mercoledì 31 ottobre 2018

Nec illi terra gravis fueris

In quanto strumento per la celebrazione di ogni aspetto della vita, la poesia ha sempre dedicato una reverenziale attenzione alla morte. L'epica, la forma più antica di letteratura, ha dedicato alla morte alcuni dei suoi slanci più intensi, dai lamenti di Gilgamesh, Achille e Priamo per la scomparsa di Enkidu, Patroclo ed Ettore alle eroiche imprese di discesa agli inferi compiute da Odisseo, Orfeo, Enea e poi diventate la fonte copiosa cui ha attinto Dante per la sua Commedia. Nei secoli, canti dedicati ai defunti si sono levati in ogni parte del mondo in cui si sia sviluppata una letteratura e, se Petrarca ha fatto della morte di Laura il perno della sua esperienza lirica, i poeti romantici ci hanno regalato la poesia funeraria e, oltreoceano, all'inizio del Novecento, l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters ha dato voce ai morti di un'immaginaria cittadina americana, trasformando in epitaffi poetici le loro storie.
 
John Singer Sargent, Tombe in Tirolo (1914)
 
Fra i più noti testi dedicati ai defunti spiccano senza dubbio due poesie di Ugo Foscolo: il sonetto In morte del fratello Giovanni (1803) e il carme Dei Sepolcri (1807). Se quest'ultimo è un lungo componimento in endecasillabi sciolti dedicato ad un approfondito esame della funzione sociale e culturale delle sepolture e del culto dei morti, il primo testo concentra in pochissimi versi un lamento intimo, che scaturisce dal dolore del poeta per la morte del suo congiunto. Materialista e ateo, Foscolo non si riconosce in alcuna visione spirituale della morte, ma attribuisce alla tomba l'importantissima funzione di conservare quella celeste corrispondenza d'amorosi sensi che, tiene in vita, nel pensiero dei cari, il ricordo dei loro defunti. Nei Sepolcri, il poeta ribadisce questa funzione, aggiungendo che le tombe degli uomini illustri (come quelle della chiesa fiorentina di Santa Croce) non solo conservano un ricordo, ma spingono gli esseri umani a migliorarsi, fornendo loro esempi di grandezza umana, intellettuale ed eroica. Solo la poesia, per Foscolo, ha una funzione paragonabile a quella della tomba nel serbare la memoria. Questo spiega il grande rilievo del canto dei defunti nei versi di ogni epoca e tradizione.
Come è noto, In morte del fratello Giovanni rivela profonde affinità tematiche ed espressive con un testo della cultura latina, il carme 101 del poeta Catullo, vissuto nel I secolo a.C.; in entrambi i componimenti i poeti si rivolgono al fratello sepolto lontano.
Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.
Foscolo si rivolge a Giovanni, contemplando l'ipotesi della fine dell'esilio che lo tiene lontano da Venezia e la possibilità di sedersi presso la tomba del fratello così come fa la madre, che, riportando al defunto notizie del fratello in un monologo privo di speranza (il cenere è muto, come si legge al v.6), compie la funzione, di pur vana consolazione, di tenere unito il nucleo familiare. Foscolo, tuttavia, è in comunione con il suo congiunto, soffre quanto ha sofferto lui, condotto al suicidio dai debiti di gioco e, come lui, spera di godere un giorno, quando di lui non resteranno che le ossa, del pianto della madre, di un contatto estremo.
Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Dopo aver traversato terre e mari,
eccomi, con queste povere offerte agli dei sotterranei,
estremo dono di morte per te, fratello,
a dire vane parole alle tue ceneri mute,
perché te, proprio te, la sorte m’ ha portato via,
infelice fratello, strappato a me così crudelmente.
Ma ora, così come sono, accetta queste offerte
bagnate di molto pianto fraterno:
le porto seguendo l’antica usanza degli avi,
come dolente dono agli dei sotterranei.
E ti saluto per sempre, fratello, addio!
 
