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lunedì 16 gennaio 2017

La strana biblioteca (Murakami)

Non è mai piacevole esprimere un giudizio negativo su un libro, perché, in qualche modo, si deve ammettere che qualcosa scalfisce il rapporto con una lettura e che in un passatempo piacevole è entrato qualcosa di scomodo. L'imbarazzo è tanto più grande se il libro in questione è di un autore amato, che in precedenza ha proposto storie di tutto rispetto. Però devo essere diretta: La strana biblioteca, racconto di Haruki Murakami pubblicato da Einaudi nel 2015, è stato una vera delusione, eccezion fatta per le illustrazioni di Lorenzo Ceccotti.

Il racconto ha per protagonista un ragazzino che, entrato in biblioteca alla ricerca di un libro sulla riscossione delle tasse nell'Impero ottomano, viene indirizzato ad una sala nei sotterranei. Non essendogli mai accaduta una cosa simile, si avvia sospettoso verso la stanza che gli è stata indicata e si trova di fronte un vecchio che gli procura senza difficoltà tre volumi che rispondono ai suoi interessi. Peccato che, dal momento della consegna, non sia più disposto a lasciar andare il ragazzo. Il protagonista viene dunque costretto a consultare i libri nella biblioteca, ma la sala di lettura è ben diversa da quanto si aspetta: è collocata in fondo ad un immenso labirinto... ed è una cella. Lì, il giovane viene costretto, sotto la custodia di un impotente Uomo-pecora a sua volta prigioniero, ad imparare a memoria i tre volumi, con la promessa di essere liberato soltanto una volta terminato il compito. Ma l'Uomo-pecora rivela che si tratta soltanto di una scusa: il vecchio bibliotecario ha in realtà intenzione di cibarsi del cervello nutrito di letture dell'ignara vittima. La fuga diventa dunque necessaria, ma sembra impossibile portarla a termine.
Il racconto, come tutte le narrazioni di Murakami che ho sperimentato fino a questo momento, si legge con piacere, in modo scorrevole e con la curiosità di sapere che cosa accadrà nelle pagine successive e nel finale. Peccato, però, che le elevate aspettative, generate già dal titolo e dalla promessa di quarta di copertina di una fiaba misteriosa sul potere della lettura, siano rimaste deluse. Alla terza apparizione della figura dell'Uomo-pecora, dopo Nel segno della pecora e Dance dance dance, credevo che avrei trovato o collegamenti con le storie precedenti o un simbolismo coerente, che destasse il fascino di quelle. Invece la storia, che, a differenza del precedente racconto illustrato Sonno, ha un finale ben definito, mi ha lasciata disorientata, incapace di trovare un senso e di rispecchiarmi nell'individuazione di un messaggio che parli del potere della letteratura di liberarci dall'infelicità. Anzi, la storia mi è parsa estremamente infelice e il non-sense, che in Murakami non solo non mi ha mai disturbato, ma al contrario mi ha fatto innamorare delle sue storie, mi è sembrato far propendere per l'interpretazione opposta: questo ragazzo che, spinto da una curiosità innocente, finisce preda di un famelico bibliotecario che lo sotterra in una sorta di cimitero di libri, mi ha dato l'idea di una visione alienata della letteratura, che, rendendoci impossibile rifiutarla (il ragazzo non riesce proprio ad opporsi alla perentoria richiesta del vecchio di restare in biblioteca) ci porta a dimenticare anche gli affetti più cari, a staccarci dal mondo e a nutrirci di visioni.
Si è dunque ripresentata in me la grande perplessità generata dal già citato Sonno, con la differenza che in quel caso avevo almeno apprezzato il tema, mentre il finale e le illustrazioni non mi avevano soddisfatta. E, di nuovo, mi trovo a dover esprimere il mio rammarico per un prodotto editoriale che, forse, avrebbe trovato il suo senso complessivo in una raccolta di pezzi analoghi o comunicanti (spesso i racconti si illuminano l'un l'altro se ciascuno non appare autonomo), ma, in un libro dal costo di 15 euro che tiene compagnia per sole 75 pagine, appare solo come un'operazione commerciale che fa leva sulla passione di milioni di lettori per Murakami e i suoi mondi onirici. Insomma, se avessi dovuto acquistare il libro, me ne sarei pentita. E, se queste considerazioni appaiono troppo prosastiche, tuttavia ritengo che non sia quasi un tradimento del lettore puntare più sul nome di un autore che sulla qualità del racconto in sé. Anche la presenza di una nota, di un breve saggio o di un intervento congiunto di curatori e illustratore avrebbe forse mitigato questo effetto di un libro messo insieme alla meno peggio per venderlo in fretta.
 
