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venerdì 2 dicembre 2016

Il figlio del dio del tuono (Paasilinna)

Con l'arrivo del freddo, che finalmente ha riequilibrato questa stagione strampalata, come sempre mi sono messa a vagheggiare di scenari innevati e ad incantarmi di fronte alle foto scattate nell'Europa settentrionale. Non c'è dunque da stupirsi se fra le mie scelte di lettura di questo periodo e i libri che finiscono dritti in wishlist per Natale (e oltre, c'è da scommetterci), figurano parecchi titoli di autori islandesi e scandinavi. Anche la mia ultima lettura è un romanzo nordico, il primo che ho letto di Arto Paasilinna: Il figlio del dio del tuono. Del resto, parlando di latitudini estreme, Iperborea la fa da padrone (e le bellissime e particolari edizioni sono perfette per i regali natalizi, così, tanto per suggerire).
Prima di leggere Il figlio del dio del tuono avevo sentito molto parlare dell'umorismo della narrativa di Arto Paasilinna ed è stato questo uno dei motivi per cui ho scelto di incontrare l'autore. E non ne sono rimasta delusa, anzi.
 
Il figlio del dio del tuono si apre in modo omerico: così come nell'Iliade, ci troviamo davanti ad un concilio di divinità riunitosi per risolvere una spinosa questione, cioè lo sconcertante abbandono, da parte dei Finnici, dell'antico culto in favore di quello cristiano. E dunque, se il dio che costoro adorano ha avuto tanto successo con l'invio del proprio figlio sulla Terra, perché mai Ukko Ylijumala dovrebbe essere da meno? Così Rutja viene mandato fra i mortali e per l'incontro provvidenziale viene scelto uno dei pochi seguaci dell'antica fede, Sampsa Ronkainen, che sa perfino come compiere i sacrifici rituali. Ma Rutja è grande e grosso, veste una spaventosa pelliccia di lupo e si accorge immediatamente di non poter andare a spasso per la Finlandia in quelle condizioni, quindi convince il suo devoto Sapsa ad uno scambio di corpi che si rivelerà vantaggioso per entrambi, dato che, nelle titaniche sembianze dei dio, il gracile e debole Sampsa ha finalmente l'occasione di mettere paura all'odiosa sorella Anelma. Per parte sua, Rutja regala a Sampsa una nuova immagine, presentandosi col suo corpo ma con un carattere più volitivo, forte e sicuro, che non solo manda in fumo i ricatti eterni della signora Moisander, che Sampsa è costretto da anni a far vivere nel retro del proprio negozio di Helsinki, ma riesce a salvare l'attività commerciale dai guai fiscali procurati dalla stessa donna. D'altronde il negozio d'antiquariato è essenziale per Rutjia, che proprio da qui decide di iniziare a propagare il verbo dell'antica religione a suon di sacrifici moderni e colpi di fulmine (nel vero senso della parola).
Si capisce immediatamente che Il figlio del dio del tuono è un romanzo sgangherato, divertente, ma aggiungo che questo libro è anche ricco di spunti di riflessione. In fondo, fra un siparietto e l'altro, assistiamo al crollo dei grandi ideali su cui sono state costruite le religioni, con i naturali effetti di repentine crisi di fede, conversioni di comodo, predicazioni amplificate dai mass-media e stravolgimenti del comune sentire. Rutja, che dapprima è cauto nella scelta di proseliti e poi arriva a schierare a favore della sua causa anche creature mitologiche come gli gnomi maahinen e i folletti menninkäinen, travolge nella sua impetuosa ascesa i comportamenti meschini degli esseri umani, le convenzioni, le più salde certezze di tutta l'umanità.
Credo non ci sia bisogno di aggiungere che, dopo questo impatto più che positivo con la penna di Arto Paasilinna, mi darò alla ricerca di altri suoi libri. Pertanto, per definire una scala di priorità, vi invito a scatenarvi con i consigli.
Ilmarinen tracciò un quadro della situazione. Ricordò che tutti già sapevano: l’antica religione non era mai stata in così grave pericolo. Il cristianesimo, soprattutto, aveva acquisito tra i Finnici un inspiegabile, straordinario potere, ma non bastava: tra di loro c’erano anche molti agnostici e atei. Solo pochissimi avevano ancora la costanza di credere nei loro dèi ancestrali. La situazione non era molto migliore presso gli altri popoli ungro-finnici. Gli Ostiaci, i Voguli e i Ceremissi, che vivevano attualmente in regioni appartenenti all’Unione Sovietica, si erano ormai convertiti alle dottrine socialiste.
C.M.