Vincent van Gogh, Les Alyscampes (1888)
 
La traduzione del carme 101 qui presentata, opera di Salvatore Quasimodo, rivela l'ispirazione catulliana del testo di Foscolo: il poeta latino giunge in Bitinia, sulla tomba del fratello, dopo un lungo viaggio per terra e mare, mentre Foscolo è costretto a peregrinare senza mai raggiungere il sepolcro di Giovanni, entrambi descrivono il proprio pianto sulla lapide (reale quello di Catullo, solo immaginato quello di Foscolo), per entrambi il defunto non ha consolazioni da offrire (mutam cinerem).
L'aspetto più toccante dei due testi è che l'io lirico non coincide col destinatario: l'attenzione dei due poeti non è concentrata su loro stessi, sul loro dolore, sul loro gesto di contemplare la tomba del fratello e di piangere su di essa. Essi si rivolgono ai fratelli, sono loro i veri protagonisti delle due liriche e i poeti vi compaiono solo in quanto impotenti testimoni di una morte che non hanno potuto evitare e nella quale non c'è consolazione.
Ma esiste un'altra coppia di testi che, nel dialogo fra tradizione latina e classicismo italiano, prevede un'apostrofe al defunto. Non, però, a colui di cui si piange la scomparsa, bensì ad altri congiunti, cui il poeta chiede di prendersi cura di una persona appena scomparsa. I due testi sono Funere mersit acerbo, scritto da Giosué Carducci dopo la morte del figlio Dante, a soli tre anni (forse il brano più toccante riferito a questa esperienza, assieme a Pianto antico), e l'epigramma del poeta Marziale (I sec. d.C.) dedicato ad una bambina di nome Erotion.
O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?

È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l'atre
sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.
Tratto dalla raccolta Rime nuove, il sonetto Funere mersit acerbo deve il suo titolo alla citazione di parte di un verso virgiliano. Nel libro VI dell'Eneide, il protagonista discende negli Inferi e, non appena sbarcato oltre l'Acheronte, si imbatte in un gruppo di spiriti che riempiono di pianto la prima zona dell'oltretomba: sono i fanciulli strappati prematuramente alla vita (vv. 426-429).
Continuo auditae voces vagitus et ingens
infantumque animae flentes, in limine primo
quos dulcis vitae exsortis et ab ubere raptos
abstulit atra dies et funere mersit acerbo.

E subito furono udite voci, un forte vagito,
anime che piangevano, di bambini, che sulla prima soglia,
estranei alla dolce vita, rapiti alla mammella
il giorno oscuro rapì e precipitò in una morte acerba.
Carducci si rivolge, come Foscolo e Catullo, al fratello, non per piangere lui stesso, ma per chiedergli di accogliere nel mondo dei defunti il suo bambino, col quale condivide il nome. Il fratello dovrebbe aver udito, dalla sua tomba fra i colli toscani, il pianto di un bambino, che, disorientato e impaurito, chiama la madre, e Giosué immagina che egli gli si faccia incontro e lo rassicuri mentre discende nell'oscurità dell'aldilà (atre sedi).
Così in uno dei suoi più noti epigrammi fa Marziale, che celebra la piccola Erotion, una schiava morta pochi giorni prima del suo sesto compleanno; il poeta invoca le anime dei genitori, venerate dai Romani come Mani, affinché accolgano lo spirito della fanciulla, che sicuramente sarà atterrito dall'oscurità, dalle grida delle anime e dalle fauci rabbiose di Cerbero.
Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,
uixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam ueteres ludat lasciua patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

A te padre Frontone, a te madre Flaccilla
affido questa fanciulla, miei baci, mia dolcezza,
affinché la piccola Erotion non abbia terrore delle nere ombre
e delle enormi fauci del cane del Tartaro.
Avrebbe provato il gelo del suo sesto inverno
se solo fosse vissuta altri sei giorni.
Che possa giocae fra i suoi tanto anziani padroni
e tra labbra balbettanti cinguetti il mio nome
Una zolla non dura copra le sue tenere ossa e tu,
terra, non essere per lei pesante: ella non lo fu per te.
Il testo è evidentemente ben noto a Carducci, che dai versi di Marziale riprende i riferimenti alla paura della bambina e il riferimento al gioco. Il poeta latino estende la preghiera di prendersi cura di Erotion ad entrambi i genitori, padroni della piccola ma evidentemente legati a lei come ad una figlia o ad una nipote; ugualmente, Erotion deve essere stata per Marziale ben più di una schiava, una vera componente della famiglia, una bambina con cui condividere giochi e tenerezze. E straziante è quell'appello alla terra, nella preghiera, ancora in uso, che essa non pesi sulla fanciulla, tanto più che ella ha esercitato ben poco peso sul suolo che ha calpestato per così breve tempo.

