lunedì 18 febbraio 2019

Una barca nel bosco - P. Mastrocola

Quest'anno ho deciso di impostare il percorso di narrativa della classe prima sulla narrativa di formazione, privilegiando questo genere rispetto a tutti gli altri che il manuale propone, scelta dettata sia dalla necessità di 'stringere' un programma altrimenti vastissimo sia dall'importanza che i temi trattati possono avere per coloro che si affacciano al mondo dell'adolescenza e che, quindi, più facilmente si riconoscono nelle avventure dei protagonisti e nelle loro riflessioni. Così, anche ispirandomi a spunti ricevuti durante il tirocinio, ho deciso di assegnare la lettura di Una barca nel bosco di Paola Mastrocola, che io stessa lessi per la prima volta nei primi anni del liceo.
C'è qualcosa di amaramente realistico e grottescamente surreale nelle disavventure di Gaspare Torrente, che incontriamo mentre, lasciata la sua isola nel Meridione, si appresta a frequentare il primo anno di liceo a Torino. Con le sue scarpe con la para di gomma che non reggono il confronto con le Naik dei compagni, i maglioncini così diversi dalle felpe col cappuccio che tutti portano, il giubbotto giallo polenta che si vergogna a indossare, Gaspare appare fin dall'inizio del romanzo un elemento estraneo al mondo in cui tenta di inserirsi, un po'stigmatizzandone le assurdità, un po'assecondandole: è, come gli dice la madre, una barca nel bosco, un ragazzo difficile da capire sia per i genitori che per i compagni di classe e i professori. A Torino Gaspare vive con la madre e con zia Elsa, mentre il padre è rimasto a lavorare nel sud, con la sua barca, fiero dei sacrifici fatti per un figlio dalle grandi doti per il quale immagina un futuro migliore del proprio; ma il ragazzo, con le sue stramberie, con i suoi goffi tentativi di farsi accettare, con la sua difficoltà di sopportare il vecchio arredamento dell'appartamento in cui vive e gli odori della gastronomia che la madre ha aperto sotto casa per potergli comprare ciò di cui ha bisogno per la scuola e per la sua difficoltosa vita sociale, con il fastidio che gli provoca doversi rivolgere ai compagni per avere accesso alle email, non sa come far capire alla famiglia che lui non desidera nulla di tutto ciò. La scuola non lo sodisfa, anzi, lo mette nelle condizioni di assumere atteggiamenti artificiosi, di dover fare di tutto per abbassare i voti di latino, di fare dell'amore per la poesia oraziana un'attività segreta anziché un motivo di orgoglio. Il suo unico appoggio, l'insegnante madame Pilou che lo ha incoraggiato ad imparare il francese e la letteratura, non risponde nemmeno più alle sue lettere e i nuovi professori sono tutti presi da un modo di fare scuola alternativo, nebuloso, inadatto a recepire i talenti e i problemi degli alunni. Anno dopo anno, incontro dopo incontro, fallimento dopo fallimento, Gaspare affronta un percorso che, anziché portarlo più vicino a se stesso, al compimento della propria formazione, lo conduce invece in un mare di domande, incontro a esperienze frustranti, infruttuose, deludenti. Trova conforto e motivazione solo nella cura degli alberi, cui si è appassionato quasi per caso, dopo aver comprato una pianta per mascherare un orribile tubo nel salone di casa e rendere l'appartamento più accogliente e gradevole per l'ingrata ospite arrivata grazie allo scambio culturale scolastico. Gaspare ha per le piante quell'interesse genuino che a lui è mancato: si preoccupa di offrire loro spazio, luce, acqua, movimento affinché, pur costrette a rimanere in un posto contro la loro volontà, possano comunque sentirsi bene, essere tutelate nel loro diritto di crescere sane e forti.
La storia di Gaspare Torrente è, a tutti gli effetti, quel percorso di sformazione che annuncia la quarta di copertina. Nel suo stile semplice e surreale, la narrazione trae la sua forza dal processo di straniamento che si delinea pagina dopo pagina, quando, sotto gli occhi del lettore, Gaspare analizza freddamente quella realtà che non gli riserva altro che delusioni e, a suo modo, tenta di resisterle e di acclimatarsi, se combattere non è possibile.
Da insegnante che ha più volte espresso le sue perplessità sulla direzione presa dal sistema di istruzione italiano e da scrittrice graffiante, Paola Mastrocola ha saputo reinterpretare abilmente la materia narrativa dei romanzi di formazione, adattandola ai tempi e alla società italiana. C'è, fra le sue pagine, qualcosa dell'utopia di Cosimo Piovasco di Rondò, anch'egli proiettato a vivere fra le piante, simbolo della crescita e della condizione tipica degli adolescenti, che si tendono verso l'età adulta senza poter evitare di porsi il problema di dove affondino le proprie radici, anch'egli alla ricerca di un senso personale, anch'egli alle prese con il difficile compito di imparare a relazionarsi con gli altri anche laddove il carattere e l'istinto sembrano creare fratture insanabili.
Nel rileggere Una barca nel bosco dopo tanti anni, ho trovato più facile cogliere rimandi letterari e frecciatine critiche su alcuni aspetti sociali che, da ragazzina, forse non avvertivo come allarmanti. Come mi è spesso accaduto di fronte a precedenti riletture di altri libri, anche in questo caso il mio giudizio nei confronti di questo romanzo ha avuto come esito una rivalutazione in positivo: lo avevo apprezzato molto da quattordicenne e ora, a sedici anni di distanza, lo ho compreso e avvertito nella sua forza ancora di più. Perché ogni buona storia di formazione prevede anche questo confronto con i rischi della decostruzione, con la crisi, con quell'esperienza traumatica e insieme affascinante che è il mutamento di un'idea, di una convinzione, di un'idea di vita, molte volte come conseguenza di un ostacolo imprevisto, di una delusione, di un incontro.
Gaspare Torrente passa attraverso alcune situazioni normalissime, altre paradossali, altre ancora estremizzate e stereotipate, ma si afferma come un individuo. Si può parteggiare per lui nel corso di un capitolo e poi, di colpo, disprezzarlo, dal momento che è verosimile: un adolescente con aspirazioni, limiti, risorse e difetti all'affannosa ricerca del proprio posto nel mondo.
Volevo andare a vedere di che colore era, se era diverso dal mare della mia isola ad esempio, se davvero un oceano è più grande di un mare. Cercavo l’idea di grandezza, l’idea. Speravo di incontrarla, di vedermela davanti spianata e palpitante. Mi tenevo stretto questo pensiero per quando avrei finito la scuola, ero libero e la vita ce l’avevo davanti, dico la vita che volevo, che è un po’come avere un oceano davanti. Avevo solo paura che invece non fosse niente, che fosse come il mare, perché l’infinito te lo dà benissimo anche un mare, non c’è bisogno di un oceano: finiscono tutti e due con l’orizzonte, e l’orizzonte è uguale da tutte le parti, non è che c’è scritto sopra «orizzonte di mare» oppure «orizzonte di oceano».
C.M.

