I libri X-XIII delle "Metamorfosi"

All'altezza dei libri VIII-XI delle Metamorfosi viene meno l'impressione di unità ravvisabile nella prima parte dell'opera: Ovidio sembra lasciarsi prendere la mano dalla foga di raccogliere tutti i racconti di sua conoscenza, addentrandosi nelle pieghe preziose di derivazione ellenistica o, addirittura, offrendo una propria versione di alcune vicende della mitologia (più d'una, infatti, non risulta attestata altrove). Questa tendenza fa sì che molti aneddoti o anche lunghe sequenze perdano di vista il tema centrale della trasformazione, che si può dire addirittura più che marginale nei racconti dei libri XII-XIII dedicati alla guerra di Troia.
Nella parte del testo di cui ci occupiamo in questa sede si notano due grandi nuclei tematici: da un lato il mito di Orfeo, con la celebre storia dell'amore per Euridice e l'elegia della sua uccisione ad opera delle Baccanti, dall'altro alcune vicende particolari del conflitto fra Danai e Troiani, concentrate soprattutto sulla figura di Achille e sugli episodi successivi alla sua morte, che conducono il lettore, poco alla volta, verso la storia di Enea.

Erbert James Draper, Alcione (1915)

Il libro X è interamente dedicato ad Orfeo e ai prodigi del suo canto. La narrazione si apre immediatamente sul dolore del figlio di Apollo e Calliope per la perdita della novella sposa e sul conseguente tentativo, da parte del protagonista, di strappare l'anima della defunta all'Ade. Il cantore, accompagnando le parole con il suono della cetra, supplica i sovrani degli Inferi e spinge alla commozione tutti coloro che, come Tantalo o Sisifo, stanno scontando le loro terribili pene, finché i signori del Tartaro accosentono al ritorno di Euridice nel mondo dei vivi, che si realizzerà solo a patto che Orfeo non si volti mai a cercare la prova della presenza dello spirito dell'amata dietro si sé.

Si avviarono veloci i due, in mezzo a un impressionante silenzio, per un sentiero erto, faticoso, coperto dalle tenebre opache di una fitta nebbia. Ormai erano vicini al limitare, già sul margine della superficie terrestre; qui Orfeo, che l'amore rendeva timoroso di perderla e smanioso di vederla, volse indietro gli occhi: ed ella fu subito risucchiata indietro. Tendeva l'infelice le braccia nello sforzo di farsi afferrare e di afferrare a sua volta, ma non riuscì a stringere altro che l'aria inconsistente.
[Traduzione dei vv. 53-59 di Giovanna Faranda Villa]

La rappresentazione più nota del mito è quella realizzata nel 1878 da John Roddam Spencer Stanhope, Orfeo ed Euridice sulle rive dello Stige, nella quale i due protagonisti sono abbracciati e uniti dal panneggio del mantello del cantore intorno ai loro corpi, quindi Orfeo riceve una prova della presenza della sposa, ma non può comunque vederla; sembra indicarle l'uscita, ormai vicina, degli Inferi, mentre, in lontananza, si avvicina, sula sua barca, Caronte (si produce qui un'inesattezza rispetto al titolo del dipinto, dato che Acheronte e non Stige è il fiume che rappresenta la barriera fra il mondo dei vivi e quello dei morti); Orfeo appare come la guida della sposa, ma il grande protagonista della tela risulta il regno infero, che li circonda da ogni lato, come evidenzia il riflesso delle pareti rocciose sull'acqua, quasi a presagire che qualsiasi speranza di sfuggire all'aldilà debba essere abbandonata. 

John Roddam Spencer Stanhope (1878)

Il lamento di Orfeo per la perdita definitiva di Euridice diventa l'occasione per la costruzione di alcuni racconti in un racconto. Sono infatti le parole del poeta e musico a portare sulla pagina il rapimento di Ganimede, il prodigio dell'infusione della vita nella statua di Pigmalione, gli amori di Venere e Adone, la sfida di Atalanta e Ippomene e molti altri miti.
Quello di Pigmalione è un mito di creazione e d'amore al tempo stesso: lo scultore, estasiato di fronte alla statua d'avorio di fanciulla che ha realizzato, se ne innamora, al punto da trattarla come una donna vera: la veste, le mette addosso dei gioielli, la fa giacere in un vero letto, finché Venere, rispondendo alla sua preghiera, non le dà vita.
La trasformazione in donna della statua eburnea è oggetto di un dipinto realizzato da Angelo Bronzino fra il 1529 e il 1530: l'immagine si focalizza sul momento dei sacrifici della festa di Venere a Cipro in cui lo scultore prega la dea di concederle in sposa una fanciulla simile a quella d'avorio da lui realizzata e la presenza della fiamma che arde sull'altare richiama il segno lanciato dalla divinità per esaudire i desideri del fedele, tuttavia sulla scena è presente anche la fanciulla trasformata, che, nel racconto Ovidiano, Pigmalione incontra solo una volta a casa, senza peraltro rendersi conto che è animata e fatta di carne ed ossa prima di toccarla.

