lunedì 5 agosto 2013

De codicibus servandis

Se incombesse una catastrofe e poteste scegliere di mettere in salvo con voi un solo libro, quale scegliereste?
Una domanda per noi puramente speculativa, dato che i Maya sembrano averci beffati alla grande, eppure spesso ci prestiamo a rispondere a questo quesito ludico. In passato, però, qualcuno che ha dovuto porsi seriamente il problema del salvataggio di un testo c'è stato, e in più di una occasione. Incendi, distruzioni di luoghi di cultura o il semplice il deperimento legato al trascorrere del tempo hanno più volte provocato la perdita di ingenti quantità di scritti antichi e medievali.
Ma, allora, perché leggiamo determinati testi e non altri? Può definirsi casuale il fatto che disponiamo di diverse copie di certi manoscritti ma di altri non ci resti nulla?
La risposta, ovviamente, è un sonoro e corale "No".

Rachel Wiesz interpreta Ipazia nel film Agorà

La storia della letteratura antecedente all'invenzione della stampa (1456), che ha permesso di velocizzare i tempi di replica del testo e di ridurne notevolmente i costi, è un continuo processo di selezione e attribuzione di priorità.
L'interesse alla trasmissione grafica dei testi è un'innovazione recente rispetto alla nascita della scrittura stessa, basti pensare che in Grecia il processo di fissazione scritta dei poemi omerici, tramandati oralmente per secoli, si data a partire dall'VIII secolo, sebbene la forma definitiva in cui li leggiamo oggi sia il frutto della selezione voluta, secondo la tradizione (Cicerone, De oratore III, 537.), da Pisistrato (561-527 a.C.) e dell'ordinamento imposto dai filologi alessandrini nel III-II sec. a.C.
Prima della rivoluzionaria innovazione di Gutenberg, l'unico modo per trasmettere un testo era copiarlo a mano. Sono ben intuibili i disagi legati a questo tipo di pratica, poiché conservare e trasmettere i documenti era molto complicato: all'elevato grado di logorabilità del papiro usato per i primi volumi e al costo non indifferente della pergamena si univa il rischio di combustione, comune ai due materiali: in un mondo in cui si leggeva alla luce delle candele, la distruzione di intere biblioteche in incendi anche involontari era un fatto per nulla raro.
Nell'antichità greca e romana biblioteche, musei e accademie garantivano una efficiente funzione culturale e un buon grado di accessibilità ai testi, al punto che, in età ellenistica, a tutte le città che disponevano di copie di documenti letterari, storici o scientifici veniva imposto l'obbligo di prestarle agli studiosi di Alessandria per realizzarne delle copie. A queste strutture si aggiungevano le scuole e i circoli di intellettuali, sede di produzione, fruizione e conservazione di volumi. Con la crisi del mondo antico, la caduta dell'Impero romano d'Occidente e l'imbarbarimento della società, lo studio, la lettura e la tradizione dei testi divennero appannaggio degli ecclesiastici ed entro i monasteri, piccole fortezze della cultura, sorsero studioli, biblioteche e centri di copia dei manoscritti.
Solo con l'Umanesimo e i suoi prodromi tardo medievali entro cui si inserisce, ad esempio, l'affannosa ricerca di Francesco Petrarca alla ricerca dei codici latini nelle biblioteche dei monasteri, i manoscritti escono da questi laboratori e divengono oggetto di un lavoro sempre più specialistico di ricostruzione, correzione e divulgazione, in un processo che raggiungerà le sue massime vette nel XIX secolo e che avrà una delle sue prime e principali applicazioni nell'ambito delle Sacre Scritture.


Un simile quadro ci aiuta a riconoscere tre ordini principali di cause di distruzione e perdita dei manoscritti e, quindi, tre motivi per cui ci sono pervenuti certi e non altri documenti.
Il primo, più o meno riconducibile al caso, è la devastazione delle biblioteche e dei centri di sapere antichi e medievali: il caso più eclatante è quello degli incendi della Biblioteca di Alessandria (prima nel 48 a.C., poi in epoca tardo-antica), ma non hanno avuto sorte migliore la biblioteca pubblica del portico di Ottavia a Roma (bruciata nell'80 d.C.), quella di Costantinopoli (saccheggiata e messa a ferro e fuoco durante la IV crociata, nel XIII secolo e nel 1453 nel corso dell'assedio turco) o gli studioli dei monasteri esposti per tutto il Medioevo a incursioni di briganti e milizie di varia provenienza.
In secondo luogo, ci sono stati motivi ideologici e religiosi, poiché accadeva spesso (ma non sempre) che i monaci amanuensi censurassero o eliminassero testi di ispirazione troppo marcatamente pagana o materialista: in questo senso, Il nome della rosa docet.
Il terzo criterio di selezione, anch'esso riconducibile a scelte deliberate, era il successo di un autore, il riconoscimento del suo valore esemplare, la consapevolezza di volerne salvaguardare le parole per l'alto livello dei contenuti o dello stile. Si decideva, insomma, di concentrarsi su determinati documenti a scapito di altri. Ad una simile operazione, cui ricorrevano già i filologi alessandrini, era sottesa l'elaborazione di un canone, cioè di una lista di autori notevoli che brillavano sugli altri come la luce del mitico faro della città.

