lunedì 28 gennaio 2019

Nel cuore della notte - R. West

Per tutti coloro che si sono appassionati alle vicende di Rose e Mary Aubrey oggi è un lunedì meno lunedì degli altri, un lunedì per il quale sarà valsa la pena lasciarsi alle spalle il finesettimana. A poco più di sei mesi dal primo volume, Fazi Editore porta in libreria Nel cuore della notte, seguito de La famiglia Aubrey.

L'autrice, Rebecca West, ci riporta nella familiare atmosfera di casa Aubrey, dove ormai le due gemelle sono cresciute e trascorrono le giornate fra lezioni di pianoforte in prestigiosi istituti di musica e concerti, seguendo le orme del successo della madre. La situazione familiare si è risollevata grazie alla vendita di due dipinti di cui Clare ha nascosto per anni il valore al marito, scomparso insieme a tutti i debiti contratti, e al caloroso affetto del signor Morpurgo, che si è ormai preso a cuore Richard Quin e tutti i suoi cari. Cordelia, per parte sua, ha ormai imparato a convivere con la certezza di non avere talento per la musica, sebbene non abbia ancora perdonato colei che l'aveva illusa di avere di fronte a sé una luminosa carriera di violinista, e si adatta alla sua nuova condizione di moglie, nella quale il suo carattere sembra almeno in parte rabbonirsi. Non vanno dimenticati Richard Quin, che trascura il flauto ma rimane il ragazzo amabile che il lettore ha imparato a conoscere, e la cugina Rosamund, determinata a diventare un'infermiera e sempre capace di grande abnegazione in favore del prossimo. Tutta la famiglia è ormai entrata nel nuovo secolo e si prepara ad affrontare gli inevitabili cambiamenti, in particolare l'esplosione del primo conflitto mondiale e le devastanti conseguenze che avrà sulla tranquillità familiare.
Non mancano, nel progredire dei personaggi verso le responsabilità e le amarezze dell'età adulta, alcuni momenti di avventura che ricordano le prime spensierate pagine del primo capitolo della trilogia: la vacanza della famiglia alla locanda Dog and Duck nella campagna lungo il Tamigi, con le passeggiate dei giovani nella natura e una losca quasi-rissa notturna, ha il sapore di una piccola grande impresa che idealmente pone fine ai sogni adolescenziali e accompagna Rose, Mary, Richard Quin e Rosamund verso la presa di coscienza che la realtà che hanno imparato a conoscere è destinata a mutare inesorabilmente. Si affaccia la paura della morte, quella che forse ha già colto, chissà dove, il capofamiglia, e quella che, prima o poi, dovrà toccare il nucleo di affetti che rimane. In questo secondo momento della sua storia, Rose Aubrey comprende che nulla è eterno, che è necessario imparare a convivere con la certezza del distacco e, imitando il meglio di ciò che si è visto fare agli adulti, cercare di proseguire nel cammino allo stesso modo.
Nel cuore della notte ha una ripartenza un po'lenta, ma, a concedere a Rebecca West la fiducia che si è guadagnata con La famiglia Aubrey, si viene presto ripagati dell'attesa. Sì, perché anche stavolta gli eventi sono pochi, eppure tutti i tasselli della narrazione stanno al loro posto e contribuiscono a dare spessore ad una storia lineare ma ben definita. Se, dunque, può sembrare che le poche ore trascorse dagli Aubrey a casa del signor Morpurgo e lo stesso capitolo del Dog and Duck non siano particolarmente significativi, si capirà invece che essi contribuiscono a definire sia la continua e rassicurante presenza del signor Morpurgo (l'unico con il quale Clare condividerà un triste segreto) sia la luminosa figura di Richard Quin, che è forse il vero protagonista di questo secondo romanzo. C'è poi molto di autobiografico fra queste pagine, che appaiono interessanti anche per conoscere meglio l'autrice, il cui vero nome era Cicely Isabel Fairfield e che, oltre ad essere stata in polemica con molti colleghi, fra cui Virginia Woolf, ha attraversato difficoltà familiari paragonabili a quelle dei suoi giovani protagonisti. 
Non rimane dunque che scoprire cosa sarà degli Aubrey e se Rose sarà segnata dagli ultimi sviluppi della vicenda quanto Rebecca West è stata dalle vicende personali che hanno fornito il prezioso materiale narrativo a questa saga, che raggiunge qui il suo pieno sviluppo, offrendo ricche descrizioni, riflessioni destinate a lasciare un segno profondo e pagine di forte trasporto emotivo.

