Un anno con Renzo, Lucia e gli altri.

Quando si pensa ai Promessi sposi, spesso vengono in mente mesi e mesi di torture scolastiche, perché il primo impatto col romanzo manzoniano, per la maggior parte delle persone, avviene sui banchi di scuola ed è vissuto come una inaccettabile imposizione. Spesso, naturalmente, non vuol dire sempre. Se alla Scuola secondaria di primo grado l'incontro è ben gestito, è più facile essere incuriositi dalla lettura della quasi totalità del testo nel primo biennio del ciclo scolastico successivo, ma non sempre questo basta.
Da alunna - devo ahimè ammetterlo - sono stata una strenua oppositrice di Alessandro Manzoni, almeno per quanto riguarda il suo romanzo. Nel mio quinto anno di liceo ne ho almeno rivalutato le opere poetiche, che hanno suscitato in me una certa ammirazione, ma il tomone no: rimaneva per me uno spauracchio cui associavo ore e ore di sofferenza e pregiudizi.
I miei ricordi dei contatti con Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella in quinta ginnasio sono associati a pomeriggi interminabili di lettura in cui capivo davvero poco e imprecavo davvero tanto e a lezioni nelle quali ci veniva proposta quasi solo la critica del testo. Non so come, ma ne sono uscita meglio del previsto, perché, se rileggo oggi l'ultimo sudato tema di quell'anno, mi rendo conto di essere riuscita, nonostante tutto, a trovare qualche spunto per una mia riflessione e a spogliarmi di tanti pregiudizi cui sono stata esposta e che, senza poterlo decidere (il filtro critico dei quindici anni è pur sempre debole), ho assimilato. 
Poi, per motivi di studio, in Manzoni sono incappata spesso e per me I promessi sposi è diventata un'opera come tante, da conoscere, analizzare e commentare.
Da quando, però, mi sono affacciata al mondo dell'insegnamento, ho dovuto rapportarmi alle pagine manzoniane in modo diverso. Ho letto il romanzo interamente e in maniera trasversale, facendo caso alle sfaccettature di tante situazioni, al prezioso gioco linguistico, all'accuratezza delle descrizioni di ambienti e personaggi, ai meandri delle sequenze riflessive e all'attualità di molte scene. Ma, soprattutto, ho dovuto costantemente confrontarmi con la paura di poter suscitare nei miei studenti l'avversione che avevo provato io stessa, di essere per loro colei che imponeva una lettura sgradita e che anteponeva le parole della critica alla freschezza della narrazione.
Nell'anno scolastico che giunge alla sua conclusione per la prima volta ho affrontato con una classe seconda la lettura dell'intero romanzo o, per meglio dire, ne ho percorso tutta la storia, dato che si è obbligati dai tempi e dalla necessità di evitare la pedanteria a selezionare con attenzione i capitoli fondamentali e a lasciarne da parte altri. Ho accompagnato un gruppo di diciotto studenti al fatidico capitello di fronte al quale don Abbondio incontra i bravi, siamo entrati con circospezione nel castellaccio di don Rodrigo, ci siamo arrabbiati di fronte alle sofferenze di Gertrude, abbiamo - ebbene sì - preso un po'in giro Lucia per la sua passività, ma anche tifato per Renzo e sperato che riuscisse a superare l'Adda e a mettersi al sicuro nel Bergamasco. Ci siamo interrogati sul senso della Provvidenza, sulla dinamica oppressi-oppressori, sulla colpevolezza o l'innocenza di chi sa e non parla, sulla possibilità di perdonare e certamente abbiamo tralasciato tante altre riflessioni fondamentali, ma siamo arrivati, chi più chi meno accoratamente al sugo di tutta la storia.
