Tre racconti di Thomas Mann

Due estati fa mi innamoravo del romanzo di Thomas Mann I Buddenbrook, un testo di ampio respiro e di mole considerevole che, tuttavia, risultava appassionante ed era in grado di mantenere viva la curiosità del lettore. Subito dopo nella mia lista dei desideri è finito il racconto La morte a Venezia, che ho poi trovato nell'edizione Oscar Mondadori insieme a Tristano e a Tonio Kröger, quest'ultimo incontrato per la prima volta in un'antologia scolastica.
Quest'anno ho voluto approfittare del mio soggiorno di due settimane in Germania per riprendere in mano le opere dell'autore tedesco, al quale mi sono dedicata nei momenti di relax nel parco di Treviri o durante le veglie serali sugli studenti poco inclini a ritirarsi nelle loro camere.
I tre racconti, tutti successivi a I Buddenbrook, hanno in comune il tema di fondo, incarnato da tre personaggi inquieti, cioè la riflessione sul compito dell'arte e sul ruolo dell'artista.


Il protagonista de La morte a Venezia (1912) è Gustav con Aschenbach, un poeta che, rimasto vedovo, decide all'improvviso di mettersi in viaggio, dirigendosi dapprima a Pola, ma trasferendosi poi a Venezia. Alloggiato in un albergo del Lido, Aschenbach si lascia attrarre dall'apparizione di Tadzio, un giovinetto polacco di circa quattordici anni in vacanza con la famiglia: la sua bellezza, i suoi gesti, i suoi abiti bianchi, particolarmente evidenti nel confronto con l'abbigliamento austero e quasi penitenziale delle sorelle, catalizzano l'interesse di Aschenbach, che ritrova in lui l'incarnazione di un ideale di bellezza classica e se ne invaghisce al punto da seguirlo fra i canali e le calli e da rallegrarsi dello svanire del suo proposito di trasferirsi in un'altra città. Nel frattempo a Venezia si diffonde un'epidemia di colera, che, tuttavia, le autorità tentano di tenere nascosta, minimizzando il problema è facendo credere che gli interventi di disinfezione siano semplici iniziative di prevenzione.
Tristano (1903) è ambientato in un sanatorio; qui, fra i veri ammalati, c'è lo scrittore Detlev Spinell, perfettamente sano, che giustifica la propria presenza con il desiderio di ricrearsi soggiornando in un edificio dalle forme belle e armoniche. Qui Spinell incontra Gabrielle Klöterjahn, una giovane donna che egli cerca di figurarsi senza marito, rifiutandosi di chiamarla Klöterjahn e preferendo rivolgersi a lei con il cognome di Eckhof. Gabrielle, infatti, rappresenta la bellezza e incarna l'anima della bellezza, infatti è una musicista; il marito, invece, rappresenta i valori pragmatici della borghesia mercantile ed è insensibile alla magia dell'arte, così come i medici che hanno proibito a Gabrielle di dedicarsi alla sua amata musica. Per Spinell, Gabrielle è uno spirito perfetto e armonioso rovinato dalla grettezza del marito e dalla maternità, che l'ha portata a cedere al figlioletto Antonio la sua forza vitale; per questo tenta di rimetterla in contatto con il suo io più profondo, invitandola a suonare per lui i Notturni di Chopin. Al termine dell'esecuzione, Spinell prove a Gabrielle gli spariti del Tristano di Wagner ed ella si abbandona a con trasporto alla melodia, inducendo Spinell ad un'esperienza di innamoramento estatico che lo porta a scrivere una dura lettera al marito di lei.
Quella di Tonio Kröger (1903) è, invece, una sorta di racconto di formazione, dal momento che percorre in poche pagine alcuni momenti della crescita di questo personaggio dalla doppia anima, quella latina, mediterranea, passionale e incline all'arte ereditata dalla madre e quella tedesca, rigida e preoccupata della rispettabilità rappresentata dal padre. All'inizio del racconto Tonio è un adolescente che percepisce la sua forte estraneità rispetto agli altri; è tutto preso all'enorme ammirazione per l'amico Hans, abile sportivo, studente modello, amato ed elogiato da tutti, e dall'infatuazione per Inge, che incontra nel corso delle lezioni di ballo del borioso Signor Knaak. Negli anni successivi si guadagna un'unica vera amicizia, quella con la pittrice Lisaveta Ivànovna, che lo definisce un "borghese sviato" perché è costantemente preso dal desiderio di coniugare atteggiamenti della società che lo circonda con il suo estro letterario, pur essendo consapevole dell'inconciliabilità dei due modelli.

