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martedì 23 agosto 2016

Uomini in guerra (Latzko)

Per decenni dopo la conclusione delle ostilità, la prima Guerra mondiale è rimasta un mito su sui si sono fondati slogan propagandistici e patriottici. Una tendenza che ha avuto vigore in particolare con l'acutizzarsi dei movimenti nazionalisti europei, ma che, forse, ancora non si è spento, come dimostra la permanenza del concetto di celebrazione in luogo di quello di commemorazione in relazione alla Grande Guerra.

La denuncia degli orrori bellici è stata a lungo considerata alla stregua di un tradimento. Per questo motivo libri come Uomini in guerra, ripubblicato da Keller editore, hanno destato scandalo e alimentato i roghi di libri nazisti. Andreas Latzko, come Erich Maria Remarque, subì la censura per per aver rivelato agli Europei la falsità del mito della bella morte di cui era stato rivestito l'incubo bellico, trovandosi costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti.
Uomini in guerra è infatti una raccolta di racconti che trattengono e rilasciano in dosi enormi il delirio della vita di trincea e degli assalti. La narrazione risulta dalla composizione di eventi direttamente vissuti dall'autore sul fronte dell'Isonzo, dal lato austro-ungarico. Qui Latzko si ammalò di malaria, ma non ottenne l'allontanamento dal fronte fino al forte shock subito durante il bombardamento italiano dell'area di Gorizia. In seguito a questo episodio ottenne il ricovero e, successivamente, il trasferimento in Svizzera per il recupero. Uomini in guerra fu scritto nello Stato elvetico, dove venne pubblicato nel 1917, e l'interessamento di Karl Kraus si diffuse in tutto il mondo, iniziando a disturbare la roboante propaganda nazionalista e interventista.
Suddiviso in sei episodi, Uomini in guerra si fa bastare 158 pagine per raccontarci la guerra e i drammi di chi l'ha vissuta in ogni sfaccettatura: la paura della partenza, il delirio dei reduci e il disagio degli amputati, la disumanità dello Stato maggiore che manda a morire gli uomini senza alcuno scrupolo e che ne irride il terrore e il dolore, l'attesa della morte dei feriti che si dissanguano senza ricevere aiuto o che sono risucchiati nel vortice della demenza indotta dai bombardamenti e dalle continue carneficine. 
Il racconto, naturalmente, è molto crudo, come qualsiasi narrazione di un reduce, ma affronta con grande dignità la situazione delle vittime della Grande Guerra, senza mai indulgere in pietismi gratuiti, descrivendo con oggettività disarmante la morte al fronte e negli ospedali, oppure la morte che dagli ospedali esce, contaminando in modo inarrestabile le esistenze di coloro che sono scampati ai proiettili, alle mine e al filo spinato.
Andreas Latzko (1876-1843)
Ciò che più ci fa comprendere l'assurdità del primo conflitto mondiale, però, è la constatazione che quanto scrive Latzko dalle trincee austro-ungariche riflette esattamente la realtà che ci è nota attraverso le pagine di chi combatteva dalle postazioni italiane, come Ungaretti e soprattutto Emilio Lussu, così come le corrispondenze di Erich Maria Remarque sul fronte occidentale tedesco. Questi uomini, che hanno combattuto in luoghi diversi e vicini oppure separati da chilometri e chilometri, hanno vissuto gli stessi drammi, provato le stesse paure, sono inorriditi di fronte alle stesse atrocità. Erano, cioè, soldati che, come si legge nelle loro testimonianze, avevano più in comune con il loro nemico che con i generali e i governi che li mandavano a morire, che condividevano l'orizzonte sociale di chi erano chiamati ad uccidere, più che il trionfalismo di chi ordinava loro di farsi assassini. 
Uomini in guerra è forse la narrazione sulla prima Guerra mondiale che più mi ha sconvolta e che trova un corrispettivo cinematografico nel film torneranno i prati di Ermanno Olmi: questi due documenti, da soli, basterebbero a descrivere che cosa sia stata la Grande Guerra, quali orrori abbia generato, quali enormi danni abbia prodotto in uomini e donne di tutto il mondo. Ecco perché è una lettura che consiglio: Uomini in guerra è un appello alla coscienza, un manifesto del valore della memoria (magistralmente riassunto nel racconto Il camerata), un monito a riflettere sul prezzo umano della guerra prima di pronunciare con troppa facilità l'auspicio di un nuovo conflitto.
La guerra si comportava come il fiume che da nord scendeva con una fretta irosa dalle montagne, schiumante di rabbia su ogni pietruzza che incontrava sul suo corso; e che dall’altro lato, dove c’erano le ultime case, si accomiatava dolcemente dalla città, tutto mansueto, tutto un gorgoglio sommesso, come in punta dei piedi, come assopito dal trasognamento che rispecchiava.
C.M.

martedì 16 agosto 2016

I cento anni de I fiumi

Solo per qualche ora la guerra tace, alle spalle del fronte si sente solo il debole scroscio delle acque. È il 16 agosto 1916. Giuseppe Ungaretti è un soldato di non ancora ventotto anni - mi accorgo che ha la mia età - e decide di affidare ad una poesia la sensazione di una rara felicità che lo ha colto mentre compiva i gesti più banali possibili, quelli di un bagno ristoratore per levarsi di dosso lo sporco della violenza.
Sono lieta di dedicare il cinquecentesimo post di Athenae Noctua all'epifania che un giovane soldato ha scritto giusto un secolo fa a Cotici, presso San Michele del Carso. I fiumi, infatti, è uno dei testi che amo di più, uno di quegli scorci dell'animo che fanno capire realmente cosa significhi poesia e quale sia la funzione di questa arte difficile e delicata.