Il problema di questo mondo è che noi e le persone che amiamo siamo due entità separate. È terribile avere a cuore ciò che prova l’altra persona, come se fosse parte di noi, eppure non sapere mai con certezza quello che prova, perché ognuno di noi è solo se stesso. È come essere in prigione, solo al contrario, chiusi fuori invece che dentro.
C.M.

domenica 27 gennaio 2019

Quale memoria?

Quale memoria? Questa domanda si pone con forza ogni volta che si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria. Perché trasformare una celebrazione così importante in una esteriore manifestazione di un lutto le cui cause sono sempre più lontane nel tempo è un rischio che non possiamo correre. Come non possiamo permetterci di limitare alla Shoah la nostra riflessione, tanto più se viviamo immersi una società che, globalmente, fa spesso mostra di nutrire e tollerare ancora tanti pregiudizi.
Guarda, lo so che tu e la tua generazione ritenete molto utile che si parli di tutto, ma per noi non era così. Abbiamo imparato a dimenticare. Lo dicevano tutti, allora: dimentica e guarda avanti! Non stare a rimuginare sul passato […] E poi non c’era nessuno che fosse così interessato ad ascoltare quello che avevamo da raccontare. La gente non voleva sentire e basta.
Queste parole sono tratte dal romanzo Io non mi chiamo Miriam; l'autrice, Majgull Axelsson, ha saputo cogliere tutta la drammaticità delle esperienze narrate, approfondendo una parte del purtroppo immenso fenomeno che è stato la Shoah, quella della deportazione dei Rom. Pur ascritto alla narrativa, questo testo si raccorda con molti documenti memorialistici (basti pensare a Se questo è un uomo e a La tregua di Primo Levi), offrendo un grande spazio, alla difficoltà dei sopravvissuti di raccontare: un ostacolo insormontabile dettato sia dall'ineffabilità delle brutalità subite, sia dal bisogno di chi avrebbe dovuto ascoltare di continuare a fuggire da una verità che li avrebbe obbligati a fare i conti anche con le proprie responsabilità.
R. Magritte, La memoria (1950)
Ho scelto queste poche righe del romanzo perché quel non voler sentire è una scelta ancora troppo presente e che rischia di esserlo sempre di più. Non solo in relazione alla Shoah, che ci viene ricordata anche dal calendario (ma che troppo spesso torna alla memoria solo per le celebrazioni della Giornata della Memoria), ma anche a tutti gli altri episodi, presenti e passati, di discriminazione e violenza.
Perché, nell'indifferenza e nell'odio, ancora ci sono bambini costretti a lavorare, privati del diritto all'istruzione, denutriti, donne che subiscono violenza e spesso hanno paura di denunciare, intere comunità perseguitate per le idee religiose, profughi trattati solo come numeri da notiziario, ricercatori e reporter che vengono assassinati perché inseguono una verità scomoda, schiavi moderni, internati in campi di lavoro, malati e disabili privati del sostegno medico-sociale, spose bambine, omosessuali emarginati e addirittura derisi dalla stampa che è nata in quel clima di Illuminismo in cui, per la prima volta, si è detto che tutti gli esseri umani sono uguali. E sono solo alcune delle violazioni dei diritti umani, spesso silenziosamente tollerate per salvaguardare interessi internazionali, principalmente di carattere economico.
Questo dovremmo oggi ricordare: che la Shoah è stato, purtroppo, uno dei tanti fenomeni in cui la violenza dell'uomo si è manifestata. Non l'unico (e se anche unico fosse stato, sarebbe stato comunque troppo), ma uno dei numerosissimi anelli di una catena di brutalità, odio e sopraffazione che si è allungata nei millenni e che ancora non è stata spezzata.
Oggi, a differenza di quel che accadeva nel passato, abbiamo tutti i mezzi per informarci, essere critici osservatori della realtà, indagare e, in qualche modo, protestare. Eppure abbiamo ancora tanto da imparare sul significato dei diritti umani, sul fatto che averli messi nero su bianco, poco più di settant'anni fa, non basta a farci rimanere sicuri e orgogliosi di professarli. La memoria, se esiste, evidentemente è molto corta, oppure mancano le capacità elementari di connettere il ricordo con ciò che passa sotto i nostri occhi e trarne le terrificanti conclusioni.
E la paura di Primo Levi e di tanti altri sopravvissuti che temevano che nessuno li ascoltasse e che il terribile dramma che avevano vissuto cadesse nell'oblio assieme al valore della dignità umana è lungi dall'essere stornata.
Mi sembrava che ognuno avrebbe dovuto interrogarci, leggerci in viso chi eravamo, e ascoltare in umiltà il nostro racconto. Ma nessuno ci guardava negli occhi, nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico nodo di superbia e di colpa.
C.M.