Qualcuno ha dato prova di una sincera volontà di capire i personaggi, i loro moventi, gli esiti delle loro peripezie, qualche altro si è stancamente trascinato alla fine, ma sono emersi tanti spunti interessanti, tanti percorsi di approfondimento, tanti stimoli che, anche se non sempre sviluppati, spero rimangano come dei piccoli semi e che, con la maturazione di ciascun individuo, facciano sbocciare il senso di un'impresa quasi titanica ma importantissima. Perché il romanzo dei Promessi sposi può sembrare un titano, uno spauracchio, un corpo ormai stantio - la lingua è complessa, i valori dei personaggi spesso lontani dalla nostra sensibilità, la situazione storica mutata - ma è un irrinunciabile classico che, come tale, ci lancia delle sfide di alti traguardi.
Renzo, per esempio. La sua è una storia di formazione in piena regola, la rocambolesca vicenda di un ragazzo ingenuo e impulsivo che impara a proprie spese a moderarsi e a comportarsi come un uomo, facendo leva sul coraggio e sulla cautela. Renzo obbliga chiunque a riflettere sul senso di ogni bivio, di ogni decisione, di ogni conseguenza. Ma c'è anche Fra Cristoforo, con la sua lacerante storia di delitto e castigo, la ricerca del perdono e dell'espiazione, il desiderio di trasformare l'ira in misericordia, ma anche con l'interrogativo cruciale che pone a tutti noi: si può perdonare tutto e a chiunque?
E cosa dire dei grandi temi sociali che le rivolte a Milano prima e il dilagare della peste poi ci sbattono in faccia? A leggere di come i sobillatori aizzano la folla contro i fornai, contro le autorità spagnole di Milano, contro i garzoni dei nobili colpevoli solo di essere stati mandati a comprare il pane, a osservare come i governanti stessi si rivelano incapaci di gestire sia l'emergenza carestia che quella dell'epidemia, o, ancora, a notare come si sottovalutino i sintomi della peste e le misure di contenimento suggerite dai medici, sembra proprio di assistere ai dibattiti di oggi di alcuni demagoghi, alle vane dichiarazioni dei politici inconcludenti e incapaci di misurare la portata dei problemi, alle deliranti arene in cui si scannano i leoni da tastiera e coloro che, appellandosi a chissà quali teorie pseudoscientifiche e complottismi, decostruiscono le basi stesse del progresso e della cultura.
Tutti i grandi classici e quindi anche I promessi sposi ci invitano a porci domande, a cercare risposte, a individuare paralleli, a comprendere meglio la realtà in cui viviamo e i personaggi che la popolano raffrontandola per similarità o per contrasto a quella che essi raccontano. Possiamo stupirci delle analogie - cambiano i tempi, ma alcuni comportamenti restano - possiamo essere rassicurati dai miglioramenti - ma se anche una Gertrude nell'Italia di oggi sarebbe salva, in altre parti del mondo si rifletterebbe ancora in tante storie di bambine e giovani donne - possiamo rimanere amareggiati del poco che abbiamo corretto e migliorato - ché le angherie dei potenti non sono ancora estirpate, né abbiamo imparato a essere più giusti.
I promessi sposi si possono leggere come la semplice storia di due innamorati separati da persone disoneste e da eventi insormontabili, si possono sottoporre a radiografie minute e a schemi critici di ogni genere, arrivando a qualsiasi conclusione e così al suo stesso opposto, perché l'opera di Alessandro Manzoni non finirà mai di dirci qualcosa di noi. Qualcosa che ci può piacere e trovare concordi o qualcosa che proprio non riusciamo a digerire.