L'Isonzo a Caporetto

I fiumi è un documento di identità, come lo ha definito il suo stesso autore, è la descrizione di un meraviglioso stato di grazia in cui l'uomo - quell'uomo che darà il titolo alla raccolta di tutte le poesie ungarettiane - entra in armonia con la natura che lo circonda, con lo spazio, con il tempo. L'acqua dell'Isonzo lenisce le ferite, annulla le distanze, abbraccia l'essere umano e lo trascina in un grembo protettivo dove non arrivano né il rumore delle bombe né il nero della polvere da sparo.
«Finalmente mi avviene in guerra di avere una carta d’identità: i segni che mi aiuteranno da quel momento e di cui in quel momento prendo conoscenza come i miei segni sono fiumi, sono i fiumi che mi hanno formato. Questa è una poesia che tutti conoscono ormai, è la più celebre delle mie poesie: è la poesia dove so finalmente in modo preciso che sono un lucchese e che sono anche un uomo sorto ai limiti del deserto e lungo il Nilo. E so anche che se non ci fosse stata Parigi, non avrei avuto parola; e so anche che se non ci fosse stato l’Isonzo, non avrei avuto parola originale.»
La poesia stessa fonde diversi momenti e, nella disposizione dei versi, mira a neutralizzare i segni della morte e del dolore di cui è gravido il paesaggio carsico con la purezza dell'Isonzo, nel quale confluiscono tutte le esperienze che hanno reso Giuseppe Ungaretti Giuseppe Ungaretti e non altri e che, al tempo stesso, fissano nella sua identità la garanzia di poter essere un unico nell'universo, fra tanti altri unici che si integrano armonicamente. Un messaggio di certo molto forte nel pieno del più grande conflitto bellico che il mondo ha vissuto fino a quel momento.
La poesia descrive un ricordo da cui scaturiscono altri ricordi, così da comporre un quadro su tre livelli temporali. È notte sul Carso. Il poeta è solo, immerso in una natura devastata dalla guerra, polverizzata, che immediatamente rivela la propria capacità di confondersi con l'essere umano.
Mi tengo a quest'albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna (vv. 1-8)
Le trincee nel Carso

La natura carsica è umanizzata: i rami dell'albero non sono recisi, ma mutilati, come arti. Nei versi successivi, al momento della descrizione del bagno nell'Isonzo, sarà il poeta a perdere i propri tratti umani, descrivendo se stesso come una parte del corso d'acqua. L'annullamento dell'essere umano è trasmesso anche dall'assenza della punteggiatura, un tratto ben noto della produzione del primo Ungaretti: «abbandonato», al v. 2, può essere ricondotto sia all'albero, quasi fosse l'unica bandiera superstite in un paesaggio bombardato, sia all'uomo, solo in un paesaggio in cui tutto ciò che resta da ammirare è la luna. E, come da tradizione, la contemplazione del satellite nel cielo risveglia i ricordi, traghettandoci senza forzature nel secondo livello narrativo, corrispondente alla mattina stessa del 16 agosto.
Stamani mi sono disteso
in un'urna d'acqua
e come una reliquia
ho riposato

L'Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattr'ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull'acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole (vv.9-26)
Questi versi, intrisi di un'aura sacrale, descrivono meglio l'idea della fusione panica dell'uomo nella natura: nelle acque dell'Isonzo avviene come una rigenerazione, una morte che prelude alla risurrezione, accogliendo il poeta in un'urna purificatrice. L'uomo diventa, dunque, uno dei tanti sassi adagiati nel letto del fiume, non è un essere estraneo e solo quale ci è sembrato in apertura al testo. 
Si nota, inoltre, il protrarsi della metafora circense dalla prima alla quarta strofa: Ungaretti ricorre qui ad un'immagine che nella percezione comune è connotata di grande malinconia, ma l'associazione fra lo scenario carsico e il circo è in realtà molto più cruda: la conca del circo, vuota mentre gli artisti non si esibiscono, è accostata alla dolina scavata nel terreno dalle bombe che hanno lasciato sopravvivere soltanto l'albero che fa da sostegno al poeta. Due luoghi senza vita, in qualche altro momento rigogliosi, nei quali l'uomo non è che un acrobata in bilico fra esistenza e solitudine. Tuttavia, in questo ricordo, la similitudine è positiva, tanto che è incalzata da una seconda immagine luminosa, che, come l'apparir della luna al v.8, apre una nuova digressione, aprendo il terzo piano temporale, quello che affonda nell'infanzia e nella giovinezza.
Questo è l'Isonzo
e qui meglio mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell'universo
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Ma quelle occulte
mani
che m'intridono
mi regalano
la rara
felicità (vv. 27-41)
Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Con la sesta strofa inizia una sorta di litania anaforica che, come il deittico nel primo verso, conferisce evidenza concreta alle visioni dell'autore: le sensazioni che egli descrive non sono quindi assolute, decontestualizzate, vagabonde, ma sono generate da un'esperienza reale, da qualcosa che il poeta ha visto. Del resto, tutti abbiamo chiara la pregnanza delle cruente immagini da cui si originano Veglia o San Martino del Carso - altro testo in cui si assiste ad un processo di umanizzazione del paesaggio - e di quella, decisamente più rasserenante, che anima Soldati. Per questo motivo Ungaretti registra, assieme ai propri sentimenti e alle immagini cui si legano, il luogo le la data in cui è avvenuta l'epifania.
L'Isonzo è il guaritore che restituisce all'uomo la sicurezza di non essere solo come l'albero nella dolina senza vita, ma di appartenere all'universo, di esserne un tassello irrinunciabile. L'acqua restituisce al pellegrino l'armonia, come accade a Dante, che si ricongiunge in pace alla propria anima immergendosi nell'Eunoè. Da questa sensazione di appartenenza deriva la «rara felicità», una gioia sufficiente a restituire vigore, speranza e gratitudine ad un uomo che attorno a sé vede solo quel dolore e quella morte che saranno simboleggiati nella corolla di tenebre in chiusura al testo.
Ho ripassato
le epoche
della mia vita

