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lunedì 26 settembre 2016

Second Hand (Zadoorian)

I mercatini dell'usato hanno sempre prodotto in me una totale repulsione con le loro montagne di cianfrusaglie ammassate lungo le strade del passeggio in attesa di trovare un nuovo proprietario: damine settecentesche di porcellana, lampade ingiallite, tazze con gattini, orologi dalle forme più disparate... tutti oggetti che hanno il comune denominatore della polvere e un valore che tende a crollare con velocità direttamente proporzionale al desiderio dei venditori di liberarsene. Ho dunque sempre faticato ad accettare oggetti in eredità e non ne ho mai acquistati di seconda mano, anche se, di recente, ho cominciato ad avvertire il fascino delle bancarelle di libri usati (soprattutto per il prezzo e l'amore per le copertine delle edizioni anni '70).
 
Leggendo Second Hand di Michael Zadoorian (Marcos y Marcos), però, ho cominciato a vedere gli oggetti usati non più solo come cianfrusaglie, ma come pezzetti di vita che, anche se molto kitsch, possono acquisire un loro significato. Beninteso, non mi convertirei alle bancarelle o ai negozi dell'usato, ma, forse, la prossima volta che capiterò nei pressi di un mercatino, riuscirò a guardare la merce esposta con occhi diversi.
Sono convinto che quando possiedi qualcosa che è appartenuto a un’altra persona, stabilisci un contatto segreto con lei, con il suo passato. È un modo per toccare una persona senza incasinarsi con i sentimenti.
Richard è un junker che passa le giornate diviso fra gli sgomberi nei garage e il negozio di cianfrusaglie dove rivende i frutti di queste sortite. Nel suo negozio ci sono gli oggetti più disparati, tutti appartenuti a qualcun altro, rigorosamente estraneo. La morte della madre e il desiderio della sorella di vendere in fretta la casa familiare obbligano Richard a fare i conti col passato: fra gli scatoloni e i mobili di casa ritrova brandelli di infanzia e scopre passioni segrete dei suoi genitori, in particolare il sogno di fotografo del padre, naufragato per via dell'incombere delle responsabilità parentali. Nei giorni del lutto, però, Richard incontra l'eccentrica Theresa, una cliente che lavora in un rifugio per animali abbandonati e che fatica non poco ad intrattenere normali relazioni interpersonali. Richard si innamora di lei, ma gli risulta difficile scalfire il suo guscio di insicurezza e paure, a colmare un vuoto che li accomuna e che entrambi provano a riempire con le cianfrusaglie, che sono un po'come affetti differiti, come incontri a distanza nel tempo con le persone cui sono appartenute, o con una parte del proprio passato.
Leggendo Second Hand ho rivalutato il mondo degli oggetti di seconda mano, trovandomi a riflettere sulla possibilità di vedere nell'usato una sorta di proiezione delle persone e nel loro possesso un potente mezzo di comunicazione, socialità e condivisione. Del resto, come un libro passato di mano in mano può aiutarci ad intuire i gusti dei lettori e a stabilire affinità fra tutti coloro che lo hanno sfogliato, anche un vecchio maglione o una pentola possono dire qualcosa di chi li ha posseduti. Zadoorian, infatti, ci descrive il negozio di cianfrusaglie di Richard come un tempio del passato perduto che rende sacro tutto ciò cui non si è mai dato importanza: gli oggetti di seconda mano, i ninnoli che Guido Gozzano chiamava «le buone cose di pessimo gusto», rappresentano, oltre che un appiglio per la memoria, il regno delle seconde possibilità. Richard, dunque, è un difensore del valore non riconosciuto, un pacato - e, a detta dei più, strambo - custode del tempo e dei ricordi.