Pigmalione, non appena torna a casa, si reca dalla statua della sua fanciulla e sdraiandosi sul letto accanto a lei, prende a baciarla: gli sembra di incontrare qualcosa di tiepido. Di nuovo accosta la bocca e le tocca il petto con le mani; al tocco l'avorio si ammorbidisce, deponendo la sua rigidità; cede sotto le dita come la cera dell'Imetto si fa morbida al sole.
[Traduzione dei vv. 280-285 di Giovanna Faranda Villa]

Angelo Bronzino, Pigmalione e Galatea (1529-1530)

Un successivo canto di Orfeo si concentra sull'amore di Venere per Adone, scatenato da una ferita di freccia inferta per errore da Cupido alla madre durante un abbraccio. La nota dominante del racconto è la preoccupazione della dea per l'amante, che, con la sua passione per la caccia, potrebbe incorrere in enormi pericoli: Venere prega Adone di non lasciarla sola o, almeno di limitarsi a cacciare piccole bestie e di tenersi alla larga da quelle feroci, in particolare dai leoni, perché alcuni di loro nutrono per lei un risentimento tale che potrebbero volerle strappare l'innamorato per vendetta. Questo accorato appello della dea è consegnato alla fama artistica da Tiziano, che nel 1560 rappresenta Venere nell'atto di trattenere Adone dalla battuta di caccia che gli risulterà fatale.

«Dimostrati forte contro quegli animali che si danno facilmente alla fuga, ma con quelli aggressivi il coraggio è percoloso! Evita di essere temerario, coinvolgendomi nel rischio, e non stuzzicare le belve che la natura ha fornito di armi. Non vorrei pagare a caro prezzo la tua gloria! La tua età, la tua bellezza e tutte le altre tue doti che hanno ammaliato Venere in persona non toccano i leoni e gli irsuti cinghiali, non catturano il loro sguardo o scalfiscono il loro cuore!»
[Traduzione dei vv. 544-549 di Giovanna Faranda Villa]

Tiziano Vecellio, Venere e Adone (1560)

Entro il mito di Venere e Adone si inserisce un racconto di terzo livello, con la spiegazione delle ragioni del conflitto fra Venere e le bestie feroci, che risale all'empietà di Ippomene. Costui, grazie al dono delle mele d'oro da parte di Venere, ha potuto superare in una gara di velocità la bella Atalanta, famosa per non essere seconda a nessun uomo nella corsa. Distratta dai preziosi frutti lasciati cadere da Ippomene lungo il percorso (una scena resa celebre da Guido Reni), la fanciulla aveva perso tempo e permesso al suo avversario di avvantaggiarsi e di vincere la sfida. Ippomene, tuttavia, ha dimenticato il beneficio ricevuto e non ha onorato adeguatamente la dea, così Venere, per vendetta, ha suscitato nei due sposi un desiderio tale da spingerli a profanare con un atto sessuale un luogo sacro. La punizione per il sacrilegio è stata la trasformazione dei due amanti in leoni feroci ad opera delle divinità offese e da quel momento le bestie sono adirate con Venere e presumibilmente bramose a danneggiarla a loro volta.

Il discendente di Nettuno aveva la gola secca e il fiato corto, e la meta era ancora lontana: allora si risolse a lanciare uno dei tre frutti dell'albero d'oro. La fanciulla vi gettò gli occhi e ne rimase incantata: ansiosa di avere quel pomo lucente, deviò dal percorso per raccogliere la sfera d'oro che rotolava. Ippomene ne approfittò per sorpassarla.
[Traduzione dei vv. 663-668 di Giovanna Faranda Villa]

Guido Reni, Ippomene e Atalanta (1620-1625)

Il libro XI si apre con la morte e lo smembramento di Orfeo ad opera delle Baccanti offese dal disprezzo manifestato dal poeta nei loro confronti; gettate nel fiume Ebro, la testa e la cetra di Orfeo continuano a produrre una lugubre melodia, fino ad approdare sulle coste dell'isola di Lesbo, dove vengono messe in salvo dall'intervento di Apollo. Nel suo dipinto del 1865 Gustave Moreau immagina un pietoso compianto da parte di una donna (forse in Tracia, prima della dispersione delle reliquie, forse a Lesbo, dopo il loro salvataggio) sui resti del cantore, introducendo una nuova sequenza rispetto al mito ovidiano.