Questi sono
i miei fiumi

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil'annii forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nelle estese pianure

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto

Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch'è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre (vv. 45-69)
L'assenza di punteggiatura imprime a queste strofe il moto fluente delle onde, facendo scivolare un ricordo fuori dall'altro. Si tratta ancora una volta di un'armonia spontanea e piacevole: il poeta, bloccato al fronte, è il figlio di una tradizione familiare toscana, di un'infanzia vissuta in Egitto («nascere e crescere / e ardere d'inconsapevolezza» è per me l'espressione più bella della poesia italiana), di una vita di studi nella capitale francese... e, naturalmente, anche dell'esperienza bellica. Nel ricordo Ungaretti ricerca e trova la propria identità, riscopre i momenti in cui si è conosciuto, in cui ha compreso se stesso, e riporta all'uomo del 16 agosto 1916 il risultato di quella discesa in sé, a ricordargli chi sia. 

G. de Chirico, Il fiume misterioso (1969)

Il tema dell'identità è centrale in Ungaretti, come sa chi ha conosciuto il suo amico Moammed Sceab attraverso In memoria (che sarebbe stata scritta poco più di un mese più tardi, il 30 settembre, a Locvizza), eppure è straordinario vedere come, in notevole anticipo sui tenti e con un atteggiamento di forte sfida nei confronti delle ostilità belliche, per Giuseppe Ungaretti identità voglia dire sì salde radici, valori, esperienze e chiara definizione di sé e dei propri desideri, ma anche unità, comunione con la natura e con gli altri esseri umani. Con l'immagine di sé, per quanto essa sia chiara e solida, l'uomo è solo: è nell'incontro e nell'accettazione di mescolarsi agli altri che diventa una fibra dell'universo. L'atteggiamento vincente, nella comunione, non è quello dell'autarchia, ma quello della docilità (v. 30) che si esprime nell'accoglienza dell'identità dell'altro, della natura, del creato in ogni sua parte.
Questo invito alla ricerca dell'armonia e al recupero pacifico dell'identità è il vero e più profondo messaggio de I fiumi, accoglierlo è il miglior modo di festeggiare questa pietra miliare della poesia italiana nel suo centesimo anniversario.

C.M.
Cotici, 16 agosto 1916 - Verona, 16 agosto 2016

NOTA: Suggerisco, quale miglior commento in assoluto, l'ascolto (e la visione) della poesia letta da Giuseppe Ungaretti.

venerdì 12 agosto 2016

Eracle alle Olimpiadi

Eracle è indiscutibilmente il personaggio cruciale della mitologia greca, in quanto punto di contatto fra la dimensione umana e divina, e in qualità di figlio della mortale Alcmena e del padre degli dei, Zeus. Egli rappresenta il modello assoluto per l'uomo ellenico: è l'eroe che vince sul caos, è colui che raggiunge la gloria combattendo, è il portatore della civiltà ed è l'ideale dell'uomo atletico.

Nel mondo antico, almeno a partire dal V secolo a.C., l'associazione fra Eracle eroe ed Eracle atleta era non solo assodata, ma quasi rituale, al punto che i vincitori dei giochi olimpici venivano acclamati al grido di «τήνελλα καλλίνικε, χαῖρ᾽ ἄναξ Ἡράκλεες» («Evviva, eroe vincitore, salve Eracle, signore»). A fare di Eracle il patrono dei giochi olimpici o addirittura il fondatore della competizione atletica più importante del mondo antico e dell'era contemporanea (nonostante storicamente i giochi siano nati nel 776 a.C., mentre le vicende di Eracle si collocano nell'era mitica) è Pindaro, nelle Olimpiche, dove il tema è trattato a più riprese; in particolare vanno ricordate l'Olimpica III, nella quale si fa menzione della scelta dell'ulivo da parte di Eracle come trofeo dei giochi (vv. 9-30) e l'Olimpica X, che racchiude l'intera eziologia (vv. 1-59).
La fondazione degli agoni olimpici si colloca dopo la sesta fatica: poiché Augia, re dell'Elide, rifiuta di cedere a Eracle un decimo dei suoi armenti, come pattuito in cambio della pulizia delle sue affollatissime stalle, il figlio di Zeus gli muove guerra al sovrano, lo uccide assieme ai figli, devasta i suoi territori e vi istituisce le grandi competizioni. Dal v. 51 dell'Olimpica X, dedicata alla vittoria di Agesidamo nei giochi, che viene simbolicamente ricondotta al mito secondo la prassi dell'epinicio (termine che indica un componimento trionfale), si legge la conclusione della vicenda, con la consacrazione dell'area di Pisa a Zeus:
ταύτᾳ δ᾽ ἐν πρωτογόνῳ τελετᾷ
παρέσταν μὲν ἄρα Μοῖραι σχεδὸν
ὅ τ᾽ ἐξελέγχων μόνος
ἀλάθειαν ἐτήτυμον
χρόνος. τὸ δὲ σαφανὲς ἰὼν πόρσω κατέφρασεν,
ὅπα τὰν πολέμοιο δόσιν
ἀκρόθινα διελὼν ἔθυε καὶ πενταετηρίδ᾽ ὅπως ἄρα
ἔστασεν ἑορτὰν σὺν Ὀλυμπιάδι πρώτᾳ
νικαφορίαισί τε.

