giovedì 20 luglio 2017

Sotto il peso delle nuvole (Spinello)

A maggio, nel corso del festival Rovigoracconta, ho partecipato ad un incontro dedicato alle storie di montagna, nel quale Claudio Morandini e Christian Spinello hanno dialogato con Christian Mascheroni su temi e riflessioni legate ai loro libri. Per l'occasione mi sono preparata leggendo Le pietre di Morandini, autore che già conoscevo e poi, incuriosita dalle parole del mio corregionale Spinello, ho deciso di acquistare anche il suo romanzo, intitolato Sotto il peso delle nuvole (Bibliotheka Edizioni).
Ad incuriosirmi è stata innanzitutto l'ambientazione del romanzo, che non ha a che fare con un ambiente montano qualsiasi ma con l'Altipiano di Asiago sconquassato dalla Grande Guerra. Come sapete, la narrativa dedicata al primo conflitto mondiale mi è particolarmente cara, perché offre moltissimi spunti di riflessione storica ed etica e restituisce inoltre voce alle masse di uomini mandati a morire in nome di interessi nei quali molte volte non si riconoscevano. I libri sulla Grande Guerra, insomma, ci richiedono un esame di coscienza, una attenta valutazione dei fatti umani nella Storia e, cosa non meno importante, tengono viva la memoria.
Lo stesso Christian Spinello ha fatto riferimento a due autori fondamentali nel ricordo dei fatti bellici del Novecento e nella descrizione delle montagne venete, cioè Emilio Lussu e Mario Rigoni Stern, quest'ultimo dichiarato esplicito modello per le storie montane assieme a Mauro Corona.
Il protagonista di Sotto il peso delle nuvole è il giovane Bastiano Dal Sasso, chiamato sotto le armi alla vigilia delle nozze con la compaesana Imelda. Bastiano abbandona il proprio villaggio, la famiglia e il caro mentore Italo Stern e sale sulle montagne a fronteggiare l'esercito austriaco, ma noi lo incontriamo poco prima del 4 novembre, quando è ormai pronto a ricongiungersi con l'esistenza che ha abbandonato per il fronte. Come molti reduci, tuttavia, Bastiano non ritrova la propria famiglia e il paese natale: i bombardamenti austriaci hanno distrutto ogni cosa e coloro che non sono morti sono sfollati in luoghi più sicuri. I suoi genitori e Imelda non ci sono più e Bastiano si ritrova di colpo privo di punti di riferimento e di qualsiasi sostegno economico da parte della nazione che ha servito, così il giovane decide di scendere a valle per cercare lavoro come manovale. Ma è a questo punto che la voce di Italo lo raggiunge, risvegliando il suo attaccamento alla montagna e ai sentimenti che con essa si sono identificati.
Sotto il peso delle nuvole è un breve romanzo caratterizzato da una scrittura piana e capitoli brevi che scandiscono i momenti della vita di Bastiano e il suo disorientamento alla fine della guerra. L'autore adotta uno stile semplice e talvolta grezzo, inserendo costantemente nelle sezioni narrative e nei dialoghi alcuni elementi della parlata veneta che conferiscono immediatezza e realismo al racconto, pensato da Spinello come un mezzo per evocare l'odore di legna che abbrustolisce nel camino. Il risultato è, dunque, non solo una storia di montagna, ma una storia montanara, nella quale bastano poche parole e non si indugia ad alcun lirismo, che dà più spazio a modi popolari che all'indagine psicologica. Tutto in maniera programmata, beninteso: nonostante un uso altalenante del corsivo per contrassegnare gli stilemi veneti, è facile comprendere anche senza la dichiarazione esplicita di Spinello che quello che si ha davanti è un libro pensato per risultare genuino, diretto, scarno ma ancorato alla concretezza del mondo rappresentato.
La storia, in sé, è poco articolata, proprio perché focalizzata sulle vicende di un unico personaggio, tuttavia è strutturata in modo coerente. Nella prima parte del romanzo la condizione dei soldati in guerra e dopo la guerra è resa in maniera efficace, in particolare nel momento in cui Bastiano scopre di non essere considerato un servitore dell'Italia nel momento in cui gli viene negato il contributo destinato a feriti, mentre mi sono in un certo distaccata dal protagonista nella seconda sezione del romanzo, quando egli abbandona il proprio passato e si getta senza convinzione in una nuova esistenza, vissuta quasi come un automa. Ecco, forse il difetto che si può trovare a Sotto il peso delle nuvole è questa scarsa simpatia suscitata dal personaggio che poteva essere forse resa con un maggior riferimento all'esperienza del reduce senza patria, un aspetto che si affaccia inizialmente ma che poi sbiadisce, anche se se ne avverte la presenza dietro ai gesti di Bastiano.
Sotto il peso delle nuvole è dunque un libro perfezionabile e che mi ha lasciato la sensazione di una scomoda fatalità nel modo in cui si è concluso, rapidamente e con una concentrazione di eventi fondamentali in poche righe, tuttavia contiene delle buone premesse e regala una piacevole lettura, prestando voce non solo alla vicenda personale di Bastiano, uomo come tanti spezzati dalla guerra, ma soprattutto alle montagne e al modo di vivere della gente che cresce fra di esse.
Ognuna di quelle povere anime aveva perso qualcosa, un pezzo importante della vita, e cercava di giustare il malanno con quello che gli veniva offerto. Offerte scadenti, s'intende. Nulla di umanamente possibile poteva riportare a com'era prima della guerra. Ma qualcosa, anche solo ago e filo per rammendare le calze in vista del gelo che bussava, qualsiasi cosa era una manna. Piuttosto che niente, meglio piuttosto. A qualcuno bastava un minimo, solo un poco di conforto, una pacca sulla spalla, sapere insomma di non essere dimenticato. A tutti, invece, senza distinzione alcuna, occorreva un nuovo seme della speranza. Speranza nel futuro, che voleva dire massimo l'indomani mattina.
C.M.

