divano e di riprenderlo poi con entusiasmo... rendendovi conto di aver perso completamente il filo o di non ricordare proprio nulla!
Il fatto è che, quando la mente è occupata e lo stress delle occupazioni quotidiane ci assedia, anche la concentrazione svanisce e la lettura non è un passatempo che ne possa fare a meno. E ci si innervosisce, perché si vorrebbe davvero abbracciare quello svago e quel piacere che sappiamo scaturire dalle pagine. In questo modo ci priviamo della nostra passione e rischiamo di trasformarla in un momento di tensione, in ansia da prestazione: riusciremo a leggere o la paura stessa di non arrivare in fondo alla pagina ci tratterrà dal prendere in mano un libro?
Ci sono periodi - come questo, in cui i cambiamenti sono tanti e i ritmi di lavoro incalzano - in cui la lettura diventa un miraggio e il tempo dedicato al desiderio di leggere supera quello effettivamente destinato ai libri. Se, poi, i libri fanno parte anche del lavoro, capire come coniugare le letture di dovere a quelle di piacere diventa ancora più difficile. In questi giorni dovrò rispolverare per bene I promessi sposi, oggetto delle lezioni del secondo anno di liceo, rivedere le letture che penso di condividere con i miei alunni durante l'anno scolastico e, naturalmente, esaminare a fondo i manuali scolastici. Le mie giornate, dunque, sono ricolme di parole stampate, ma le letture di svago passano inevitabilmente in secondo piano e, guardando indietro, credo il sacrificio del tempo per leggere di questi giorni sia paragonabile solo a quello dell'ultimo anno di liceo, quando la preparazione per la Maturità assorbiva ogni minuto e polverizzava il concetto stesso di lettura di piacere.
Occorre trovare qualche strategia per sostenere la frustrazione, ben sapendo e accettando stoicamente che non si possa vivere di soli libri (e per fortuna): un giusto mezzo per barcamenarsi fra lo stress e i suoi rimedi, che, personalmente, faccio fatica a impormi.
Voi, amici libromani, come ricercate il tempo per leggere e, soprattutto, come lo trovate o come resistete al fallimento della ricerca? Avete dei libri dai poteri così grandi da tenervi svegli quando le palpebre si fanno pesanti o da tenervi carichi fino alla fine della giornata o della settimana?
 
C.M.