Gustave Moreau, Orfeo (1865)

Le membra del vate giacevano sparse qua e là. La sua testa e la cetra le accogliesti tu tra le tue sponde, o Ebro, e mentre venivano trascinate dalla corrente si compì un miracol: la cetra mandò un misterioso suono di pianto e la lingua senza vita mormorò un lamento a cui fece eco il lamento delle rive.
[Traduzione dei vv. 50-53 di Giovanna Faranda Villa]

La punizione delle Baccanti riporta poi l'attenzione su Dioniso e offre l'aggancio della vicenda di Mida, il sovrano che ha ottenuto dal dio il dono di trasformare ogni cosa che toccasse in oro, ma che, avendolo riconosciuto come una maledizione, ne ha chisto la revoca. Ormai disgustato dalla ricchezza, Mida vive nelle selve ed è proprio in un bosco che si imbatte in una contesa musicale fra Apollo e Pan, manifestando incautamente la sua preferenza per la musica prodotta dal flauto della creatura silvestre e attirandosi così l'ira del dio, che lo punisce facendogli spuntare sul capo due orecchie d'asino, segno della sua stoltezza.

Domenichino, Giudizio di Mida (1^metà XVII sec.)

L'ultimo mito degno di nota di questo XI libro è quello di Alcione, figlia di Eolo, e del suo dolore a seguito della morte, durante un viaggio in mare, dello sposo, il re Ceneo. Tormentata dalla sua lontananza e dal non conoscere la sorte dell'amato, Alcione si strugge ogni giorno e ogni notte, finché Giunone, impetosita, non invia Iride nella dimora del Sonno, affinché costui, attraverso il suo messo Morfeo, faccia avere alla donna una visione notturna: ad Alcione appare Ceice, che la informa della propria morte, ma è solo dopo il ritrovamento del corpo del naufrago sospinto dalle onde che gli dei, mossi a compassione dal suo pianto, decidono di trasformare entrambi gli sposi in uccelli marini, così da permettere loro di riunirsi in una nuova vita.

Era ormai mattino: ella uscì di casa e si diresse al lido, cercando piena d'afflizione proprio quel punto in cui aveva assistito alla partenza del marito. E vi indugiava e ricordava: «È lì che sciolse gli ormeggi! È qui che mi diede il bacio d'addio!» e ricostruiva i gesti compiuti in base ai luoghi: e intanto non cessava di spingere lo sguardo sul mare. A un tratto, a grande distanza, nell'acqua trasparente, scorse qualcosa, forse un corpo: sulle prime non si distingueva bene cosa fosse.
[Traduzione dei vv. 710-717 di Giovanna Faranda Villa]

Gli ultimi due libri rappresentano il raccordo fra le vicende iliadiche e quelle dell'Eneide: della guerra di Troia Ovidio narra solo alcuni fatti minori, appena accennati o tralasciati dal racconto omerico; un duello fra Achille e Cigno, reso per l'eroe estremamente difficile per l'invulnerabilità dell'avversario ai colpi di lama, fornisce ai Danai riuniti a banchetto il pretesto per raccontare diffusamente la lotta fra i Centauri e i Lapiti, durante la quale Nestore ha potuto ammirare il valore e l'invulnerabilità di Ceneo, un Lapita tramutato in maschio per suo stesso desiderio.
La guerra fra i Centauri e i Lapiti (popolazione della Tessaglia) è fra i soggetti immortalati nel fregio esterno del Partenone, oltre che sul frontone del tempio di Zeus a Olimpia: interpretato più generalmente come una lotta dell'essere umano contro la bestialità, il soggetto ha attraversato i secoli, ispirando un grande dipinto di Pietro di Cosimo. Nella parte centrale è visibile l'occasione in cui nasce la lotta, il banchetto nuziale di Issione e Ippodamia, al quale gli ibridi vicini sono stati incautamente invitati: ottenebrati ed eccitati dal vino, i Centauri hanno iniziato a scagliarsi sulle donne, a partire dalla nuovella sposa, per perpetrare rapimenti e violenze. Si scatena una sanguinosa battaglia, narrata da Ovidio (attraverso Nestore) con dovizia di particolari, nella quale si distingue Ceneo, formidabile nel resistere ai colpi che i nemici sferrano contro di lui.

