giovedì 2 maggio 2019

Il guardiano della collina dei ciliegi - F. Faggiani

A volte si sente il bisogno di una lettura che non riempia la testa di avventure ma che tenga compagnia come una voce amica e rassicurante. Il guardiano della collina dei ciliegi, il nuovo romanzo di Franco Faggiani (Fazi editore) è arrivato proprio nel momento giusto, a fare da sottofondo, con le sue parole, a giornate mentalmente alquanto impegnative, offrendomi una via di svago ma, allo stesso tempo, di riflessione. In più mi ha riportata in Giappone e questo non poteva che essere un motivo in più per immergermi nella lettura.
Correvo perché solo così mi sentivo realmente libero, unico, leggero, in sintonia completa con il creato. Correvo con lo scatto di un colibrì, anche se mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza della farfalla. Solo per non sentire il rumore dei miei passi veloci sulle pietre o quello ritmico dell’aria in uscita dai polmoni. Solo per poter credere di aver raggiunto la perfezione.
Fin da questo brevissimo estratto si comprende che la storia del maratoneta Shizo Kanakuri che viene qui raccontata non è una storia di sport, ma il racconto di un percorso spirituale che si adegua alla ricerca di equilibrio, perfezione e pace che contraddistingue la cultura nipponica e che ho sperimentato direttamente durante il mio viaggio dell'anno scorso.
Di Shizo Kanakuri si sa poco e quel poco che si conosce emerge più dai pettegolezzi sportivi che dagli almanacchi; in questi giorni, grazie alle anteprime del romanzo di Faggiani, si sta riscoprendo la figura di questo atleta, che per primo ha rappresentato il Giappone nelle competizioni olimpiche di Stoccolma nel 1912. 
Kanakuri, figlio di un importante funzionario, conoscitore di ben due lingue straniere e profondamente devoto ai kodama (i kami protettori delle foreste) viene scelto dall'imperatore Meiji - Mutsuhito, desideroso di incrementare la modernizzazione del Paese, per portare all'attenzione internazionale il ruolo dell'arcipelago nipponico. Shizo Kanakuri inizia ad allenarsi sotto la guida di Jigoro Kano, fondatore del judo, e nell'estate del 1912, dopo un interminabile viaggio lungo la nuovissima Transiberiana, raggiunge la capitale scandinava, incoraggiato dal suo record di corsa. La maratona di Stoccolma si rivela, però, di difficoltà estrema: nonostante la latitudine, la giornata della gara è caldissima, molti concorrenti, stremati dall'arsura e dalla fatica, si ritirano e l'atleta portoghese Francisco Lazaro muore poche ore dopo un collasso lungo il percorso. Anche Kanakuri è in difficoltà, ma guadagna il primo posto a pochi chilometri dalla conclusione del percorso e approfitta del vantaggio per concedersi un momento di ristoro nel giardino di un uomo che attira la sua attenzione con l'offerta di un succo di frutta. Per Kanakuri è un colpo devastante: la tensione crolla e lo assale il torpore: si risveglierà ore dopo la conclusione della gara, scoprendo di essere stato dato per disperso. In preda al disonore, cerca rifugio da un connazionale conosciuto nel viaggio in treno e lo segue nel proposito di arruolarsi nella Legione straniera nel nord Africa, per poi tornare in incognito in Giappone e iniziare una nuova vita nel villaggio di Rusu, nel Giappone settentrionale, con il nome di Yuki Kahida. Qui gli viene offerta la possibilità di occuparsi di un bosco di yamazakura che cresce su una collina.
Lo lasciai lì di stucco e mi misi a correre, con l’affanno dovuto alla fatica e all’emozione, fin sulla cima, dove c’erano i resti di una rustica abitazione. Da lassù, oltre le cime dei ciliegi, lo scenario era ancora più seducente. Una grande e densa nuvola compatta di petali ricopriva la collina su ogni versante, avvallamento, ondulazione. Il profumo inebriava l’intera valle. Mi sembrò di essermi librato in volo, tanta era la vertigine che provai.