lunedì 14 gennaio 2019

Stoner - J. Williams

Doveva arrivare il nuovo anno con i suoi buoni propositi perché mi decidessi a colmare quella che mi sembrava ormai una lacuna letteraria. Dopo aver amato Augustus, non potevo più evitare di conoscere il romanzo che ne ha reso celebre l'autore, John Williams, in Italia e in Europa. Pubblicato nel 1965, il romanzo è stato quasi ignorato per mezzo secolo, fino a quando non se n'è interessata la scrittrice francese Anna Gavalda, che ha procurato a Stoner la curiosità delle case editrici. Tradotto da Stefano Tummolini, Stoner è arrivato anche in Italia con Fazi editore ed è diventato in poco tempo un caso editoriale anche nel nostro Paese: dopo tanti anni, finalmente il romanzo ha ottenuto il successo che meritava.
 
Quella di William Stoner è una storia comune, forse fin troppo. Nato da una famiglia di agricoltori a Booneville, nel Missouri, Stoner inizia a frequentare il corso universitario di agraria nella speranza che possa acquisire competenze importanti per continuare l'attività paterna. Nel corso di una lezione di letteratura, inglese, però, il glaciale professor Archer Sloae lo interroga a proposito del significato del sonetto settantatré di Shakespeare. Stoner ammutolisce, ma realizza ben presto che le domande incalzanti di Sloane e i suoi balbettii di risposta sono il segno del manifestarsi di una rivelazione: diventerà un insegnante. Consapevole della delusione che causerà ai genitori, Stoner abbandona gli studi di agraria e consegue la laurea in Lettere, poi prosegue il percorso verso il dottorato negli anni in cui la facoltà di svuota per l'arruolamento di tanti studenti, volenterosi di prendere parte al primo conflitto mondiale. Stoner diventa un docente, scopre poco alla volta, mentre insegna alle matricole, le infinite risorse della grammatica e della letteratura, acquisisce sempre più entusiasmo e, sebbene si giudichi un professore mediocre e non goda della stima dei colleghi, rimane fedele alla propria vocazione, acquisendo sempre più passione per il proprio lavoro. Nel frattempo si sposa con Edith, una ragazza che lo incanta ma che già durante il viaggio di nozze si rivela distaccata, fredda e ostile; Stoner comprende fin dall'inizio della propria vita coniugale che il suo matrimonio è un fallimento e l'unica luce che ne scaturisce, la nascita della figlia Grace, di cui inizialmente lui si occupa da solo, gli viene portata via quando Edith decide, improvvisamente, di gestire da sola l'educazione e la vita sociale della bambina. La carriera universitaria non riserva a Stoner maggiori soddisfazioni: nonostante l'affluenza ai suoi seminari e la stima incondizionata del decano, suo grande amico, uno studente accettato al seminario su pressione del relatore Hollis Lomax lo porta ad un conflitto con il collega; una volta che Lomax diventa direttore del dipartimento, anche la vita privata di Stoner viene presa di mira, eppure questi decide di rimanere ancorato al proprio mondo anche quando sopraggiunge il termine della pensione.
Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio. Mentre smerigliava le vecchie assi per la libreria e vedeva attenuarsi la ruvidezza della superficie e la patina grigia sfaldarsi per scoprire finalmente il legno in tutta la purezza della grana e della tessitura. Mentre restaurava i mobili e li disponeva nella stanza, era se stesso che lentamente ridisegnava, era se stesso che rimetteva in ordine, era a se stesso che dava una possibilità.
In questo romanzo Williams segue le vicende di Stoner dalla sua iscrizione all'università fino al momento della morte. Nessuno spoiler, dal momento che l'autore stesso riassume in pochissime righe il corso della sua vita già nella prima pagina, lasciando che il lettore possa avventurarsi nelle pieghe di un'esistenza come tante che, pure, ha molto da comunicare. Se, infatti, è vero che Stoner non è protagonista di alcuna avventura particolare e che, al contrario, conduce un'esistenza a dir poco comune, se non deprimente, il romanzo ha in sé un fascino tale da riuscire a catturare come un magnete l'interesse del lettore, che di quell'esistenza si sente partecipe.