I tre racconti hanno dunque in comune i protagonisti, ciascuno volto a rappresentare un particolare aspetto del rapporto fra vita e arte e, al tempo stesso della personalità di Thomas Mann. L'autore, infatti, si è rappresentato in ciascuno di questi letterati in lotta con se stessi, soprattutto nella dualità di Tonio e nell'amore di Aschenbach per Tadzio, retaggio di una esperienza realmente vissuta da Mann nel corso di una vacanza a Venezia con la moglie. Ciascuno dei personaggi di questi tre racconti porta nel cuore della narrazione lo spirito decadente, ogniqualvolta uno di loro si interroga su quali siano le facoltà del lavoro artistico; Tonio, in particolare, esprime a Lisaveta la sua convinzione che la sua condizione di disagio ed estraneità rispetto agli altri sia l'inevitabile conseguenza della sua vocazione artistica: solo chi è davvero distaccato dalla vita e dall'esperienza delle passioni può produrre la vera arte, capace di evocare sentimenti puri senza diventare patetica, stucchevole e artificiosa.
Si può dunque intuire che questi tre racconti di Thomas Mann, pur brevissimi, siano densi di riflessioni impegnative che, unite alla prosa ciceroniana tipica dell'autore, rendono la lettura estremamente difficile. In effetti non è stato per niente agevole affrontare questi tre testi, che, forse, sarebbe più opportuni far decantare, ma che, al contempo, trovano un senso complessivo proprio nella lettura in sequenza.
Il colpo di fulmine provato con I Buddenbrook non ha quindi trovato un seguito e certamente rileggerei più e più volte il grande romanzo piuttosto che tornare a questi racconti. La morte a Venezia, Tristano e Tonio Kröger rimangono però dei testi fondamentali per capire meglio Thomas Mann e porlo in relazione al suo tempo e al contesto culturale in cui è vissuto.
«Non parlate di “mestiere”, Lisaveta Ivànovna! La letteratura non è affatto un mestiere, ma una maledizione, perché lo sappiate. E quando comincia a farsi sentire questa maledizione? Presto, terribilmente presto. A un’epoca in cui si potrebbe ragionevolmente pretendere di vivere d’amore e d’accordo con Dio e con il mondo, uno comincia a sentirsi segnato, a rendersi conto d’essere in incomprensibile contrasto con gli altri, coi normali, con la gente ordinaria; sempre più profondo si scava l’abisso d’ironia, d’incredulità, d’opposizione, di lucidità, di sensibilità, che lo separa dagli uomini; la solitudine lo inghiotte, e da quel momento non c’è più possibilità d’intesa. Che destino!» (da Tonio Kröger)
C.M.

Commenti

  1. Un annetto fa assistetti a una bella conferenza di Umberto Galimberti, il quale accennò a La montagna incantata come uno dei capolavori assoluti di Mann. Da allora mi sono costantemente ripromesso di leggerlo, proposito vanificato dal fatto che il reparto Libri da leggere della mia libreria trabocca e trovo sempre qualcosa a cui dare la precedenza. Dopo questo tuo post, ho deciso: leggerò Mann, sia La montagna incantata che i racconti menzionati nel tuo ottimo post. È un imperativo!

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    1. Agli imperativi letterari ci si piega sempre volentieri! Ribadisco comunque che l'opera migliore che ho letto di Mann è il romanzo I Buddenbrook: molto più appassionante di questi tre racconti! Buone letture!

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  2. Possiedo da decenni una vecchia edizione Garzanti nella quale, accanto a Tonio Kroger e Morte a Venezia, c'è un diverso racconto, "Cane e padrone". Mi pare però di capire che la scelta di Mondadori sia più logica, in quanto in tutti e tre c'è l'ammirazione per la bellezza altrui che in "Cane e padrone" manca...

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    1. Sicuramente il trittico Mondadori funziona, sia a livello di contenuto sia per lo stile dell'autore, che risulta coerente e consono al pensiero dei tre personaggi. Non conosco invece quest'altro racconto da te richiamato, di cosa parla?

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  3. Questa recensione mi è stata utile perché mi ha ragguagliata un poco di più su questi tre racconti di cui ho sempre sentito parlare ma certo penso come te che i Buddenbrook siano imbattibili.

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    1. Forse, se si arriva ai Buddenbrook dopo questi racconti, si avverte meno il divario, ma a partire con quel capolavoro il paragone è escluso, niente lo può eguagliare.

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  4. i tre racconti sono l'essenza di Mann (il fulcro di tutta la suo opera è la figura del artista in conflitto con la figura dell'affarista, due facce della stessa medaglia), sono il suo problema esistenziale (la madre artista cattolica latina, il padre commerciante puritane nordico), infatti sono il problema di ogni artista moderno in conflitto tra arte e la vita. E ancor di più sono il problema di ogni uomo, in un certo senso tutti gli uomini sono artisti senza opera tormentai da questo conflitto, tra fiction e realtà. La difficoltà di leggerli è la difficoltà di accettare la verità e la realtà odierna moderna come un fallimento totale. Qui consiste la grandiosità di Mann come consapevolezza di fallimento, che implica la ricerca di una via di uscita. Non ha nessun senso di di dire che bello il racconto di Mann con una caricatura perversa di un scrittore morente che dice che bello il Tadzio!

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