Queste epifanie, queste occasioni di ricordo travolgente, sono i momenti junk della nostra vita, detriti di ricordi che abbiamo nascosto nelle muffite pieghe del nostro cervello, segnati con un’orecchia, avvolti in fogli di giornali mentali, sottolineati con l’evidenziatore in remoti centri di memoria, e poi lasciati lì a sedimentare. C’è un bel casino, nella soffitta della nostra mente. Le cose si scheggiano, scoloriscono e si restringono, si accartocciano e ingialliscono, lassù. Eppure quelle cose apparentemente insignificanti sono ciò di cui si compone la nostra storia personale. Ecco perché abbiamo bisogno dei negozietti di cianfrusaglie. Con il passare del tempo, ci rendiamo conto che le cose che abbiamo ignorato sono diventate importanti. Dobbiamo rivisitarle, dare loro nuova vita. È questo il senso del mio negozio.
C.M.

venerdì 23 settembre 2016

L'arte di collezionare mosche (Sjöberg)

Quando ho saputo che Fredrik Sjöberg sarebbe stato ospite al Festivaletteratura di Mantova, ho spinto sull'acceleratore per procurarmi i due libri portati in Italia da Iperborea: avevo adocchiato da tempo L'arte di collezionare le mosche, ma aspettavo l'uscita del secondo volume per ottimizzare la sortita in libreria. Il proposito era quello di iniziare L'arte di collezionare le mosche prima dell'incontro con l'autore e di rimandare al poi la lettura de Il re dell'uvetta, ma non ho fatto in tempo, così per me ascoltare Sjöberg nella suggestiva cornice di Bosco Fontana è stato come saltare su un ultimo trampolino per l'immersione nel suo mondo.

Fin dall'inizio mi è apparso chiaro il motivo per cui, come ha sottolineato Sjöberg, L'arte di collezionare mosche è controverso per il suo genere. Ha infatti l'impianto di una narrazione, ma è fondamentalmente uno scorcio autobiografico che fa luce sulla scelta dell'autore di dedicarsi all'osservazione e al collezionismo di insetti. Eppure ha un che di saggistica, per le numerose digressioni specialistiche, che, comunque, non appesantiscono la prosa, anzi, rendono la lettura ancor più interessante, per non parlare dei cammei biografici dei biologi, fra cui spicca René Malaise, inventore dell'omonima trappola per insetti. E ho compreso anche perché in alcuni Paesi questo libro sia catalogato come poesia, perché la penna di Fredrik Sjöberg è davvero leggera, sospesa fra una sottile ironia - la stessa che ha sfoderato al Festivaletteratura - e il bisogno di scavare nell'interiorità, cosa che all'autore riesce benissimo.
Insomma, questo libriccino è un microcosmo culturale, un concentrato di piacevolezza e interesse in cui dialogano scienziati, letterati e artisti, cosicché Darwin e Rembrandt possono stare nello stesso volume con Lawrence e proprio un racconto di quest'ultimo, L'uomo che amava le isole (di recente incluso nella raccolta Sul mare), diventa il manifesto della scelta di Sjöberg di studiare gli insetti su un'isola, perché «niente favorisce la concentrazione come la consapevolezza di una limitazione del tempo, e a volte anche dello spazio».

Fredrik Sjöberg (foto di Athenae Noctua)
Nonostante il titolo, nonostante lo scrittore sia anche entomologo, nonostante l'assoluta prevalenza di avventure legate al collezionismo dei sirfidi, nonostante la passione di Sjöberg per i viaggi e le collezioni di René Malaise, L'arte di collezionare mosche non è né un prontuario per l'aspirante biologo né un saggio tecnico. Piuttosto è la proposta di una riflessione su una dimensione sempre più estranea al nostro tempo, un invito a riappropriarci del desiderio della ricerca, di ciò che ci rende felici,  della lentezza, del tempo per osservare - i sirfidi sì, ma anche qualsiasi altra cosa - e della capacità di dare un nome a ciò che ci circonda, praticando l'esercizio della precisione non per vanità o boria, ma per impadronirci della realtà che le parole definiscono, dei rapporti fra le cose che ad esse affidiamo, per trovare, insomma, il nostro posto nel mondo e far valere il nostro diritto ad interagire con esso.
Con le mosche tutto si è rimesso a posto. Esercitare il controllo su qualcosa, sia pure qualcosa di insignificante e apparentemente sconclusionato, dà un senso di serena euforia, per quanto effimero e sfuggente.
C.M.