Se la storia di Stoner fosse, semplicemente, una storia triste, per il suo protagonista si proverebbe compassione, invece è un sentimento ben diverso quello che ci tiene attaccati alle pagine. Forse è proprio la normalità - verrebbe da dire la banalità - della vita di Stoner ad allettare il lettore, a renderlo partecipe, a blandirlo con la garanzia che una vita come tante non è necessariamente una vita mal spesa. Stoner, infatti, acquisisce da ogni esperienza che attraversa un maggior grado di consapevolezza; resta amareggiato, umiliato, avvilito, frustrato più e più volte, sia nel suo cammino professionale che in quello personale, gli viene a più riprese negata qualsiasi possibilità di gioia privata, eppure lui è in grado di trovare appagamento in ciò che di positivo ha trovato: la singolare cortesia che si stabilisce con Edith quando ella scopre della sua relazione con Katherine Driscoll, i momenti che vive con quest'ultima, in una relazione che non è fatta solo di passione ma di una intimità profonda, il ricordo della figlia che gioca nel suo studio, la motivazione che lo porta a scrivere il libro che terrà in vita un pezzo di lui anche dopo la sua morte. Fra le pagine di Stoner ciò cui assistiamo è la definizione di una identità, un cammino verso una maggiore consapevolezza di sé: William Stoner avverte più volte, in momenti di estrema prosasticità come quelli in cui assembla gli scaffali dello studio, durante una passeggiata o mentre insegna, che sta comprendendo qualcosa di se stesso, che riesce a cogliere una parte della propria identità che prima gli era nascosta, che ogni momento è un momento prezioso e irripetibile di costruzione e di autoconoscenza.
Su Stoner sono stati scritti articoli su articoli nel tentativo di spiegare i motivi del suo successo, della sua presa sul pubblico dei lettori (una interessante rassegna è accessibile attraverso il sito dell'editore Fazi). Non è certo di secondaria importanza l'amore di Stoner per la letteratura e per i libri, che sicuramente gli procura la simpatia di chi ha la sua stessa passione, tuttavia Stoner non è semplicemente un insegnante di letteratura o un appassionato di poesia e non basterebbe questo a renderlo indimenticabile. Un valore aggiunto sta nel suo essere un uomo qualsiasi contro il quale sembrano accanirsi una moglie, i colleghi, gli studenti che inseguono i pettegolezzi su di lui e, infine, la malattia, eppure l'assoluta verosimiglianza della sua storia personale non è ancora, da sola, sufficiente a spiegare il fascino di Stoner.
Quello che ha colpito me è il modo in cui John Williams ha saputo raccontare una storia come tante, di tradurla in una prosa equilibrata, capace di grande sensibilità, in grado di creare chiare rappresentazioni di personaggi e luoghi e abile nell'assumere lo slancio del lirismo e, nel giro di poche righe, di farsi asciutta e incisiva, impietosa. La magia narrativa trasforma un'esistenza che potremmo percorrere senza particolare interesse in un'esperienza autentica: la penna di Williams ci porta a vivere con Stoner, a provare le sue emozioni ad un grado di intensità fortissimo, a tratti con la sensazione di provarle al posto suo, perché sembra impossibile che riesca a rimanere impassibile di fronte alle provocazioni della moglie e di Lomax, che accetti il destino amaro di Grace e la separazione da Katherine senza un moto di protesta.
«Se fossi stato al posto suo...»: credo sia questa la molla della lettura. Mi sono trovata nella continua attesa di una reazione da parte di Stoner, avvinta in modo così energico al suo destino da voler quasi agire e parlare quando lui non agiva e non parlava. Eppure, a conclusione di questo cammino, ho accettato, senza avvertire alcun senso di sconfitta, di lasciarmi prendere per mano e di scoprire assieme a Stoner il senso stesso della sua credibile vita.
 
Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla volontà, dall’intelligenza e dal cuore.
C.M.

giovedì 10 gennaio 2019

Viaggio d'inverno - J. Cabré

I racconti, rispetto ai romanzi, sono generalmente più concettosi, ricchi di sottintesi che ne costituiscono il valore, ma, proprio per questo, talvolta possono lasciare disorientati coloro che prediligono una letteratura più confortevole e diretta. Quel che può far sorridere è che anche gli autori, a volte, si sorprendono delle risonanze e delle sorprese che possono scaturire dalla concentrazione di una forma di narrazione brevissima. A quanto scrive Jaume Cabré, nel comporre i quattordici testi confluiti nell'antologia Viaggio d'inverno, lui ha provato proprio questa sensazione, se è vero che, come dichiara nell'epilogo, solo gradualmente ha colto il segreto di ciascuna storia e il manifestarsi delle relazioni fra di esse.
 
Apparentemente indipendenti, infatti, i racconti di Viaggio d'inverno, tradotto da Stefania Ciminelli per La Nuova frontier, sono connessi da una trama talvolta molto sottile, talaltra più decisa: grande protagonista è l'arte, soprattutto quella musicale, tant'è che musicisti sono i protagonisti del primo e dell'ultimo racconto e che è Schubert a far scivolare i propri brani nelle loro vite, che la sua Winterreise dà il titolo all'intera raccolta e al suo ultimo, struggente racconto e che fra gli illustri personaggi compare anche il maestro Johann Sebastian Bach, ormai moribondo. Ma c'è anche, distribuito fra tre storie diverse, un thriller che ha come oggetto il dipinto di Rembrandt Il filosofo, al centro di un intrigante traffico di opere d'arte fin da quella che Cabré immagina essere stata la sua genesi. E c'è la letteratura, con il grande amore del signor Adrià per i rari libri che nessuno considera e che lui vuole riscattare dal silenzio in cui sono relegati dalla fama dei grandi testi, custodendoli in una biblioteca vastissima e utilizzandone le parole per descrivere il suo amore nascente per Victòria, assunta per stornare la minaccia della polvere che incombe su di essi. 
Intorno a questi pilastri si intrecciano storie fatte di rimandi, a volte appena suggeriti dalla comparsa di un personaggio che, come se lo si incontrasse fisicamente, porta il lettore a chiedersi dove lo abbia già incontrato o in quale altro testo ne abbia sentito parlare. In altri casi è la condivisione di un gesto, di un sentimento, di un dramma a legare fra loro le vite di uomini e donne che non si incontrano mai. Sembrano infatti comunicare attraverso il tempo e lo spazio Isaac Łódzer, costretto a vivere con la consapevolezza di aver causato, pur involontariamente, la reclusione di tutta la propria famiglia nel campo di sterminio di Treblinka, e Zorka, cui la guerra ha strappato l'unico figlio, affetto da un disturbo mentale; a sua volta, il dolore di questa madre la avvicina allo stesso Bach, che, come Zorka per Vlada, nutre per il suo Gottfried Henirich un affetto tale da vedere in lui il palpitare di un pensiero e dell'arte stessa laddove tutti un cervello che no funziona.
Storie che, prese singolarmente, sembrano estranee l'una all'altra come le note che Bach fa accostare nel suo ultimo spartito all'allievo Kaspar, nell'insieme proposto dal loro autore si armonizzano e compongono un concerto, una galleria d'arte e una squisita biblioteca. Basta che il lettore conceda ai destini di questo Viaggio d'inverno un po'di pazienza e di fiducia, perché la trama acuta che li sostiene diventi chiara, sebbene si sottragga a qualsiasi definizione tradizionale. Viaggio d'inverno è, infatti, un'opera composta di elementi che rimbalzano e che trovano il loro senso nel loro stesso dipanarsi.
Capì allora che non poteva fare altro, che non avrebbe mai potuto abbandonare Vienna, che la vita non è il cammino, e neanche la meta, ma il viaggio, e che quando scompariamo è sempre a metà strada, ovunque sia. La sua sfortuna era stata quella di aver dovuto intraprendere un durissimo viaggio d’inverno che gli aveva lasciato l’anima completamente devastata.
C.M.