Presenziarono al rito inaugurale le Moire e l'unico testimone dell'autentica verità, il Tempo. Costui, scorrendo, raccontò come Eracle, divisi i doni della guerra, offrì agli dei i migliori e fondò le feste quadriennali e i primi giochi olimpici e le loro vittorie.
Eracle diventa dunque una sorta patrono degli atleti, come lo ha definito G.K. Galinsky, tanto che le stesse arti figurative iniziano a replicare le pose dell'eroe vincitore nelle rappresentazioni degli atleti, come nel caso dell'Atleta di Fano di Lisippo. In Pindaro come in Bacchilide, Eracle è anche ἀγωνιστής (persona in gara), ma l'apparizione atletica più celebre di Eracle è nel quarto episodio di Alcesti, dove l'eroe vanta una prestigiosa vittoria atletica e la conquista di un dono ancor più prezioso, apparentemente dissacrando il lutto che il suo ospite, Admeto, sta vivendo dopo il sacrificio della sposa. Questa facies atletica di Eracle, unita alla sua precedente apparizione come mangione e beone, è uno degli elementi che ha portato la critica a mettere in dubbio la natura tragica del dramma, facendone sospettare l'originaria natura satiresca, come riassunto da G. Dindorf nella sua edizione per i tipi di Oxford.


Prima di uscire di scena alla fine del quarto episodio, Eracle ha prospettato (vv. 843-854) due modalità di salvataggio di Alcesti: una ingannevole di scontro con Thanatos e una per così dire ‘diplomatica’, finalizzata alla persuasione di Persefone a lasciare libera la donna. Al suo ritorno al palazzo, però, egli porta con sé Alcesti, velata e irriconoscibile, descrivendola come il premio per vittoria atletica (vv. 1025-1032):
πολλῷ δὲ μόχθῳ χεῖρας ἦλθεν εἰς ἐμάς:
ἀγῶνα γὰρ πάνδημον εὑρίσκω τινὰς
τιθέντας, ἀθληταῖσιν ἄξιον πόνον,
ὅθεν κομίζω τήνδε νικητήρια
λαβών. τὰ μὲν γὰρ κοῦφα τοῖς νικῶσιν ἦν
ἵππους ἄγεσθαι, τοῖσι δ᾽ αὖ τὰ μείζονα
νικῶσι, πυγμὴν καὶ πάλην, βουφόρβια:
γυνὴ δ᾽ ἐπ᾽ αὐτοῖς εἵπετ᾽:

Con molta fatica è arrivata nelle mie mani.
Mi sono imbattuto in una gara pubblica,
un’impresa degna di un atleta,
da cui riporto questo premio ottenuto per la vittoria;
Erano messi in palio dei cavalli per i vincitori
delle gare leggere, dei buoi per i vincitori
delle gare maggiori, pugilato e lotta;
a questi toccava anche una donna.
Il motivo per cui Eracle non parla apertamente dello scontro con Thanatos è evidente: Admeto ancora non deve sapere chi è la misteriosa donna velata che Eracle accompagna davanti a lui, raccomandandogli di prendersene cura. Viene dunque descritta una immaginaria competizione sportiva, che ben si addice al personaggio di Eracle, di cui D. Susanetti ricorda i successi nella lotta, in particolare nel pancrazio.


