venerdì 15 febbraio 2013

One billion rising (14 febbraio 2013)

I dati ufficiali, che, di solito, sono imprecisi a causa di una mole di informazioni purtroppo sommerse, ci dicono che un miliardo di donne è vittima di atti di violenza (stupri, omicidi, mutilazioni); solo in Italia, i femminicidi si attestano su una media di uno ogni due-tre giorni. La violenza sulle donne è l’esito del conservatorismo del mondo, di un sistema che si è a lungo perpetrato fingendo che l’‘altra metà del cielo’, come la chiamano coloro che sono in vena di romanticismi spesso di facciata, non esistesse e, quindi, non potesse godere degli stessi diritti riconosciuti agli uomini. Il mondo del passato divideva gli esseri umani (uomini) dai beni di possesso (fra cui rientravano le donne)… ma l’evidenza dei fatti documentati mi dà la certezza che parlare di ‘passato’ sia del tutto improprio: è ancora diffusa, anche negli ambienti più incivili dei Paesi cosiddetti ‘moderni’, la pratica di trattare le donne come oggetti da guardare, palpeggiare, usare, spezzare e gettare via.
Contro questo perverso modo di pensare, si sono svolte ieri in tutto il mondo manifestazioni di massa culminate in pregevoli flash mob: migliaia di donne e uomini (perché è importante sottolineare che non si tratta di manifestazioni femministe, ma di grida di richiesta di uguaglianza, che, evidentemente, riguardano tutto il genere umano) si sono raccolti nelle piazze e, vestiti con abiti rossi e neri (i colori ufficiali dell'evento), hanno dato vita ad un ballo di massa sulle note della canzone Break the chain seguendo la coreografia realizzata da Debbie Allen, che qualcuno ricorderà nel ruolo della signorina Grant, insegnante di danza nel telefilm Saranno Famosi.


L’evento, denominato One billion rising, ha coinvolto molte realtà italiane e non ha mancato di introdursi all’interno del Festival di Sanremo, grazie all’intervento verbale e danzante della brillante Luciana Littizzetto, una donna che, pur facendosi notare per la verve comica, dimostra di essere in grado di smettere i panni (peraltro di gran successo) del saltimbanco (come lei stessa si è definita) per diventare un’attenta comunicatrice di temi caldi e delicati dell’attualità. Voglio osservare che Luciana Littizzetto è stata anche una delle prime donne introdotte al festival negli ultimi anni non per esibire un corpo, per far da stampella a dei vestiti di firma generosamente aperti su seni, cosce o sedere e per apparire, muta o quasi, nei momenti morti della manifestazione, ma per far mostra dell’acume, dell’allegria e, come ieri sera, di profonda serietà: insomma, è salita sul palco dell’Ariston con il suo cervello, ironizzando, anzi, sugli atteggiamenti e le attenzioni di cui sono ricoperte le vallette e le ospiti solitamente ospitate nei programmi televisivi. Luciana Littizzetto, insomma, era la premessa fondamentale perché Sanremo si aprisse ad un tema drammatico come quello della violenza sulle donne, perché nessuna delle solite soubrette o modelle avrebbe potuto dare alla causa ciò di cui essa ha bisogno: la parola delle donne, la loro espressione al di sopra di un corpo.
Guardando all’Italia, però, sono colpita dalla grande disponibilità che dimostra una parte del genere femminile a farsi trattare come un oggetto, che poi è la parte che ha maggiore evidenza comunicativa, poiché gode di spazi amplissimi entro i mezzi di comunicazione, e che finisce per dare a tutto il Paese e agli uomini che si fanno abbagliare dal mondo gretto che esse rappresentano l’idea che la donna sia, effettivamente, un bene di possesso: quella che si fa stampare sul calendario, quella che apprezza le battute volgari, che si mette in mostra dichiarando al mondo quante volte al giorno fa sesso col suo partner (ovviamente il calciatore o l’attorone del momento).
Manifestazioni di massa come One billion rising, Se non ora quando, le campagne condotte in tv da personaggi di spicco (uomini e donne che siano) sono certamente importanti ed è giusto che siano valorizzate come è effettivamente accaduto, ma, purtroppo, i mezzi di comunicazione (prima fra tutte la televisione) permettono il dilagare di atteggiamenti di segno opposto. Alle migliaia di persone scese nelle piazze si contrapporranno sempre le ragazze che ambiscono a raggiungere il successo spogliandosi e ammiccando e personaggi che per raccogliere il consenso della parte volgare e meschina del genere maschile si pubblicizzano a suon di battute sulle belle donne e sulla loro attività sessuale o con barzellette di infimo livello che farebbero indignare qualsiasi persona di buon senso. Ecco: è questo l’atteggiamento da sradicare, perché esso alimenta la concezione della donna come oggetto di cui godere, di cui far mostra e da trattare a proprio piacimento. La disoccupazione femminile, il mobbing negli ambienti di lavoro, l’idea che la conduzione della vita domestica spetti alla donna e, infine, anche le violenze sono tutti prodotti di questa cultura completamente sguaiata e perversa. L’uguaglianza si promuove partendo dal basso, dalle piccole cose, censurando e condannando gli interventi di un politico che accoglie una lavoratrice con una serie di volgarità di natura sessuale, ma additando anche l’atteggiamento di una donna che si presta a far da spalla a tali oscenità, ridendo, tacendo e dichiarandosi orgogliosa piuttosto che imporre un netto stop e denunciare un simile comportamento.
Attenzione: non sono una di quelle persone che pensano che una donna che si veste in maniera succinta inviti allo stupro, sostengo, molto più semplicemente, che siamo noi donne a dover ricorrere a tutte le misure necessarie per stroncare gli atteggiamenti che alimentano l’ignoranza e la violenza nei confronti delle donne stesse. Non è tollerabile che sia una donna a far da spalla ad un intervento osceno rivolto alla sua avvenenza: ridacchiare e gongolare di fronte ad un apprezzamento volgare è il modo migliore per invitare gli uomini a continuare a credere che le donne siano degli oggetti.
Perciò sosteniamo flash mob, interventi e iniziative a sostegno del rispetto per le donne, ma facciamolo ricordando che per indignarci non dobbiamo aspettare che l’ennesimo caso di femminicidio o delitto passionale finisca sul giornale o nei nostri schermi tv: l’azione parte dal rifiuto dell’ignoranza che sta alla base di tutto ciò!

Il flash mob di ieri in Piazza Bra (Verona)

C.M.

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