lunedì 18 giugno 2018

In viaggio contromano - M. Zadoorian

Esistono tanti bei romanzi, libri che fanno sognare, immaginare, che non si riesce proprio a smettere di leggere. E poi ci sono quelli che ci fanno sobbalzare, emozionare, che ci prendono e non ci lasciano più, che ci danno degli scossoni.
In viaggio contromano di Michael Zadoorian (Marcos y Marcos) è uno di questi. Lo è per la storia, per i suoi personaggi, per le descrizioni dei luoghi, per l'introspezione, per lo stile. Per innumerevoli ragioni, The Leisure Seeker - questo il sottotitolo del romanzo, nonché del film che ne ha ricavato lo scorso anno Carlo Virzì e che a questo punto devo assolutamente vedere - è un capolavoro.  
Adesso abbiamo tutto il tempo del mondo. Peccato che io sia a pezzi e John ricordi a stento il suo nome. Non importa. Me lo ricordo io. Messi insieme, facciamo una persona intera. 
Il Leisure Seeker è il camper con cui Ella e John Robina, due anziani soffocati da una routine che non fa che accentuare il senso della prossima fine, hanno deciso di intraprendere un ultimo grande viaggio, ripercorrendo la mitica Route 66 e ritornando in California, a Disneyland, sulle tracce dei ricordi di una vacanza di tanti anni prima. Sarebbe meglio dire che in realtà la decisione è di Ella, dal momento che il marito ha il morbo di Alzheimer e, pur essendo ancora perfettamente in grado di guidare, non è in grado di prendere decisioni e non è consapevole di ciò che sta accadendo. Potrebbe sembrare che Ella voglia circuire il marito, ma la verità è che anche lei è malata ed è stanca di entrare e uscire dagli ospedali per curare dei tumori il cui decorso è irreversibile. Se della loro vita rimane ormai poco, se nessuna cura può alleviare il decadimento di entrambi, Ella vuole almeno rincorrere un'ultima emozione e donare a se stessa e al compagno di tanti anni un gran finale. Ecco quindi che il Leisure Seeker si mette in marcia, lasciandosi alle spalle Detroit e le preoccupazioni dei figli di Ella e John e imboccando a Chicago la storica strada statunitense: destinazione Santa Marta, laddove la Route 66 termina, nel cuore dello sfavillante mondo di Los Angeles. Nel corso del lungo viaggio attraverso dieci stati, Ella racconta le piccole e grandi avventure intervallate da pasti decisamente poco indicati per due anziani e da serate nei campeggi trascorse a guardare le diapositive degli anni trascorsi insieme, in particolare quelle dello spensierato periodo delle vacanze con i bambini. Gli spostamenti sono impegnativi, il sonno per Ella è un miraggio, mentre si fanno sentire in tutta la loro forza dolori e ventate di depressione da combattere a suon di pilloline, ma John si affida alla moglie e, del tutto ignaro di ciò che sta facendo, realizza il sogno di entrambi.
Fra le pagine di In viaggio contromano si susseguono registrazioni di viaggio e riflessioni sulla vita e sulla malattia, ma la cifra fondante del romanzo è l'ironia, la straordinaria forza con cui l'autore, tramite Ella, narratrice di tutta la storia, trasforma momenti malinconici come i vuoti di memoria e i colpi di testa di John e le insidie di un percorso in aree abbandonate in piccoli siparietti. Zadoorian riesce a mostrarci la difficile condizione di una coppia che deve contrastare enormi limiti posti dall'età e che, nonostante tutto, riesce a trovare nel suo forte legame il modo per trasformare rabbia e delusione in sorrisi e carezze. Sono come due bambini Ella e John: due strampalati vecchietti che alternano momenti di straziante lucidità a sfoghi di una incoscienza necessaria per sentirsi ancora vivi, ancora padroni della propria esistenza, in barba a diagnosi mediche e piogge di ansia fine a se stessa.
In viaggio contromano è il secondo libro di Michael Zadoorian, che aveva esordito con Second Hand; se dopo la lettura del primo romanzo era nata una forte curiosità nei confronti dell'autore, da In viaggio contromano è scaturita una profonda ammirazione. Questo libro ha superato qualsiasi aspettativa ed ha scalato l'Olimpo delle mie letture preferite. Nella sua semplicità, che non di rado strizza l'occhio al prosastico, come già Zadoorian aveva dimostrato di saper fare, è un romanzo destinato a rimanere nel cuore per la sua forza comunicativa, per le reazioni che sa suscitare, per le emozioni che regala. Come la grande letteratura - e so che è un concetto che ripeto spesso, ma tant'è - In viaggio contromano ci spinge a fare i conti con argomenti scomodi, con personaggi fuori dalle righe, con situazioni che definiremmo paradossali, ma, con questa scelta coraggiosa, ci pone davanti alla necessità di riflettere su temi importanti. In questo caso, sull'amore e sulla libertà.
 
