giovedì 5 febbraio 2015

Noi, noi, noi: l'impeto futurista

Nel febbraio del 1909 si elevano in Europa le voci dei Futuristi, intellettuali borghesi che muovono guerra a tutto quanto esiste di tradizionale nel vecchio continente. L'ideale data di inizio di questo movimento di avanguardia è il 20 febbraio, giorno in cui Filippo Tommaso Marinetti, il maggior esponente del Futurismo italiano, pubblica sul quotidiano francese Le Figaro il primo dei numerosi manifesti divulgati da questi artisti e poeti.

Il manifesto su Le Figaro
In realtà, è ormai accertato che già prima di quella data circolano in Italia alcune anteprime del Manifesto futurista, uscite sulla Gazzetta dell'Emilia (5 febbraio) e sull'Arena di Verona (9 febbraio), ma in altre città. La scelta del quotidiano veronese per una delle prime edizioni si spiega con la nutrita presenza di Futuristi nella città scaligera per diversi anni (proprio qui, nel 1916, muore il pittore Umberto Boccioni); curioso è, invece, che Marinetti, che già nel 1909 dirige la rivista Poesia, attenda l'uscita della versione francese prima di diffondere il manifesto a mezzo del suo quotidiano, anche se nel 1909 pubblica un volantino col Manifesto, legandolo comunque all'attività di Poesia.
Il 5 febbraio, dunque, è la vera data del varo del manifesto, che quasi tutti abbiamo imparato a conoscere a scuola. Marinetti descrive la genesi dell'idea di dettare le regole dell'avanguardia come l'effetto di un'eccitante corsa in automobile (nell'introduzione è usato il maschile, gli automobili), una sfida contro l'inedia, lo sfinimento, il buon senso, le regole. Le auto, con l'ebbrezza della loro corsa sono i nuovi Centauri e i nuovi Angeli e, pur di godere pienamente della velocità e del brivido del motore, Marinetti lascia che il viaggio termini in un fossato: riemersi coperti di fango e di contusioni, i Futuristi iniziano a proclamare:
  1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
  2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
  3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
  4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un'automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo.... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
  5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
  6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
  7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
  8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!.. Perche dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? II Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiche abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
  9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
  10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
  11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle novole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’ acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aereoplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

Il manifesto sulla Gazzetta dell'Emilia
La ripetizione anaforica del pronome iniziale Noi determina l'impeto irrefrenabile di una sfida che non teme ostacoli e si vuol spingere fino all'estremismo e, insieme, rivendica il primato di un'impresa mai tentata: una totale rivoluzione che miri ad esaltare la velocità, la simultaneità, la confusione, il rumore, la violenza in uno sfogo di primordialità che assume il volto della modernità, anche se essa è descritta con una sorta di mitologia postindustriale. I Futuristi sono i pionieri della lotta alla tradizione (vista come morte, al punto che l'ammirazione dell'opera d'arte è associata ad un pianto su un'urna) e al buonismo, della libertà che si estrinseca in un incosciente eroismo, frutto di un furore che va affermato per affermare l'esistenza: «Aggredisco, quindi sono» sembrano dire Marinetti e i suoi seguaci, che scatenano un moto ben esemplificato dalle opere dei pittori aderenti al movimento e dal rigido interventismo militare che incarnano allo scoppio del primo conflitto mondiale.
Al Manifesto marinettiano fanno seguito numerosi altri proclami, fra cui:
  • Uccidiamo il chiaro di luna (1909), testo in cui Filippo Tommaso Marinetti invoca i suoi compagni d'arme (Palazzeschi, Govoni, Boccioni, Carrà e molti altri) in un'impresa bellica diretta prima di tutto contro la natura, contro la bellezza classica e contro il sentimento romantico:
Si udì gridare nella solitudine aerea degli altipiani:
- Uccidiamo il chiaro di Luna!
Alcuni accorsero alle cascate vicine; gigantesche ruote furono inalzate, e le turbine trasformarono la velocità delle acque in magnetici spasimi che s'arrampicarono a dei fili, su per alti pali, fino a dei globi luminosi e ronzanti.
Fu così che trecento lune elettriche cancellarono coi loro raggi di gesso abbagliante l'antica regina verde degli amori. il chiaro di Luna!
Alcuni accorsero alle cascate vicine; gigantesche ruote furono inalzate, e le turbine trasformarono la velocità delle acque in magnetici spasimi che s'arrampicarono a dei fili, su per alti pali, fino a dei globi luminosi e ronzanti.
Fu così che trecento lune elettriche cancellarono coi loro raggi di gesso abbagliante l'antica regina verde degli amori.
Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944)