mercoledì 21 settembre 2016

The Truman Show (Peter Weir, 1998)

Prima ancora del boom dei reality-show, The Truman Show ne ha raccontato le storture, i paradossi e gli aspetti più grotteschi. Il film diretto da Peter Weir e portato sugli schermi nel 1998, è sorretto da uno straordinario Jim Carrey, che si muove in un caleidoscopio di comparse e trova un contraltare soltanto nella gelida figura di Ed Harris, premiato per la sua interpretazione da non protagonista con l'Oscar.

Nel più grande studio cinematografico mai realizzato, unica struttura artificiale visibile dallo spazio assieme alla Muraglia cinese, nasce e cresce sotto gli occhi di tutti coloro che possiedono un televisore Truman Burbank. Ignaro di essere la superstar del più acclamato show di tutti i tempi, creato dal regista Christof, Truman conduce un'esistenza regolare a Seahaven, nella sua bella casa con la moglie Meryl e lavorando nell'ufficio di una compagnia assicurativa. Non lascia mai Seahaven, perché staccarsi dall'isolotto vorrebbe dire percorrere il mare, che per Truman rappresenta una paura insormontabile dal giorno in cui ha perso il padre in una tempesta. Un giorno, però, il padre creduto morto ricompare: anche lui è un attore come tutti gli altri e, scontento di essere stato eliminato dal cast (al solo fine di produrre in Truman un trauma che lo inducesse a stare lontano dal mare) o per il desiderio di rivedere il figlio, si infiltra sul set. Questa apparizione mette in confusione Truman, che inizia a chiedersi perché tutti, intorno a lui, sembrino nascondergli qualcosa. Gli torna in mente un incontro di giovinezza, quello con la bella Lauren, che, sfuggendo alle telecamere, aveva tentato di rivelare a Truman il perverso disegno orchestrato per lui ed era poi sparita. La ricomparsa del padre, l'atteggiamento falso della moglie, inserita nella trasmissione come regina delle pubblicità, e alcuni incidenti tecnici, tra cui la caduta di un faro dalla cupola celeste e un'interferenza con la regia, risvegliano in Truman il ricordo degli avvertimenti di Lauren, lanciandolo in un disperato tentativo di fuga dalla realtà artificiale da cui si sente ormai soffocato.
The Truman Show ha tutti gli ingredienti per essere considerato un film profondo e travolgente, anche se si esprime con una forte e continua amarezza. La filosofia di fondo, infatti, affida al mondo del cinema la trattazione di un potente tema letterario, per il quale si sono messi in luce autori del calibro di William Shakespeare, Calderon de la Barca e Luigi Pirandello: la vita come una recita continua. «Il mondo è un palcoscenico e noi siamo gli attori» diceva il Bardo dell'Avon, che in Amleto ha dato una delle più ingegnose prove di teatro nel teatro, mentre l'autore siciliano ha affrontato in tutte le sue opere il lacerante divario fra la realtà e l'apparenza, fra le maschere e l'autenticità, fra i ruoli che ci vengono imposti o che assumiamo volontariamente e i comportamenti istintivi o le reali aspirazioni che vorremmo inseguire. Insomma, Truman è un po'Belluca de Il treno ha fischiato, un po'Amleto, un po'Mattia Pascal, allarmato da uno strappo nel cielo di carta, da un incidente che fa apparire il teatro come tale, ma anche un po'Zeno Cosini nel suo ritrovare l'autentico in una fuga dalla realtà, a costo di apparire un pazzo o di ascoltare chi, come Lauren, è definito tale. Del resto al tema della maschera si accompagna indissolubilmente quello della follia, giacché chi denuncia la finzione è destinato ad essere bollato come malato di mente e ad essere invitato a rinsavire, ad adeguarsi alle forme rassicuranti proprio per la loro natura programmata e controllata.