lunedì 17 settembre 2018

Il paese delle nevi - Y. Kawabata

Catturata dall'influenza del Paese del Sol Levante, questa estate ho letto Il paese delle nevi, considerato il capolavoro dello scrittore Yasunari Kawabata, primo autore giapponese insignito del premio Nobel per la letteratura, nel 1968.
Definire questo testo e raccontarlo non è così facile: brevissimo e intenso, Il paese delle nevi, pubblicato nel 1937, è una storia pervasa di malinconia e costellata di descrizioni mozzafiato dedicate a interi paesaggi o a dettagli particolari. Una prova, insomma, della straordinaria concentrazione giapponese e della riflessione estetica che caratterizza la cultura nipponica.
Il paese delle nevi è una località termale sulle Alpi giapponesi, nell'area di Takayama, dove gli inverni imbiancano il suolo e le case come in nessun altra regione giapponese. Qui trascorre le sue vacanze Shimamura, un cittadino di Tokyo attratto dalla rilassatezza di questo lugo e desideroso, come tanti, della compagnia di una delle geishe che vivono in città e allietano le serate degli ospiti delle varie locande. Shimamura incontra Komako, una ragazza sfuggente che - si dice - ha iniziato la sua carriera di geisha per aiutare il figlio della sua ospite a curarsi, forse per amore, a suo dire in nome di quel senso del dovere che sembra spiegare ogni sua azione. I due si incontrano, stagione dopo stagione, senza che Shimamura riesca a rispondere all'inquietudine di Komako, che lo cerca ma che rimane da lui divisa per colpa di una forza inspiegabile, di un bisogno di abbandono che, d'improvviso, diventa ostilità e tronca qualsiasi possibilità di comunicazione. Shimamura, per parte sua, appare freddo, talvolta infastidito dalle attenzioni di Komako eppure quasi geloso che ella le offra anche ad altri, in altri momenti tiepidamente preoccupato per gli eccessi della ragazza nei confronti dell'alcol e triste di doversi separarare da lei.
Ma il desiderio di lei per la città era divenuto un sogno senza speranza, ammantato d’umile rassegnazione, nel quale si sentiva non tanto l’altera insoddisfazione di chi vive in esilio, quanto il sentimento dello spreco. Ella non sembrava considerare la propria situazione particolarmente triste, ma, agli occhi di Shimamura, qualcosa in lei appariva stranamente commovente. Se avesse voluto approfondire quella sua intuizione di energie sciupate, Shimamura sentiva che sarebbe stato trascinato in un gorgo di emozioni remote capaci di sciupare la sua stessa vita. Ma davanti a lui c’era il volto mobile e vivo della donna, colorito dall’aria di montagna.
Il rapporto fra Shimamura e Komako è teso a qualcosa che non giunge mai, eternamente inappagato; sembra nutrirsi più della bellezza ideale di una sensualità che si irradia anche dal paesaggio montano nel corso delle stagioni e, insieme, dal passare del tempo, che di reali incontri. Komako assomiglia ad uno spirito che appare e scompare, terrena eppure inafferrabile, sospesa fra il consumarsi dell'esistenza e il desiderio di sottrarsi a questo fluire del tempo e della vita; Shimamura l'uomo che tenta di penetrare un segreto, ma che, al tempo stesso teme il suo svelarsi, un uomo alla ricerca della bellezza, della perfezione insita nel sacrificio, che ritrova in Komako, aggrappata al suo dovere di geisha, così come nell'antica arte della lavorazione della pregiata tela Chijimi, attività svolta dalle fanciulle bloccate nei villaggi durante i lungi mesi invernali.
Scorrendo le pagine de Il paese delle nevi, il lettore può avere la sensazione di non assistere allo svolgersi di alcuna storia, di non progredire verso alcun senso. Invece quel significato inafferrabile e implicito gli si insinua nell'animo e rende quella di Kawabata una storia memorabile, potente e delicata insieme, che ha forse più i tratti di un poema o di una danza ma che non per questo risulta meno affascinante.

Utagawa Hiroshige, Mariko - Cinquantatré stazioni del Tōkaidō
Il paesaggio era scuro, severo. Il crepitio della neve che gelava sulla terra pareva rimbombare nelle sue profondità. Non c’era luna. Le stelle, troppe per sembrare vere, si affacciavano in cielo con uno scintillio così vivo che parevano precipitare nel vuoto. E più le stelle si avvicinavano, più il cielo pareva sprofondare nel colore della notte. Le vette della catena montuosa, confondendosi l’una con l’altra, si levavano massicce sull’orlo del cielo stellato in un’oscurità così greve e fosca che pareva partecipare del loro peso. L’insieme della scena notturna si fondava in una pura, serena armonia.
C.M.

giovedì 6 settembre 2018

Cambio di rotta - E.J. Howard

I lettori lo sanno: alcuni scrittori hanno il potere di generare attorno ai loro libri un'eccitazione incontenibile, che rende l'attesa della pubblicazione una lunga e fremente veglia. Elizabeth Jane Howard, la madre di tutti i Cazalet (ma non solo) è una di questi.
Cambio di rotta, che segue la fortunata saga dei Cazalet, nonché Il lungo sguardo e All'ombra di Julius, esce oggi per Fazi editore, tradotto ancora una volta da Manuela Francescon. Nessun modo migliore per iniziare questo nuovo mese e farsi una ragione della fine delle vacanze, che viene così addolcita dal piacere di incontrare di nuovo la Howard e la sua prosa raffinata.