giovedì 24 novembre 2016

Faber (Garcia)

In questo periodo pienissimo, la lettura si è vista rubare un bel po'di spazio, ma non l'ho abbandonata del tutto. A farmi compagnia nelle ultime settimane è stato Faber, romanzo del filosofo francese Tristan Garcia (NN editore). Un libro molto particolare, come è particolare il suo protagonista, il quale, come suggerisce l'epigrafe iniziale, è un distruttore.

Mehdi Faber è un fulgido mito nella memoria dei suoi più cari amici di infanzia e adolescenza, Madeleine e Basile; ha alle spalle una tormentata storia di adozione, ma è autonomo, sorprendentemente intelligente, brillante e impavido, tanto da diventare immediatamente un punto di riferimento in grado a sostituirsi, per i suoi amici, agli insegnanti e ai familiari. Quando fa la sua comparsa, nelle prime pagine del libro, non si direbbe: Madeleine si è messa alla sua ricerca, stanandolo in un putrido rifugio incastonato nei Pirenei, con il proposito di riportarlo a Mornay, la città delle loro avventure, nonché il quarto personaggio della storia. Nel romanzo si alternano dunque il passato, pieno di aspettative e fermenti rivoluzionari, e il presente, all'interno del quale i tre amici, ultratrentenni, fanno i conti con l'esito totalmente diverso delle loro vite e con la scomoda eredità lasciata da Faber. Perché Faber, con la sua irruenza, con la sua bellezza, con i suoi slanci volti a rovesciare ogni certezza del vecchio mondo, dalla sacralità dei professori all'ordinamento politico, si è ritagliato uno spazio nelle vite dei suoi sodali, lasciando in loro un vuoto che la loro normalità non è in grado di colmare e che è destinato a farli sentire sempre manchevoli di qualcosa. Per questo Maddie e Basile accolgono immediatamente la richiesta di aiuto di Faber, scritta nel loro linguaggio segreto, cercando di ricostruire quella relazione che ha governato, anche in modo prepotente, le loro vite.
A partire dal suo titolo, Faber si presenta immediatamente come un romanzo gravido di significati filosofici. Il gioco di parole che fa di Mehdi non l'artefice di qualcosa di grande che ci aspetteremmo in fede al significato latino della parola, ma colui che devasta con la sua opera tutto quanto costituisce un punto fermo nell'esistenza dei suoi amici e delle loro famiglie (ma, a ben guardare, di tutta Mornay, che da Faber è totalmente sconvolta). Faber è fedele al proprio nome solo in riferimento alla massima latina citata anche dalla traduttrice, Sarah De Sancits, nella nota conclusiva, «Faber est suae quisque fortunae». Egli infrange ogni vincolo, ogni norma, si eleva al di sopra della realtà gretta, comune, banale in cui tutti tendiamo a ricadere, riempie l'esistenza di chi lo circonda di slanci che, però, chi non possiede la sua eccezionalità non può appagare.
Faber è un titano in un mondo di mortali, è il Superuomo nietzchiano che rifiuta l'abbandono all'Eterno ritorno, è l'assassino delle divinità, l'alfiere di un progresso che non può nascere che dalle ceneri, ma che brucia ogni cosa intorno a sé. Faber è un personaggio adorato e odiato, che il lettore si trova ora a sostenere, ora a voler annientare.
Proprio a questo rapporto di fascinazione e ostilità è dovuta la mia confusione in merito al giudizio sul libro: nel romanzo di Garcia si alternano alcune sequenze impetuose e magnetiche e pagine dal ritmo meno accattivante; a conti fatti, questa duplicità è da ricondurre proprio all'oscillazione del mio rapporto con Faber, cui mi sono avvicinata con piacevolezza e sintonia soprattutto attraverso il racconto di Maddie e Basile, che resuscita il passato: in qualche modo sono stata catturata dal puer che è stato Faber al punto da non poter accettare la frantumazione dei sogni che il vir essa porta con sé. Ma forse era questo disincanto che Garcia ha voluto evidenziare.
Poi l’immagine del passato si oscura e quella del presente, più viva, s’impone. E la nostalgia trattiene nell’ombra il bagliore che svanisce. Così funziona l’indebolimento delle sensazioni negli esseri umani: la maggior lucentezza della sensazione presente, invece di offuscare lo splendore del passato, lo esalta; così siamo pronti a credere che l’immagine che adesso è la più scura sia quella che è stata la più chiara. Ma se chiudiamo gli occhi, vediamo due fonti di luce distinte: la fonte interiore del ricordo, che santifica il passato e lo magnifica, e la fonte esteriore del mondo così com’è, che vi sovrappone il presente e lo lascia trionfare.
C.M.