L'interrogativo che Christof, una sorta di Big Brother che accentua la distopia del mondo di Seahaven, pone a Truman durante la fuga, del resto, è il cardine antropologico del mondo contemporaneo: è preferibile vivere al sicuro in una realtà artificiosa e innaturale, anche rinunciando alla propria libertà, o è invece il caso di lottare per strappare la scenografia e i costumi che ci danno quella serenità per rivendicare il diritto all'autodeterminazione?
The Truman Show è un film complesso, da vedere, per cui soffrire, se necessario.

C.M.

lunedì 19 settembre 2016

Il giardino dei Finzi-Contini (Bassani)

La scelta dell'ultima rilettura è stata dettata da una rapida sortita ferrarese: dovendo scegliere il libro da portare con me per munirmi di un passatempo da sala d'attesa, ho scelto un romanzo ambientato nella città estense. Come scrivevo qualche giorno fa, Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani fa parte da anni dei libri candidati ad una seconda lettura in attesa di rivalutazione, infatti la prima esperienza, il primo anno di liceo, non mi ha lasciato alcuna buona impressione (la formula è eufemistica, a essere onesti), specie nell'ambito del suo trattamento come fonte per l'omonimo film di Vittorio De Sica.
Il giardino dei Finzi-Contini, pubblicato nel 1962, si ispira alla vera storia di una famiglia ebrea di Ferrara, quella dei Magrini, deportata nei campi di concentramento in seguito all'armistizio annunciato l'8 settembre 1943. I Magrini diventano così i Finzi-Contini, alto-borghesi con un'immensa proprietà cinta da alte mura in Corso Ercole I, all'interno della quale i giovani ebrei, cacciati dai club sulla base delle leggi razziali, perpetuano il rituale del gioco del tennis, circondati dai piccoli lussi della ricca famiglia: abbondanti spuntini e merende, piacevoli ore di ozio all'ombra degli alberi, lunghe gite in biciletta e apertura della fornitissima biblioteca di famiglia. Il protagonista e narratore - che rimane anonimo - conosce Alberto e Micòl Finzi-Contini fin dall'infanzia: li ha sempre notati al Tempio e a scuola, quando venivano esposti i voti di fine anno e i due fratelli davano gli esami da privatisti, ma di questi anni rimane un solo episodio fugace, con Micòl che gli rivolge la parola dall'alto del muro, in piedi su una scaletta a pioli, mentre lui è disperato per essere stato rimandato a settembre. La storia, infatti, si svolge dieci anni dopo, quando il protagonista e Micòl sono intenti alla redazione della tesi di laurea e si ritrovano spesso assieme ad Alberto e agli altri amici nel favoloso giardino, ultimo baluardo della serenità mentre fuori si scatenano le violenze fasciste e la guerra. Il vero motivo per cui il narratore frequenta la casa dei Finzi-Contini è la fascinazione che prova per Micòl, la quale, però, resta indifferente nonostante le numerose esplicite dichiarazioni.
Più che la narrazione di una storia di amicizia o di amore Il giardino dei Finzi-Contini è un grande ritratto della Ferrara degli anni '30-'40, nella quale si intrecciano piccoli episodi quotidiani e storie di discriminazione. Proprio questo fitto intreccio fra la storia del protagonista e di Micòl e lo scenario in cui è ambientata rende la città una sorta di personaggio comprimario (e questo ne spiega l'inserimento ne Il romanzo di Ferrara), sempre presente nei ricordi, esattamente come la giovane ebrea che sarebbe morta con quasi tutti i suoi famigliari in Germania.

