Festivaletteratura è ogni anno migliore

Si è conclusa ieri la ventiduesima edizione di Festivaletteratura, uno dei migliori eventi letterari esistenti grazie alla sua formula originale, che trasforma per cinque giorni la città di Mantova nella capitale degli incontri d'autore. Per me è stata l'edizione più lunga, nel senso che per la prima volta ho partecipato a quasi tutte le giornate (più precisamente alle serate) della manifestazione, approfittando anche di eventi a ingresso libero, quindi pianificabili all'ultimo momento, e facendo più attenzione ai volti dei personaggi muniti di pass in giro per la città, ché, si sa, il bello di Festivaletteratura è trovarsi all'improvviso accanto uno scrittore fra i numerosissimi che giungono nella città lombarda per l'occasione.


Come ben sa chi è avvezzo a frequentare la manifestazione senza essere fra i soci, Festivaletteratura inizia allo scoccare delle ore 09.00 del venerdì precedente l'inaugurazione, quando si apre lo spazio online per la prenotazione dei biglietti degli eventi a pagamento: occorre essere velocissimi con tastiera e mouse, perché i posti disponibili vanno a ruba in pochissimi minuti. Anche quest'anno sono riuscita nell'impresa, ma avevo anche la tranquillità di sapere che talvolta, pazientando in coda, si riesce anche ad entrare senza prenotazione.
Il primo evento cui ho partecipato è stato già nella prima serata, mercoledì. Dopo aver faticosamente superato le file alla Loggia del grano per ritirare i biglietti acquistati (sarà che era proprio il primo giorno, ma c'era una calca infernale), ho puntato su Palazzo San Sebastiano, dove alle 19.00 Massimo Cacciari ha intrapreso una riflessione sul nuovo significato che, secondo lui, andrebbe attribuito all'esperienza dell'Umanesimo, da interpretare non come un periodo storico caratterizzato da riflessioni astratte e pretenziose sulla centralità dell'uomo e sulla definizione della sua identità, ma come un'esperienza ricca e produttiva di ricerca sulle peculiarità dell'essere umano, unico vivente indeterminato e indeterminabile, che si sottrae a qualsiasi classificazione e previsione perché in possesso del libero arbitrio e mosso da una infirmitas connaturata che trova espressione anche nel linguaggio. Sono del resto questi gli argomenti su cui si concentra il suo ultimo libro, La mente inquieta, edito da Einaudi.

Massimo Cacciari - Umanesimo inquieto

Il giovedì sera, invece, ho improvvisato una sortita finalizzata unicamente a incontrare il disegnatore e fumettista scozzese Tom Gauld, celebre per le sue vignette su giornali come il New Yorker o il Guardian, ma anche per le sue pubblicazioni in volume, l'ultima delle quali, Mooncop, è stata il principale punto di riferimento dell'evento in Piazza Leon Battista Alberti insieme ad Alessandro Sanna, disegnatore che ho conosciuto proprio grazie a questo confronto. Words are Very Unnecessary: questo il titolo dell'evento, incentrato sulla definizione delle peculiarità della comunicazione per immagini e del rapporto fra elementi visivi e testo. Nel corso dell'intervista condotta da Margherita Visentini, della redazione di Polpettas on Paper, i due autori hanno condiviso la loro visione della parola in rapporto all'immagine, concordando sulla sua importanza, ma anche sulla necessità di dosarla, di utilizzarla nel modo opportuno e senza che arrivi a soverchiare il contenuto grafico:

Tom Gauld - Words are Very Unnecessary

«Troppo testo - sostiene Tom Gauld, rischia di dare al lettore l'impressione che gli si voglia insegnare qualcosa, invece occorre lasciare dei vuoti, anche fisici, fra le immagini, in modo che chi vi si avvicina possa compiere uno sforzo nel dare alle immagini e al rapporto fra una e l'altra». Uno sforzo che richiede tempo, certo - e Tom ammonisce che chi lamenta di aver liquidato in 10 minuti il suo fumetto non ha capito il senso dei suoi vuoti e delle parole dosate col contagocce - ma vedere un'immagine non è come leggere un'immagine, perché occorre tempo ed energia per cogliere la carica emozionale che sta nel non detto. In un certo senso, chi fa una scelta come quella di Tom Gauld o quella ancor più estrema di Alessandro Sanna ha una grandissima fiducia nei propri lettori, perché sa di offrire loro qualcosa di non determinato, che va cercato e compreso... e qui sta anche un grandissimo rischio, naturalmente.
Di tutte le edizioni di Festivaletteratura cui ho partecipato (la prima volta fu nel 2004), questo è stato il miglior incontro in assoluto, sia per la sua articolazione (la riflessione è durata più di un'ora senza mai risultare monotona o scontata), sia per il contributo genuino e umile degli autori, che hanno giocato con l'ironia, evitato qualsiasi sproloquio autopromozionale e dimostrato di essersi interessati uno al lavoro dell'altro.
Dopo la pausa del venerdì, sono tornata a Mantova sabato sera per ascoltare Adrián Bravi al Conservatorio Campiani, in zona Palazzo Te. L'autore, di cui avevo letto soltanto L'inondazione, romanzo graditissimo, nel presentare il nuovo libro L'idioma di Casilda Moreira, edito da Exòrma, si è confrontato con Paolo Colagrande, con la mediazione del linguista Giuseppe Antonelli, in merito al valore della lingua, alla nascita e alla morte degli idiomi o delle singole parole. Un incontro emozionante, soprattutto per la delicata descrizione che Bravi ha fatto dei suoi personaggi.