domenica 10 febbraio 2019

La sesta candelina è dedicata agli studenti

Domenica, come sei anni fa. A conclusione di tante considerazioni e a chiusura di tanti dubbi, Athenae Noctua vedeva la luce. A pensarci bene, le esitazioni che hanno preceduto l'avvio della mia attività di blogger erano piuttosto inutili: mi sembrava di dover avere chissà quali importanti rivelazioni da comunicare per aprire un sito di questo tipo, o che fosse necessario poter contare su chissà quali numeri di visitatori e follower perché una simile avventura avesse senso.
Invece, insieme alla neve, il 10 febbraio 2013, la civetta è arrivata e, pian piano, ha trovato una direzione.
Una civetta che negli ultimi due anni ha svolazzato, più che volare, oberata com'era da tanti impegni: lo scorso anno ho scritto meno della metà dei post rispetto al 2017 e poco più di un terzo rispetto all'anno precedente, ma, come vi ho già spiegato, ho avuto delle buone ragioni per rallentare e nessun rimpianto. Del resto penso che un blog - o, almeno - il mio blog - non debba essere un concentrato di scadenze e impegni e tantomeno dovrebbe sostituire le esperienze reali al di fuori della rete, ma, semmai, esserne un completamento, come una finestra che si apre verso frontiere altrimenti irraggiungibili, quelle in cui ho incontrato tutti voi che passati di qui, alcuni ininterrottamente fin dai primi mesi.