C.M.

venerdì 13 gennaio 2017

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (Rowling)

A partire dal terzo capitolo della saga, ognuno dei libri di Harry Potter è indissolubilmente legato al momento in cui l'ho ricevuto e alla relativa attesa, dato che è stato con Il prigioniero di Azkaban che ho iniziato a dover aspettare le successive uscite. Nel Veronese è particolarmente viva la tradizione di Santa Lucia, al punto che, in un certo modo, per i bambini di queste lande, la notte fra il 12 e il 13 dicembre è ancor più emozionante di quella di Natale. Per me il 13 dicembre è stato a lungo una data carica di aspettative, anche quando il mito della santa che porta i doni è svanito e, per continuare a reggere il palco a favore dei parenti più piccoli, ho continuato a beneficiarne. Così il 13 dicembre del 2000 ho ricevuto questo volume tanto atteso: la buona Lucia aveva capito che cosa desiderassi anche se avevo scritto 'Azkaban' nel modo sbagliato.
Dopo la curiosità accesa da La pietra filosofale e l'entusiasmo scaturito dalla lettura de La camera dei segreti, questo terzo volume non aveva retto il confronto ed è stato poi devastato dal film, incompleto, frammentario, confuso. Ma torniamo al libro, ché questo ci interessa. La rilettura mi ha fatto apprezzare maggiormente alcuni particolari della storia, ma, a conti fatti, continuo a preferire il secondo capitolo e il quarto, anche se, forse, proprio la collocazione di questa storia fra le mie due preferite incide sul giudizio complessivo.
Siamo alle porte di un nuovo anno scolastico ed Harry è questa volta costretto a lasciare la casa degli odiosi zii Dursley in seguito ad un incantesimo che gli è sfuggito di mano contro la petulante Marge, sorella dello zio Vernon. Nella sua fuga, Harry riceve un passaggio su un autobus magico, il Nottetempo, che attraversa Londra senza che alcun babbano si accorga delle sue manovre spericolate. Ma è proprio mentre sta giungendo lo strano mezzo che Harry scorge fra le tenebre due occhi fiammeggianti che lo riempiono di un'inquietudine che sul Nottetempo non fa che aumentare: a bordo, infatti, si vocifera della fuga dello spietato assassino Sirius Black, antico seguace di Voldemort, dalla prigione di massima sicurezza di Azkaban. Proprio per cercare di catturare il latitante arrivano ad Hogwarts gli spettrali Dissennatori, carcerieri in grado di spezzare l'anima di chiunque diventi vittima del loro bacio e incredibilmente attratti da Harry, che ne subisce l'influsso terrificante al punto di dover chiedere al professor Lupin, nuovo insegnante di Difesa contro le arti oscure, di aiutarlo a respingerli. L'adrenalina cresce sempre più quando Harry scopre che non solo Sirius Black è considerato colui che ha consegnato i suoi genitori all'Oscuro Signore, ma che si aggira per la scuola, avido di vendetta.
Anche in questo terzo episodio, naturalmente, alla vicenda principale si accostano tanti personaggi ed episodi minori, fra cui spiccano le gite degli studenti nel borgo di Hogsmeade, pieno di negozi di dolciumi magici e locande in cui gustare la prelibata burrobirra, la scoperta della Mappa del Malandrino, una pergamena che permette a chi ne sappia svelare l'incanto di vedere chiunque si aggiri per Hogwarts e le peripezie di Hermione per seguire tutti i corsi che ha scelto per il terzo anno, non essendo in grado di escludere l'interesse per nessuno di essi. Ma ci sono anche il grandioso campionato di Quidditch, l'entrata in scena dei mitici Animagi e del gatto di Hermione, Grattastinchi, che ha dichiarato guerra aperta a Crosta, il topo di Ron, nonché lo sventurato Fierobecco, l'ippogrifo che rischia la condanna a morte per aver morso lo spaccone Malfoy durante una lezione di Cura delle creature magiche tenuta da Hagrid.