lunedì 14 novembre 2016

Ma è poi vero che la Letteratura consola?

Non c'è bisogno di essere grandi filosofi per riconoscere il grande potere della Letteratura. Un divoratore di libri ma anche un semplice appassionato di lettura sanno che fra le pagine stampate c'è qualcosa di determinante, un fattore che rende il libro un oggetto non solo attraente ma anche fondamentale per colmare un bisogno esistenziale.
Talvolta si dice che la Letteratura ha un potere consolatorio, che offre conforto dagli affanni. Ma ne siamo così sicuri? Insomma, se noi consideriamo la consolazione, anche nel rispetto della sua etimologia, come un'azione solidale che allevia le sofferenze e distoglie dalle preoccupazioni, forse dovremmo ricrederci. Vero è che spesso, leggendo, si evade dalla realtà, ma le grandi storie, quelle che portiamo nel cuore per anni e che hanno fondato la potenza della letteratura sono storie tutt'altro che confortanti: possiamo provare piacere nel leggerle, rilassarci sfogliando le pagine mentre ne gustiamo le vicende, ma né Anna KareninaDon Chisciotte, né AntigoneMattia Pascal hanno la capacità di restituirci la serenità. Al contrario, la grande Letteratura è sempre perturbante, sconvolgente, amara... insomma, una raffica di colpi allo stomaco che, pure, ci infiammano il cuore di bellezza.
 
 
Inutile illuderci: Leopardi non consola, Pavese non ci vuole rassicurare, Shakespeare vuol fare tutt'altro che distoglierci dal tormento che anima la vita interiore di ogni essere umano. La Letteratura non consola. O, se vogliamo, non lo fa nel modo in cui vorremmo essere consolati da un amico. Se ci aspettiamo di leggere Dostoevskij e di sorridere, Raskol'nikov ci farà ben presto cambiare idea, facendoci sentire assassini in cerca di una discolpa.
Il fatto è che la Letteratura non offre ciò che, per definizione, offre una consolazione. La Letteratura non offre risposte. Al contrario, la Letteratura pone valanghe di interrogativi, insinua dubbi profondi, annienta le certezze, rovescia qualsiasi appiglio positivo. Non a caso la prima percezione degli studenti di fronte alle opere proposte a scuola sfocia in un'accesa protesta verso orde di scrittori che, a loro parere, avrebbero dovuto suicidarsi, anziché ammorbare le future generazioni con le loro elucubrazioni.
Eppure continuiamo a ricercare la Letteratura, continuiamo ad attingere a questa inesauribile fonte di domande, ben sapendo che, probabilmente, non approderemo mai ad una risposta e che la maggior parte degli scrittori intende portarci a spasso per decine o centinaia di pagine per poi abbandonarci ad un bivio o ad una strada senza sbocco... lo vediamo nel trionfo del finale aperto a partire dal secolo scorso e dalle sconfitte dei protagonisti dei classici ancor prima. Perfino l'Odissea, considerato il poema dell'ingegno e della forza dell'essere umano, si chiude col presagio di qualcosa di inevitabile e che si sottrae a qualsiasi calcolo o astuzia, si tratti della guerra contro le nobili famiglie dei proci o della profezia di Tiresia che annuncia a Odisseo che morirà lontano dalla sua Itaca.
 