Nella lettura del romanzo si aprono così tanti temi passibili di attualizzazione da restare disorientati: c'è spazio per parlare di criminalità organizzata, autorità colluse e omertà, scendendo fin nei meandri delle espressioni linguistiche e della loro distorsione (don Rodrigo, i bravi, l'Azzecca-garbugli, don Abbondio); c'è l'occasione di analizzare la situazione del fuggiasco, del migrante e del profugo, facendo attenzione alle paure e alle inquietudini di Renzo e Lucia, ma anche ai pregiudizi cui sono sottoposti (l'Addio ai monti, le disavventure di Renzo a Milano); si affaccia la questione del ruolo della cultura, della manipolazione della realtà cui essa si può prestare, del vuoto intellettualismo (l'Azzecca-garbugli, don Abbondio, don Ferrante); emerge la questione femminile, che apre dibattiti sul ruolo della donna, sul diritto della libera scelta, sui diversi modi di essere donna e di affermare se stesse (Lucia, Agnese, Gertrude, la madre di Cecilia).
A ogni nuovo incontro con le pagine manzoniane a questi temi si affiancano altri ed è impossibile prevedere in quale direzione ci si muoverà, quali curiosità solleverà la classe, quali sorprese ci si schiuderanno davanti capitolo dopo capitolo. 
Quest'anno, nel rileggere - forse per la prima volta con autentica passione, oltre i 'tecnicismi' - I promessi sposi, ho colto delle vene narrative e riflessive che mi erano sfuggite, delle sfumature non adeguatamente considerate. Ho riflettuto sul carattere dei protagonisti e su alcuni topoi che accomunano l'opera manzoniana ad altri romanzi o addirittura alle poesie, ho provato il brivido della suspense - pur sapendo bene come evolve la storia - ho riso di alcuni momenti memorabili e slanci ironici con gli alunni, ho tremato nel leggere per la prima volta a voce alta l'Addio ai monti o il commiato della madre di Cecilia dal corpicino vestito di bianco. Ho perfino capito Lucia, anche se rimane il personaggio più lontano dalla mia capacità di sopportazione.
Ho cercato di proporre ai miei alunni una lettura pura, come se scoprissi la storia assieme a loro, come se la lingua non fosse un ostacolo ma un potente mezzo per esprimere in modo perfetto una situazione o un sentimento; ho cercato di liberarmi dai pregiudizi, dalla simpatia o antipatia per i diversi personaggi, dal rischio di imporre come corretta la sola soluzione manzoniana, che avrebbe impedito a ciascuno di trovare un proprio modo di avvicinarsi ai problemi del romanzo. Alcuni elaborati e alcuni commenti mi hanno fatto sperare che qualcosa di positivo di questa poderosa impresa sia rimasto, altri mi hanno spinta a ripensare alcuni aspetti del lavoro in vista dello svolgimento di una nuova lettura con una nuova classe. 
Il mio anno (o quasi) con Renzo, Lucia e gli altri è stata un'avventura. Spero che i miei studenti ne abbiano ricavato spunti, curiosità o, almeno, che non ne siano stati gravati così tanto da non voler tornare fra le pagine de I promessi sposi quando avranno la maturità e la libertà di affrontarle in piena autonomia. Per me è stata, come sempre accade quando sto in classe, un'occasione preziosa di scoperta e riscoperta.
E voi cosa mi raccontate del vostro rapporto con I promessi sposi?

