venerdì 4 gennaio 2019

Come tessere di un domino - Z. Skujiņš

Se è vero che un buon inizio prospetta una positiva continuazione, il mio anno di libri si annuncia davvero interessante. La mia prima lettura, Come tessere di un domino, mi ha portata in Lettonia, in compagnia di Zigmunds Skujiņš, primo autore del Paese baltico ad entrare nel piano editoriale di Iperborea. Un romanzo, o, per meglio dire, un doppio romanzo corposo, ricco, profondo, eppure magnetico, capace di tenermi incollata alle pagine per ore e ore.
Ogni vita è la somma delle sue generazioni precedenti, e uno schema per quelle future.
Ma perché definire Come tessere di un domino un doppio romanzo? Il motivo sta nell'originale scelta dell'autore di spingere la narrazione lungo due binari paralleli, raccontando due storie separate l'una dall'altra da oltre un secolo di storia, ma in forte comunicazione.
La vicenda portante, quella che ripercorre le vicende vissute dall'autore stesso e che si snoda fra gli anni '30 e '90 del Novecento, ha per protagonista un giovane cresciuto assieme al nonno, al fratellastro giapponese Janis e alla zia Alma nello storico maniero che l'altera Baronessa divide con l'Aviatore, scomodo inquilino che si rivelerà un cacciatore di ebrei. Attraverso gli occhi prima di un bambino e poi di un uomo vediamo dipanarsi la complessa storia della Lettonia, che convive col suo passato feudale di ascendenza tedesca e si trova contesa fra le velleità espansionistiche del Reich e le mire sovietiche, sebbene sempre alla ricerca della propria libertà. In questo scenario assistiamo a quel rimpatrio dei baroni discendenti dei signori feudali teutonici, seguito al patto Molotov-Ribbentrop, cui anche Jan Brokken ha dedicato pagine di grande interesse, all'occupazione nazista, alla reclusione degli ebrei nei ghetti, alle fucilazioni, alla successiva riscossa sovietica, alle deportazioni, all'epurazione della classe dirigente, alla confisca di attività da parte delle autorità comuniste, che, poco alla volta, logorano anche la piccola impresa di noleggio di carri e calesse del nonno e, con essa, tutto un insieme di tradizioni; arrivano poi la guerra fredda, i cambiamenti sociali, la tanto attesa indipendenza, in una carambola di avvenimenti nei quali i protagonisti sono alla continua ricerca di una propria direzione.
Sull'altro binario corre la storia della nobile tedesca Waltraute von Brüggen, che, incapace di darsi pace alla notizia della morte del marito Eberhard nella guerra contro i Turchi, viene convinta nientemeno che da Cagliostro del fatto che egli viva ancora. Sconvolta dalle mezze rivelazioni dell'ambiguo personaggio, Waltraute si mette alla ricerca di ulteriori notizie e scopre che il marito, colpito da una palla di cannone turca, si è miracolosamente salvato dall'intervento di un abile chirurgo Almustafa Gibran, il quale ne avrebbe ricucito la metà inferiore al corpo di un altro mutilato, il capitano lettone Bartolomejs Ulste.
I personaggi delle due storie, naturalmente, non si incontrano mai; alcuni rimandi nei cognomi e ne luoghi creano una trama di relazioni, ma è il tema-chiave a legare le vicende drammaticamente reali e tangibili del ragazzo del maniero e della sua famiglia a quelle avvolte dal mistero di Waltrute, Ulste e Cagliostro. Entrambi i piani storico-temporali sono caratterizzati da forti turbolenze: se la storia principale abbraccia i decenni dei totalitarismi e della guerra fredda, Waltraute assiste alle conseguenze della Rivoluzione francese e della Restaurazione nel periodo della non facile annessione delle regioni lettoni di Livonia e Curlandia all'Impero russo. Sono due epoche complesse per la Lettonia, i cui abitanti sono lacerati da un conflitto di appartenenza che sembra insanabile, fra radici tedesche e influenze russe e, al contempo, con un inappagabile desiderio di trovare una propria identità.
