venerdì 8 marzo 2013

La piccola epica delle donne

Siamo abituati a vedere nei poemi omerici la glorificazione dell’uomo, che si associa nell’Iliade all’ideale dell’eroe guerriero, nell’Odissea a quello dell’eroe astuto e ingegnoso. La Giornata internazionale della donna mi fornisce lo spunto per ricordare che l’epica antica non dimentica le donne, ma, al contrario, le rende protagoniste di quadri di grande intensità narrativa.
Nei poemi omerici , per citare solo la parte più nota della produzione epica greca, si incontrano donne che partecipano all’azione direttamente o che sono oggetto di riflessioni o cenni interni alla narrazione poetica, come nella sfilata delle anime delle donne nel libro 11 dell’Odissea (vv. 225-330). I nomi che più facilmente affiorano alla mente sono quelli di Elena, la donna che, col tradimento di Menelao, provoca lo scoppio della Guerra di Troia, e di Penelope, la sposa devota che attende il ritorno di Odisseo. Sono certamente queste le figure più note del mito, eppure, con un lieve sforzo, potremmo ampliare la rosa dei personaggi accostando ad esse il ricordo di altre spose e altre amanti: la triste Andromaca, la bella ninfa Calipso, l’insidiosa Circe, la sventurata Ecuba, la dolce schiava Briseide, la timida Nausicaa e, guardando all’esterno delle vicende belliche e ai miti solo citati, l’incestuosa Giocasta, l’assassina Clitemnestra, la vergognosa Fedra. Se volessi elencare tutte le donne dell’epos omerico occorrerebbe un blog dedicato, perché, di fatto, oltre al canto degli eroi, esiste, nella poesia greca, una piccola epica delle donne, di cui sono protagoniste «tutte quelle che furono spose e figlie dei nobili» (Odissea 11, 227.).

Eric Bana e Saffron Burrows nel film Troy diretto da W. Petersen (2004)

Il personaggio che mi ha sempre colpita maggiormente è quello di Andromaca, principessa di Tebe rimasta orfana, senza città e senza più un familiare e, infine, vedova per mano di Achille. L’arcinoto passo del sesto libro dell’Iliade in cui Andromaca si congeda dallo sposo presso le porte Scee prima del duello con Aiace è, a mio avviso, uno dei momenti più alti e commoventi della letteratura classica: esso offre un quadro familiare, poiché riassume, in pochi versi, la definizione di famiglia, di affetto e, non da ultimo, del senso del dovere. Mai come in questo brano Andromaca è, nel rispetto del nome che porta, ‘la donna che combatte’: combatte per lo sposo, per ciò che resta della sua casa, per il figlio e per il futuro di tutta Troia, che confida in Ettore come salvatore:
«Ettore, tu sei per me padre e nobile madre
e fratello, tu sei il mio sposo fiorente;
ah, dunque, abbi pietà, rimani qui sulla torre,
non fare orfano il figlio, vedova la sposa»
(Iliade 6, 429-432)
Non meno toccante è l’incontro fra Odisseo e sua madre Anticlea negli Inferi, descritto nell’undicesimo libro dell’Odissea (vv. 152-225). È un colloquio fra un corpo e un’anima, ma questo spirito non ha perso nulla di ciò che era in vita, non ha minor forza di sentimenti, conserva ogni ricordo del figlio e del dolore che l’ha spinta al suicidio. Dalle parole di Anticlea, si evince l’universalità dei sentimenti e del dolore di una madre: ella, madre di un eroe vincitore a Troia, è consumata dallo stesso dolore che affligge Ecuba, genitrice dello sconfitto Ettore, e l’impossibilità dell’abbraccio fra Odisseo e la cara anima (un motivo che avrà largo successo, dall'Eneide 2, 792-794 fino alla Commedia) rende ancor più vibrante la sofferenza cui Anticlea dà voce:
«Non fu l’abile saettatrice che in casa,
colpendomi con i suoi miti dardi, mi uccise,
né mi venne una qualche malattia, che spesso
toglie la vita con l’odiosa consunzione del corpo,
ma il rimpianto di te, dei tuoi saggi pensieri, Odisseo,
del tuo mite carattere, mi tolse la dolcissima vita»
Personaggi assolutamente positivi come quelli appena descritti convivono con donne che i lettori dei poemi tendono a giudicare in maniera non troppo benevola e che, tuttavia, sanno manifestare la propria bontà d’animo. La fedifraga Elena e Circe, la maga terribile, partecipano sinceramente allo sconforto degli uomini, la prima quando, a Sparta, di fronte al pianto di Menelao e Telemaco mentre ricordano le sventure di dieci anni di guerra, offre ai due uomini una pozione che infonde la gioia (libro 4, vv. 219-230.), la seconda nel momento in cui si commuove vedendo Odisseo riabbracciare i compagni, tornati uomini allo spezzarsi dell’incantesimo che li aveva ridotti a porci (libro 10, vv. 397-399.).

F. Von Stuck, Ritratto di Tilla Durieux nelle vesti della maga Circe (1913

I poemi narrano storie di madri, figlie, amanti, maghe e ancelle che introducono nel tempio della celebrazione dell’uomo tutti gli aspetti della femminilità: la devozione, l’amore, la passione, la minaccia, la seduzione, il coraggio e l’attesa. Tutte costoro portano nella poesia storie intrise di tristezza, di coraggio, di sventura, di amore e di sconfitta (momentanea, come nel caso di Peneolpe e Circe, oppure definitiva, come accade per Andromaca e Ecuba): se gli eroi acquisiscono gloria e tesori con le loro imprese, alle donne nient’altro è concesso che il pianto di un lutto, di un abbandono, di un rimorso. Sono donne che, nonostante l’appartenenza al mito e alle sfere sociali più alte, manifestano la concretezza e la spontaneità di tutte le donne di ogni tempo e regione, sono coloro che soffrono le conseguenze della guerra e dei legami spezzati per azione di una divinità, di un nemico o per un errore che proviene dal loro stesso animo.

C.M.

2 commenti:

  1. Interessante l'approccio di Cristina. E opportuno in questo giorno che celebra la donna! Infatti a ben vedere, anche se in un ruolo comprimario, nell'epica antica le donne sono figure di spessore e rappresentano valori ancestrali e nient'affatto secondari. Al di là degli slanci narrativi che contraddistinguono i passi a loro dedicati( bellissima la lirica dell'incontro tra Andromaca ed Ettore) direi che il tema di fondo è sempre attuale: la donna, che in assoluto assicura la nascita della vita, come custode della stessa. Come ancella eterna del tempio della vita... La sopravvivenza dell'umanità in fondo è nelle mani della donna!

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    1. E' così, Ciro, infatti credo che si dovrebbe uscire dalla prospettiva viro-centrica nel guardare all'epica per comprendere non solo questo genere poetico, ma una gran parte della letteratura antica: il ruolo primario della donna è evidente forse più nell'Odissea che nell'Iliade (per una questione di numero di personaggi e di ampiezza di passi dedicati), ma non bisogna dimenticare che l'epos omerico è solo una parte della produzione di questo genere e che, anche al di fuori di esso, si incontrano figure femminili che portano nella poesia degli eroi tutta la loro passionalità, la loro forza e la loro debolezza... Solo guardando a questa piccola epica delle donne possiamo analizzare davvero le figure troppo spesso etichettate in modo semplicistico e comprendere perchè, fra V e IV secolo a.C., dall'epica sono stati trasportati nella tragedia soprattutto i sentimenti, le paure, i crimini e gli slanci delle donne.

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