C.M.

Commenti

  1. È un post che condivido pienamente in ogni suo aspetto. Anch'io come tutti alle superiori non sono riuscito a digerire questo romanzo ma recentemente un programma condotto da Corrado Augias mi ha fatto riflettere sui vari elementi di analisi che offre il romanzo (e ho deciso che prima o poi lo rileggerò).

    Credo che un romanzo classico sia tale proprio perché l'autore è riuscito ha cogliere l'animo umano e riprodurlo perfettamente su carta. Passano i secoli ma molti aspetti che muovono il romanzo continuano a farci riflettere.

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    1. Hai ragione: nell'essere così attuale il romanzo di Manzoni rivela tutto il valore che ne fa un perno dell'insegnamento della letteratura, anche se tanto difficile da far accettare.
      Mi ha incuriosita il tuo riferimento alla trasmissione di Augias: ricordi di cosa si tratta?

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    2. Il programma si chiama "Quante storie" viene mandato verso mezzogiorno. Credo che la puntata in questione sia l'ultima del blocco di quest'anno.

      P.S. Augias è un maestro della cultura, ogni puntata è interessante e ben gestita.

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    3. Conosco il programma, ma non sapevo della puntata nello specifico, poi, purtroppo, va in onda proprio verso la fine della mattinata scolastica, quindi dovrei prendere l'abitudine di guardare le repliche: questa la cercherò sicuramente!

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  2. Ho letto con particolare interesse il post: sto rileggendo il romanzo in previsione della seconda del prossimo anno (nelle mie precedenti seconde non l'ho mai fatto leggere, proprio per evitare l'impatto negativo).
    Ricordo che la mia prima lettura autonoma, dopo l'università, fu una rivelazione: per la lingua freschissima e ironica, per il taglio metanarrativo che anticipa il romanzo postmoderno, per l'incredibile attualità dell'Italia che racconta.
    Rileggendolo oggi confermo la grandezza di questo romanzo, vittima dI un paradosso che ha del grottesco e emblema delle difficoltà dell'insegnamento dell'italiano a scuola.
    Attendo con un certo timore il compito che mi aspetta l'anno prossimo, spero di avere un'esperienza bella come quella che racconti.

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    1. E io spero che il prossimo anno sia ancor migliore, perché vorrei prevedere le perplessità di alcuni e gli sbuffi di altri e salvare il positivo che c'è stato. È un compito complesso e in parte infelice quello di far accettare un romanzo così impegnativo, ma la passione che abbiamo sviluppato per la prosa di Manzoni può - sono fiduciosa - fare la differenza.
      In bocca al lupo!

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  3. Penso che "I Promessi Sposi" rientrino in quella categoria di libri immortali (come il libro che sto leggendo ora, "Cristo si è fermato a Eboli), che sono così celebri e sulla bocca di tutti che, proprio per questo motivo, si intende tralasciare tranquillamente. La nostra letteratura meriterebbe più spazio o meglio ancora, spiegata, compresa e amata meglio. Sono pochi quei professori propensi a fare di più; ne ho visti tanti che non sono andati (nei "Promessi Sposi" e non solo) oltre a semplice leggere e commentare svogliatamente o porre l'attenzione sola sulla trama e non nel contenuto o nella rivoluzionaria questione linguistica. Bisognerebbe trasmettere un po' di passione e modernità a questi libri perché non sono confinati nella loro epoca descritta ma arrivano fino a noi come se non ci fossero tutti questi secoli a dividerci.
    Io ho "divorato" con tanta curiosità le parti dei personaggi più complessi, come Don Rodrigo, l'Innominato, la Monaca di Monza ma anche Fra Cristoforo e di come Manzoni sia riuscito nella realizzazione dei loro profili così vividi... Per i due protagonisti non ho quasi mai provato grandi sentimenti ma ho letto una volta in una biografia, che Manzoni guardava gli "umili" dall'alto in basso, commiserando la loro ingenuità e le loro idee semplici, ma questi sono aneddoti.

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    1. Per me, prima della lettura integrale e personale, Manzoni era proprio il paternalista che sottovalutava gli umili ed esaltava nobili ed ecclesiastici, perché questo evidenziavano le letture critiche che nel mio secondo anno di liceo si sono sostituite al romanzo stesso. In realtà c'è una accesa dialettica fra questo atteggiamento (che si nota in alcune parti,soprattutto quelle sulla Provvidenza) e la scelta, rivoluzionaria per il tempo, di dare agli ultimi tanta importanza da farne i protagonisti di un romanzo e del resto certi nobili o borghesi vengono messi in ridicolo, a bilanciare il rischio di parzialità. Anche in questo i PS sono preziosi: invitano a ragionare su questioni etiche importantissime. Poi, però, è normale che la nostra passione si volta ai grandi personaggi, nel mio caso a Fra Cristoforo, che è lontanissimo dal mio modo di pensare, ma mi affascina con la sua coerenza e tenacia, guadagnandosi tutto il mio rispetto.

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