In sei anni sono arrivati lettori, amici, commentatori, qualche spammer (ché, alla fine, un blogger si sentirebbe snobbato, a essere l'unico a non ricevere l'assalto del santone di turno o dello spacciatore di prestiti), un abile copista che ha poi fatto sparire le tracce dei suoi post spudoratamente asportati da qui, voci di colleghi che, con mio rammarico, sono spariti dalla blogosfera, scrittori che mi contattavano per promuovere i loro libri, rivolgendosi a me con la formula «gentile redazione» e anche tanti studenti alla ricerca di suggerimenti per approfondimenti scolastici o tesine di laurea.
Questi ultimi hanno sempre un posto particolare nei miei pensieri sulla storia del volo di Athenae Noctua. A volte immagino che l'impennata delle visualizzazioni dei post su alcuni argomenti molto scolastici o su libri che tipicamente noi professori assegniamo sia il frutto delle ricerche di qualche alunno curioso - o disperato - e, da insegnante, cado in preda alla tenerezza. Ne sono felice, non perché questi studenti leggono i miei post (cosa che comunque mi fa piacere), ma perché significa che tanti ragazzi e ragazze sanno utilizzare la rete per scopi costruttivi. Quando, poi, mi scrivono una email per chiedermi ulteriori informazioni o addirittura delle indicazioni bibliografiche, mi sciolgo. Perché sono un'insegnante, ma qui non ho la pretesa di insegnare nulla, anzi, come in classe, molto spesso imparo più di quello che credo di trasmettere.
Nel tempo ho conosciuto Alice, che mi chiedeva suggerimenti per una tesina di maturità su van Gogh e i possibili collegamenti poetici alle sue opere, Elena, che allo stesso scopo si è incuriosita al post sugli esordi letterari, Vittoria, collega classicista laureanda con una tesi sui filtri d'amore, Greta, liceale che voleva saperne di più sul rapporto fra gli Scapigliati e Manzoni, Chiara, un'altra maturanda appassionatasi agli Amori difficili di Calvino. Nel mezzo sono finiti anche un mio studente di qualche anno fa, che ha pensato bene di consegnarmi una recensione di un libro da me assegnato senza accorgersi che io stessa ero l'autrice del pezzo che aveva scaricato da Internet e un altro che mi ha chiesto se avessi aperto un sito e che si è fatto bastare la mia risposta «Sì, ci puoi trovare un sacco di informazioni utili per l'approfondimento di tanti argomenti che stiamo studiando» per decidere di non avventurarsi più nell'indagine delle mie sortite in rete. Alla fine, è un piccolo trionfo anche sapere che hanno strappato pochi minuti a Youtube per leggere qualche riflessione umanistica, anche se allo scopo sbagliato.
Ma torniamo ad Alice, Elena, Vittoria, Greta e Chiara e agli allievi che mi hanno concesso un po'di fiducia. A loro va un ringraziamento speciale, ma soprattutto un augurio a mantenere quella curiosità che non solo alimenta piccole aree virtuali come questa, senza alcuna pretesa di esaustività, ma soprattutto rende speciale il cammino della formazione individuale. Che ogni studente capace di trasformare Google in una vera risorsa per imparare possa sempre essere soddisfatto, anzi riempito di ulteriori dubbi e curiosità e navighi, voli alla ricerca di conoscenze, chiavi per accedere all'interpretazione di testi, opere d'arte, messaggi di vario genere.
La curiosità ha portato me, sei anni fa, a uscire dal guscio dell'autoreferenzialità accademica (che mi aveva a dir poco nauseata), a confrontarmi, a scoprire nuovi autori, ad approfondire argomenti in merito ai quali ero totalmente ignorante, a partecipare a giochi con altri blogger, a confrontarmi con tanti altri comunicatori, a scambiare esperienze e idee con tante persone, a imbattermi in stimoli che poi ho portato anche nel mio lavoro di docente. Ebbene, spero che quella stessa curiosità porti ogni giovane ricercatore di sapere e comunicazione ad essere altrettanto soddisfatto del tempo trascorso in rete e che, spento il monitor, ciascuno dei miei lettori virtuali abbia qualcosa da portare con sé nella realtà.
Perciò, cari studenti, quest'anno le candeline le spengo con voi (e mi concedo anche questo anacoluto da penna rossa). Anche se so che qualcuno di voi potrebbe aver copincollato qualche recensione per una scheda di lettura presentata a qualche mio ignaro collega.
Non me ne vogliano i lettori e colleghi blogger se al tradizionale ringraziamento per la lealtà e la stima che mi accordano da tanto tempo ho voluto anteporre questo saluto speciale. Ciascuno di coloro che passano di qui, a suo modo, è importante per tenere in volo Athenae Noctua: grazie!

C.M.

venerdì 8 febbraio 2019

Madonna col cappotto di pelliccia - S. Ali

Chi è Raif Effendi, l'insignificante impiegato senza interessi e incapace di avanzare alcuna protesta di fronte ai rimproveri, spesso gratuiti, del suo superiore e dei colleghi? A questa domanda cerca di rispondere il giovane narratore di Madonna col cappotto di pelliccia, romanzo dell'autore turco Sabahattin Ali, fortunatamente riscoperto e consacrato al successo internazionale negli ultimi anni. A portare in Italia la storia di quello che sembrerebbe l'ennesimo uomo senza qualità ma che ben presto si rivelerà un indimenticabile storia d'amore è Fazi editore, che ha pubblicato il libro, nella traduzione di Barbara La Rosa Salim, lo scorso 10 gennaio, inaugurando felicemente un anno di nuove pubblicazioni.
 