Ferrara, Il castello estense al crepuscolo (foto di Athenae Noctua)

La seconda lettura non mi ha portata ad una totale rivalutazione, anche se è stata molto più scorrevole e consapevole della prima. Vi ho infatti ritrovato quegli elementi che me l'avevano resa indigesta da subito, dall'atteggiamento snob di Micòl all'ossessione del narratore per questa ragazza viziata, dalla quale scaturiscono episodi che al tempo mi risultarono patetici e che nel film erano stati ulteriormente accentuati (forse proprio quelli che portarono Bassani a rifiutarsi di firmare la sceneggiatura). Ora il mio giudizio è mitigato, ma i due personaggi continuano a non piacermi, a essere fatti più di parole che di realismo. Quello che invece merita un forte plauso e che anni fa non avevo colto sono le descrizioni di Ferrara, delle sue strade, dei paesaggi della pianura, della nebbia che si stende sulla città estense, che danno al romanzo alcuni slanci di forte energia letteraria.
Il giardino dei Finzi-Contini è soprattutto un romanzo della memoria, come spiegano due differenti particolari: il prologo, che narra di una gita del protagonista alla necropoli di Cerveteri, spunto per riflettere sul sepolcro dei Finzi-Contini e sul fatto che nessuno di loro, eccetto Alberto, vi ha trovato riposo, e il riferimento di Micòl al vizio che ha in comune col suo spasimante deluso, cioè la tendenza ad apprezzare più il passato che si adagia nel ricordo che a vivere il momento presente. E, in effetti, la tomba, simbolo della memoria del passato e degli affetti perduti, dà avvio al recupero della giovinezza, laddove Micòl, scomparsa fra i milioni di morti dei lager, mantiene ancora tutta la sua bellezza e vitalità.

Lino Capolicchio e Dominique Sanda nel film di Vittorio De Sica
Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Nel 1929 Micòl era poco più che una bambina, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici; io un ragazzetto in calzoni corti, molto borghese e molto vanitoso, che un piccolo inconveniente scolastico bastava a gettare nella disperazione più infantile. Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo già estivo senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria.
C.M.

venerdì 16 settembre 2016

Confusione (Howard)

Oggi è il 16 settembre e ciò significa che da ieri è in libreria Confusione, il terzo attesissimo capitolo della saga dei Cazalet, pubblicata in Italia da Fazi editore. Dei motivi per amare questa serie di romanzi firmati da Elizabeth Jane Howard (1923-2014) vi ho parlato la settimana scorsa, oggi voglio riportare le mie impressioni su questa nuova avventura della famiglia inglese.

L'attacco di Pearl Harbor aveva chiuso Il tempo dell'attesa. Confusione riapre gli occhi sulle vicende dei Cazalet nel marzo del 1942, portandoci immediatamente di fronte al primo dei tanti stravolgimenti della vita di questa grande famiglia. Mentre le generazioni più anziane soffrono l'avanzamento degli anni e gli adulti faticano a ritrovare la propria identità, piombando nella totale incapacità di essere padroni di sé e dei propri desideri, le ragazze di casa, diventate ormai donne, iniziano a fare seriamente i conti con la vita fuori dalla rassicurante tenuta di Home Place, nella Londra minacciata dai bombardamenti tedeschi. Louise sposa il suo Michael Hadleigh, trovandosi improvvisamente intrappolata in un matrimonio senza amore, soffocata dall'ingombrante e possessiva suocera, che ha già stabilito insieme a Michael il numero dei bambini che deve mettere al mondo, e catapultata senza volerlo nel ruolo di madre. Polly e Clary vanno a vivere insieme nella capitale, dove frequentano un corso per diventare segretarie e si confrontano, nel loro diventare adulte, con problemi del tutto diversi: Polly deve imparare a convivere con un fascino che le procura diversi ammiratori ma non l'amore dell'unico uomo che le interessi davvero, mentre Clary affronta una situazione ben diversa e cresce con la sua consuetà umiltà, lievemente amareggiata di non essere bella quanto la cugina, ma sempre più matura nella consapevolezza del continuo assottigliarsi della speranza di riveder tornare suo padre Rupert dalla Francia. Non è più facile la situazione delle donne di casa: Rachel è sempre più ancorata al suo compito di badare ai genitori e, di conseguenza, la presenza della sua compagna Sid si fa più sfumata; Villy stessa è messa da parte, dopo un episodio che la porta ad interrogarsi significativamente su di sé e sui propri comportamenti e oscurata dai tradimenti del marito Edward e dall'emergere di Louise come grande protagonista della famiglia; e poi c'è Zoë, la più giovane nuora del Genrale e della Duchessa, disorientata nel suo duplice ruolo di moglie e vedova nell'incertezza delle sorti di Rupert. Ma la Howard non manca di aggiornarci anche rispetto agli altri personaggi, in particolare Angela e Nora Castle, figli della sorella di Villy, i domestici Mrs Cripps e Tonbridge e Archie, l'amico d'infanzia di Rupert, che diventa per Clary e per Neville una sorta di secondo padre.

