mercoledì 27 febbraio 2013

Lasciate ogni speranza, voi ch'uscite

Non ci pensa nessuno? Ho ormai centinaia, migliaia di anni! E devo sempre star qui a portare su e giù questo pesante legno marcio. Ho crampi per tutte le braccia, sento i nervi tesi sotto la pelle. Vorrei vedere un qualsiasi altro vecchio al mio posto a mulinare per tutto il giorno e ogni giorno il remo per spostare la barca o per bastonare i morti che si sporgono, impazziti, nel tentativo di tornare sulla riva. Quella felice, intendo. Nessuno che smani di passare dall’altra parte. Nossignore! Tutti infervorati per rivivere. Chissà chi ha messo loro in testa che è possibile. A me non risulta.
Mi si può biasimare per aver cercato di sottrarmi a questa giostra di matti? Io non capisco perché i morti non possano nuotare... o perché, semplicemente, nessuno venga mai a darmi il cambio. Un’ora di libertà al giorno sarebbe chiedere troppo? Ebbene, se proprio non posso avere la pensione, mi sono detto, mi prendo una vacanza. La mia intenzione, ad essere onesti, era quella di andarmene e non tornare. Un po’come fare il contrario di ciò che fanno i miei clienti: loro, da vivi che erano, restano per sempre morti, mentre, io, da morto – se questo sono – avrei voluto starmene tra i vivi.

Ho semplicemente mollato lì barca e remi. Quella mattina ero sul punto di cambiare idea: era un giorno tranquillo, pochi morti in arrivo. Ma, alla fine, i latrati di Cerbero e le imprecazioni di Minosse mi hanno fatto saltare i cinque minuti.
Un balzo sulla riva e ho oltrepassato gli sguardi attoniti dei morti: non so se si stupissero per la nuova realtà o per il fatto che si vedevano senza un traghettatore. Uno di loro mi ha fermato e mi ha chiesto dove stessi andando.
«A vedere com’è la vita».
«Non ti perdi niente», ha risposto, «Guarda me: mi sono ammazzato».
I suicidi sono tra i più disprezzati anche laggiù dalle mie parti. Stanno piuttosto in basso, per la verità. Ma, per quanto mi riguarda, li ho sempre considerati meglio di tanti altri per il fatto che non perdono tempo a lamentarsi della morte. Non mi importa la gravità delle loro colpe, che per Minosse invece è sempre motivo di preoccupazione, ma il grande sollievo che provo nel trasportare quelle anime che si trovano lì per loro scelta. Sulla barca tutti si lagnano insopportabilmente, ma i suicidi stanno sempre in silenzio e non decantano la perduta vita. I migliori clienti, senza dubbio.
«Ti traghetterei gratis se non fossi deciso ad andare via», ho detto.
L’anima ha sorriso. «Posso aspettare. Secondo me ritorni in fretta. Soprattutto se intendi piombare tra i vivi con quel solo straccio addosso».
Subito ho abbassato sguardo sui cenci che avevo avvolti intorno ai fianchi. Ricordo di aver alzato le spalle. Non sapevo come si vestisse nell’altro mondo. Ho guardato l’anima. Indossava un paio di pantaloni neri che definiva jeans o qualcosa di simile e una tunica leggera che i vivi chiamano camicia. Ai piedi portava degli strani calzari morbidi. Ha cominciato a spogliarsi e in pochi secondi era lì con tutti gli abiti in braccio. Me li ha porti e io li ho presi con esitazione.
«Tanto dicono che mi ridurrò ad un mucchio di sterpaglie», ha commentato, «Non mi serviranno».
L’ho ringraziato e ho indossato gli abiti, ingaggiando una lunga lotta con quella che l’anima aveva definito “cerniera lampo”. Infine mi sono avviato alla porta e, senza voltarmi indietro, l’ho attraversata.
Come dicevo, era l’alba. Mi sono trovato catapultato in una realtà frenetica, col rischio di essere messo sotto da un’automobile – ne conoscevo il nome perché avevo traghettato molti morti investiti – al mio primo passo da vivo.
Ho preso a camminare in mezzo alle strade, adeguandomi a percorrere gli spazi che vedevo occupati da altri che, come me, si spostavano a piedi. Tutti seguivano i comandi di una strana torcia a tre colori. Non ci è voluto molto per capire che al rosso tutti dovevano fermarsi e al verde potevano andare. In questo modo si voleva ridurre la mia potenziale clientela. Su sentieri rialzati ai bordi degli spazi delle automobili si dovevano muovere i pedoni e presto ho imparato a distinguere i luoghi che mi erano accessibili da quelli che dovevo evitare.
Avevo sentito dire dai traghettati che un uomo doveva lavorare per vivere. Lavorare e spendere i soldi guadagnati, che non erano le monete di cui disponevo io. Ho deciso che mi serviva un lavoro, ma che non avevo alcuna referenza se non la mia rodata carriera di traghettatore. Ho chiesto informazioni su dove poter trovare un impiego.
Venezia. Mi hanno dato in molti il nome di questa città. L’ho trovata subito molto più adatta a me rispetto alle turbolente piste di autocarri e macchine. Ero in mezzo all’acqua, e, se non altro, il passaggio al nuovo mondo risultava meno traumatico del previsto.
Ho notato immediatamente che la mia capigliatura folta, canuta e ricciuta attirava l’attenzione di ogni singolo passante. Che mi invidiassero o che mi compatissero? Ho sentito un ragazzo con una cresta ossigenata che ammirava le mie lenti rosse. Ma quali lenti?
Nonostante gli sguardi stupiti della gente, sono riuscito a farmi portare dai miei nuovi mocassini fino ad un molo deserto. Al legno scricchiolante erano legate alcune barche longilinee e ornate in modo molto particolare alle estremità; su ognuna vi era un comodo posto per i passeggeri, mentre i rematori prendevano posizione alle loro spalle, a ridosso della lingua di legno che si alzava a poppa.
Mi hanno dato immediatamente il lavoro. Unica condizione: dimostrare di poter governare l’imbarcazione. Come se qualcuno fosse in grado di dare a me lezioni di navigazione!
Il giorno seguente, vestito con una maglietta a righine blu e bianche e pantaloni alla zuava e con un cappellino di paglia a cingermi la chioma di cui andavo molto fiero e che, a detta dei colleghi, avrebbe attirato i clienti, ho iniziato a navigare su e giù per la città, affiancato da un altro gondoliere che aveva il compito di illustrarmi i percorsi lungo i canali.
Nel giro di qualche giorno l’andamento di ogni canale si era impresso nella mia memoria e viaggiavo da solo, indipendentemente. Centinaia di turisti erano ogni giorno assiepati sul molo a domandare un passaggio e disposti a sborsare cifre da capogiro per una sola mezz’ora a bordo della mia gondola.
Mi piaceva la vita.
Finché i traghettati non hanno cominciato ad assillarmi con nuove lamentele. Non parlavano mai con me, se non per contrattare il prezzo del passaggio e la meta, ma io ascoltavo sempre i loro discorsi, cercando di paragonarli a quelli dei miei vecchi clienti.
«L’albergo non è di mio gradimento», ha iniziato un mattino una donna ingioiellata, «Le tendine hanno un colore orribile, per non parlare della moquette».
«Quell’affare mi ha fruttato meno della metà di ciò che mi aspettavo», ha detto il cliente successivo, parlando al cellulare.
«Guarda che fregatura questa sciarpa: tutta rovinata», si è lamentata una ragazza.
«Possibile che l’affitto sia così caro negli ultimi tempi?».
«Maledizione, non riesco a dimagrire».
«Disastri del governo».
«Ne ho piene le scatole delle polemiche sull’inquinamento».
«Un’altra truffa!».
Giorno dopo giorno erano questi i discorsi che si susseguivano. Tutti a lamentarsi delle tasse, della casa, del marito, della moglie, dei parenti, dei vicini di casa, dell’insegnante e del datore di lavoro, del dipendente e dell’impiegato dell’ufficio postale. Ho pazientato un giorno. Due. Tre. Una settimana. Un mese. Ma mi sono presto reso conto che, per quanto tempo passasse, nessuno voleva dimostrarsi minimamente soddisfatto della propria vita. Tutti vi trovavano macchie, crepe, spruzzi di infelicità. Il ricco, il famoso, il sano. Tutti avevano di che lamentarsi.