martedì 18 luglio 2017

Il multiforme Ulisse: la figura di Colombo

L'Inferno dantesco è il veicolo fondamentale della fortuna del mito di Ulisse: il canto XXVI è innegabilmente l'elemento-chiave nella trasformazione del mito classico in un vessillo della modernità. Come abbiamo già avuto modo di notare, l'eroe ritratto da Dante si presenta come l'individuo avido di conoscenza, disposto a sfidare qualsiasi limite per appagare quello che ritiene un bisogno naturale dell'uomo. Ecco, dunque, che il suo folle volo viene consacrato a simbolo immortale di sfida e di progresso, capace di adattarsi sia al fermento individualista romantico sia alla visione del progresso e del razionalismo tipica dell'Illuminismo.

Claude Lorrain, La partenza di Ulisse (1646)

Colui che consegna questo Ulisse dal duplice volto dalle mani di Dante in quelle degli scrittori del XIX secolo è Torquato Tasso, che per primo accosta la figura dell'eroe omerico a quella di un esploratore, Cristoforo Colombo, portando nella letteratura lo snodo cruciale fra età medievale e moderna. Nel canto XV della Gerusalemme liberata, infatti, si narra de viaggio dei guerrieri cristiani Ubaldo e Carlo verso le Isole Fortunate, laddove la maga Armida tiene prigioniero Rinaldo; all'altezza dell'ottava XII vengono descritte le Colonne d'Ercole e subito dopo l'imbarcazione con a bordo i due cristiani, significativamente guidata da una fanciulla di nome Fortuna, attraversa la mitica frontiera. Ubaldo, allora, interroga Fortuna, chiedendole se qualcun altro prima di loro abbia compiuto una simile impresa e se il nuovo mondo in cui si stanno inoltrando sia abitato (ottave XXV-XXVI):
Risponde: "Ercole, poi ch’uccisi i mostri
ebbe di Libia e del paese ispano,
e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,
non osò di tentar l’alto oceano:
segnò le mète, e ’n troppo brevi chiostri
l’ardir ristrinse de l’ingegno umano;
ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse.
di veder vago e di saper, Ulisse.