Shizo Kanakuri (1891-1983)
alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912
Il compito di Kanakuri è accompagnare i vecchi ciliegi nella loro lenta decadenza, ma lui realizza che nel recupero e nel salvataggio della foresta può ritrovare quell'equilibrio e quella motivazione che il fallimento olimpico gli ha gettato sulle spalle. A Rusu, Kanakuri rientra in contatto con i kodama e prendersi cura degli alberi è come un atto di omaggio e rispetto nei loro confronti: egli difende le gemme degli alberi dagli assalti degli animali, abbatte le piante cadute e al loro posto colloca giovani ciliegi, si dedica a lunghe camminate per visitare ogni singolo albero della collina. Shizo Kanakuri ricostruisce la propria esistenza, prende moglie, mette al mondo dei figli, impara ad affrontare lo scorrere del tempo e i gelidi inverni, riflettendo ogni giorno sul senso di ciò che osserva e delle esperienze che attraversa. Finché un giorno non si imbatte in un giovane giornalista svedese che gli offre, a cinquantacinque anni dalla gara del 1912, la possibilità di ultimare la maratona.
Incuriosito dalla notizia della curiosa scomparsa di Shizo Kanakuri, Franco Faggiani ha inseguito la figura di questo atleta. Le notizie, come racconta lui stesso nella postfazione del romanzo, non erano molte, anche perché i protagonisti delle imprese atletiche, all'inizio del XXI secolo, non godevano della visibilità che hanno oggi, tanto più se provenienti da Paesi allora non tenuti in grande considerazione, come era allora il Giappone. Per questo motivo laddove non arriva la cronaca subentra il romanzo. Cosa può essere accaduto a Shizo Kanakuri al risveglio in una serata estiva a Stoccolma? Inseguendo questo interrogativo Franco Faggiani si cimenta in una originale e travolgente storia sul bisogno di ricominciare, sul confronto con se stessi e i propri limiti, sulla ricerca di significato e di perfezionamento. Per ultimare il percorso iniziato, che non è solo una gara sportiva ma una sorta di viaggio di ri-formazione, a Kanakuri serviranno 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi, l'esperienza di nuove amicizie e di nuovi sentimenti, il contatto prolungato con i ritmi della natura, l'isolamento e il ritorno nel mondo, il confronto con il dolore, il passaggio dal ruolo di figlio a quello di padre.
Le scelte narrative e la penna di Franco Faggiani, che si sono già fatte ampiamente apprezzare con il suo primo romanzo, La manutenzione dei sensi, si volgono qui ad una storia molto diversa, che, però, racconta ancora una volta un percorso di conoscenza di sé, un viaggio che avviene nell'animo di un protagonista che cerca in un luogo isolato lo spazio adeguato per iniziarlo.
Ne Il guardiano della collina dei ciliegi ho ritrovato quello stile pulito eppure suggestivo, quelle descrizioni capaci di riempire gli occhi e l'udito, quella capacità di introspezione e di comunicazione dei sentimenti che mi avevano fatto amare La manutenzione dei sensi. Grazie a Franco Faggiani possiamo conoscere il vero Shizo Kanakuri, il Giappone in cui è vissuto, la cultura di cui era custode ma, al tempo stesso, incontrare anche uno Shizo Kanakuri fra i tanti che potrebbero essere nati all'indomani della rovente maratona olimpica del 1912. La storia reinventata di Shizo Kanakuri è una fenomenale prova del potere della narrativa di sopperire a ciò che la realtà non racconta, facendone esplodere le potenzialità. E se non per questo, per cos'altro leggiamo?