Il gioco, però, è decisamente più raffinato e porta a coniugare armonicamente e ironicamente (giacché Eracle si prende un po'gioco dell'ospite che ha pensato di celargli la triste sorte di Alcesti) le due nature del figlio di Zeus, quella atletica e quella eroica, in una trama di rimandi che ai Greci, esperti sia di imprese mitiche che di attività sportive, non potevano sfuggire. Già la denominazione della competizione atletica, in greco ἆθλος (àthlos) è anche l’espressione che per eccellenza designa le fatiche di Eracle.
Viene inoltre proposta la distinzione fra gare leggere, che negli agoni prevedevano il ricorso all'agilità, e pesanti (corsa nello stadio, corsa doppia e corsa di fondo), in cui conseguiva la vittoria il più forte (il pancrazio, la lotta, il pugilato). La donna - ancora velata - che Eracle presenta come un trofeo, è il premio di una gara pesante, come uno scontro con Thanatos, in effetti, doveva essere anche per il figlio di Zeus.L’atletismo è presente, più che nella tragedia, nel dramma satiresco, dove costituisce uno dei temi più frequenti, sia come oggetto d’elogio sia come pratica denigrata; quest’ultimo orientamento sembra prevalere nella produzione euripidea, se nell’Autolico (di cui abbiamo solo frammenti) l’atleta è considerato un individuo ingiustamente acclamato, incapace di procurare un bene effettivo alla comunità e quindi contrapposto al cittadino onesto e impegnato civilmente o militarmente. È tuttavia palese che tale atteggiamento non coinvolge la considerazione dell’impresa di Eracle in Alcesti. Il legame dello sport con il dramma satiresco è da ricondurre a due fattori principali: la grande importanza che l'atletica riveste nel mondo aristocratico greco e l’abitudine di organizzare le gare nel periodo delle feste dionisiache delle Antesterie, durante le quali, secondo R. Seaford, «non è impossibile alcune competizioni atletiche venissero svolte in costumi satireschi».
Se è vero che nella maggior parte dei drammi satireschi sono i satiri a ad esaltare le proprie avventure sportive (ad esempio negli Isthimastai di Eschilo e nei Palaistai di Pratina) vi sono testi in cui a rendersi protagonisti di imprese atletiche sono singoli individui, come nei drammi Kerkione di Eschilo e Amykos di Sofocle, in cui i personaggi che danno il nome ai drammi sfidano i passanti nella lotta fino ad essere sconfitti rispettivamente da Teseo e Polluce.
In questa rassegna satiresca, tuttavia, Eracle ricopre un ruolo privilegiato, in quanto mette le sue doti atletiche al servizio di imprese utili per l’umanità. Ecco quindi che nell’Anteo Frinico lo raffigura mentre si scontra col gigante, e la lotta, come fa notare Paganelli, «non è fine a se stessa: risulta addirittura liberatoria, cioè socialmente efficace». È forse Eracle l’elemento che permette ad Euripide di riconoscere un’azione civilmente utile alla competizione atletica, inserendo in Alcesti i vv. 1025-1032: per essere lodevole, l’azione sportiva deve essere produttiva da un punto di vista sociale, nel porsi come lotta contro una figura mostruosa che esercita una tirannia su un essere umano, sia essa Anteo o Thanatos. Se Eracle atleta inneggia alla goliardia del dramma satiresco, appare invece più grottesco il ruolo di ἀγωνιστής che ricopre nel pieno del delirio che lo porterà ad uccidere la moglie Megara e i figli nell'Eracle di Euripide. Mentre percorre le sale del suo palazzo crede di essere arrivato a Corinto e di essere nel pieno di una lotta dei giochi locali: l'eroe si spoglia e si mette a combattere con un avversario invisibile, offrendo uno spettacolo degradante che, pur lasciando lo spettatore in bilico fra ridicolo, pietà e orrore, non smorza ma acuisce la tragedia (vv. 957-962). Del resto, atletico è anche il gesto che Eracle compie nelle Trachinie sofoclee, quando, divorato dal veleno sparso sulle sue vesti, scaglia contro le rocce il suo servo Lica.Quella di Eracle è dunque una figura dai marcati connotati atletici, che, da sola, basta a conferire eroismo a coloro che gareggiano nei giochi più importanti del mondo antitco (le Olimpiadi e i Giochi istmici citati in questi contesti erano i più importati per la civiltà ellenica). Allo stesso tempo, però, Eracle e i satiri atleti offrono il fianco anche ad una lettura ironica, demitizzante, della prestazione agonistica, a simboleggiare le due nature dello sport: da un lato intrattenimento, dall'altro grande impresa degna di memoria. Guardando però anche alla vena di malinconia che si inserisce nell'immaginaria gara di Eracle, con quella scelta drammaturgica che non poteva che gettare in un profondo sconforto il pubblico abituato ai trionfi del figlio di Zeus, ci ricorda forse anche il grande incubo dell'eroe come dello sportivo: quello di essere, prima o poi, sconfitto da un avversario più potente, sia esso una persona che si confronta alla pari o una forza incontrastabile come la sfortuna, la follia, la malattia, un incidente. Ecco, allora, che Eracle cessa di essere il semidio e diventa uno specchio per l'essere umano, la medaglia che su una faccia porta la gloria e sull'altra la paura.


NOTE: La parte di questo articolo relativa all'Eracle dell'Alcesti è tratta da una sezione della mia tesi di laurea triennale, intitolata Profilo di un quarto dramma. L'Alcesti di Euripide fra sperimentalismo e definizione di genere nella bibliografia critica recente.

mercoledì 10 agosto 2016

Nomi di donna (Pirozzi)

Ci sono momenti in cui le persone vivono una rivelazione, scoprono meglio se stesse, si vedono per ciò che sono realmente. Gianluca Pirozzi chiama questi attimi «epifanie letterarie» e ce ne descrive tredici nel suo libro Nomi di donna, recentemente pubblicato dalla casa editrice L'erudita.
 