Ed è proprio la ricerca di una identità il leitmotiv dei due racconti e dell'unità che ne risulta: è alla ricerca di un'identità il popolo lettone lacerato fra l'occupazione nazista e poi sovietica e il desiderio di un'indipendenza che si affermerà solo sul finire del XX secolo e solo con la costanza di dure battaglie a difesa delle tradizioni lettoni, a partire da quella della lingua, cui lo stesso Skujiņš ha contribuito. Ugualmente, è alla ricerca di una identità Waltraute, fiera delle proprie origini tedesche ma improvvisamente scopertasi moglie di un uomo che è solo per metà tedesco, mentre per l'altra è lettone e, per giunta, in un'epoca di dominazione russa e di forte influenza culturale francese. In questa storia ispirata ad un realismo magico i cui contorni sono difficilissimi da catturare, si ripresenta il medesimo interrogativo che ha guidato Italo Calvino nell'avventura fantastica del Visconte dimezzato: esiste davvero un individuo, se lo si priva della sua interezza? È possibile o auspicabile eliminare una parte rispetto all'altra, ammettendo l'esistenza di quella sola parte che risulta rassicurante? E come mettere a tacere, in tal caso, i dubbi posti dalla coscienza? E, ancora, quanto, in una commistione improvvisa, è aberrante inganno, quanto inevitabile istinto?
La vita, proprio come un fiume, va avanti con tutto quello che è caduto nella sua corrente.
Sul piano individuale, gli interrogativi di Waltraute non sono lontani da quelli che assillano la Baronessa, divisa le radici tedesche, l'attaccamento alla Lettonia che le impedisce di ottemperare all'ordine di rimpatrio nel Reich e il dubbio di una parentela ebraica che la porta alla reclusione nel ghetto. E non è diversa la condizione di Janis, diviso fra l'appartenenza lettone e i pregiudizi generati dai suoi lineamenti giapponesi e aggravati dall'impossibilità di fornire alle autorità sovietiche alcuna informazione relativa al padre e ai nonni paterni.
Insomma, in Come tessere di un domino Zigmunds Skujiņš condensa tante storie di identità fortemente connesse, offrendo al contempo al suo lettore un quadro storico molto chiaro degli avvenimenti di cui è stato testimone e che non si sono certo esauriti con quel 1990 che ha sancito, dapprima solo formalmente, l'indipendenza lettone dall'Unione sovietica. A Tal proposito, risulta estremamente interessante anche la postfazione della traduttrice, Margherita Carbonaro, che approfondisce alcune informazioni, ponendole in diretta relazione con le opere di Skujiņš.
La ricerca di sé da parte dei popoli baltici, sembra dirci l'autore, è ancora in atto, perché il peso della storia è notevole e ha prodotto tante diversificazioni. Ma è sempre più chiaro la cultura baltica sta conquistando gli Europei che fino al 1991 avevano dimenticato dell'esistenza degli Stati orientali e che si sta affermando nella sua particolarità, derivante proprio da secoli di incontri e di scontri. E se una cultura riesce ad affascinarne altre, significa che una sua identità, una cifra distintiva, un genio che appartiene ad essa e solo ad essa esiste davvero ed è vitale.
 
Veduta di Riga; sullo sfondo il fiume Daugava
Ancora pochi mesi e comincerà il Ventunesimo secolo. La Lettonia ha ottenuto l'indipendenza, ma fatichiamo ad abituarci a questa situazione inconsueta. Per i popoli vivere sotto governanti stranieri ha sempre significato vivere con una parte superiore estranea. Se ciò accade spesso e a lungo, i geni programmano la situazione facendone la norma: noi siamo la parte di sotto. O si può dirla anche così: i popoli vengono messi alla prova, ciascuno in maniera diversa. Alcuni con terremoti e alluvioni, altri con eruzioni di vulcani o con la siccità. Noi lettoni per centinaia di anni siamo stati messi alla prova nella nostra resistenza e nella speranza che riotterremo la nostra parte superiore perduta, e che una volta per tutte impareremo a custodirla con rispetto.
C.M.

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