venerdì 4 gennaio 2019

Come tessere di un domino - Z. Skujiņš

Se è vero che un buon inizio prospetta una positiva continuazione, il mio anno di libri si annuncia davvero interessante. La mia prima lettura, Come tessere di un domino, mi ha portata in Lettonia, in compagnia di Zigmunds Skujiņš, primo autore del Paese baltico ad entrare nel piano editoriale di Iperborea. Un romanzo, o, per meglio dire, un doppio romanzo corposo, ricco, profondo, eppure magnetico, capace di tenermi incollata alle pagine per ore e ore.
Ogni vita è la somma delle sue generazioni precedenti, e uno schema per quelle future.
Ma perché definire Come tessere di un domino un doppio romanzo? Il motivo sta nell'originale scelta dell'autore di spingere la narrazione lungo due binari paralleli, raccontando due storie separate l'una dall'altra da oltre un secolo di storia, ma in forte comunicazione.
La vicenda portante, quella che ripercorre le vicende vissute dall'autore stesso e che si snoda fra gli anni '30 e '90 del Novecento, ha per protagonista un giovane cresciuto assieme al nonno, al fratellastro giapponese Janis e alla zia Alma nello storico maniero che l'altera Baronessa divide con l'Aviatore, scomodo inquilino che si rivelerà un cacciatore di ebrei. Attraverso gli occhi prima di un bambino e poi di un uomo vediamo dipanarsi la complessa storia della Lettonia, che convive col suo passato feudale di ascendenza tedesca e si trova contesa fra le velleità espansionistiche del Reich e le mire sovietiche, sebbene sempre alla ricerca della propria libertà. In questo scenario assistiamo a quel rimpatrio dei baroni discendenti dei signori feudali teutonici, seguito al patto Molotov-Ribbentrop, cui anche Jan Brokken ha dedicato pagine di grande interesse, all'occupazione nazista, alla reclusione degli ebrei nei ghetti, alle fucilazioni, alla successiva riscossa sovietica, alle deportazioni, all'epurazione della classe dirigente, alla confisca di attività da parte delle autorità comuniste, che, poco alla volta, logorano anche la piccola impresa di noleggio di carri e calesse del nonno e, con essa, tutto un insieme di tradizioni; arrivano poi la guerra fredda, i cambiamenti sociali, la tanto attesa indipendenza, in una carambola di avvenimenti nei quali i protagonisti sono alla continua ricerca di una propria direzione.
Sull'altro binario corre la storia della nobile tedesca Waltraute von Brüggen, che, incapace di darsi pace alla notizia della morte del marito Eberhard nella guerra contro i Turchi, viene convinta nientemeno che da Cagliostro del fatto che egli viva ancora. Sconvolta dalle mezze rivelazioni dell'ambiguo personaggio, Waltraute si mette alla ricerca di ulteriori notizie e scopre che il marito, colpito da una palla di cannone turca, si è miracolosamente salvato dall'intervento di un abile chirurgo Almustafa Gibran, il quale ne avrebbe ricucito la metà inferiore al corpo di un altro mutilato, il capitano lettone Bartolomejs Ulste.
I personaggi delle due storie, naturalmente, non si incontrano mai; alcuni rimandi nei cognomi e ne luoghi creano una trama di relazioni, ma è il tema-chiave a legare le vicende drammaticamente reali e tangibili del ragazzo del maniero e della sua famiglia a quelle avvolte dal mistero di Waltrute, Ulste e Cagliostro. Entrambi i piani storico-temporali sono caratterizzati da forti turbolenze: se la storia principale abbraccia i decenni dei totalitarismi e della guerra fredda, Waltraute assiste alle conseguenze della Rivoluzione francese e della Restaurazione nel periodo della non facile annessione delle regioni lettoni di Livonia e Curlandia all'Impero russo. Sono due epoche complesse per la Lettonia, i cui abitanti sono lacerati da un conflitto di appartenenza che sembra insanabile, fra radici tedesche e influenze russe e, al contempo, con un inappagabile desiderio di trovare una propria identità.