Harry Potter e il prigioniero di Azkaban ci porta nel vivo delle avventure del maghetto e dei suoi amici: se La pietra filosofale serviva più ad introdurci nel mondo magico di Hogwarts e La camera dei segreti a farci conoscere meglio il nemico di Harry, con questo terzo capitolo apprendiamo i particolari della vita e della morte dei suoi genitori e iniziamo a comprendere quanto sia pericolosa quella parte del mondo dei maghi che ha abbracciato la malvagia causa di Voldemort. Fra queste pagine, insomma, si comincia a distinguere il bene dal male e si amplia il quadro dei personaggi che saranno determinanti fino all'ultimo episodio di questa straordinaria saga.
Uscirono da Zonko con i portamonete decisamente alleggeriti, ma in compenso avevano le tasche gonfie di Caccabombe, Dolci Singhiozzini, Sapone di Uova di Rana, più una Tazza da tè Mordinaso per ciascuno.
Era una bella giornata ventosa e nessuno dei due aveva voglia di stare al chiuso, così oltrepassarono i Tre Manici di Scopa e salirono la collina per andare a visitare la Stamberga Strillante, il luogo più infestato di tutta la Gran Bretagna. Era situata un po’più in alto del resto del villaggio, e anche alla luce del giorno era vagamente inquietante, con le finestre chiuse da tavolati e il cupo giardino inselvatichito.
C.M.

mercoledì 11 gennaio 2017

L'inverno secondo Charles Burchfield

Il primo post a tema artistico di quest'anno è dedicato ad un pittore poco noto, l'americano Charles Ephraim Burchfield (1893-1967), autore di acquerelli a soggetto prevalentemente naturale. Amico di Edward Hopper, Burchfield manifesta nella propria arte alcune somiglianze con l'opera del collega più noto, specialmente nella rappresentazione degli edifici e nel senso di solitudine che essi trasmettono con il loro abbandono in paesaggi, ma ha al contempo una vocazione più visionaria, surreale e fantastica, che si fa più marcata con il passare del tempo.

Charles Burchfield, Casa nella neve

A Burchfield è particolarmente cara la descrizione delle stagioni e del loro effetto sulla natura e i suoi acquerelli invernali meritano un'attenzione specifica, anche in relazione ai loro modelli, rintracciabili non solo nel già citato Hopper, ma anche nelle tele di Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edvard Munch e Caspar David Friedrich. Dunque questi sono i giorni più adeguati per immergerci nelle atmosfere create da questo artista, con un gelido inverno che fa da sfondo a quello dipinto.

Charles Burchfield, Salem, Main Street in inverno (1917)

Nato e cresciuto nell'Ohio, Charles Ephraim è immediatamente attratto dalla rappresentazione dei luoghi in cui vive. Negli anni '20 è a Buffalo, dove assume uno stile pittorico più realistico e nel 1928 stringe amicizia con Edward Hopper, che manifesta una grande stima nei suoi confronti; ottiene anche diversi riconoscimenti pubblici e la visibilità in mostre dedicate alle sue opere. Venti anni più tardi, tuttavia, l'artista ritorna alla rappresentazione della natura, che carica di valori simbolici, surreali e visionari, realizzando alcune delle opere più originali e sorprendenti; sostiene Burchfield: «Un artista deve dipingere non quello che vede nella natura, ma quello che è in essa. Per farlo deve inventare simboli, che, se usati correttamente, rendono la sua opera anche più reale di quella che ha di fronte.».

Charles Burchfield, Due case (1920)

La produzione pittorica di Charles Burchfield si può dunque suddividere in tre fasi: un primo periodo, di ispirazione quotidiana e affettiva, abbraccia gli anni 1915-1919; segue la fase del realismo che impegna l'artista fino al 1943 circa; infine prevale l'impostazione surreale e visionaria. Gli inverni di Burchfield recano i segni dell'alternarsi di questi tre momenti.

Charles Burchfield, La fine della giornata (1938)

L'attenzione alla natura e al rapporto che essa intrattiene con l'essere umano emerge fin dai primi anni, nei paesaggi innevati che popolano i lavori di Burchfield fra il 1916 e il 1920: l'interesse del pittore è catturato fin da subito dalle foreste e gli aceri diventano i grandi protagonisti delle sue opere. Gli alberi vengono rappresentati nella boscaglia, anche con interessanti variazioni di colore, esemplificate dall'acquerello Aceri in inverno (1916), che ricordano l'esperienza dei colori psicologici dei Fauves o dell'artista tedesco Ernst Ludwig Kirchner, ma anche le betulle di Klimt e i rami degli alberi spogli di Vincent Van Gogh.