Uno dei plutei (leggii contenenti manoscritti) della Biblioteca
Laurenziana di Firenze: le colonnine di testo lungo la panca
indicano i testi contenuti in ciascun pluteo

Guardando alla sola produzione drammatica dell'Atene del IV e V sec. a.C., cioè al momento di maggior fervore culturale della capitale del mondo greco, dobbiamo constatare che di circa 1700 tragedie che si stimano andate in scena dal 535 alla Guerra del Peloponneso, ne rimangono solamente 31 (quelle dei tre tragici 'canonici', Eschilo, Sofocle e Euripide), mentre di circa 600 commedie prodotte possediamo solo 11 testi di Aristofane. La sorte degli altri generi letterari non è migliore, se solo pensiamo che la più grande opera storiografica latina, Ab urbe condita di Tito Livio, importantissima già nell'antichità, è orribilmente mutilata.
Non potremo mai fare una stima precisa della quantità di libri perduti, né saremo mai abbastanza grati a Gutenberg per aver arrestato questo processo di deterioramento e devastazione. Non possiamo però fare a meno di chiederci cosa sarebbe del nostro mondo, del nostro sistema culturale e ideologico, delle nostre abitudini se al posto dei testi che ci sono pervenuti se ne fossero salvati altri. Saremmo poi così diversi? La storia avrebbe visto vicende radicalmente differenti? Il nostro modo di godere delle arti sarebbe lo stesso?

C.M.

NOTE: Ringrazio Valivi, del blog Acqua e limone, che, rispondendo ad un mio commento sul suo post dedicato al film Agorà, mi ha dato lo spunto per scrivere questo articolo. Il titolo del post, tradotto, è Sui codici da preservare.

10 commenti:

  1. Saremmo sicuramente diversi. Penso anche al Cristianesimo, la cui dottrina è stata costruita a Nicea attraverso anche una selezione dei testi da considerare "canonici". C'erano in gioco questioni piuttosto importanti, per esempio la divinità o meno di Cristo, una cosa mica da ridere. Ci sono stati spargimenti di sangue. Penso che la scelta operata nell'epoca antica ha determinato in modo significativo chi siamo oggi, come vediamo il mondo. La narrativa occidentale, sperimentazioni a parte, poggia su quelle tre nozioni tramandate da Aristotele. Il fatto che manchi il libro sulla Commedia non affatto trascurabile!

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    1. Non a caso il termine canone si riferisce soprattutto ai testi sacri, quelli per cui una individuazione di linee condivise e intoccabili è essenziale. Il testo di Aristotele, poi, è una pietra miliare della critica (anche chi non ha fatto studi classici l'avrà sentito nominare spesso facendo letteratura italiana): la perdita delle sezioni sulla commedia è incommensurabile, ma Il nome della Rosa ci suggerisce quanto anche solo una parte dell'opera avrebbe potuto mutare il pensiero occidentale.

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  2. Ma che onore, grazie, è un articolo bellissimo! :))))

    Sarebbe meraviglioso riempire i "vuoti" rimasti nella nostra cultura a causa della scomparsa di intere biblioteche. Chissà, forse un giorno scopriremo un antico sotterraneo, oppure delle anfore sigillate ermeticamente in fondo al mare contenenti chissà quali pergamene... non dobbiamo smettere di scavare, forse un giorno salterà fuori qualche tesoro.

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    1. Speriamo, altrimenti prima o poi il mestiere dei filologi finirà! D'altronde abbiamo buoni motivi di pensare che le infinite biblioteche di certi monasteri conservino ancora testi che nessuno ha mai individuato, magari negli strati inferiori, in righe cancellate e visibili solo con gli ultravioletti!

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    2. Ok, ti giuro, per un secondo ho immaginato di esplorare le cantine di un antico monastero con torcia e pistoloni all'Indiana Jones, puntare un grosso laser su qualche antico incunabolo e studiare le sue antiche pagine attraverso degli spessi occhialoni neri...

      Pistoloni a parte (li ho nominati solamente per una questione estetica), la vita del filologo deve essere veramente emozionante!

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    3. Lo spirito alla Indiana Jones è stato, in effetti, quello che mi ha sempre spinta verso gli studi storici, poi passati leggeremente in secondo piano rispetto alla filologia. :P
      Peccato che per mettere le mani nelle biblioteche storiche occorrano non solo un titolo di ricerca, ma anche spesso e volentieri contatti e amicizie di un certo tipo: fai conto che da studentessa di un corso magistrale in filologia non ho avuto nemmeno il permesso di guardare da lontano (non pretendevo di toccare nulla) i codici della Capitolare di Verona e nemmeno un docente del corso è riuscito ad ottenere l'autorizzazione. E' una vergogna che studenti dell'università cittadina non possano accedere alla sola visita di una delle biblioteche più antiche e importanti per la filologia italiana, quando le scolaresche vengono ammesse e possono vedere i codici nelle teche. Ah già... loro pagano!

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    4. Se è per questo, mi è venuto in mente che avrei potuto buttarmi sull'archeometria. Che non è poi così avventurosa, ma sicuramente più emozionante di quello che sto facendo in questo momento! ^^

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    5. Sarebbe molto interessante approfondire questo aspetto! :)

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  3. cosa salverei oggi? "The works of William Shakespeare", la Globe edition, un volumetto del 1867 di 1075 pagine della MacMillan and co - ci sono tutte le opere. Mio nonno aveva chiesto che lo mettessero nella sua bara ma io di nascosto lo ripescai un attimo prima che chiudessero. Sono sicuro che mi ha perdonato ...

    Comunque sulla questione opere dell'antichità che si sono salvate, c'è da dire che tutti gli autori citati e considerati "grandi" già dagli antichi, e comunque fino al II secolo della nostra era, ci sono giunti, o l'opera intera, o sezioni dell'opera, o frammenti. Vedi per esempio gli autori di cui si parla nel trattatello sul Sublime, di cui hai in passato hai postato un post.

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    1. Infatti i trattati di retorica e grammatica o gli strumenti lessicografici sono fonti preziosissime per la salvaguardia di alcuni testi o almeno dei nomi dei loro autori.

      p.s. Penso anch'io che tuo nonno ti abbia perdonato!

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