Illustrazione di Budi Satria Kwan
Sono i misteri, il non detto, la mancanza di un punto fermo a tenerci avvinti.
Non c'è consolazione nelle scomode verità che emergono dai libri: se pensiamo di leggere per chiudere una questione, per risolvere un problema, probabilmente finiamo per aprirne due, tre, quattro alla volta.
Di questo argomento ha in parte discusso Fabio Stassi al Festivaletteratura, presentando il suo ultimo romanzo, La lettrice scomparsa. Infatti Vince Corso, il protagonista e investigatore di questo giallo sui generis, è un biblioterapeuta: per sbancare il lunario che non si può reggere sulle entrate di un professore precario senza incarico, decide di volgere la sua passione per i libri ad una nobile missione, quella di suggerire letture medicamentose, in grado di mettere le sue pazienti nelle condizioni di affrontare un problema. Quasi tutte le sedute hanno una conclusione rovinosa proprio perché chi si rivolge a Vince cerca una soluzione, ma si vede proporre letture che impongono nuove domande, quando addirittura non spingono a dover ammettere, più che superare, il proprio disagio.
Ma il potere della Letteratura non sta nella consolazione, nel farci trovare delle conclusioni rasserenanti. La Letteratura consola in un modo diverso: facendoci prendere coscienza delle nostre difficoltà, dei nostri limiti, delle nostre risorse, del nostro specifico e inimitabile modo di guardare le cose. Obbligandoci a riflettere e a giocare a continui rompicapo, i libri ci fanno esercitare il senso critico e ci rendono al contempo consapevoli che quasi mai possiamo dare una definizione univoca della realtà, che esprimere giudizi è un'operazione complessa e il più delle volte fuorviante, che ogni persona o situazione ha più risvolti di quanti possiamo intuirne ad un primo sguardo.
Il potere della Letteratura e quello di essere per noi una lente che moltiplica e che rifugge da ogni singolarità. Il che, come ci hanno insegnato i grandi autori del secolo scorso, non è affatto consolatorio.

C.M.

venerdì 11 novembre 2016

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015)

Uno dei tanti film che, per un motivo o per l'altro, non sono riuscita a vedere al cinema è Il ponte delle spie, nelle sale alla fine dello scorso anno. Une pellicola che mi incuriosiva, perché racconta una vicenda reale verificatasi in piena Guerra fredda, una parte di storia del Novecento che ha diversi lati ancora oscuri ma che spiega molto degli equilibri odierni e del modo di intendere la comunicazione politica nazionale e sovranazionale. Insomma, un periodo carico di spunti cinematografici e romanzeschi.
 
