martedì 4 dicembre 2018

Elmet - F. Mozley

Quando si ha poco tempo per dedicarsi alla lettura, trovare libri che facciano sentire quanto quel poco sia ben speso è confortante: Elmet di Fiona Mozley mi ha dato, di recente, questa sensazione. Romanzo di esordio di una giovane scrittrice inglese che studia per conseguire un dottorato in Storia medievale, Elmet porta nel mondo contemporaneo una storia che sembra trasportata nel mondo contemporaneo dal passato e che, allo stesso tempo, al passato è saldamente radicata.
«Elmet è stato l'ultimo dei regni celtici indipendenti d’Inghilterra e in origine si estendeva lungo la valle di York... Ma ancora durante il XVII secolo quella stretta gola e i suoi bordi laterali, sotto le brughiere glaciali, continuavano ad essere “terra di nessuno”, un rifugio per chi scappava dalla legge.»: così recita un brano poetico di Ted Huges, tratto da I resti di Elmet. E, in effetti, l'ambientazione del racconto evoca proprio questa idea di una regione abbandonata, in cui imperano i prepotenti e i disperati cercano di iniziare una nuova vita.
 
Siamo in una terra selvaggia dello Yorkshire; alle soglie di un bosco che offre tutto quando è necessario per sopravvivere, il possente John costruisce una casa per sé e per i suoi figli. Desidera iniziare una nuova vita, lontano dalla tecnologia, dalle complessità sociali, tirando avanti con la forza dei suoi muscoli, la sua abilità di cacciatore e il suo profondo rispetto per la natura. Sceglie di tenersi lontano da tutti, o quasi, consapevole che dal prossimo non può ricavare altro che disprezzo, pregiudizi o, peggio violenza. Non sono in grado di smentirlo né gli insegnanti dei suoi figli né i grandi latifondisti come il signor Price, che si impongono con la voce grossa di chi possiede denaro, proprietà che costituiscono l'unica fonte di occupazione per i manovali e bande di tirapiedi picchiatori. Tutto ciò che John vuole è offrire qualcosa ai suoi figli, la grintosa Cathy e Daniel, il narratore delle vicende, perciò prende possesso di una vecchia proprietà della madre dei due ragazzi, sparita da tempo; qui, potendo contare solo sul sostegno di Vivian, che diventa per i ragazzi una singolare insegnante, costruisce una casa di legno, ma si imbatte immediatamente nelle minacce e nei ricatti di Price, che rivorrebbe John e i suoi pugni al suo servizio. Uno dei figli di Price, inoltre, prende di mira Cathy, molestandola e perseguitandola, mentre i lavoratori, vessati e sfruttati, cercano un modo di rivendicare i propri diritti.
Elmet è una storia di violenza e lotta per la dignità che sembra rivitalizzare scenari di quel mondo feudale che si è trasformato in un mondo capitalista e che, nonostante l'apparente progresso, non ha abbandonato le prepotenze né superato le iniquità: quella di Elmet è lo stessa realtà in cui si muovono Renzo e Lucia, tampinati da don Rodrigo, un mondo fatto di oppressione e di tentativi di riscatto. Tuttavia John, a differenza degli umili protagonisti del romanzo italiano, è un uomo che sa usare a sua volta la forza, che non accetta morali consolatorie e che è disposto a lottare con le unghie e con i denti. E poi c'è Cathy, una ragazzina ossuta che ha imparato a sopravvivere adottando quella stessa violenza con la quale altri cercano di piegarla.
Di fronte a tutto questo, Daniel è poco più che uno spettatore, un ragazzo innamorato dell'eroismo che ai suoi occhi rappresenta il padre e incantato dalla durezza e dalla determinazione della sorella. Lo incontriamo in un momento in cui qualcosa di drammatico - lo si capisce fin dall'inizio - è già accaduto: Daniel sta cercando Cathy, l'ha persa in qualche luogo senza nome per un motivo che non ci è dato sapere. Di qui, intervallato dalle pagine che descrivono la ricerca, si dipana un lungo e affascinante flashback che racconta l'arrivo di John e della sua famiglia nello Yorkshire, in questo luogo popolato di miti, il tentativo di costruirsi una nuova vita e di ribellarsi agli aguzzini. Di qui una narrazione sulla quale aleggia una sensazione di pericolo e di dissoluzione e che, pure, ci fa lottare assieme ai protagonisti.
Pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Silvia Castoldi, Elmet è un romanzo avvincente, struggente e rabbioso, che parla con un linguaggio nuovo e penetrante di problemi antichi quanto gli esseri umani. La prosa è scorrevole e incisiva, lirica all'affacciarsi di certi pensieri e di alcune descrizioni, in grado di analizzare le sfaccettature più odiose e crude così come le pieghe degli affetti e dei legami umani.
Il romanzo di Fiona Mozley è stata senza dubbio la miglior lettura di questo autunno strano e indaffarato, una compagnia preziosa, che si è lasciata consumare con la rapidità con cui si divorano i libri destinati a lasciare un segno.
 