Ei passò le Colonne, e per l’aperto
mare spiegò de’ remi il volo audace;
ma non giovogli esser ne l’onde esperto,
perché inghiottillo l’ocean vorace,
e giacque co ’l suo corpo anco coperto
il suo gran caso, ch’or tra voi si tace.
S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,
o non tornovvi o vi rimase estinto;
Ulisse, secondo il racconto di Fortuna, ha osato intraprendere un'avventura di fronte alla quale lo stesso Ercole, prima di lui, aveva esitato, preferendo stabilire fra l'Africa e la penisola iberica li suoi riguardi (segnò le mete rimanda a Inf. XXVI, 108). Tasso descrive dunque la fatale navigazione di Ulisse, trasformando il folle volo in volo audace e mantenendo la metafora in associazione al movimento dei remi fatti ali.
Fin qui nulla di nuovo. La vera chiave di volta del mito si colloca invece qualche ottava più avanti (XXX-XXXII). Fortuna ha appena descritto alcune caratteristiche delle popolazioni che vivono nell'emisfero boreale, che, grazie all'ampliamento degli orizzonti geografici, non è più mondo sanza gente ma una terra popolata e variegata per usi e tradizioni; Ubaldo, dunque, non può fare a meno di domandarsi perché quel Dio che è sceso in terra per rivelare la Verità sembri volerne celare la conoscenza al mondo. Fortunata lo rassicura: Dio desidera che l'umanità progredisca in sapere e sarà un navigatore ligure a far conoscere i luoghi e i popoli che vivono al di là delle Colonne d'Ercole.
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
favola vile a i naviganti industri,
e i mar riposti, or senza nome, e i regni
ignoti ancor tra voi saranno illustri.
Fia che ’l piú ardito allor di tutti i legni
quanto circonda il mar circondi e lustri,
e la terra misuri, immensa mole,
vittorioso ed emulo del sole.

Un uom de la Liguria avrà ardimento
a l’incognito corso esporsi in prima;
né ’l minaccievol fremito del vento,
né l’inospito mar, né ’l dubbio clima,
né s’altro di periglio e di spavento
piú grave e formidabile or si stima,
faran che ’l generoso entro a i divieti
d’Abila angusti l’alta mente accheti.

Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontane sí le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama c’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti a i posteri tuoi ch’alquanto accenne,
ché quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
Naturalmente il viaggio di Ubaldo e Carlo non può essere accostato a quello di Ulisse, ma, piuttosto, è similare a quello di Dante: non un folle volo o una folle venuta, bensì un'impresa voluta da Dio, nella persona di Goffredo, per ricondurre il guerriero Rinaldo nell'esercito impegnato a Gerusalemme nella liberazione del Santo Sepolcro.
Con Tasso Cristoforo Colombo fa il suo ingresso nella poesia, arte in cui è destinato a ritornare periodicamente come simbolo del progresso, come incarnazione di quello spirito proteso alla conoscenza che Dante ha vestito con lo spirito di Ulisse. Così ritorna nell'ode di Giuseppe Parini L'innesto del vaiuolo (1765), testo che si inserisce nel dibattito illuminista in favore della diffusione del sapere e del progresso per il bene comune: Colombo, che ha sfidato le superstizioni, la paura dell'ignoto e la derisione di chi non condivideva i suoi progetti, è il simbolo di chi persegue il miglioramento scientifico e serve a descrivere al meglio il valore di chi non si lascia frenare dagli ostacoli e dall'ignoranza e raggiunge traguardi inaspettati (vv. 1-27).
O Genovese ove ne vai? qual raggio
brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
all'intentato piano
de lo immenso oceano?
Senti le beffe dell'Europa, senti
come deride i tuoi sperati eventi.

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
che natura ponesse all'uom confine
di vaste acque marine,
se gli diè mente onde lor freno imporre:
e dall'alta pendice
insegnolli a guidare
i gran tronchi sul mare,
e in poderoso canapè raccorre
i venti, onde su l'acque ardito scorre.