  • Manifesto dei pittori futuristi (1910), firmato da Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Gino Severini, che segna il rifiuto della pittura accademica e della gloriaaristica e culturale italiana, nel nome di una rinascita che strappi l'Italia al culto dei morti; ritorna, evidentemente, l'immagine del sepolcro, e, con esso, il grido contro un Paese che marcisce nel lamento di un passato perduto: si spiega proprio con questo retroterra culturale passatista della penisola la particolare aggressività dei Futuristi italiani.
Ci ribelliamo alla supina ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie statue, degli oggetti vecchi e all'entusiasmo per tutto ciò che è tarlato, sudicio, corroso dal tempo, e giudichiamo ingiusto, delittuoso, l'abituale disdegno per tutto ciò che è giovane, nuovo e palpitante di vita. [...] Noi siamo nauseati dalla pigrizia vile che dal Cinquecento in poi fa vivere i nostri artisti d'un incessante sfruttamento delle glorie antiche. Per gli altri popoli, l'Italia è ancora una terra di morti, un'immensa Pompei biancheggiante di sepolcri. L'Italia invece rinasce, e al suo risorgimento politico segue il risorgimento intellettuale.
I pittori futuristi: Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini

  • Distruzione della sintassi. Immaginazione senza fili. Parole in libertà, firmato di nuovo da Marinetti nel 1913, un'esaltazione di una nuova idea di poesia, fondata sulla libertà immaginativa e di parola (paroliberismo), la predilezione per i verbi all'infinito, le onomatopee, i segni matematici: da tutti questi precetti saranno generati i famosi componimenti di suoni e grafica di Zang Tumb Tumb (1912).
Scartando ora tutte le stupide definizioni e tutti i confusi verbalismi dei professori, io vi dichiaro che il lirismo è la facoltà rarissima di inebbriarsi della vita e di inebbriarla di noi stessi.
  • La voluttà d'esser fischiati (1915), manifesto specificamente indirizzato al teatro in cui Marinetti afferma la necessità da parte degli autori di tendere ad una sintesi della vita, evitando il pathos e le soluzioni care al pubblico, che spesso va a teatro solo per esibire abiti e vano intellettualismo; non bisogna aver paura di deludere gli spettatori, ma, anzi, è necessario scuoterne il giudizio, orientandolo ad uno spettacolo più autentico.
Noi futuristi insegniamo anzitutto agli autori il disprezzo del pubblico e specialmente il disprezzo del pubblico delle prime rappresentazioni, del quale possiamo sintetizzare così la psicologia: rivalità di cappelli e di toilettes femminili, - vanità del posto pagato caro, che si trasforma in orgoglio intellettuale,- palchi e platea occupati da uomini maturi e ricchi, dal cervello naturalmente sprezzante e dalla digestione laboriosissima, che rende impossibile qualsiasi sforzo della mente. [...]. Noi insegniamo inoltre l'orrore del successo immediato che suol coronare le opere mediocri e banali.
Frontespizio di Zang Tumb Tumb
Il Futurismo, dunque, si occupa di una totale ridefinizione delle arti e della cultura (oltre che a pittura, scultura, teatro e letteratura, infatti, i manifesti si occupano anche di danza e musica), secondo un programma di rieducazione civile e politica che miri all'affermazione di una mentalità moderna, impavida e pronta all'azione, che non a caso si convoglia nei partiti di massa. Dopo la propaganda interventista del 1915, il Futurismo torna alla politica con l'adesione al militarismo, allo squadrismo e al nazionalismo fascista: Giacomo Balla propone un'arte che non di rado assume toni di regime, mentre Marinetti entra in contrasto con Mussolini nel 1920, segnalandosi come uno dei pochissimi intellettuali futuristi distaccato dal fascismo.
Siamo, dunque, di fronte ad un movimento molto più complesso e articolato di quanto appaia ad una prima lettura del manifesto del 1909, eppure, in quell'iniziale documento, riassunti in undici punti, ci sono già tutti i germi del grande movimento destinato a segnare oltre un decennio di storia culturale italiana.