August Macke, Signora in giacca verde (1913)

Il titolo Confusione, dunque, spiega una condizione comune a tutti i personaggi della famiglia, alle prese con il difficile compito di decidere come andare avanti, scegliendo di adattarsi a ruoli e aspettative o di infrangerli. È tuttavia innegabile che in questo nuovo capitolo le vere eroine sono le donne più giovani, Louise, Polly, Clary e Zoë, che, con la loro presenza, mettono in ombra tutti gli altri personaggi, facendo emergere una tematica importante e fino a questo momento solo accennata: la condizione della donna nel periodo dei grandi cambiamenti del XX secolo. Per le tre ragazze gli anni della leggerezza (che davano il titolo al primo romanzo) e il tempo dell'attesa sono ormai un ricordo lontano: esse non sono più sospese fra il mondo dei bambini che non devono assistere a certe discussioni e quello degli adulti che vorrebbero potersene astenere ma sono inchiodati dalle responsabilità. Louise, in particolare, prova il rimorso di aver voluto crescere in fretta, finendo in una prigione da cui non sa come evadere; Louise incarna la vicenda biografica della stessa autrice, che chiaramente ha affidato a questa sognatrice reclusa la propria voce. Polly introduce invece nella questione femminile il problema dell'uguaglianza e del rispetto, che la porta a concludere con un'osservazione purtroppo ancora attuale, quando afferma che «Alle donne vengono appioppati i lavori più noiosi, e non sono nemmeno pagate quanto gli uomini». Clary è invece la ragazza cresciuta troppo in fretta, priva di punti di riferimento, sola col suo dolore per la perdita del padre, incapace di essere vicina al fratello Neville ma sempre animata dalle migliori intenzioni. Le fanno da contraltare lo spirito di sacrificio e abnegazione di Nora, che, sposandosi, diventa infermiera del marito, e l'impulsività di Angela, ma anche il desiderio di Zoë di tornare a vivere e uscire dal grembo protettivo di Home Place.

Henri Lebasque, Nono con una collana gialla

Mentre leggevo Confusione, che mi ha catturata con la stessa forza dei precedenti volumi, mi sono trovata spesso a mettere a confronto le emozioni della nuova lettura con quelle provate mentre sfogliavo Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa. Con Confusione ho avuto l'immediata certezza che i quadretti spensierati che si ritrovavano nel primo romanzo e che già si erano diradati nel secondo erano ormai spariti, segno della crescita dei personaggi e dell'ampliarsi dei loro problemi. Il mondo idilliaco in cui Polly, Clary e Louise giocavano e leggevano, preoccupandosi solo di non essere disturbate dai fratelli e cugini maschi, è definitivamente tramontato, lasciando sorgere le responsabilità della vita adulta. Perfino il rituale rassicurante del tè ha perso importanza. Questo non significa che Confusione non mi sia piaciuto, anzi. La chiara percezione di queste trasformazioni è, a mio avviso, la vera forza delle saghe familiari, che, come accade nella vita reale, vedono nascere e dissolversi gesti e relazioni, velando inevitabilmente il passare del tempo di malinconia. Se per una buona metà del romanzo non sono stata in grado di elevarlo al di sopra dei primi due per gradimento, le ultime cento pagine, da sole, sono bastate per imprimergli quell'azione e quella forza emotiva che mi portano a dire che siamo ancora di fronte ad un miglioramento nella piacevolezza e nell'arte narrativa. A questo punto sono ancor più curiosa di leggere gli ultimi due volumi e di riafferrare i numerosi fili rimasti in sospeso.
Quando s’incontravano, euforia e contentezza avevano la meglio e per le prime ore erano entrambi totalmente assorbiti dal fatto di essere insieme; in quei momenti il mondo e la guerra sembravano distanti, ma dopo un po’ di tempo succedeva puntualmente qualcosa – il più delle volte erano piccolezze –, qualcosa che apriva una breccia nel loro cerchio magico e li riportava alla tetra e per lei snervante realtà.
C.M.