Il ponte delle spie è la storia di una trattativa russo-americana per lo scambio di ostaggi considerati spie. Il russo Rudolf Abel (Mark Rylance) viene catturato negli Stati Uniti e processato; la difesa viene affidata a James Donovan (Tom Hanks) con l'intento di far emergere la grandezza delle istituzioni americane, mostrando al resto del mondo di voler accordare ad una pericolosa spia un equo giudizio. Donovan, però, prende sul serio il ruolo che gli viene affidato, impegnandosi a dimostrare che Abel non ha agito da traditore, ma da semplice soldato dell'URSS, nazione che lui serve come tanti Americani servono la propria patria, arrivando, se necessario, allo spionaggio. Donovan subisce per questo dure accuse da parte dell'opinione pubblica americana e alcuni facinorosi arrivano a compiere atti violenti nei confronti della sua famiglia, ma, quando un giovane pilota americano viene catturato durante un volo di ricognizione sul suolo sovietico, la CIA decide di affidare proprio a lui le trattative per lo scambio di Rudolf Abel con Francis Gary Powers. Donovan si reca a Berlino e apre le trattative con il governo sovietico, ma ben presto si apre un secondo fronte di mediazione con il governo della Repubblica democratica tedesca, che è disposta a scambiare Frederic Pryor, uno studente americano catturato nei pressi del muro in costruzione, con lo stesso Abel. L'intenzione di Donovan è ottenere entrambi gli ostaggi, ma trattare con i sovietici e, insieme, con la Germania dell'est non è cosa facile, così la notte sul ponte di Glienicke trascorre fino all'ultimo istante con una forte incognita sull'esito delle operazioni.
Candidato al premio Oscar come miglior film, oltre che per la miglior sceneggiatura (firmata da Matt Charman e dai fratelli Cohen) e per la miglior colonna sonora, ha avuto l'attribuzione della sola statuetta per il miglior attore non protagonista, assegnata a Rylance. Lo stesso Tom Hanks ha però offerto un'interpretazione impeccabile, trasmettendo tutta la delicatezza e la drammaticità di un incarico che, assunto in nome della giustizia, rischia però di essere travisato dai più come una battaglia politica.

 
Il ponte delle spie è passato un po'in sordina in Italia, forse per la scarsa conoscenza delle vicende della Guerra fredda o per lo scarso coinvolgimento storico nei confronti delle vicende della Germania divisa. Invece questo film ricostruisce, insieme, i fatti diplomatici, le tensioni politiche e il clima di diffidenza e propaganda continuo fra i due poli del mondo diviso, anche con scene di forte impatto, come quelle che accompagnano la costruzione della barriera che ha diviso Berlino per ventotto anni.

C.M.

lunedì 7 novembre 2016

Il commesso (Malamud)

Il mio cammino alla scoperta della letteratura americana continua con Bernard Malamud (1914-1986), scrittore ebreo di origini russe, che fa della sua New York la cornice del romanzo considerato il suo capolavoro, Il commesso, insignito del prestigioso National Book Award. Si tratta di un libro inseguito da diversi mesi e finalmente arrivato sul mio comodino, con pieno mantenimento delle aspettative che ha creato. 
 
Il commesso narra la storia di Morris Bober, un commerciante ebreo che osserva la crisi irreversibile del suo negozio, schiacciato dalla concorrenza, abbandonato dai clienti e per giunta bersaglio di una rapina, e di Frank Alpine, un poco di buono di origini italiane che si offre di aiutarlo senza compenso, così da racimolare un po'di esperienza in vista dell'apertura di un suo esercizio commerciale. Nonostante la diffidenza di Ida, moglie di Morris, il declino sconsolante degli affari e la sua tendenza a rubare dalla cassa qualche dollaro periodicamente, Frank cerca di impegnarsi al massimo per riscattarsi dagli errori del passato e per riportare se stesso ad una condizione dignitosa e priva di vergogna. Il suo impulso a migliorare arriva soprattutto da Helen, la bella figlia di Morris, costretta a lavorare come segretaria per contribuire al sostentamento della famiglia ma desiderosa di frequentare l'università.
Questo romanzo, pubblicato in Italia da Minimum fax nella traduzione di Giancarlo Buzzi e con un'introduzione di Marco Missiroli, ha diversi aspetti positivi, che fanno passare in secondo piano la naturale avversione per Frank, personaggio complesso e che cambia nel corso della storia ma che ho trovato veramente fastidioso per la sua continua predisposizione a danneggiare il prossimo creandosi delle insostenibili giustificazioni. 
Una prima nota positiva sta nella prosa di Malamud: elegante, precisa, aderente alla realtà narrata, capace di descrizioni magistrali e di affondi introspettivi eccezionali. Il secondo aspetto è l'ambientazione: siamo a Manhattan, ma Malamud sa rendere familiare ogni luogo, presentandoci il nucleo geografico della vicenda, circoscritto fra il quartiere ebraico dove vive la famiglia Bober, la biblioteca frequentata da Helen, il parco e le linee di autobus che collegano i diversi punti: un piccolo set in cui troviamo tutto quanto è necessario a rendere completa e chiara la vicenda, senza nulla di superfluo. Poi c'è il personaggio di Helen, una giovane donna dalle alte aspirazioni che vede i propri sogni svanire davanti a sé ed è tormentata dall'incubo di doversi accontentare di situazioni che non sono alla sua altezza, dal lavoro che odia alla continua insistenza della madre per un matrimonio conveniente, rigorosamente con un uomo ebreo.
Il commesso di Bernard Malamud è davvero un prodigio letterario, un romanzo che sa coniugare il piacere estetico della lettura, scorrevole al punto che si approda all'ultima pagina senza rendersene conto, con una riflessione mai pedante sul famoso sogno americano, sulle possibilità delle persone, sul sottile confine fra ciò che desideriamo e i compromessi e gli errori in cui ci imbattiamo nel tentativo di raggiungerlo. Ammetto di essere rimasta un po'delusa dal finale, anzi, proprio dall'ultima pagina, ma forse perché è il momento in cui l'autore abbandona definitivamente i Bober per concludere con la vicenda di Frank, ma fino alla penultima sequenza sono stata entusiasta di questa lettura, che consiglio a chi sta cercando un ottimo libro e una storia perfetta per questi mesi, dato che la vicenda di dipana proprio fra novembre e la fine dell'inverno.
 