Pietro di Cosimo, Battaglia fra Centauri e Lapiti (1500-1515)

Con il libro XII la guerra di Troia arriva al suo scioglimento, ma non prima che sia raccontata la contesa fra Odisseo e Aiace per le armi di Achille, che rappresenta un vero e proprio processo all'interno del poema, con le arringhe di entrambi i contendenti e il conclusivo suicidio dell'eroe Telamonio. Le conseguenze più drammatiche della morte di Achille, però, si manifestano dopo la caduta della città di Priamo, quando si consuma il sacrificio di Polissena, richiesto dall'anima del Pelide per dare pace al suo riposo: fra i momenti più struggenti del poema c'è non solo la fierezza della fanciulla che si offre ai suoi carnefici scoprendosi il petto, ma anche il dolore straziante di Ecuba, il cui delirio non cessa nemmeno dopo la sua trasformazione in cagna.
Da questo punto in avanti viene narrato il viaggio di Enea, che, esule da Troia, deve compiere la missione che gli ha assegnato Giove; il centro della narazione si sposa così, poco alla volta, dal mondo greco, finora scenario quasi unico del poema, a quello romano, che diventerà protagonista degli ultimi due libri. È in questa parte del testo che si inserisce il mito di Scilla, figura mostruosa incontrata dall'eroe nello stretto siciliano, e dei racconti ad esso collegati, quello della compagna Galatea, oggetto dell'amore di Aci e del gigantesco rivale di lui, Polifemo (per l'iconografia dell'episodio si rimanda al post Galatea: il trionfo di Raffaello e il sonno di Moreau), e quello di Glauco, tramutato da mortale in divinità marina a seguito dell'ingestione di un'alga prodigiosa eppure rifiutato da Scilla, che lo spinge a cercare l'aiuto di Circe.

Sintesi dei contenuti del libro X delle Metamorfosi:
vv. 1-142: Orfeo ed Euridice
    vv. 106-142: Ciparisso tramutato in cipresso
vv. 143-739: I canti di Orfeo
     vv. 155-161: Ganimede
     vv. 162-219: Apollo e Giacinto
     vv. 220-242: I Creasti e le Propetidi puniti da Venere
     vv. 243-297: Pigmalione
     vv. 298-518: L’amore incestuoso di Mirra per Ciniro
     vv. 519-739: Venere e Adone
         vv. 560-707: Atalanta e Ippomene

Sintesi dei contenuti del libro XI delle Metamorfosi:
vv. 1-66: Morte di Orfeo
vv. 67-84: Punizione delle Baccanti
vv. 85-193: Re Mida
vv. 194-217: Laomedonte e la costruzione delle mura di Troia
vv. 217-265: Peleo e Teti
vv. 266-409: Peleo si rifugia presso Ceice
     vv. 291-345: Dedalione trasformato in falco
     vv. 301-327: Chione, Mercurio e Apollo
     vv. 346-409: Vendetta delle Nereide Psamate per l’uccisione del figlio Foco da parte di Peleo
vv. 410-748: Ceice e Alcione
     vv. 454-572: Viaggio e naufragio di Ceice
     vv. 573-632: Giunone invia Iride presso il Sonno
     vv. 633-707: Il sogno di Alcione
     vv. 708-748: Disperazione e trasformazione di Alcione
vv. 749-795: Esaco e il suicidio negato

Sintesi dei contenuti del libro XII delle Metamorfosi:
vv. 1-628: La guerra di Troia
    vv. 39-63: La dimora della Fama
    vv. 81-145: Duello fra Achille e Cigno
    vv. 146-579: I Danai a banchetto
        vv. 168-535: Metamorfosi, invulnerabilità e morte di Ceneo
            vv. 210-535: La lotta fra i Centauri e i Lapiti
            vv. 536-579: Periclimeno

Sintesi dei contenuti del libro XIII delle Metamorfosi:
vv. 1-428: La guerra di Troia
    vv. 1-398: Contesa per le armi di Achille
    vv. 1-122: Discorso di Aiace
    vv. 123-381: Discorso di Odisseo
vv. 429-438: Uccisione di Polidoro
vv. 439-480: Sacrificio di Polissena 
vv. 481-575: Disperazione e metamorfosi di Ecuba
vv. 576-622: Trasformazione del cadavere di Memnone
vv. 623-968: Il viaggio di Enea
vv. 643-674: Le figlie di Ario mutate in colombe
vv. 730-968: Scilla
     vv.738-897: Galatea, Aci e Polifemo

C.M.

Commenti