Segnalibri #6

I Segnalibri di oggi hanno come denominatore comune il mondo classico: entrambi i libri di cui vi parlo sono delle rivisitazioni di materia mitologica ormai diventata di massa e rappresentano strumenti diversi per rileggerla. Il primo si è imposto per una rilettura al termine di un anno di lezioni di epica, mentre cercavo di mettere insieme delle proposte di lettura estive per i miei studenti; il secondo è un libriccino intorno al quale giravo da tempo e che, una volta avutolo per le mani, ho letto e subito riletto.
 
 
Iniziamo con Omero, Iliade di Alessandro Baricco (Feltrinelli), un esperimento di estrazione e ricucitura di brani del poema di Achille pensato per la pubblica lettura, per la quale l'intera opera sarebbe stata troppo impegnativa. Baricco confeziona una sorta di antologia della guerra di Troia, ammodernando alcuni brani a partire dalla traduzione di Maria Grazia Ciani, modificando la prospettiva narrativa con l'alternanza di voci di guerrieri, donne e testimoni degli eventi che parlano in prima persona e integrando il racconto con poche sequenze originali. L'idea è quella di umanizzare il racconto, di renderlo più vicino alla sensibilità contemporanea con l'accentuazione dei sentimenti, dei pensieri e delle azioni umane e l'estromissione degli dei, sulla base dell'osservazione che spesso sono comunque i gesti umani ad amplificare e concretizzare un intervento divino. La struttura tiene, con qualche piccola sbavatura (la focalizzazione talvolta scivola in aspetti che sono propri dell'onnisciente Omero), sicché il lettore si trova fra le mani uno strumento adatto ad approcciare il testo omerico senza il terrore della mole del racconto omerico. Certo, non si tratta di un'alternativa, perché l'intervento di selezione e adattamento non si può sostituire alla complessità dell'Iliade, ma può funzionare come occasione di avvicinamento o di rilettura. Insomma, il libro di Baricco è e non ha la pretesa d'essere altro che un prodotto di massa, e da questo forse nascono le obiezioni dei detrattori, che spesso stanno in agguato quando ci si permette di toccare e ammodernare la materia classica.

Il secondo testo è La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt (Adelphi), un brevissimo racconto-gioiello: raffinato, prezioso, profondo, ha una complessità inversamente proporzionale alla sua massa. Il libro è imperniato sul mito più noto dell'antichità, cioè quello di Edipo; Dürrenmatt immagina la Pizia Pannychis XI che, stufa di pronunciare oracoli, offre una profezia tanto assurda quanto frettolosa per togliersi di torno l'ennesimo pellegrino in cerca di risposte. Quest'uomo, proveniente da Corinto, è Edipo e Pannychis è talmente certa che nessuno possa ammazzare il proprio padre e poi unirsi alla propria madre che, non appena il visitatore se ne va, ella rimuove anche solo il ricordo di avergli parlato. Anni dopo, Tiresia commissiona al sacerdota di Apollo un responso sulla peste a Tebe da affidare al suo cliente Creonte: esso dovrà annunciare che l'epidemia avrà fine quando sarà scoperto l'assassino di Laio. Pannychis, ormai in punto di morte, ha un colloquio con i fantasmi di Edipo, Giocasta, della Sfinge e dello stesso Tiresia, che ricostruiscono per lei una vicenda poliedrica, ambigua, così contorta e radicata nelle pieghe del mito e del suo non detto che la Pizia si rende conto che non solo il suo responso improvvisato era vero, ma che potrebbe essersi realizzato in molteplici modi, che le vittime forse non sono poi così innocenti rispetto allo sviluppo paradossale degli eventi e che, al tempo stesso, lo sono tutte e lo è lei stessa. A partire del dramma di Sofocle, ancora oggi considerata la tragedia per la profondità della visione del Fato e dell'azione umana che la caratterizza, Dürrenmatt costruisce una novella avvincente, capace di scardinare il mito e di ricostruirlo al tempo stesso diverso da se stesso e del tutto coerente con se stesso. Ma il più grande pregio di questo volumetto da leggere, rileggere, eviscerare e ricomporre è la sua capacità di intessere un dialogo, attraverso la Pizia e Tiresia, sulle due grandi visioni del mondo: quella di un immenso caos dominato da leggi imperscrutabili da una parte e quella di un campo sterminato in cui possano compiersi dei grandi progetti, tirannici o utopici. Un dialogo che non può trovare soluzione, perché, come annuncia Tiresia, Edipo «resterà un tema che pone a noi enigmatici quesiti».

Qualcuno potrà avere delle riserve sulla soluzione di Baricco, ma l'eccezionalità di questo secondo testo è innegabile. Consiglio anche il radiodramma diretto da Nicola Alberto Orofino entro il ciclo Sinestesie - Radio estensioni teatrali.

C.M.

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