Avevo sperato nel silenzio assoluto per accompagnare le mie camminate meditative e quelle dedicate alla custodia dei ciliegi. Il primo lavoro consistente fu quello di tagliare i rami più alti, sottili e sterili che, con il peso della neve, si sarebbero certo spezzati finendo per danneggiare quelli sottostanti. Se si eliminano i rami improduttivi, quelli inutili, quelli che rimangono crescono più rigogliosi. Questo principio vale per ogni cosa, anche per le persone: eliminare i pensieri negativi per far sì che quelli positivi abbiano più spazio e vigore per svilupparsi.
C.M.

martedì 23 aprile 2019

È tempo di ricominciare - C. Korn

Vi ricordate di Henny, Käthe, Lina e Ida? Le avevamo lasciate alla fine del secondo conflitto mondiale, al momento in cui Figlie di una nuova era si interrompeva, tenendoci in sospeso fra dubbi e curiosità, prima fra tutte quella di sapere se fosse proprio Käthe la donna che Henny ha visto su un tram, se ella si fosse davvero salvata dai campi di concentramento in cui era finita con la madre proprio a seguito della denuncia del marito di Henny.
Finalmente Carmen Korn è tornata a prenderci per mano per riaccompagnarci nelle vite delle protagoniste del primo romanzo della sua trilogia. Ancora una volta non è solo di queste quattro donne, ciascuna a proprio modo anticonvenzionale, che sentiamo parlare: nel moltiplicarsi dei loro rapporti e nell'intrecciarsi delle loro amicizie rincontriamo personaggi noti e ne conosciamo altri di altrettanto interesse, altrettanto capaci di conquistarci.
È inevitabile per chi ha gradito la lettura di Figlie di una nuova era innamorarsi di È tempo di ricominciare, un romanzo che inizia con tanti dubbi e tante paure, perché la ripresa, dopo la guerra, le deportazioni, le tensioni politiche, le ostilità di fazione, i bombardamenti, non è priva di angosce e il timore di nuovi conflitti e nuovi disastri è sempre in agguato. Pian piano eccoci a riallacciare i legami con Henny e con Theo Unger, che finalmente Henny si deciderà a sposare, con i figli di lei, Marike, ormai avviata alla professione di medico ma anche al profondo desiderio di una nuova maternità, e Klaus, che fatica a convivere con l'impossibilità di mostrarsi in pubblico con il musicista Alex Kortenbach, l'uomo che ama, perché i lager sono stati aperti, ma la vera tolleranza è ancora lontana dall'affermarsi. Riabbracciamo finalmente Rudi e Käthe, coloro che più di tutti resistono alla sete di tornare alla normalità e che timidamente si riaffacciano ad una vita degna di tale nome, che regalerà loro un dono inaspettato e una vera e propria risorsa cui appigliarsi per andare avanti e ricostruire la loro identità di individui e di coppia. Perde un po'di verve il rapporto di Lina e Louise, la cui libreria diventa però luogo di ritrovo e un punto di riferimento della nuova svolta e, insieme, della memoria, e forse ci stupiamo un po'di Ida, che con tanta tenacia ha inseguito la storia con Tian e che ora ne appare quasi annoiata, mentre emergono la bellezza e lo slancio della sua bellissima figlia Florentine, corteggiata dalle maggiori riviste di moda e al costante inseguimento di un modello di femminilità che sia tutto il contrario di quello tradizionale di figlia, moglie e madre.
Questi sono solo alcuni degli snodi narrativi di una saga che diventa sempre più complessa e che non si limita più ad avvicinarci ai suoi protagonisti, ma ci introduce nel profondo delle loro esistenze, stabilendo una vera e propria empatia, offrendoci la possibilità di vivere e sentire con ciascun personaggio, anche con quelli che appaiono minacciosi, capricciosi, difficili da comprendere.
Il vero punto di forza di questo volume è però nella capacità di trasmettere quel cambiamento cui allude il titolo, sfoderando questo tema, cruciale per qualunque essere umano, in ogni piega, mostrandone ogni risvolto, proprio grazie alla possibilità di renderlo visibile attraverso tanti personaggi: quello in cui Henny e le altre si muovono ora è un mondo che deve ripartire, che deve rimuovere le macerie e costruire qualcosa al posto di esse, un mondo che deve reinterpretarsi, porsi domande, liberarsi della cancrena dei pregiudizi e avere il coraggio di sfidare il futuro. Le vicende proseguono fino al novembre del 1969, attraversando i momenti di maggior vivacità e trasformismo socio-culturale, oltre che politico: lo sfondo su cui si muovono i personaggi di Carmen Korn sono quelli del Dopoguerra, della nuova Germania, del muro di Berlino, della crisi dei missili di Cuba, delle lotte per i diritti civili di Martin Luther King, delle contestazioni studentesche, della rivoluzione sessuale e della corsa alla conquista dello spazio.
È tempo di ricominciare è quindi una grandiosa sfilata in compagnia di grandissimi personaggi ai quali è impossibile non affezionarsi. Se Figlie di una nuova era aveva avuto l'importantissima funzione di delineare un tracciato, questo secondo capitolo mi ha permesso di inoltrarmi lungo il percorso, sperimentandone le svolte e mettendo alla prova i sentimenti per ciascun uomo o donna apparso sul tragitto. La lettura è stata quindi magnetica, forte, emozionante: se questo è ricominciare, c'è solo da provare ad immaginare cosa sarà - fra non molto tempo, ahinoi - finire.
 