Giacomo Balla, Genio futurista (1925)
C.M. 

NOTE:
1. Per approfondire la questione della pubblicazione del primo manifesto, un'ampia raccolta di documenti si trova in P. Tonini, I manifesti del Futurismo italiano (1909-1945).
2. I testi integrali di tutti i manifesti del Futurismo sono consultabili su Futurismo italiano.

8 commenti:

  1. A me piace molto la pittura futurista. Per il resto, salvo qualche sperimentazione (Il codice di Perelà) e gli elementi "di costume" (la zuffa al Caffè delle Giubbe Rosse, gli stessi manifesti), che riscuotono simpatia, sono abbastanza lontano da questo movimento artistico.

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    1. Nemmeno io sono una filofuturista, ma l'impatto comunicativo e rivoluzionario del movimento mi ha sempre incuriosita, forse più da un punto di vista storico che letterario.

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  2. Da sempre avverto un certo fascino in questa corrente di pensiero che riuscì a toccare ogni aspetto della comunicazione. A parte l'aspetto dell'originalità tutta italiana, mi piace l'impeto iconoclasta e coraggioso di questi intellettuali così apparentemente privi di contenuti (di primo impatto i manifesti possono in effetti lasciare spiazzati e farci chiedere che cosa ci fosse da rappresentare in questa cultura che intende rompere completamente ogni schema precostiuito). In generale, mi piace il senso della rottura con un passato che tende a rifare continuamente se stesso, e soprattutto la critica aspra nei riguardi del perbenismo. Le forme nelle quali tutto questo si concretizza sono pura energia. Meraviglioso.
    E come sempre, complimenti per la tua dissertazione. :-)

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    1. Penso, infatti, che il movimento sia stato un importante momento di riflessione: anche oggi, in fondo, prevale spesso, nel mondo intellettuale, un'impostazione accademica e sacrale della cultura, e ricordare l'assalto futurista è un'operazione di grandissima attualità.
      Grazie di aver apprezzato il pezzo e di aver arricchito la discussione! :)

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    2. Questo aspetto "altisonante" di tanta cultura costituisce il suo stesso limite. In effetti, la cultura in tutti i suoi aspetti, anche quelli apparentemente non alla portata di tutti ma solo di nicchia, dovrebbe poter essere fruita da tutti. Un aspetto che la contemporaneità ha dimenticato completamente.

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    3. Sono d'accordo con te dalla prima all'ultima parola: proprio oggi che la comunicazione è pervasiva e di massa, l'idea stessa di una cultura a portata di tutti è vista di cattivo occhio... un paradosso su cui si dovrebbe riflettere.

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  3. Sul comodino ho in "lista di attesa" il libro "“Filippo Tommaso Marinetti” di Giordano Bruno Guerri, non era mia intenzione leggerlo a breve ma quasi quasi cambio idea ^^

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    1. Una biografia? Deve essere molto interessante, visto il personaggio! :)

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