Suddiviso in quattro momenti che ricalcano il progredire del giorno dall'alba alla notte, il volume accoglie le esperienze di tredici personaggi femminili, raccontate dalle stesse protagoniste oppure da altre persone che entrano in contatto con loro. Incontriamo così Monica, che, durante la corsa di un mattino apparentemente comune, mentre è persa nel ricordo del marito morto, si imbatte in un'apparizione decisamente insolita; poi c'è Nadia, che lavora in un hotel di Parigi e, durante i turni di rassettamento delle camere, si concede qualche sortita nei beauty-case delle clienti; c'è Fabiana, che non si è mai sentita a proprio agio con il suo corpo; e non va dimenticata Diana, che ha la particolare abitudine di identificare ogni persona con un animale, trovando in quella familiarità il segreto dell'affetto.
Nomi di donna è stata una lettura inaspettata, che mi ha catturata dopo pochissime pagine, nonostante il mio non sempre facile rapporto con i racconti. Questo perché le storie di Galatea, di Edda e delle loro compagne in questa avventura narrativa non sono veramente brani antologici, ma parte di un disegno complessivo che si esprime anche con numerosi rimandi fra una vita e l'altra, fra un nome incontrato all'alba e uno udito nella sera. Rimaste sole per un incidente del destino o per scelta, in cerca di affetto, battute dalle avversità quotidiane, sottoposte a durissime prove come la traversata in mare che regala a Bianca la speranza di una nuova vita in Italia, le donne cui Gianluca Pirozzi dà voce ci propongono un colloquio silenzioso, fatto di poche ma incisive parole, descrivendoci la loro epifania, l'istante in cui sono entrate in contatto con la loro identità profonda.
Se la storia che mi ha più incantata è quella di Clara-Claretta, che fin dalla tenera età dorme con i suoi oggetti più cari nel letto, quella con cui l'autore ha un legame speciale è l'avventura di Louise, scritta mentre stava per nascere sua figlia Gaia, un racconto in cui la protagonista divide la scena proprio con una bambina. Ma Gianluca Pirozzi ha tratto ispirazione da tante esperienze, in particolare dai viaggi e dai soggiorni nei luoghi in cui sono ambientati i racconti, Parigi, Roma, Mumbai...
 
Clara Garesio, Galatea
Probabilmente le donne di Pirozzi, se fossero messe di fronte al celeberrimo interrogativo shakespeariano «Cosa c'è in un nome?» non sarebbero d'accordo con Giulietta: direbbero che una rosa, con un nome diverso, avrebbe un diverso profumo, tanto è radicale l'idea di Giovanna secondo cui il nome stesso è parte dell'identità, la definisce, ne diventa parte inscindibile e, per questo, diventa l'ideale propulsore dell'epifania.
Nomi di donna è dunque un libro complesso eppure estremamente godibile, ben scritto e ben strutturato, che orbita attorno a personaggi ricchi di sfumature eppure diretto, mai cervellotico né banale. A conferire un valore aggiunto a questa raccolta concorrono le belle tavole di Clara Garesio, ideali introduzioni per ciascun nome, una sorta di racconto visivo che moltiplica le suggestioni.
«Voglio dire che probabilmente ciascuno di noi due, per il fatto di avere il nome che ha, è qualcosa in più e, al tempo stesso, in meno di quel che sarebbe stato se come dici tu io fossi stata Monica e tu Gianni o altri. I nomi, Sandro, non sono un dettaglio da poco o una casualità! È vero, non ce li scegliamo, al massimo tentiamo di adattarli storpiandoli con diminutivi o surrogati, ma sta a ciascuno di noi dargli il senso che ogni nome reca in sé e a riempirli dei nostri significati e del nostro modo di essere con la nostra vita.»
C.M.

lunedì 8 agosto 2016

Don Chisciotte della Mancha (Cervantes)