Il trentaduesimo giorno ho ripreso jeans e camicia e ho mollato di nuovo barca e remi, gettando il cappellino di paglia in mezzo al canale. Sono tornato sui miei passi e ho superato di nuovo la porta di casa. Non mi aspettavano con feste, rinfreschi e striscioni: quaggiù non funziona così. Ho semplicemente imbracciato il grande remo nodoso e ho fatto salire sulla barca le anime in attesa, assaporando con soddisfazione le loro lamentele sulla morte. Loro si compiangevano per ciò che le aspettava per l’eternità e non per quel breve istante effimero che non sarebbe più tornato. Ho imparato ad apprezzare i sospiri per la vita, ma non ho mai più accettato le imprecazioni contro di essa. Nemmeno il suicida è più stato per me l’emblema della capacità di adattamento, sebbene io in quei pochi giorni mi sia comportato un po’come lui, fuggendo l’esistenza che mi era stata assegnata.
Ma credo di aver fatto un passo in più rispetto a quel poveraccio: io ho accettato la mia condizione e ho ripreso le redini dell’esistenza a me destinata. Non ho più tentato di cambiarla. L’assurdità del mio voler vivere era pari all’insensatezza dei vivi di voler morire polemizzando in modo distruttivo contro la vita. A me i polemici, gli incontentabili, come forse ho lasciato intendere al mio confessore, non sono mai piaciuti.
Se non altro, ci ho guadagnato un magnifico paio di mocassini.

Caronte nell'illustrazione di G. Doré

C.M.

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