Charles Burchfield, Aceri in inverno (1916)

Gustav Klimt, Bosco di betulle (1902)

Il raffronto con quest'ultimo e con Paul Gauguin si fa più evidente ampliando lo sguardo ai cortili circondati da alberi, dove compaiono le case con i tetti innevati, le staccionate di confine e, attorno ad essi, gli alberi con i rami spogli. In Cortili in inverno (1917) l'effetto è, come nel Villaggio nella neve di Gauguin (1894), quello di un piccolo borgo che sboccia nella neve ad offrire un rifugio. Non è da escludere, data l'influenza romantica subita da Burchfield, che l'attenzione alle sagome di edifici e alberi che emergono fra le coltri bianche o in tempeste di neve risenta del modello di Friedrich dell'Abbazia sotto la neve (1817).

Charles Burchfield, Cortili in inverno (1917)

Paul Gauguin, Villaggio nella neve (1894)

Si avverte invece la presenza di Edvard Munch in Tre fantasmi: sebbene i colori utilizzati dai due pittori siano molto diversi, l'opera di Burchfield richiama Tempo di neve nel viale (1916) nella struttura e nella presenza di pochi personaggi che soccombono nella prospettiva creata dalle due schiere di alberi laterali; mentre, però, le due donne che passeggiano nella tela di Munch si avvicinano allo spettatore, promettendo di liberare la panoramica del paesaggio, le figure dell'artista americano si spostano verso il fondo, sempre meno riconoscibili. Il tema tradizionale della passeggiata nella neve di memoria impressionista consacrato da Alfred Sisley con Neve a Louveciennes (1875) assume in Munch e Burchfield una forma del tutto nuova.

Charles Burchfield, Tre fantasmi

Edvard Munch, Tempo di neve nel viale (1906)

Alfred Sisley, Neve a Louiveciennes (1875)

L'attenzione per gli edifici immersi nella neve si fa più forte nel periodo di Buffalo, quando il diverso contesto porta la componente urbana ad imporsi su quella naturalistica. Gli edifici sono ancora immersi nella neve, ma vengono colti dalla mano dell'artista nel loro isolamento, che la presenza della neve rende ancor più radicale. Lo si vede già con Casa nella neve e con Due case (1920), ma ad estremizzare l'effetto di separazione di un edificio dall'alto è Disgelo in febbraio, dove l'unico contatto fra le costruzioni è quello di ciascuna di esse con l'ombra proiettata nell'acqua del ghiaccio sciolto.

Charles Burchfield, Disgelo in febbraio

Entra a questo punto in gioco il rapporto con Hopper, altro grande pittore di case isolate o di piccoli agglomerati. La comunione tematica fra lui e Burchfield si avverte nella graduale conquista di realismo e nel senso di solitudine e incomunicabilità che si diffonde nei dipinti: gli edifici sono isolati dalla neve e gli esseri umani sono rare comparse colte in passeggiate solitarie o in gruppi nei quali non c'è comunicazione sia nel già citato Disgelo in febbraio sia in Tramonto invernale (1930), un notturno urbano che, per la presenza dell'edificio rosso e le vetrine illuminate, in parte ricorda I nottambuli di Hopper (realizzato però dodici anni più tardi). 

Charles Burchfield, Tramonto invernale (1930)

Segnano un ulteriore contatto fra Burchfield e Hopper la presenza delle figure colte dietro le finestre e gli scorci di gruppi di edifici innevati che si trovano nei dipinti Bagliore glaciale (1933), Le sei in punto (1936) e La fine della giornata (1938), in cui alle reminiscenze dei Tetti di Gloucester (1928) del collega americano si mescola il ricordo delle case di Van Gogh, spesso rappresentate di scorcio.