È un mostro sacro della letteratura mondiale: Don Chisciotte della Mancha ha ormai attorno a sé l'aura di un mito intramontabile, che ha consacrato l'originale figura del cavaliere errante e del suo buffo scudiero all'immaginario mondiale. Anche senza averlo letto, tutti, o quasi, conoscono i due personaggi scivolati fuori dalla fantasia di Miguel de Cervantes Saavedra, della cui morte ricorre quest'anno il quarto centenario, e, non di rado, sanno raccontare alcune delle loro avventure.
Molte volte è successo al mio signor zio di rimanere a leggere questi dannati libri di sventure per due giorni interi, comprese le notti; al termine dei quali, gettava via il libro e, brandita la spada, si avventava contro le pareti; finché, esausto, diceva di aver ammazzato quattro giganti grandi come quattro torri, e che il sudore che gli colava per la grande fatica era il sangue delle ferite ricevute nella battaglia.
Per chi, come me, ama i classici, è inevitabile incrociare la strada con quest'opera, specialmente per la sua connessione alla narrativa picaresca (inaugurata da Lazarillo de Tormes), e, soprattutto, alla letteratura cavalleresca, alla quale Cervantes, attraverso il suo cavaliere fagocitatore di romanzi, fa spesso riferimento, riservando una particolare attenzione alle vicende di quell'Orlando cui, nel secolo precedente, ha dedicato un poema Ludovico Ariosto. 
Pubblicata per la prima volta nel 1605, l'opera, suddivisa in due parti, narra le avventure di Alonso Quijano, un hidalgo in decadenza che, catturato nel vortice della letteratura cavalleresca, fra vagheggiamenti di amori - rigorosamente platonici - per fanciulle da salvare, di incantesimi da sciogliere ed epiche battaglie contro gli infedeli, si mette in testa di eguagliare il valore dei protagonisti di quelle storie, facendosi cavaliere errante per riparare i torti, proteggere i deboli e riaffermare la giustizia. Così Don Chisciotte, che presto si assumerà l'appellativo di Cavaliere dalla triste figura, si mette in viaggio per la Spagna, avendo come compagni il suo cavallo Ronzinante e il rozzo contadino Sancho Panza (con annesso ciuco), al quale promette, in cambio di servigi leali, il governo delle isole che conquisterà con le sue imprese. Inizia così un caleidoscopio di equivoci, peripezie e disastri, dalla famosa avventura dei mulini a vento scambiati per giganti alla lotta contro un gregge scambiato per un esercito di mori, dalla penitenza amorosa per la bella Dulcinea del Toboso, unica padrona del suo cuore, alle tormentate notti in locande credute castelli, senza dimenticare barche incantate, burattini che per Don Chisciotte sono esseri demoniaci e tante, tante storie di amori contrastati ai quali l'hidalgo tenta di dare un lieto fine.
   «In tutto questo, però, quel che è proprio evidente è che queste avventure che andiamo cercando, alla fin fine, ci hanno portato tante sventure da non saper più qual è il nostro piede destro; e ciò che sarebbe meglio e più opportuno fare, secondo il mio modesto giudizio, sarebbe tornare al nostro paese, ora che è il tempo della mietitura ed occuparci delle nostre faccende, smettendo di passare di qua e di là e dalla padella alla brace, come si dice.»
   «Quanto poco conosci, Sancho, le cose della cavalleria!» rispose don Chisciotte «Taci e abbi pazienza, perché verrà il giorno in cui vedrai con i tuoi occhi quanto ci sia nell’onorevole esercizio di questa professione. Altrimenti dimmi quale maggiore gioia ci può essere al mondo, quale piacere può competere con quello di vincere una battaglia o quello di trionfare sul proprio nemico? Nessuno, senza alcun dubbio.»
Salvador Dalì, Don Chisciotte (1935)

La lettura del Don Chisciotte è tutto fuorché uniforme: a capitoli che si fanno divorare con estrema facilità e che non fanno mai sentire il lettore sazio di particolari seguono sezioni più lente, in qualche caso monotone (come la lunga parte finale dedicata alla beffa ordita ai danni di Chisciotte e Sancho), ma la grandezza dell'opera e la sua gloria letteraria appaiono immediatamente evidenti e si spiegano con l'originalità dei contenuti - il più delle volte deformazioni e caricature di episodi dei romanzi dei cavalieri iberici o dei paladini di Carlo Magno - con la sottile dialettica fra idealismo e realismo, cui si accompagna un'amara riflessione sull'utopia dei valori del passato e la prosasticità dell'era moderna e con la trama metaletteraria che emerge in modo più o meno evidente. Quest'ultima si dipana in due direzioni: una interna al romanzo, con riferimenti alla filosofia e alla mitologia classica, alle imprese narrate nei romanzi della Reconquista spagnola e alle avventure di Orlando, pazzo per amore al punto di degradarsi come fa lo stesso Don Chisciotte, che non si accorge di esporsi al pubblico ludibrio mentre sbandiera le sue ineguagliabili imprese; l'altra è quella dell'espediente narrativo adottato, che porta Cervantes verso una forma di narrativa per interposta persona che avrà largamente successo in era moderna. Infatti Cervantes, mentre ci presenta le avventure e disavventure dell'hidalgo manchego, dice di attingere agli scritti di un tale Chide Amete Benengeli e, addirittura parla nella seconda parte del romanzo delle sorti della pubblicazione della prima, che tutti i nuovi personaggi incontrati dal cavaliere e dal suo scudiero dimostrano di conoscere e usano per ridere alle loro spalle.

Marc Chagall, Don Chisciotte (1974)
Ma l'aspetto che rende più prezioso Don Chisciotte della Mancha è l'ironia malinconica di cui è ammantato, anch'essa un importante punto di contatto con l'Orlando furioso: nella descrizione degli slanci di grottesco eroismo di Don Chisciotte e nell'abbassamento estremo della comunicazione di Sancho è evidente il tentativo di di Cervantes di affermare il controsenso del suo tempo, di una società che deride i paladini dei valori o le persone semplici senza però essere in grado di eguagliare né quei valori, né quella genuinità. Cervantes non risparmia certo al suo hidalgo apostrofi di pazzia o momenti di commiserazione, né si limita nell'additare la povertà e gli errori di cui Sancho infarcisce i suoi discorsi, ma usa questi elementi parodici per riaffermare la dignità continuamente calpestata dei due, portandoci comunque a parteggiare per lo sgangherato guerriero e a condividerne gli ideali e, allo stesso tempo, a riconoscere le ragioni basse e istintuali di Sancho che sfodera i suoi proverbi per tentare di riportarlo giù dalle nuvole e che, sebbene si presenti come uno scudiero ingordo, ignorante e pavido, rimane sempre e comunque fedele, accorato e sincero fino all'ultima pagina.
Ebbene, sono certa che molti di voi abbiano già letto questo romanzo o che avessero intenzione di farlo ben prima di leggere questa recensione: cosa pensate di Don Chisciotte e del suo originalissimo universo?
È forse un vano scopo o è tempo speso male quello impiegato a vagare per il mondo, non alla ricerca di piaceri ma di asperità, grazie alle quali i virtuosi ascendono al trono dell’immortalità? [...] Alcuni vanno per il vasto campo della superba ambizione, altri per quello della servile adulazione, altri ancora per quello dell’ingannevole ipocrisia e qualcun altro su quello della vera religione; ma io, spinto dalla mia stella, percorro l’angusto sentiero della cavalleria errante, per il cui esercizio trascuro ogni ricchezza, ma non l’onore.
C.M.