Così l'eroe nocchier pensa, ed abbatte
i paventati d'Ercole pilastri;
saluta novelli astri;
e di nuove tempeste ode il ruggito.
veggon le stupefatte
genti dell'orbe ascoso
lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
all'Europa, che il beffa ancor sul lito.
Tale dev'essere Giammaria Bicetti de'Buttinoni, dedicatario dell'ode, nella sua opera in favore della vaiolizzazione immunitaria in contrasto alla diffusione di una delle malattia col più elevato tasso di mortalità fra XVII e XVIII secolo, che fa strage soprattutto fra i giovani: Parini, in un'ode che ricorda l'orazion picciola, esorta il medico a non piegarsi di fronte all'ignoranza e a perseguire la strada del progresso, inseguendo virtute e canoscenza oltre le risate di scherno e i pregiudizi che hanno posto un limite paragonabile a quello delle Colonne d'Ercole per i marinai. Se il comune sentire accetta soltanto ciò che appare immediatamente utile («imperturbato il regno / de'saggi dietro all'utile s'ostina. / Minaccia né vergogna no 'l frena e no 'l rimove») e rifiuta il nuovo prodigioso che appar menzogna, occorre perseverare per eradicare il popolare error e restituire la salute ai posteri in forma di progresso (vv. 136-144).
L'accostamento di Colombo ad Ulisse sembra farsi debole e lontano, tuttavia, osservando i versi pariniani, si possono notare delle consonanze che, passando attraverso Tasso, riconducono la lode del valore dell'esploratore all'impresa dell'eroe dantesco: nel canto XV della Gerusalemme così come nell'ode di Parini si sottolineano l'ardire dell'impresa di Colombo («l'ardore / ... a divenir del mondo esperto» Inf. XXVI vv. 97-98; «il volo audace» G.L. XV, XXVI v- 2; «il più ardito di tutti i legni» G.L. XV, XXX v. 5 e «un uom de la Liguria avrà ardimento / a l’incognito corso esporsi in prima» in ibid. XXXII, 25; «audaci antenne» nel v. 2 dell'ode), l'ignoto che si staglia oltre le Colonne d'Ercole e la superstizione secondo la quale il limite geografico corrisponda ad un divieto religioso acciò che l'uom più oltre non si metta («i paventati d'Ercole pilastri» al v. 20 dell'ode); la vera novità, che si spiega con i progressi geografici maturati fra Dante e Tasso, sta nella menzione della convinzione che tali pregiudizi saranno scardinati e nella confutazione stessa delle parole di Dante («Tempo verrà che fian d’Ercole i segni / favola vile a i naviganti industri» in G.L. XV, XXX vv. 1-2 e «Erra chi dice, / che natura ponesse all'uom confine / di vaste acque marine» nell'ode).
E tuttavia Parini decide di regalare un'ultima concessione ulissiaca al suo Colombo: i versi «saluta novelli astri; / e di nuove tempeste ode il ruggito» non possono che riportare alla memoria le ultime parole di Ulisse prima dello scatenarsi della tempesta, laddove appaiono stelle mai osservate nell'emisfero boreale e fenomeni marini appartenenti al nuovo mondo:
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo. (vv. 127-129);

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto (vv. 136-138)
Cristoforo Colombo ritorna, in veste filosofica, nelle opere di Giacomo Leopardi, dapprima nella canzone Ad Angelo Mai (1820), poi nel Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez (1824). Dal confronto fra i due testi il Colombo leopardiano appare un elemento dialetticamente molto interessante, poiché apre delle contraddizioni che, in qualche modo, sono insite nel mito di Ulisse tràdito da Dante; l'Ulisse omerico, invece, non incontra l'interesse di Leopardi, che lo definisce un eroe né giovane né bello, per nulla amabile nonostante le sue miserie (Zibaldone 3602). 
Nella canzone Ad Angelo Mai, scritta per celebrare il ritrovamento della Repubblica di Cicerone (prima conosciuta solo relativamente al Somnium Scipionis del libro VI), Leopardi si concede un dialogo con alcuni grandi del passato, sulla scia della suggestione della riscoperta di un autore antico. Il poeta si rivolge a Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso e Alfieri. All'esploratore genovese, apostrofato come ligure adita prole (con una significativa citazione tassesca), Leopardi attribuisce un'impresa gloriosa che, tuttavia, ha gettato l'umanità in una crisi: la sete di conoscenza ulissiaca si è tradotta in una labitintica dilatazione del mondo che ha prodotto disorientamento e, soprattutto, ha tolto vigore e significato all'immaginazione, unico strumento che l'uomo possiede per accedere ad un barlume di felicità (vv. 87-105).
Ahi, ahi! ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco, tutto è simile, e, discoprendo,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
il vero, appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
e il conforto perí de’ nostri affanni.
Ora che gli orizzonti dell'umanità si sono ampliati e l'ignoto viene rappresentato sulla carta, il mondo non è più delimitato da un confine rassicurante, da quelle Colonne d'Ercole che rappresentavano il limite oltre il quale c'era il dominio della fantasia e che avevano la stessa funzione della siepe de L'infinito: nascondere, proteggere e, quindi, permettere un dolce naufragar nel mare dell'immaginazione. Del canto dantesco, insomma, rimane l'idea della protezione offerta dalla Natura (ancora benigna dispensatrice di pillole di felicità in forma d'illusione e d'ignoto) e di una conoscenza che produce effetti negativi su chi la desidera con troppo ardore. Una visione che sarà rivista nell'ultimo periodo, quando, con La ginestra, il poeta recanatese sosterrà la necessità di conoscere il vero ad ogni costo, quale che sia la condizione che comporta, non a caso elogiando la nobil natura affronta a viso aperto qualsiasi minaccia alla propria esistenza.
Nel mezzo, però, si colloca il Colombo delle Operette morali, che discute assieme al compagno di viaggio sul valore del navigare, esponendosi ad enormi pericoli sulla base di semplici congetture come, appunto, quella di un collegamento fra l'Atlantico e l'Oriente. Colombo non nega le ragioni di Gutierrez, tuttavia proprio il desiderio pericoloso di conoscere, di sapere se tutto il mondo sia abitato o se la sua parte ignota sia composta esclusivamente d'acqua, di incontrare altri popoli e di scoprirne la condizione, le doti, il grado di progresso costituisce il nerbo stesso dell'esistenza.
Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su queste navi, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo? se contento e felice, quello è da preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo a quale altro stato non sia da posporre. Io non voglio ricordare la gloria e l'utilità che riporteremo, succedendo l'impresa in modo conforme alla speranza. Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.
Pellegrino Tibaldi, Nettuno e la nave di Ulisse (1550)