«Anche voi vi piazzerete davanti al televisore domenica?», gli domandò Robert a trasmissione finita, quando Klaus stava per andarsene. «È un evento storico, no? Il primo uomo sulla Luna!».
«Sarebbe un evento storico se lassù trovassero il modo di portare la pace nel mondo», disse Klaus.
C.M.

mercoledì 3 aprile 2019

Bye bye vitamine! - R. Kong.

«Eccomi qua, a collezionare momenti al posto tuo. Collezionare - credo sia questa la parola chiave. A meno che sia momenti
Davvero il romanzo di Rachel Kong Bye bye vitamine, edito da NN e tradotto da Silvia Rota Sperti, è una singolare collezione di momenti, un piccolo taccuino di memorie perse, ritrovate e salvate, una partita che si gioca fra il passato (anzi, fra i passati) e il presente, o, per meglio dire, fra il presente e quello che dei passati rimane.
La collezionista in questione è Ruth, una trentenne reduce dalla fine di una storia importante che torna dai genitori e si trova a convivere giorno dopo giorno con il morbo di Alzheimer del padre e con una madre convinta che per evitare o almeno non aggravare la demenza sia necessario assumere vitamina B12 a pieno ritmo. Ruth si lascia alle spalle San Francisco e il lavoro di ecografista e si rifugia nella casa d'infanzia, dove si imbatte in un singolare diario nel quale il padre, Howard, ha annotato i momenti più teneri e buffi della sua crescita, con tutte le curiosità e gli strafalcioni associati. Decisa a proteggere il padre dal crollo che lo coglierebbe se rimanesse solo fra le pareti di un'abitazione, Ruth si accorda con Theo, un ex allievo di suo padre, per organizzare un finto corso di storia della California all'università e affianca il genitore nei suoi momenti di smarrimento quotidiano, che culminano in una fuga da casa in boxer, e nelle bizzarrie che a volte riescono a strapparle un sorriso, come quando imbocca il gatto del vicino con un cucchiaino, attingendo da una scatoletta di tonno. E poi inizia a tenere lei stessa un diario, annotando i momenti quotidiani vissuti dal padre, quelli di lucidità e quelli di smarrimento, determinata a salvare i segni di un rapporto che, comunque, continua a esistere.
Bye bye vitamine è un racconto agrodolce, intriso di affetto e di uno stile leggero che riesce a parlare di una malattia che spaventa chiunque senza suscitare compassione o dolore. C'è un tono di garbata ironia nella leggerezza che Rachel Kong riesce a distribuire sulle pagine, nella selezione degli episodi significativi, nell'attenzione con cui raccoglie i dettagli e carica anche quelli più prosastici di una evidenza particolare. Sembra di essere lì a vedere quel padre e quella figlia che invertono i loro ruoli, prima nei ricordi di Howard che guida Ruth verso la consapevolezza del mondo, delle cose, degli animali e degli oggetti, poi nelle annotazioni di lei che lo aiuta a riempire con la fantasia, lo scherzo e il gioco il vuoto che progressivamente si estende, spesso alimentando quella purezza e a quella ingenuità che caratterizzano i bambini che apprendono e gli adulti che perdono coscienza di ciò che hanno imparato.
Che oggetto d’amore imperfetti siamo, e che imperfetti donatori. I motivi per cui ci prendiamo cura l’uno dell’altro possono non avere niente a che fare con la persona di cui ci prendiamo cura. C’entra solo come eravamo noi insieme a quella persona – cosa sentivamo per quella persona.
C.M.