Quando si alza il sole siamo le uniche persone per strada. Affondata nel mio sedile del Leisure Seeker, con una tazza di caffè tiepido dell’area di servizio in mano, guardo i colori spodestare il cielo notturno – il viola si trasforma in ciliegia, l’antracite diventa azzurro. Le stelle sbiadiscono mentre il profilo delle montagne di Sacramento si staglia all’orizzonte con le sue sfumature argentee, le aloe spinose e la boscaglia intricata, come se una fotografia di Ansel Adams venisse sviluppata sotto i miei occhi.
Sarà che avvicinandosi la fine del nostro viaggio divento sentimentale, ma questo spettacolo è proprio quello che avevo bisogno di vedere, oggi. E John, nella sua follia, ha consentito che accadesse.
Mi inclino verso di lui, gli tocco un braccio. «Grazie».
C.M.

lunedì 11 giugno 2018

Negli occhi di chi guarda - M. Malvaldi

Eccoci ad una nuova recensione, che spero segni l'inizio della ripresa delle attività del blog, ora che le lezioni scolastiche sono terminate e che molti pomeriggi e diverse serate potranno essere dedicate alla lettura. Per entrare nell'atmosfera dell'estate e, al contempo, godermi un libro non troppo impegnativo per il mio sistema nervoso sovraccaricato da scadenze, verifiche da correggere e adempimenti burocratici di fine anno, ho scelto Marco Malvaldi e il suo ultimo giallo, Negli occhi di chi guarda. Uscito lo scorso anno, sempre per Sellerio, è un romanzo a sé, svincolato dalla serie del BarLume come già Odore di chiuso, Milioni di milioni, Argento vivo e Buchi nella sabbia.
 
Siamo nella tenuta maremmana di Poggio alle Ghiande, proprietà dei gemelli Zeno e Alfredo Cavalcanti, l'uno raffinato cultore d'arte e collezionista accanito, l'altro impegnato negli affari e nelle responsabilità della villa. Del resto, in osservanza della tradizione nobiliare che i due fratelli incarnano nonostante gli evidenti anacronismi, Zeno, in quanto primo fuoriuscito dal grembo materno, è il secondogenito, mentre Alfredo, che ha visto la luce per secondo, è il primogenito. Nella tenuta dei gemelli Cavalcanti, comunque, non vivono solo i due proprietari: i diversi appartamenti ricavati a Poggio alle Ghiande sono affitati alla professoressa in pensione Giancarla Bernardeschi, che se ne va in giro alla ricerca di erbe aromatiche per i suoi esperimenti culinari, al meccanico di Formula 1 Riccardo Maria Torregrossa, alla casalinga Anna Maria Marangoni e ai Della Rosa, marito e moglie, entrambi musicisti. Oltre a loro incontriamo alcuni ospiti dei due Cavalcanti: la bella filologa Marherita Castelli, venuta ad esaminare la collezione d'arte di Zeno, e il genetista Piergiorgio Pazzi, ufficialmente incaricato di stabilire chi fra i due gemelli, in base alla scienza, abbia più speranze di vivere più a lungo, ufficiosamente più interessato alla compagnia di Margherita che al lavoro affidatogli dai suoi anfitrioni. Non vanno poi dimenticati il custode del podere, Raimondo, e Piotr, l'uomo delle pulizie, né tantomeno l'architetto Giorgetti e l'ingegner De Finetti, il primo esecutore di una perizia immobiliare, il secondo della mediazione per l'acquisto di Poggio alle Ghiande per conto di una holding immobiliare cinese interessata a farne un villaggio vacanze.
E naturalmente c'è un cadavere, anzi, ce ne sono due. Basta il primo decesso, mascherato dietro un incendio doloso, a compromettere la compravendita e a far ricadere i sospetti su Alfredo, tuttavia il secondo complica non solo la strada degli affari ma anche quella delle indagini. Quanta parte del movente è costituito dall'affare immobiliare, che alcuni hanno interesse a concludere e altri ad evitare, e quanta, invece, è legata all'introvabile opera di Antonio Ligabue che Raimondo dice di aver ricevuto dal pittore stesso durante la convivenza in manicomio?
Ancora una volta Marco Malvaldi costruisce uno scenario giallistico accattivante, al quale le antiche tenute nobiliari e i paesaggi della Maremma conferiscono una gamma tonale unica, unitamente alla verve narrativa e al colore di certe espressioni in cui il registro gergale e il gioco di parole raffinato si mescolano ironicamente. Dinamiche dei moventi e delle indagini si intrecciano con naturalezza, traghettando il lettore verso il finale in maniera sciolta e assolutamente priva di rompicapo e in questo aspetto sta sia la forza di Negli occhi di chi guarda che il suo punto di debolezza. Se, infatti, questa essenzialità narrativa che in pochi capitoli porta a svelare il colpevole dell'omicidio, rende il romanzo estremamente sciolto, dall'altra parte lascia la sensazione che qualche elemento non sia stato completamente sviluppato, che alcuni sentieri potessero essere aperti per complicare il quadro d'insieme e stimolare il lettore alla ricerca di tante ipotesi, che, insomma, il decorso del racconto sia troppo rapido. Qualche capitolo in più non avrebbe guastato, anche perché la prosa di Malvaldi è sempre un'ottima compagnia. 
Negli occhi di chi guarda è comunque una buona proposta di lettura per l'estate, un libro che si legge tutto d'un fiato, ma che concede anche lunghe pause, proprio per la schematicità degli elementi e la loro linearità: va bene per un pomeriggio in riva al mare come per una pausa dal lavoro, per immergersi profondamente nella storia o per farvi qualche balzo di tanto in tanto.