L'esplorazione e la vita attiva non solo servono ad appagare il naturale bisogno dell'essere umano di sfuggire la noia, l'insoddisfazione e l'inattività che sono fonti di infelicità, ma, infondendo nella vita un germe di pericolo, producono anche un maggior attaccamento alla stessa, poiché nessuno desidera la vita più di chi la rischia in ogni momento, nessuno ama la terraferma più del marinaio che ne sente la mancanza, nel pieno rispetto della Teoria del Piacere e, in particolare, della visione catastematica della felicità ben espressa ne La quiete dopo la tempesta, laddove il piacere è definito figlio d'affanno (v. 32).
Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da' navigatori e soldati. Quanti beni che, avendoli, non si curano, anzi quante cose che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi!
Torna qui l'eco dell'Ulisse dantesco, per il quale, però, l'eroe omerico è necessaria premessa, con la curiosità che lo contraddistingue nelle più celebri avventure e le conseguenze devastanti di questo slancio (è Odisseo colui che vuole esplorare l'antro di Polifemo e non intende privarsi del piacere di ascoltare il canto delle sirene). Ulisse, dunque, resiste come simbolo del desiderio di conoscere, di sperimentare, di cercare la strada del progresso rispondendo alla naturale propensione dell'uomo ad uscire dallo stato di ingenuità ferina o infantile e raggiungere la maturità e la piena consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda, sebbene Leopardi, come si legge nello Zibaldone (383-384), riconduca questo slancio non al puro ardore di conoscenza, bensì al desiderio di sentire infinitamente e alla tensione al più generico Piacere (che, materialmente e momentaneamente, può anche identificarsi con la conoscenza, ma rimane intrinsecamente legato alla sola immaginazione) e, appunto, al tentativo di sfuggire la noia.
In quanto incarnazione del naturale istinto dell'essere umano a gettarsi nell'avventura per conoscere (quale che ne sia il germe) e per liberarsi dalle superstizioni e dai limiti, Ulisse è, per adottare il linguaggio ermeneutico di Erich Auerbach, figura, cioè anticipazione e rappresentazione simbolica di grandi esploratori come Cristoforo Colombo e di scienziati al servizio della medicina, come nell'ode di Parini, ma anche degli astronauti e di qualsiasi altro tenace studioso.
Certo è che Leopardi solleva un dilemma anch'esso insito nell'Ulisse omerico e nella profezia di Tiresia: prendere il mare, inseguire virtute e canoscenza, esplorare sono azioni che producono un progresso nel sapere, aprono nuove strade, abbattono le frontiere. Eppure, al contempo, queste avventure provocano disorientamento, dilemmi, dubbi, pericoli, infelicità e, in casi estremi, la morte, rendendo l'esplorazione, insieme, necessaria e spaventosa.

C.M.

venerdì 14 luglio 2017

Il telefono senza fili e La battaglia navale (Malvaldi)

Estate significa svago e per me i mesi più caldi sono l'occasione per leggere o grandi classici o agili romanzi che, a ben guardare, sono più che altro racconti lunghi. Nel segno del giallo, sono tornata al BarLume di Marco Malvaldi, fra i vecchietti pettegoli e lo staff composto dal barrista Massimo, dalla banconista Tiziana e da un nuovo barman che al primo non va a genio, come, del resto, la gran parte dell'umanità.