domenica 31 marzo 2019

L'orologio da portare avanti

Ultimamente ho cercato di fuggire i notiziari per non dover assistere continuamente alle sfilate di ipocrisia che si sono moltiplicate dopo l'annuncio che in questo finesettimana Verona avrebbe ospitato il congresso delle famiglie (non uso le maiuscole per non dargli troppa importanza). Non tenevo affatto a veder rispuntare tutti quei moralisti che evidentemente la crociata anti-gender di un paio di anni fa non ha soddisfatto. Però anche stavolta il flusso mediatico è stato talmente forte che non ho potuto sottrarmi alla pioggia di assurdità che si sono sentite, e di fronte all'ipocrisia e all'oscurantismo di certe posizioni non si può proprio tacere.
Perché il problema del tradizionalismo (nel senso deteriore del termine) è che i conservatori si fanno reazionari e alzano le barricate pensando che aprire a nuove possibilità - peraltro garantite dalla nostra Costituzione e, a livello mondiale, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani - significhi imporre anche a loro, alla loro vita quotidiana, al loro modo di vivere il cambiamento. Come a dire che riconoscere la varietà della parola famiglia equivalga a obbligare chi vuole costruire una famiglia tradizionale a orientarsi a progetti diversi oppure che concedere la possibilità di adozione ad una coppia omosessuale la tolga alle coppie eterosessuali.
Certo, secondo gli ultraconservatori genera più confusione sui rapporti fra i sessi l'avere due genitori maschi o femmine che vedere un padre che picchia la madre e quest'ultima che vive nel terrore, ma solo perché un'altra delle idee idiote che hanno ritrovato spazio in questi giorni è quella secondo cui la donna deve essere colei che custodisce il focolare domestico e non coltiva alcuna ambizione di realizzazione al di fuori della famiglia, meglio se con un paio di corna sulla testa che la facciano sembrare ancor più devota al marito. Idee che anche due anni fa venivano rivestite di una bella patina cattolica, come quella che anche in questi giorni ha spinto i congressisti a parlare degli omosessuali come dei malati che commettono peccati contro Dio. E io che pensavo che il cristianesimo sostenesse valori quali l'amore incondizionato per il prossimo e l'astensione da qualsiasi giudizio.
Del resto, penso che i veri cristiani fossero tutti altrove rispetto alla sala della Gran Guardia e che, anzi, inorridiscano nel vedersi associare a queste nuove forme di inquisizione, maschilismo e omofobia, non così diverse da quelle che, nei secoli, hanno portato sul rogo uomini e donne accusati di eresia e stregoneria o nei campi di concentramento tutti coloro che erano considerati geneticamente o moralmente inadeguati ad una certa idea di razza.
Il colmo dell'ipocrisia sta nella presenza di relatori e sostenitori che nelle loro esperienze familiari non hanno nulla di tradizionale, ma che amano così tanto la famiglia da essersene create due o tre e da avere già avviato nuove relazioni, disseminando figli qua e là. Scelte private che, personalmente, non mi interessano e non intendo giudicare, ma che certamente non rispecchiano le parole di cui questi signori si sono riempiti la bocca... da che pulpito, insomma. Se poi pensiamo che fra i promotori di questa assurda fiera si annoverano autorità civili che vanno dal Comune al Governo, si nota quanto siano deboli le tutele su cui alcuni gruppi sociali possono contare. Perché, anche se il programma della manifestazione può apparire in sé piuttosto innocente (pur con alcune espressioni che almeno un po' risultano inquietanti, come 'ecologia umana integrale'), abbiamo avuto prova del genere di mentalità di cui si fanno portavoce i partecipanti e gli organizzatori, che non hanno perso occasione per bollare come 'altro' e, quindi, 'secondario', quando non addirittura 'inaccettabile' qualsiasi nucleo di affetto costituito dalle cosiddette famiglie arcobaleno.
«La famiglia è l’istituzione sociale originaria che getta le fondamenta di una società moralmente responsabile» si legge nel manifesto del congresso. Una bella frase, che, però, associata al matrimoniocentrismo (quello uomo-donna, si intende), comporta evidentemente la negazione che una responsabilità morale possa emergere in famiglie di composizione diversa da quella padre-madre-figli e l'affermazione che la società del passato, chiaramente basata sulla famiglia tradizionale sia sempre stata moralmente responsabile, quindi migliore.
Trovo terrificante che nel 2019 la priorità del mondo politico italiano sia quella di mettere sul piedistallo un modello di famiglia e di escludere dalla riflessione legislativa tutti gli altri, che, pure, sono presenti, vivaci, attivi. Responsabilità morale o depravazione possono emergere in qualsiasi tipo di famiglia, rispetto e affetto o, per contro, maltrattamenti e scorrettezze si fanno largo fra coppie di sesso diverso e dello stesso sesso.
Fortunatamente ieri, a Verona, ha trovato spazio e ha raccolto grande successo anche la manifestazione di risposta al congresso delle famiglie, con la lunga sfilata del corteo per i diritti civili, segno che la sensibilità verso la parità sociale e civile è forte e non si lascia scalfire.
Viene però da chiedersi come sia possibile che trovino spazio e voce senza alcuna conseguenza dei fanatici apertamente omofobi, ostili all'altro, fermi su posizioni che le convenzioni internazionali ritengono obsolete, quando non addirittura contrarie al diritto di uguaglianza sancito a gran voce più di settant'anni fa.