La mia dipendenza da Vivien aveva raggiunto un peso di cui solo in quel momento riuscii a rendermi conto, quando lo posai a terra. Papà mi aveva costruito una casa – per me, per lui e per Cathy. Ci aveva dato un riparo, aveva disposto il legno e la pietra sulle nostre teste per proteggerci dal vento, dalla neve e dalla pioggia. Ci aveva dato calore e sicurezza. Ma per me, in un senso che non riuscivo nemmeno a capire del tutto, figuriamoci a descrivere, anche Vivien mi aveva costruito una casa. Un nido. Era diversa da quella vicino al boschetto in cima alla collina. Non c’era nulla di tangibile nella casa che Vivien rappresentava per me. Niente mattoni, niente malta, niente chiodi, niente giunti. Non proteggeva dalle intemperie. Non si assestava lentamente nel fango. Ma aveva una sorta di camino in cui ardeva una sorta di fuoco. Era un luogo con un futuro. Un luogo di possibilità.
C.M.

lunedì 12 novembre 2018

Figlie di una nuova era - C. Korn

Mi sono bastate pochissime informazioni e una piccola coincidenza per capire che avrei letto e amato questo libro. Innanzitutto la sintesi della trama, che mi ha immediatamente spedita agli anni del primo Dopoguerra, con la promessa di seguire le vicende delle protagoniste per tutta la loro vita, data l'anticipazione che si trattava del primo libro di una trilogia; poi la copertina, con quella patina vintage che rafforzava la mia tendenza a pregustare già le atmosfere culturali dei primi decenni del secolo. E sì, l'uscita in Italia proprio nel giorno del mio compleanno ha subito creato un legame speciale fra me e Figlie di una nuova era, dell'autrice tedesca Carmen Korn.

Pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Manuela Francescon e Stefano Iorio, questo libro inaugura una nuova, appassionante serie di tre romanzi che attraversano il Novecento, insinuandosi nella grande Storia attraverso le storie delle sue quattro protagoniste: Henny, Käthe, Lina e Ida. Le prime due sono amiche d'infanzia e colleghe, lavorano come ostetriche in una clinica di Amburgo e affrontano fianco a fianco i grandi cambiamenti della loro vita di giovani donne, dal fidanzamento alla maternità (sperimentata, evitata, desiderata) al rapporto con i genitori che invecchiano, dai sacrifici del lavoro alle paure che i cambiamenti politici e la guerra riversano sulla serenità familiare. Lina è un'insegnante, alle prese con tutti i vincoli imposti dalla società di Weimar e proiettata ad una indipendenza che pochi sono in grado di comprendere, molti pronti ad osteggiare. Ida, infine, è imprigionata in un matrimonio d'interesse, organizzato solo per salvare il padre dai debiti, privo di qualsiasi appagamento e fonte di continua frustrazione, soprattutto perché ostacola la forte passione di Ida per il cinese Tian, ben presto gravata dalle vessatorie imposizioni naziste a salvaguardia della purezza della razza ariana.
Figlie di una nuova era conduce il lettore nella vivace Amburgo e nei drammi della generazione che, uscita dalla prima guerra mondiale, deve rimpiazzare i propri desideri di pace e serenità con l'angoscia portata dalla crisi economica, dalla svalutazione del marco, dall'incertezza politica, dall'ascesa dei fascismi, dal dilagare dell'antisemitismo, dai bombardamenti e dai campi di concentramento. Le storie delle quattro protagoniste permettono di focalizzare aspetti diversi di questa dialettica fra aspirazioni e desideri infranti, mentre, capitolo dopo capitolo, i legami fra loro si definiscono e si rinsaldano attraverso i personaggi secondari che passeggiano nelle loro esistenze. 
In un certo senso, inoltre, Figlie di una nuova era sembra completare un'altra amatissima saga con cui condivide editore e traduttrice, cioè quella dei Cazalet firmata da Elizabeth Jane Howard: così come la Howard ha descritto i sogni, i cambiamenti, le delusioni, i sentimenti di Louise, Polly e Clary, allo stesso modo Carmen Korn dipinge per noi l'analogo percorso che Henny, Käthe, Lina e Ida compiono al di qua della Manica e, per così dire, dall'altra parte del fronte. Sembra di vederle, le prime ad ascoltare i comunicati di Churchill alla radio, le altre a destreggiarsi fra la propaganda hitleriana e la repressione del dissenso, cosicché lo sguardo del lettore attraversa, fra l'una e l'altra saga, la storia di donne e uomini che, in nazioni diverse, hanno sperimentato le medesime situazioni.

A. Macke, Grande vetrina scintillante (1912)
Oltre ad una trama ben strutturata e avvincente, Figlie di una nuova era regala una narrazione che si pone nel giusto equilibrio fra fluidità, immediatezza e descrizione: non si avverte nulla di carente, nulla di sovrabbondante nella penna della Korn, che risponde con puntualità alle domande, ai dubbi, alle preoccupazioni dei suoi lettori, rendendoli partecipi delle vicende delle sue eroine - eroine di tutti i giorni, particolarmente forti perché sono donne in un'epoca in cui le donne sono particolarmente esposte alla sofferenza. Tranne che nel finale, il quale, nel rigoroso rispetto della suspense, rimane aperto e ci lascia con un colpo di scena, a farci pregustare il seguito di una appassionante, nuova storia.
La pace, un risveglio di primavera. Nessuno sarebbe più partito per il fronte, e le stelle di David, così come le bombe, sarebbero diventate un lontano ricordo.
C.M.

mercoledì 31 ottobre 2018

Nec illi terra gravis fueris

In quanto strumento per la celebrazione di ogni aspetto della vita, la poesia ha sempre dedicato una reverenziale attenzione alla morte. L'epica, la forma più antica di letteratura, ha dedicato alla morte alcuni dei suoi slanci più intensi, dai lamenti di Gilgamesh, Achille e Priamo per la scomparsa di Enkidu, Patroclo ed Ettore alle eroiche imprese di discesa agli inferi compiute da Odisseo, Orfeo, Enea e poi diventate la fonte copiosa cui ha attinto Dante per la sua Commedia. Nei secoli, canti dedicati ai defunti si sono levati in ogni parte del mondo in cui si sia sviluppata una letteratura e, se Petrarca ha fatto della morte di Laura il perno della sua esperienza lirica, i poeti romantici ci hanno regalato la poesia funeraria e, oltreoceano, all'inizio del Novecento, l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters ha dato voce ai morti di un'immaginaria cittadina americana, trasformando in epitaffi poetici le loro storie.
 