Charles Burchfield, Le sei in punto (1936)

Edward Hopper, I tetti di Gloucester (1928)

La descrizione visionaria e simbolica si ritrova invece in Diamanti invernali (realizzato fra il 1950 e il 1960) e in Luna d'inverno. A catturare l'attenzione sono i giochi di luce e le aure raggianti di cui Burchfield riempie lo spazio, che diventano una caratteristica delle opere dell'ultimo periodo e rendono inconfondibile la mano dell'artista. Se nel primo dipinto il riverbero della luce delle stelle piove sugli edifici, sulle piante e sul suolo innevato, nel secondo è la luna a inondare del suo pallore argenteo tutto il bosco, conferendo alla natura un aspetto quasi spettrale. 

Charles Burchfield, Diamanti invernali (1950-1960)

Siamo di nuovo di fronte all'emergere di uno spirito per così dire naif, nel quale il colore risponde più ad una sensazione psicologica che ad un'esigenza di realismo; ecco perché, anche se la tavolozza utilizzata è nettamente diversa, Luna d'inverno ricorda la libertà cromatica di Kirchner nel descrivere la montagna in Paesaggio invernale al chiaro di luna (1919). L'opera, inoltre, non può sottrarsi ad un confronto con la più celebre Notte bianca di Munch (1901), anch'essa dedicata alla diffusione della luce lunare sul paesaggio innevato e sulle piante, pur senza rappresentazione della fonte di luce celeste.

Charles Burchfield, Luna d'inverno

Ernst Ludwig Kirchner, Paesaggio invernale al chiaro di luna (1919)

Edvard Munch, Notte bianca (1901)

L'emergere di questa tendenza simbolica e quasi mistica, che sembra trarre dalla natura la grandezza del suo mistero, dei suoi colori e del suo spirito, è una sorta di richiamo di un germe surreale presente già in qualche opera dell'esordio, se confrontiamo queste cascate di luce con la tempesta di neve in Salem, Main street in inverno (1916) dove ogni fiocco assume lo spessore di una pennellata che lo fa apparire come un proiettile in caduta che, in lontananza, si fonde con i segni uguali che escono dai comignoli.

Charles Burchfield, Bagliore glaciale (1933)

Vincent van Gogh, Antwerp nella neve (1885)

Gli inverni di Charles Burchfield, insomma, testimoniano le trasformazioni di un'arte che evolve per riscoprire e potenziare nella chiusura della sua parabola un linguaggio presente fin dalle origini. Come quella di Hopper, Van Gogh e Munch, l'arte di Burchfield è espressione psicologica, spirituale, anche se perviene ad esiti che, pur avendo delle reminiscenze della lezione dei maestri, rimangono autonomi e peculiari.
«L'opera di Charles Burchfield è decisamente fondata, più che sull'arte, sulla vita, quella che conosce e che ama di più» (E. Hopper)
C.M.

NOTA: La descrizione pittorica dell'inverno è protagonista del ciclo di post Inverni ad arte e dell'omonima galleria. La maggior parte delle opere di Burchfield sono conservate al Burchfield Penney Art Center a Buffalo, New York.

lunedì 9 gennaio 2017

Dal libro al film: Il GGG

Probabilmente negli ultimi tempi do l'impressione di una regressione all'infanzia, dato che sto rileggendo diversi libri che mi hanno fatto compagnia quando ero bambina o ragazzina. Il fatto è che nei mesi scorsi si sono susseguiti diversi stimoli a rispolverare queste letture, come ho anticipato al tempo della recensione de Le streghe e Matilde di Roald Dahl. Un terzo, grande racconto di questo autore è ritornato sul mio comodino per l'uscita di un film che ne ha tratto Steven Spielberg. Sto parlando de Il GGG, sugli schermi dal 30 dicembre.
 