Ernst Ludwig Kirchner, Cimitero foresta (1933)

C.M.

martedì 9 ottobre 2018

Cavalli di razza - J.J. Sullivan

Cosa può indurre una persona che non si è mai interessata all'ippica, che, anzi, ha sempre snobbato qualsiasi sport ad immergersi in un'appassionante ricerca sul mondo dei cavalli? Non una folgorante esperienza all'ippodromo, non il lavoro, bensì il desiderio di stabilire una comunicazione, un rapporto a distanza con il padre ormai defunto.
È quanto racconta John Jeremiah Sullivan nel suo libro Cavalli di razza, uscito il mese scorso per i tipi di 66thand2nd nella traduzione di Gabriella Tonoli. Trattasi di un breve ma accurato reportage del mondo delle corse, dei suoi retroscena e del significato culturale assunto dal cavallo dagli albori della domesticazione fino alla selezione maniacale che si realizza al giorno d'oggi nei circuiti delle gare.
Ad accendere in Sullivan la curiosità per uno sport che mobilita ingenti somme di denaro e smuove il fascino di appassionati ma anche di semplici curiosi che decidono di regalarsi un'esperienza all'ippodromo è il racconto che il padre gli offre da un letto di ospedale. Nel 1973 Mike Sullivan, giornalista sportivo che ha saputo raccogliere intorno a sé l'ammirazione di tanti colleghi, è al Kentucky Derby e assiste alla clamorosa performance di Secretariat, che, contro ogni pronostico, strappa la vittoria al favoritissimo Sham.
«Nessuno aveva mai visto un cavallo correre in quel modo»: bastano queste parole a spingere lo stesso John ad avventurarsi nella maggiore competizione ippica americana e negli anfratti della storia dei cavalli dalla nascita della razza fino alla distinzione delle varietà più prestigiose, dalle pitture rupestri preistoriche alle folgoranti apparizioni dei destrieri dei conquistadores nel Nuovo Mondo, dalla descrizione delle aste in cui si vendono i giovani yearling alla triste fine di molti purosangue ormai inservibili nelle corse. Sullivan alterna aneddoti e lunghe digressioni in un racconto che ha il valore di un documentario e, insieme, di un servizio giornalistico, soprattutto nelle pagine dedicate all'edizione del Kentucky Derby del 2001, che si svolge all'ombra della tragedia dell'11 settembre e vede come protagonista e trionfatore quel War Emblem che fa parte proprio della scuderia di un emiro saudita sul quale non tardano a concentrarsi sospetti di terrorismo.
Il risultato di questa indagine è un accurato resoconto dai ritmi altalenanti, che corre veloce laddove trovano spazio le curiosità e rallenta in corrispondenza delle ricostruzioni più accurate e puntigliose. Cavalli da corsa, però, non è, a discapito dell'accurata bibliografia e degli interessanti inserti fotografici, un libretto asettico, da leggere come una piccola enciclopedia del cavallo, né si riduce alla cronaca delle gare, che, pure, l'autore riesce a rendere con la concitazione degli speaker e con fotogrammi al rallentatore magistralmente costruiti attraverso le parole. Nulla della ricerca di John Jeremiah Sullivan avrebbe infatti senso senza le profonde rievocazioni di piccoli momenti di vita familiare e senza il costante riferimento a quella perdita che proprio attraverso la riscoperta della passione e dell'entusiasmo del padre per i cavalli permette all'autore di incontrare di nuovo, a distanza, il genitore. Del resto le più appassionate ricerche hanno spesso un seme in un legame affettivo che, in qualche modo, ha acceso una fiamma.

Franz Marc, I grandi cavalli blu (1910)
Non abbiamo mai capito con certezza se il cavallo significhi pace o guerra, vita o morte; dipende da quale cultura si esamini, nel corso dei secoli il simbolo oscilla, come una bussola al polo. Più i simboli divengono familiari, più acquistano polisemia: la giada significherà sempre la purezza, ma la mela può significare qualsiasi cosa. E nulla ci è stato più familiare del cavallo, fino a, beh, diciamo fino al 1913, quando Ford cominciò a usare parti intercambiabili, o fino ad ora in alcune parti del pianeta. Non è azzardato dire che chi conosce i cavalli, chi li conosce sul serio, capisce meglio dello storico più aggiornato cosa significava in passato essere umani.
C.M.