«Tra le persone che mi è capitato di incontrare nel corso della mia esistenza ce n'è una che mi ha segnato più di ogni altra». Inizia così la storia di un giovane di Ankara che, in un momento di grande difficoltà, viene soccorso da un vecchio amico che, forse per far sfoggio del proprio prestigio e del proprio successo, gli offre un lavoro come curatore dei rapporti della sua azienda con le banche. Il ragazzo si trova a dividere l'ufficio con il traduttore Raif Effendi, che attira ben presto la sua attenzione per la sua totale remissività, ma anche l'abitudine di leggere, di tanto in tanto, il contenuto di un libriccino che tiene nel cassetto della scrivania. Raif insinua nel suo nuovo collega la curiosità, la certezza che debba esserci una spiegazione per quel suo carattere apparentemente debole, per la sua totale accondiscendenza e per la mancanza di amor proprio che sembra caratterizzarlo. Il desiderio di saperne di più si acuisce quando Raif si ammala gravemente e chiede al narratore di recuperare il suo prezioso taccuino, nel quale è custodito il segreto della sua esistenza. Raif lo vuole perché sia distrutto assieme alla sua vita, ma il collega ottiene il permesso di leggerlo e si trova così catapultato negli anni giovanili di Raif, in una Berlino appena uscita dal primo conflitto mondiale e gravata da una pesante crisi.
Anche il giovane Raif sembra mancare di una direzione e di una volontà che gli permetta di trovare la propria strada: lavora senza alcuna motivazione in una fabbrica di saponi, non ha interesse a proseguire l'attività paterna, passa il proprio tempo fra letture solitarie e vagabondaggi per le strade. Finché, ad una mostra d'arte, si imbatte nel ritratto di una donna bellissima, di cui lo colpisce l'espressione innocente e determinata, malinconica ma segno di una personalità forte. Il dipinto è l'autoritratto di una giovane pittrice di nome Maria Puder, ma Raif, che coglie un insolito accostamento della figura rappresentata con il viso della Madonna delle Arpie di Andrea del Sarto, lo intitola Madonna col cappotto di pelliccia. Mentre è assorto nella contemplazione, giorno dopo giorno, del quadro, non immagina che il destino lo possa mettere proprio sulla strada di Maria Puder, eppure è proprio ciò che accade. Inizia così il racconto di una passione fatta di contraddizioni, slanci e fughe, perché Maria, come Raif, è alla ricerca di qualcosa e non crede che per lei la realizzazione possa associarsi all'amore.
L'incontro di Raif e di Maria è un'esperienza letteraria degna di un grande classico. I due hanno entrambi paura, a modo loro, di soffrire, di perdersi, di vedere le proprie aspirazioni infrante nell'impatto con la realtà. Per questo il loro rapporto è intrigante, lacerante, travolgente, così come la narrazione che ne scaturisce.
Madonna col cappotto di pelliccia, nella sua essenzialità, è un romanzo forte, profondo, ricco di sfumature. Sabahattin Ali ha ricostruito con intensità il carattere di Raif, attingendo anche alla propria esperienza di giovane turco a Berlino, negli stessi anni in cui vi ha immaginato il suo protagonista. Il lettore incontra Raif attraverso il giudizio impietoso del narratore (Era, in pratica, il tipo d’uomo che ci induce a chiederci: «Ma che campa a fare? Cosa ci trova in questa vita? Quale logica lo costringe a continuare a respirare? Quale sapienza lo sospinge passo dopo passo su questa terra?»), ma da questi è portato a nutrire verso di lui una tale compassione da indurlo a volerlo conoscere davvero. Proprio la storia di Raif con Maria spiega il suo comportamento, la sua tendenza a non formulare opinioni avventate sul prossimo, a comprendere la ragione dietro al torto altrui. Perché Maria gli ha insegnato questo, vicina a lui e con la sua lontananza.
In Madonna col cappotto di pelliccia il lettore trova una storia appassionante, scorrevole, in grado di appagare il desiderio di una buona lettura, ma anche l'occasione di incontrare un autore di grande sensibilità e di riscoprire la sua storia. Perché, se non fosse stato ucciso nel 1948 sul confine turco-bulgaro per questioni legate alla politica della giovanissima Repubblica turca, Sabahattin Ali avrebbe avuto ancora tanto da raccontare.
Ma da quando avevo visto quel dipinto, tutto era cambiato. Sentivo di aver vissuto di più nelle ultime settimane che in tutti gli anni della mia vita messi insieme. Ogni giorno, ogni ora e persino i momenti in cui dormivo erano pieni. Non solo i miei arti stanchi avevano ricominciato a vivere, ma anche la mia anima e certi lati di me che, a mia insaputa, erano rimasti sepolti in un angolo recondito, tornavano a riaffiorare all’improvviso offrendomi delle prospettive preziose e attraenti. Maria Puder mi aveva insegnato che avevo un’anima.
C.M.