Il romanzo Il GGG venne pubblicato da Roald Dahl nel 1982 ed è per tutti noi lettori associato indissolubilmente alle illustrazioni realizzate da Quentin Blake, le quali si sono rivelate fondamentali per la trasposizione cinematografica, estremamente fedele al ritratto del gigante offerto da Roald Dahl.
GGG è l'acronimo del nome dell'unico gigante buono esistente sulla Terra: il Grande Gigante Gentile. Diversamente dai suoi simili, non raggiunge altezze colossali (è alto solo sette metri e venti) e non si ciba di esseri umani, quelli che, nella sua lingua pasticciata, chiama popollani; la sua dieta, infatti, è costituita esclusiavmente dai disgustosi cetrionzoli. Ben diversi sono i nove mostri che abitano nel Paese dei Giganti, il San Guinario, il Crocchia-Ossa, il Ciuccia-budella, l'Inghiotticicciaviva, il Vomitoso, il Trita-bimbo, lo Scotta-dito, lo Spella-fanciulle e lo Strizza-teste, che ogni notte vanno a caccia di popollani in tutto il mondo, facendo scorpacciate in particolare di bambini. Anche il GGG lascia ogni notte il Paese dei Giganti, ma con una diversa missione: soffiare con la sua lunga tromba nelle stanze degli esseri umani addormentati i sogni che cattura nel Paese dei Sogni e che conserva nella propria casa in barattoli di vetro.
Illustrazione di Quentin Blake
Nel corso di queste escursioni notturne, il GGG viene visto dalla piccola Sofia, una zolfanella (così la chiama il gigante) di un orfanotrofio inglese; per scongiurare il rischio che la bambina spifferi l'esistenza dei giganti e il rischio di essere catturato e rinchiuso in uno zoo, il GGG allunga la sua grossa mano nella stanza di Sofia e la porta con sé nel Paese dei Giganti, svelandole i segreti della sua stranissima esistenza fra retini cattura-sogni, bollicine di Sciroppio e tentativi di migliorare il proprio modo di parlare, anche se questi costituiscono una delle ragioni della tenerezza del Grande Gigante Gentile. Ma il GGG è vittima della malvagità degli altri giganti, che lo tiranneggiano e, pur non essendo a conoscenza della sua esistenza, mettono a rischio Sofia, troppo difficile da proteggere, così l'enorme creatura e la bambina progettano un piano per sbarazzarsi dei giganti e salvare migliaia di vite umane. Per attuarlo, tuttavia, devono rivolgersi alla regina d'Inghilterra, e per convincerla occorre tutta l'abilità del GGG nel fabbricare sogni.
Sembra impossibile che un piccolo libriccino contenga in sé tante avventure e che queste ne siano solo una parte. Ma chi conosce Roald Dahl sa bene con quale immediatezza sia in grado rendere le sensazioni più complete e le descrizioni più magiche, terrorizzando e addolcendo, ma anche costruendo divertentissimi siparietti, qui affidati alla storpiatura delle parole, agli effetti scoppiettanti dello Sciroppio e ai tentativi dei valletti della regina di allestire la colazione per il GGG.
 
Il film di Spielberg non delude il lettore cresciuto con Dahl. La pellicola vede la giovanissima Ruby Barnhill nei panni di Sofia e il premio Oscar Mark Rylance (insignito della statuetta per il suo ruolo di non protagonista ne Il ponte delle spie dello stesso Spielberg) in quelli del GGG. 
Il testo di Dahl è ben conservato, soprattutto nelle battute più spassose, anche se la sceneggiatrice Melissa Mathison ha preferito variare alcune sequenze, introducendo la figura di un altro bambino che ha arricchito, prima di Sofia, la vita del gigante e modificando il finale. Nel film alcune sequenze descrittive sono state tagliate, altre ampliate, ma, nel complesso, l'effetto è estremamente godibile sia per i lettori di ieri che per gli spettatori di oggi: in sala era evidente la presenza di molti adulti che, come me, sono stati svezzati con i romanzi di Roald Dahl e che hanno riso assieme ai bambini; questi ultimi, poi, di tanto in tanto correggevano l'italiano del GGG, dimostrando che i giochi lessicali e il grammelot che Dahl ha messo in bocca al gigante sono ancora attuali e che sono stati rispettati nel doppiaggio. Certo, può lasciare un po'disorientati la sostituzione dei popollani con gli esseri urbani (una scelta che attualizza il testo) e dell'Ora delle Ombre con l'Ora delle Streghe, ma i fan di Roald Dahl saranno certamente pronti a passarci sopra, vista la grandiosità di un film chiamato a reggere un difficile confronto, come sempre accade con i libri che hanno incantato milioni di lettori. E, si sa, i più piccoli sono anche i più esigenti.

Non era un essere umano. Non poteva esserlo. Era quattro volte più grande del più grande degli uomini. Così grande che la sua testa sovrastava le finestre del primo piano. Sofia aperse la bocca per gridare, ma non emise suono. La gola, come il resto del suo corpo, era paralizzata dalla paura.
Non c'era dubbio che quella fosse l'Ora delle Ombre.
C.M.
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