E. Hopper, Domenica mattina (1934)
Sentiva di averlo saputo per tutta la vita che un giorno, con la gola contratta dalla vergogna e lo sguardo nella polvere, gli sarebbe toccato confessare a qualche povero sfigato d’essere lui quello che gli aveva fatto del male o l’aveva tradito. Questo pensiero l’aveva sempre dilaniato. Era un senso di sete che non avrebbe mai potuto placare, un disgustoso bisogno di espellere da sé tutto quanto era accaduto, perché qualunque cosa fosse accaduta era sbagliata; di ripulire la mente da se stessa e darle un po’di pace, di ordine; di cambiare il principio, cominciando dal passato che sempre, prodigiosamente, appestava il presente; di cambiare vita prima d’essere soffocati dal fetore.
C.M.

venerdì 4 novembre 2016

La vedova Van Gogh (Sánchez)

Ormai sapete quanto mi piacciano i dipinti di Van Gogh, vedete che li utilizzo spesso come immagini di accompagnamento ai testi e che mi piace rintracciare dei collegamenti fra la sua arte e la letteratura. Potete quindi immaginare la mia curiosità quando ho saputo della pubblicazione, da parte di Marcos y Marcos, del romanzo La vedova Van Gogh dello scrittore argentino Camilo Sánchez: finito dritto nella lista dei desideri, è arrivato sul mio comodino sul finire di ottobre e si è fatto divorare in tre giorni.
La vedova è Johanna Bonger, la moglie di Theo Van Gogh, fratello dell'artista, noto soprattutto per la fitta corrispondenza che spesso viene esposta nelle mostre assieme ai dipinti. Donna colta e intraprendente, studiò in Inghilterra e lavorò anche al British Museum, per poi diventare insegnante di inglese e traduttrice. Proprio a Johanna Bonger dobbiamo il salvataggio, la promozione e molte delle informazioni sull'artista e sulla sua esistenza tormentata: fu questa donna, rimasta vedova nel 1891, pochi mesi dopo che Theo aveva perduto il fratello, a curare la diffusione e la traduzione della corrispondenza di Vincent e ad organizzare, assieme al grande amico del pittore, Émile Bernard, le prime esposizioni dei suoi dipinti, dei disegni e delle stesse lettere. In qualche modo, possiamo dire che sia stata la vera agente di Vincent Van Gogh, colei che, prima per amore del marito, poi per necessità economica e infine per la precoce intuizione della genialità dell'arte del cognato, permise la nascita del mito di Van Gogh, l'affermazione delle sue opere e il silenzio dei suoi detrattori, con i quali dovette scontrarsi a più riprese.
Il romanzo si apre con un fantasma che varca la soglia dell'appartamento dei Van Gogh a Pigalle, Montmartre. Theo è devastato dall'agonia e dalla morte dell'adorato fratello e per lui inizia un declino irreversibile verso la depressione e la morte. Johanna rimane sola con il figlio piccolo, quel Vincent che è il terzo del suo nome, dopo il pittore e il fratellino mai conosciuto di cui egli aveva dovuto tante volte leggere il nome al cimitero. Inizialmente quella dello spettro di Vincent appare una presenza ingombrante, che tende un velo di tristezza anche sul suo bambino e che toglie al marito ogni voglia di vivere, ma, poco alla volta, Johanna si aggrappa alla memoria e all'eredità dell'artista con tenacia, riconoscendogli un'importanza e una riconoscenza tale che nel 1914 farà traslare i resti del marito accanto a quelli del cognato. Il suo appartamento a Pigalle viene preso d'assalto da fanatici che vogliono distruggere i quadri di Vincent e la necessità di appoggiarsi agli affetti induce Johanna a tornare in Olanda. Qui ella fa portare numerosi quadri che conservava nella casa parigina, facendone l'arredo della piccola pensione a Bussum, fuori Amsterdam, dove cominciano ad essere ammirati e suscitano l'interesse dei borghesi facoltosi. Per Johanna Bonger l'arte di Van Gogh, legata ad una fine drammatica, è un nuovo inizio.