La storia che ci regala l'autrice si regge su quattro pilastri, che sono i suoi protagonisti: il drammaturgo donnaiolo Emmanuel Joyce, alla ricerca di un volto per il personaggio di Clemency, sua moglie Lillian, resa fragile dalla malattia e dalla perdita della figlia, Jimmy Sullivan, collaboratore tuttofare di Em, e Alberta, la giovane segretaria appena assunta. I quattro hanno in programma un viaggio a New York per le audizioni, nel corso delle quali sperano di individuare la sfuggente Clemency e di poter avviare finalmente la preparazione dello spettacolo, ma i problemi di salute di Lillian obbligano Jimmy ad accompagnarla in un viaggio per nave, mentre Em e Alberta partono, come previsto, in aereo. Nella metropoli americana, Alberta si trasforma, uscendo dalla realtà provinciale e familiare cui è sempre stata abituata e lasciandosi incantare dai negozi e dagli abiti che Em le regala per accompagnarlo a cena, mentre attendono l'arrivo di Lillian e Jimmy per nave; il rapporto tra i due non è scontato quanto la situazione potrebbe far pensare, perché, se è vero che inizia fin da subito a suscitare l'interesse del drammaturgo, Alberta è attratta dall'universo cui appartiene Em, ma, soprattutto, dal personaggio apparentemente non-interpretabile di Clemency. Si mette a leggere il testo di Em e quando, dopo l'arrivo di Jimmy, le audizioni si concludono con nulla di fatto, è a lei che viene proposto di interpretare la parte. New York, però, è colma di distrazioni e anche Lillian ha bisogno di un'oasi di pace, così il viaggio riprende e porta i quattro su un'isoletta greca. Qui, fra le lezioni di recitazione di Jimmy ad Alberta, cene sul mare e nuotate notturne, le relazioni fra i personaggi si trasformano e si approfondiscono: ciascuno, di fronte al mare, affronta il proprio riflesso e la propria coscienza.
Cosa sono poi i miracoli? Sono eventi che le persone, pur beneficiandone, non possono capire. Se all’improvviso io mi ritrovassi sana, non saprei mai come sia potuto accadere. Saprei solo che il merito non può essere di qualche nuova medicina, perché nuove cure per la mia malattia non ce ne sono. Allora ho scoperto che sto vivendo nella speranza che le cose a un certo punto cambino; dentro di me sento di essere una persona destinata precisamente a quel cambiamento e sto aspettando che esso arrivi. Vivo, insomma, come se fossi qualcun altro.
Fra le pagine di Cambio di rotta esplode in tutta la sua intensità l'arte narrativa di Elizabeth Jane Howard, un'arte che, dopo la lettura di diversi romanzi, si potrebbe credere di conoscere, ma che rivela sempre qualcosa di nuovo, sorprendente. L'autrice scava nell'animo dei suoi personaggi con una delicatezza e un'attenzione che superano ogni prova già offerta, forse proprio per la possibilità di concentrarsi su pochi protagonisti e di liberarsi delle forti tensioni che hanno caratterizzato, per esempio, le relazioni fra i protagonisti di All'ombra di Julius. Il romanzo è scandito come un respiro profondo, come il moto del mare che Em, Lillian, Jimmy e Alberta attraversano più volte: i personaggi vivono esperienze e poi si adagiano a riflettere su di esse, sull'impatto che ciascuna ha sulla propria identità.
L'aspetto che più colpisce in Cambio di rotta è che nessuno di questi slanci introspettivi può essere indipendente dagli altri, dal momento che ognuno dei quattro componenti del gruppo si definisce rispetto all'altro, in un sistema di relazioni. Nessuno di loro si trasforma, nessuno cambia rotta se non per l'impulso dato dalla successione degli incontri con gli altri tre e questi incontri sono necessari, anche quando risultano traumatici, per innescare la trasformazione di cui ognuno di loro ha bisogno.
A costo di ripetere quanto già scritto sui libri di Elizabeth Jane Howard, Cambio di rotta è un grande romanzo. La sua storia è unica e l'autrice ne esplora tutte le sfaccettature con una prosa di livello irraggiungibile, che riesce ad adattarsi alla descrizione di un paesaggio così come ad illuminare le pieghe di un cuore tormentato o innamorato. 
Difficile staccarsi dalle pagine di questo romanzo, difficile rassegnarsi all'idea che, chiuso il volume, Em, Lillian, Jimmy e Alberta non facciano più parte delle nostre vite, che la loro rotta, ormai cambiata, prosegua, inevitabilmente, lontano dai nostri sguardi.

Senza saperlo, mi aveva mostrato il mondo fuori dal cerchio ristretto del mio ambiente. Era stato come quando si è di fronte al mare per la prima volta: si vede dove finisce la terra, ma quell’elemento nuovo e sconosciuto sembra non avere fine. Per me lui rappresentava il cambiamento, la creazione, l’esperienza, la libertà, e quest’associazione sarebbe rimasta valida anche se non lo avessi più rivisto: cullavo il ricordo di quei due incontri come un tesoro segreto, da ripercorrere ed esaminare mille e mille volte, in solitudine.
C.M.