Ed è proprio la ricerca di una identità il leitmotiv dei due racconti e dell'unità che ne risulta: è alla ricerca di un'identità il popolo lettone lacerato fra l'occupazione nazista e poi sovietica e il desiderio di un'indipendenza che si affermerà solo sul finire del XX secolo e solo con la costanza di dure battaglie a difesa delle tradizioni lettoni, a partire da quella della lingua, cui lo stesso Skujiņš ha contribuito. Ugualmente, è alla ricerca di una identità Waltraute, fiera delle proprie origini tedesche ma improvvisamente scopertasi moglie di un uomo che è solo per metà tedesco, mentre per l'altra è lettone e, per giunta, in un'epoca di dominazione russa e di forte influenza culturale francese. In questa storia ispirata ad un realismo magico i cui contorni sono difficilissimi da catturare, si ripresenta il medesimo interrogativo che ha guidato Italo Calvino nell'avventura fantastica del Visconte dimezzato: esiste davvero un individuo, se lo si priva della sua interezza? È possibile o auspicabile eliminare una parte rispetto all'altra, ammettendo l'esistenza di quella sola parte che risulta rassicurante? E come mettere a tacere, in tal caso, i dubbi posti dalla coscienza? E, ancora, quanto, in una commistione improvvisa, è aberrante inganno, quanto inevitabile istinto?
La vita, proprio come un fiume, va avanti con tutto quello che è caduto nella sua corrente.
Sul piano individuale, gli interrogativi di Waltraute non sono lontani da quelli che assillano la Baronessa, divisa le radici tedesche, l'attaccamento alla Lettonia che le impedisce di ottemperare all'ordine di rimpatrio nel Reich e il dubbio di una parentela ebraica che la porta alla reclusione nel ghetto. E non è diversa la condizione di Janis, diviso fra l'appartenenza lettone e i pregiudizi generati dai suoi lineamenti giapponesi e aggravati dall'impossibilità di fornire alle autorità sovietiche alcuna informazione relativa al padre e ai nonni paterni.
Insomma, in Come tessere di un domino Zigmunds Skujiņš condensa tante storie di identità fortemente connesse, offrendo al contempo al suo lettore un quadro storico molto chiaro degli avvenimenti di cui è stato testimone e che non si sono certo esauriti con quel 1990 che ha sancito, dapprima solo formalmente, l'indipendenza lettone dall'Unione sovietica. A Tal proposito, risulta estremamente interessante anche la postfazione della traduttrice, Margherita Carbonaro, che approfondisce alcune informazioni, ponendole in diretta relazione con le opere di Skujiņš.
La ricerca di sé da parte dei popoli baltici, sembra dirci l'autore, è ancora in atto, perché il peso della storia è notevole e ha prodotto tante diversificazioni. Ma è sempre più chiaro la cultura baltica sta conquistando gli Europei che fino al 1991 avevano dimenticato dell'esistenza degli Stati orientali e che si sta affermando nella sua particolarità, derivante proprio da secoli di incontri e di scontri. E se una cultura riesce ad affascinarne altre, significa che una sua identità, una cifra distintiva, un genio che appartiene ad essa e solo ad essa esiste davvero ed è vitale.
 
Veduta di Riga; sullo sfondo il fiume Daugava
Ancora pochi mesi e comincerà il Ventunesimo secolo. La Lettonia ha ottenuto l'indipendenza, ma fatichiamo ad abituarci a questa situazione inconsueta. Per i popoli vivere sotto governanti stranieri ha sempre significato vivere con una parte superiore estranea. Se ciò accade spesso e a lungo, i geni programmano la situazione facendone la norma: noi siamo la parte di sotto. O si può dirla anche così: i popoli vengono messi alla prova, ciascuno in maniera diversa. Alcuni con terremoti e alluvioni, altri con eruzioni di vulcani o con la siccità. Noi lettoni per centinaia di anni siamo stati messi alla prova nella nostra resistenza e nella speranza che riotterremo la nostra parte superiore perduta, e che una volta per tutte impareremo a custodirla con rispetto.
C.M.