Johanna Bonger (1862-1925)
Il romanzo, concepito come un diario, poi ridimensionato a narrazione con inserti diaristici scritti da Johanna o da lei riportati dalle lettere di Vincent e Theo, fa luce sulla vicenda dell'arte di Van Gogh dopo di lui e, in un certo senso, la illumina dall'interno, svelando la scintilla straordinaria della sua ispirazione.
Al di là dell'indiscutibile piacevolezza narrativa, il libro di Camilo Sánchez ha un valore aggiunto che scaturisce dalle numerose figure che egli inserisce nel romanzo, da Henri de Toulouse-Lautrec al già citato Émile Bernard, da Paul Gauguin al critico Jules Renard e a molti altri, alcuni appena menzionati, diversi trasformati in personaggi veri e propri, anche se ogni loro apparizione è filtrata dalla lente di Johanna. Incontriamo in queste pagine anche la madre e le sorelle di Van Gogh, disinteressate all'opera del loro congiunto, ad eccezione di Wilelmina, presenza fondamentale per Johanna e il nipote, nonché accesa femminista e corrispondente, in vita, del fratello. Attraverso la voce di Johanna vediamo Van Gogh che osserva, crea e commenta le proprie opere, a volte in forma poetica, con dei versi suggestivi quanto le sue pennellate, facciamo luce sul suo animo travagliato, scopriamo le sue preferenze letterarie, conosciamo le sue reazioni disturbate alle critiche, soprattutto a quelle positive ed entusiaste, per lui così rare.
Consiglio dunque La vedova Van Gogh a tutti gli estimatori dell'arte di questo pittore e a tutti coloro che sono alla ricerca di quelle figure femminili che, in silenzio, continuando a fare le mogli, le madri e le sorelle, hanno offerto un contributo importante alla cultura di ogni tempo.

Vincent van Gogh, Rami di mandorlo in fiore (1890)
Johanna torna alle lettere.
È diventata un’ossessione, per lei, la corrispondenza del cognato: con il pudore di entrare in un’intimità altrui, si lascia trasportare, stupita, dall’intensità di una prosa che brucia ogni cosa al suo passaggio. Lettere scritte come chi va e viene, molto di fretta, da un altro luogo, a si trattiene giusto un istante, per raggiungere la precisione delle parole.
C.M.
NOTE: Per approfondire la conoscenza di Johanna Bonger, suggerisco la lettura di Johanna Bonger, l'altro Van Gogh, pubblicato nel blog Appuntario.
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