Paolo Colagrande, Giuseppe Antonelli e Adrián Bravi - Una lingua per ogni emozione

Per finire, nel tardo pomeriggio di ieri ho avuto un po'di tempo per spulciare le bancarelle di libri usati sotto i portici di Piazza Sordello, prima dell'incontro più atteso, quello con Ian McEwan, tornato a Festivaletteratura a distanza di tanti anni (c'era alla prima edizione, nel 1997) per parlare con Marcello Fois del suo nuovo romanzo Macchine come me (Einaudi). Piazza Castello, che è per tutti i frequentatori della manifestazione mantovana il luogo in cui si tengono gli incontri più attesi e che attirano il pubblico più ampio, era prevedibilmente gremita, seppur non graziata dal tempo atmosferico, mentre l'autore descriveva lo stato di ansia con cui ancora convive quando licenzia un romanzo e deve prepararsi agli inevitabili confronti con i precedenti, la naturalezza con cui si è trovato a rimaneggiare, per Macchine come me, l'archetipo del sogno dell'uomo che vuole costruire figure che ci rassomiglino e a sviluppare una riflessione sui limiti e le opportunità dell'intelligenza artificiale, la scelta di ambientare la storia negli anni '80, ma rivisitandone completamente l'aspetto. C'è stato anche lo spazio per l'ormai inevitabile domanda sulla Brexit e sull'opinione di McEwan a proposito della situazione determinatasi nel Regno Unito e nel resto dell'UE. 
Data la quasi unicità dell'esperienza e considerando anche che da oltre vent'anni McEwan non partecipava a Festivaletteratura e ha però scritto diversi romanzi, avrei preferito che l'intervista vertesse su considerazioni più veste sulla letteratura e l'opera dell'autore, toccando magari altri grandi romanzi: mi è mancato non sentir parlare di Espiazione o di Miele (appena accennati un una delle domande del pubblico) e ricevere invece tante - troppe anticipazioni sulla vicenda di Macchine come me, uscito da pochi giorni e quindi adombrato da evitabili spoiler; per questo l'incontro con McEwan, al quale hanno partecipato anche tanti altri autori di Festivaletteratura, fra cui Abraham Yehoshua, non è stato per me il migliore, ma comunque non ci avrei rinunciato e mi esporrei ancora al vento e al temporale per poterlo ascoltare.

Ian McEwan - Il bisogno primario del romanzo

Come sempre, la concentrazione e la sovrapposizione degli eventi ma anche la necessità di incastrare gli impegni quotidiani con quelli del festival mantovano mi lasciano il dispiacere di non aver potuto ascoltare i brevi interventi in Tenda Sordello, dove ho fugacemente sbirciato quando ho sentito le voci di Marco Malvaldi e Lella Costa, e di essermi persa, fra i tanti incontri, le riflessioni del premio Nobel Wole Soyinka o le interviste ad altri autori, che mi avrebbero fatto conoscere nuove voci e nuove letture. Perché, come ogni anno, fin dall'esame del programma di Festivaletteratura, mi rendo conto che, pur avendo un discreto numero di libri letti o in lista per future letture, pur seguendo con una certa assiduità il dibattito letterario, siti e social connessi, i nomi di scrittori e scrittrici che non conosco sono ancora tanti e tanti sono quindi i terreni culturali da esplorare. Ma c'è tempo, e Festivaletteratura torna, puntuale, ogni anno: appuntamento dunque a Mantova fra il 9 e il 13 settembre 2020!
E voi siete stati al Festivaletteratura nei giorni scorsi? Quali autori avete ascoltato o quali avreste prediletto se aveste potuto partecipare?
C.M.

Commenti

  1. Ti invidio molto Cacciari. Ascoltato una sola volta dal vivo e rimasta stregata dal suo eloquio (che sì, conosciamo bene, però dal vivo è un'altra cosa). Se fossi rimasta anche domenica avrei fatto la fila per McEwan (tanto, dopo tutta l'acqua presa venerdì, avrei sopportato un altro nubifragio). In verità, McEwan l'ho già ascoltato a Roma un paio di anni fa e ne rimasi delusa. Anche in quel caso, avrei fatto altre domande, invece ci si concentrò su Nel guscio, appena pubblicato, nonostante il tema dell'incontro fosse la scrittura.
    Mantova, comunque, non mi delude mai. Ho scritto qualcosa sul mio festival da me.
    Buone letture

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    1. Infatti anche qui il tema dell'incontro non è stato affatto sviluppato, ma - sarà una sorta di feticismo da lettrice - mi è bastato incontrare l'autore, sentirlo parlare e avere i miei volumi autografati.
      Dopo questa edizione, comunque, le mie aspettative per la prossima sono diventate molto alte!

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  2. Purtroppo, nonostante la vicinanza, non ci siamo mai stati, ma è un nostro obiettivo, mi segno le date. Tra quelli che hai visto tu, sicuramente avrei voluto sentire McEwan ... ma so che c'era anche Doris Femminis, e avrei molto volentieri sentito/visto lei.

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    1. Ti capisco, anch'io non ho fatto in passato un proficuo uso della vicinanza, nel senso che fino a quest'anno mi sono limitata a una giornata, selezionando attentamente gli autori che mi interessavano di più. Edizione dopo edizione, i nomi di spicco aumentano di numero, le proposte si diversificano e crescono anche le opportunità di incontrare autori che non si conoscono, perché sono sempre più alte anche la qualità e la varietà dei temi di riflessione. Insomma, qualcosa di interessante nel Festivaletteratura si trova di sicuro, anche se si arriva a Mantova per una puntatina veloce. Quindi vi auguro di poterne approfittare presto!

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