Ne Il telefono senza fili Pineta comincia a delinearsi maggiormente come un luogo turistico: Massimo e Aldo gestiscono insieme un ristorante moderno (potremmo dire un locale gourmet) chiamato Bocacito, che rappresenta un po'la veste serale del BarLume, dal momento che, dopo la giornata di cappuccini, panini e aperitivi, il lavoro si sposta in questo nuovo scenario, dove si moltiplicano le possibilità degli arzilli pensionati di farsi gli affari del prossimo. Grazie ai clienti dell'agriturismo dei coniugi Benedetti, infatti, si apprende la scomparsa della signora Vanessa proprio nel giorno in cui doveva essere offerta una monumentale grigliata. I vecchietti gettano immediatamente il seme del dubbio: sicuramente Gianfranco Benedetti, che ha appena divorziato forse esclusivamente per mettere in piedi una truffa fiscale assieme alla consorte, ha assassinato e chiuso nel bagagliaio della propria auto la signora. A fornire criptici indizi sul luogo in cui trovare la donna è il cartomante Atlante, al secolo Marcello Barbadori, che, tuttavia, viene ben presto ritrovato cadavere. Si sospetta un suicidio, ma il barrista Massimo, apparentemente occupato a redarguire i quattro anziani ficcanaso, segue al solito le indagini dal suo locale, beneficiando delle lunghe conversazioni fra i vecchietti e il nuovo commissario, Alice Martelli, ben più propensa del suo predecessore Fusco ad avvalersi della vox populi della bocciofila.
La battaglia navale, ad oggi l'ultima avventura del BarLume, è invece incentrato sulla morte e sul ritrovamento di una giovane donna identificata come una badante ucraina di nome Olga e su un atto vandalico che lo segue di poco: quattro ville liberty lungo la splendida Passeggiata del Saracino vengono deturpate con delle scritte che, ad uno sguardo sommario, sembrano inneggiare al terrorismo islamico, ma che, invece, sono soltanto un atto ridicolo che costa ad Alice e a Massimo la rinuncia ad una vacanza in Portogallo. Il commissario, infatti, non riceve l'incarico di indagare sulla morte di Olga, ma sullo scempio di qualche teppista, sebbene non tardino a rivelarsi, sempre grazie al quartetto uretra, i collegamenti e le informazioni in merito alla comunità di donne ucraine di Pineta e ai rapporti con la famiglia di un certo avvocato Rossi la cui casa risulta l'unica villa del Saracino ad essere stata risparmiata dai vandali.
I due romanzi di Malvaldi sono molto diversi fra loro. Il telefono senza fili ha una vicenda giallistica poco avvincente e sottotono, mentre prevalgono gli esilaranti teatrini di Ampelio, Gino, Aldo e Pilade, nei quali si raggiungono picchi davvero spassosi: si perdona la debolezza della componente criminosa, perché il resto compensa molto bene. La battaglia navale è invece un romanzo decisamente inferiore non solo al capitolo immediatamente precedente ma anche a tutti gli altri della serie del BarLume, dal momento che presenta in maniera contorta e poco convincente la vicenda al centro delle indagini, subisce un calo di verve anche sul versante delle conversazioni dei Vecchietti e sembra quasi perdere il suo protagonista, ridotto a poco più di un fabbricante di cappuccini e quasi svuotato del suo ormai familiare carattere misantropo.
Dover registrare questa caduta nei gialli di Malvaldi è un peccato. Vero è che quasi inevitabilmente le serie romanzesche, specie se ambientate in contesti circoscritti e basate sull'interazione fra pochi personaggi, tendono a diventare ripetitive e a consumarsi, tuttavia fino a Il telefono senza fili sembrava esserci la sicurezza della durevolezza delle avventure del BarLume. Vedremo se Malvaldi riuscirà, come mi auguro da assidua frequentatrice di Pineta, a risollevare le sorti di questa serie o se, invece, riverserà la sua carica narrativa in una nuova avventura giallistica.
«Uno, hanno capito che da queste parti nessuno è in grado di farsi i cazzacci suoi. Due, ormai siamo diventati il litorale del delitto. Lo scorso settembre è venuta anche una troupe tv, a fine estate, a chiederci come mai nel corso della stagione non avevano ancora ammazzato nessuno. Gli abbiamo dovuto spiegare che se non si toglievano dai coglioni eravamo sempre in tempo, ma resta il fatto che ai fatti di sangue ci siamo assuefatti. Ormai la gente vede un delitto anche in un novantottenne che muore d’infarto.»
C.M.
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