giovedì 4 agosto 2016

L'estate con i pittori della luce (e non solo)

Domenica scorsa un improvviso e scrosciante acquazzone ha provocato una deviazione dal Lago di Tenno (dove speravo di spiaggiarmi in totale relax) verso Rovereto, cosicché ho anticipato la visita alla nuova mostra del MART di Rovereto, dedicata al momento di passaggio dalla stagione del Divisionismo all'avanguardia futurista.
 
La famosa cupola del MART
 
La sala dedicata a Gaetano Previati
 
Il percorso espositivo, intitolato I pittori della luce. Dal Divisionismo al Futurismo e curato da Beatrice Avanzi, Daniela Ferrari e Fernando Mazzocca (in coproduzione con Fundación MAPFRE di Madrid), è stato inaugurato il 25 giugno e terrà compagnia ai visitatori del museo fino al 9 ottobre, offrendo loro opere più e meno note di artisti quali Gaetano Previati, Giovanni Segantini, Baldassare Longoni, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini e molti altri. Il filo conduttore della mostra è proprio la rivoluzione serpeggiante che conduce dalla sperimentazione ottica operata dai Divisionisti sui colori fino all'adozione della scomposizione del colore da parte dei firmatari del Manifesto dei pittori futuristi (1910), affascinati da una tecnica che traduce al meglio il valore della velocità.
 
Baldassarre Longoni, Ghiacciaio (1906)
 
Angolo di una sala del percorso L'invenzione del moderno
 
Entro l'avveniristica struttura del MART si snoda così un racconto visivo che, riunendo capolavori di proprietà del museo e prestiti pubblici e privati, ci conduce dalla Triennale di Brera del 1891, ideale momento di inizio del movimento divisionista grazie alla presentazione delle opere di quelli che ne sarebbero diventati i massimi esponenti italiani, sostenuti da Vittore Grubicy de Dragon, fino alle soluzioni più ardite della dissoluzione delle forme operata da Balla e Boccioni nel tentativo di imprimere movimento, vibrazioni e rapidità all'immagine dipinta, con esiti che intrattengono importanti rapporti anche con il Cubismo. 
 
Fausto Melotti, Contrappunto domestico (1974)
 
Giorgio De Chirico, La commedia e la tragedia (1926)
Protagonista assoluta dei capolavori qui raccolti è la luce, che, potenziata nella sua carica espressiva, sembra moltiplicare il chiarore dei dipinti, inserire fonti luminose al loro interno, renderne cangianti e sfuggenti le forme: che nelle tele siano ritratti vasti paesaggi innevati, spaccati di vita sociale o figure allegoriche, è l'effetto della luce e del colore che nel suo riverbero si scompone a conquistarsi le maggiori attenzioni, come appare evidente osservando La madonna dei gigli di Gaetano Previati (1910), Pascoli di primavera di Giovanni Segantini (1896) o Ghiacciaio di Baldassarre Longoni (1906).
Ma il grandissimo valore del MART è quello di sapersi rinnovare ad ogni stagione, non solo attraverso questi allestimenti temporanei (oltre a I pittori della luce, è presente un percorso dedicato ai video di Robert Morris): rispetto alla visita dello scorso anno, anche le collezioni di permanenti sono mutate, grazie al loro intreccio con nuove opere e in nuovi percorsi, attraverso una ridefinizione dei temi e degli spazi. Ecco che ho potuto ammirare, all'interno della collezione L'invenzione del moderno, altri capolavori di Giorgio De Chirico, fra i quali il mio adorato La commedia e la tragedia (1926) Alberto Savinio, Enrico Prampolini e Fortunato Depero, ma anche vedere finalmente dal vivo le istallazioni di Fusto Melotti, come Contrappunto domestico (1973). 
 
Giovanni Anselmo, Entrare nell'opera (1971)
 
Giuseppe Penone, Spazio di luce (2008)
Anche la sezione espositiva L'irruzione del contemporaneo si è presentata come una novità in cui spiccano l'igloo Chiaro Oscuro di Mario Merz (1983), il gigantesco autoscatto Entrare nell'opera di Giovanni Anselmo (1971) e le sculture vegetali di Giuseppe Penone, fra cui Spazio di luce (2008), posizionata proprio nel salone d'ingresso.
Non posso dunque fare altro che ringraziare la pioggia che mi ha permesso di gustarmi questo percorso e di riassaporare la bellezza e la cura del MART senza rimandare ad un momento più inoltrato della stagione: i pittori della luce e i nuovi percorsi del contemporaneo sono stati una compagnia più che gradita, di cui è bene approfittare.
 
Scorcio di una sala del percorso L'invenzione del moderno
 
C.M.
 
NOTA: Tutte le foto qui raccolte sono di mia realizzazione.
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