mercoledì 14 settembre 2016

Milioni di milioni (Malvaldi)

Che estate sarebbe senza un giallo? E, dunque, che estate sarebbe senza un libro di Marco Malvaldi? Tanto più che questo Milioni di milioni è un volumetto indipendente, slegato dal ciclo (divertentissimo, si intende) del BarLume. Senza nulla togliere al Barrista Massimo, a suo nonno Ampelio e all'allegra combriccola dei pensionati che stazionano nel locale di Pineta, i romanzi dell'autore pisano che ho più gradito sono esterni alla serie: Odore di chiuso e Argento vivo (meno incisivo era stato, invece, Buchi nella sabbia).

Anche con Milioni di milioni ci troviamo in Toscana, precisamente nel paesino di Montesodi Marittimo, che conta più galline (1726) che abitanti (812), peraltro con l'età media di 69 anni (gli abitanti, non le galline) e che si sviluppa attorno ad una strada chiamata La Schiantapetti, più inclinata della più dura salita del Giro d'Italia. In questo piccolissimo paese i personaggi di spicco sono il prete, padre Kene, il sindaco Armando Benvenuti e la maestra Annamaria Zerbi Palla, che porta il cognome della metà dei Montesodani e, comunque, è dell'idea che ben pochi, nel paesello, siano davvero figli dei loro padri putativi. Ma, al di là di questo quadro colorito da gossip e ordinaria amministrazione, quello che i Montesodani hanno di straordinario è il patrimonio genetico: essi appartengono alla popolazione più forte d'Europa e la scienza intende far luce su questo primato. A tal fine giungono a Montesodi il genetista Piergiorgio Pazzi e la filologa Margherita Castelli, il primo con il compito di effettuare dei prelievi utili ad analizzare il DNA e la seconda per redigere un albero genealogico che metta in luce le relazioni fra gli abitanti e con l'esterno. In assenza di alberghi, i due studiosi vengono ospitati da due paesani, Margherita dalla petulante signora Conticini, Piergiorgio proprio dalla maestra Annamaria, la quale ben presto viene trovata morta dal suo ospite, che insinua nel maresciallo Alvise Zandonai il sospetto che l'apparente morte naturale celi in realtà un omicidio, diventando, suo malgrado, il primo sospettato. Di qui il coinvolgimento attivo nelle indagini, con il supporto della scaltra Margherita, che, dagli archivi della parrocchia, ha modo di osservare le abitudini dei Montsodani e di arrivare laddove la scienza non ha elementi di prova.
Un romanzo brevissimo ma originale (tranne, forse, che nel movente dell'omicidio, a mio avviso deboluccio), nel quale si intrecciano, come sempre nei racconti di Malvaldi, curiosità, intrighi ancorati alla vita di tutti i giorni che si trasforma in giallo e, naturalmente, tanto umorismo, che è la cifra caratterizzante la narrativa dello scrittore pisano.
La gente, è vero, son persone. Specialmente in paese, dove sei nato e cresciuto e le persone le conosci una per una. E una di queste è un assassino.
C.M.
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