Come si può ancora oggi pensare che la qualità delle relazioni familiari sia basata sul sesso dei componenti della famiglia? Come si può ancora oggi ritenere che l'aspetto centrale della questione femminile sia la proibizione dell'aborto (senza neanche valutarne le possibili ragioni) e la limitazione dell'impegno lavorativo delle madri e non il contrasto alla violenza sulle donne o alla disparità del trattamento economico delle lavoratrici rispetto ai loro colleghi maschi? Come si può ancora oggi condurre delle battaglie basate sulla presunta superiorità di alcuni esseri umani sugli altri, con motivazioni che peraltro sono incoerenti e palesemente smentite dalla realtà? Come si può ancora oggi concepire i disegni di legge di carattere sociale come strumenti di discriminazione e sanzione, anziché come mezzi di inclusione, tutela, promozione della coesione civica?
Persino Manzoni (Manzoni, eh), di fronte alla tradizionalissima famiglia secentesca della povera Gertrude, ha l'ardire di negare al genitore di lei, che le impone crudelmente il destino di monaca, il titolo di padre. Ecco, rendiamoci conto che esistono oggi tante persone che esprimono un pensiero ancor più arretrato di quello di un uomo decisamente conservatore come il Manzoni, che, se non altro, aveva la giustificazione di vivere nel XIX secolo.
A proposito di epoche, che oggi ci sia un orologio che richiede di essere portato avanti ben più di un'ora è evidente, ma non è corretto definire 'medievale' il congresso di Verona: il Medioevo è stato certo un periodo dominato da un pressante pensiero religioso e punteggiato da episodi di violenza contro la diversità, ma, sul piano delle discriminazioni, non è stato più feroce di altre epoche storiche. Ricordiamo che fra Cinquecento e Seicento l'Inquisizione ha istituito processi e acceso roghi in tutta Europa e non occorre aprire chissà quali testi specialistici per ricordarci dei Lager nazisti o di altri fenomeni di genocidio del secolo scorso. Due parole a favore del Medioevo vanno spese: smettiamo di vederlo come un'epoca oscura, perpetuando il pregiudizio settecentesco, e ricordiamoci che il Medioevo ci ha regalato splendide manifestazioni di genio artistico e culturale, che è stato il vero momento di incontro fra tutti quei popoli che avrebbero costituito le basi dell'Europa. Preoccupiamoci, invece, della pochezza di quella parte della società contemporanea che, pur conoscendo tutto quanto è accaduto dall'antichità ad oggi, anche nel Medioevo, e potendo quindi valutare aspetti negativi e segni di progresso nella storia dell'umanità, pur avendo di fronte a sé documenti sofferti che hanno riconosciuto a tutti gli esseri umani la libertà di espressione e realizzazione personale, non riesce a farne tesoro.
Quella società, insomma, che lascia liberi di esprimersi gli omofobi, i maschilisti e i terrapiattisti, senza peraltro produrre nulla che possa eguagliare la Cappella degli Scrovegni o la Divina Commedia.
C.M.