C.M.

lunedì 28 maggio 2018

Il pittore fulminato - C. Aira

Johann Moritz Rugendas, l'America meridionale e i suoi paesaggi mozzafiato: sono questi gli ingredienti del romanzo di César Aira, Il pittore fulminato (Fazi editore). Nel XIX secolo il pittore tedesco affrontò diversi viaggi in Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Argentina, catturato soprattutto dalla vita nel continente oltreoceano, alla ricerca delle tradizioni locali, ma anche delle molteplici forme che sotto l'Equatore assume la natura.
Delle avventure di Rugendas, Aira seleziona solo una piccola parte, incentrata su un drammatico episodio: durante un temporale l'incauto pittore si è avventurato solo, a cavallo, per ispezionare il paesaggio desertico in cui lui, il compagno di viaggio e collega Robert Krause, si sono improvvisamente trovati. Il caldo è insopportabile, l'umidità soffocante, i cavalli sono ingovernabili e nemmeno le guide, mentre le nuvole nere si accumulano, sanno cosa fare. Rugendas decide di esplorare la zona, ma, nel pieno della galoppata, cavallo e cavaliere vengono colpiti da due fulmini. Sopravvivono, ma Rugendas, trascinato dal cavallo impazzito, non ha più un volto ed è destinato ad una vita in preda a incontrollabili scosse nervose e lancinanti emicranie che solo la morfina può sedare. Eppure non si arrende: il suo viaggio continua e l'entusiasmo della ricerca e della pittura si riaccendono quando, finalmente, si diffonde la notizia di un assalto di indios alle proprietà dei bianchi. È il malón, l'evento che Rugendas ha sempre desiderato raffigurare, anche in qualità di erede di una stirpe di pittori di guerra costretto dalla pacificazione del vecchio continente a volgere altrove i suoi interessi. Rugendas, mascherato con una mantiglia di pizzo, e Krause si lanciano all'inseguimento delle bande di indios e si accampano nelle fattorie prese d'assalto per rappresentare un evento catastrofico che, però, sembra essere ormai acclimatato nella routine delle popolazioni latine, che sanno di non poterlo prevedere come qualsiasi altro fenomeno naturale e che sono ben organizzate nella difesa, anche se questa non impedisce i furti e le uccisioni.
Il pittore fulminato è un brevissimo romanzo in cui la verità storica si amalgama all'invenzione. César Aira ha il merito di aver dato visibilità ad una figura molto particolare nel panorama artistico dell'Ottocento, che, per noi Europei, è il secolo del Romanticismo e di un genere di pittura che non contempla quello nel quale si è distinto Rugendas. La narrazione di questa sua vocazione alla descrizione della vita nei villaggi sudamericani è agile, semplice, arricchita di suggestive descrizioni e come volta alla costruzione di un ideale eroico molto particolare, quello di un artista che sfida i propri limiti, anche con una buona dose di incoscienza, per inseguire i suoi soggetti, per esplorare e raccontare attraverso la propria tecnica ciò che ha visto, anche quando il dolore, gli oppiacei e un sistema nervoso impazzito finiscono per trasfigurare ciò che ha davanti.
 
Johann Moritz Rugendas, Foresta vicino a Manqueritipa
Il clima aveva raggiunto il massimo della perfezione al termine dell’estate. I paesaggi acquisivano una plasticità infinita; secondo le ore, si avvolgevano nella luminosità della Cordigliera e diventavano trasparenti, in cascate interminabili di dettagli. La luce pomeridiana, filtrata dall’imponente muraglia rocciosa delle Ande, era un puro fantasma di luce, un’ottica intellettuale, abitata da tonalità rosa intempestive della sera incombente. I crepuscoli si prolungavano per dieci, dodici ore. E la notte, raffiche di vento riorganizzavano stelle e montagne lungo l’itinerario delle passeggiate dei due amici.
C.M.