John Singer Sargent, Tombe in Tirolo (1914)
 
Fra i più noti testi dedicati ai defunti spiccano senza dubbio due poesie di Ugo Foscolo: il sonetto In morte del fratello Giovanni (1803) e il carme Dei Sepolcri (1807). Se quest'ultimo è un lungo componimento in endecasillabi sciolti dedicato ad un approfondito esame della funzione sociale e culturale delle sepolture e del culto dei morti, il primo testo concentra in pochissimi versi un lamento intimo, che scaturisce dal dolore del poeta per la morte del suo congiunto. Materialista e ateo, Foscolo non si riconosce in alcuna visione spirituale della morte, ma attribuisce alla tomba l'importantissima funzione di conservare quella celeste corrispondenza d'amorosi sensi che, tiene in vita, nel pensiero dei cari, il ricordo dei loro defunti. Nei Sepolcri, il poeta ribadisce questa funzione, aggiungendo che le tombe degli uomini illustri (come quelle della chiesa fiorentina di Santa Croce) non solo conservano un ricordo, ma spingono gli esseri umani a migliorarsi, fornendo loro esempi di grandezza umana, intellettuale ed eroica. Solo la poesia, per Foscolo, ha una funzione paragonabile a quella della tomba nel serbare la memoria. Questo spiega il grande rilievo del canto dei defunti nei versi di ogni epoca e tradizione.
Come è noto, In morte del fratello Giovanni rivela profonde affinità tematiche ed espressive con un testo della cultura latina, il carme 101 del poeta Catullo, vissuto nel I secolo a.C.; in entrambi i componimenti i poeti si rivolgono al fratello sepolto lontano.
Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.
Foscolo si rivolge a Giovanni, contemplando l'ipotesi della fine dell'esilio che lo tiene lontano da Venezia e la possibilità di sedersi presso la tomba del fratello così come fa la madre, che, riportando al defunto notizie del fratello in un monologo privo di speranza (il cenere è muto, come si legge al v.6), compie la funzione, di pur vana consolazione, di tenere unito il nucleo familiare. Foscolo, tuttavia, è in comunione con il suo congiunto, soffre quanto ha sofferto lui, condotto al suicidio dai debiti di gioco e, come lui, spera di godere un giorno, quando di lui non resteranno che le ossa, del pianto della madre, di un contatto estremo.
Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Dopo aver traversato terre e mari,
eccomi, con queste povere offerte agli dei sotterranei,
estremo dono di morte per te, fratello,
a dire vane parole alle tue ceneri mute,
perché te, proprio te, la sorte m’ ha portato via,
infelice fratello, strappato a me così crudelmente.
Ma ora, così come sono, accetta queste offerte
bagnate di molto pianto fraterno:
le porto seguendo l’antica usanza degli avi,
come dolente dono agli dei sotterranei.
E ti saluto per sempre, fratello, addio!
 
Vincent van Gogh, Les Alyscampes (1888)
 
La traduzione del carme 101 qui presentata, opera di Salvatore Quasimodo, rivela l'ispirazione catulliana del testo di Foscolo: il poeta latino giunge in Bitinia, sulla tomba del fratello, dopo un lungo viaggio per terra e mare, mentre Foscolo è costretto a peregrinare senza mai raggiungere il sepolcro di Giovanni, entrambi descrivono il proprio pianto sulla lapide (reale quello di Catullo, solo immaginato quello di Foscolo), per entrambi il defunto non ha consolazioni da offrire (mutam cinerem).
L'aspetto più toccante dei due testi è che l'io lirico non coincide col destinatario: l'attenzione dei due poeti non è concentrata su loro stessi, sul loro dolore, sul loro gesto di contemplare la tomba del fratello e di piangere su di essa. Essi si rivolgono ai fratelli, sono loro i veri protagonisti delle due liriche e i poeti vi compaiono solo in quanto impotenti testimoni di una morte che non hanno potuto evitare e nella quale non c'è consolazione.
Ma esiste un'altra coppia di testi che, nel dialogo fra tradizione latina e classicismo italiano, prevede un'apostrofe al defunto. Non, però, a colui di cui si piange la scomparsa, bensì ad altri congiunti, cui il poeta chiede di prendersi cura di una persona appena scomparsa. I due testi sono Funere mersit acerbo, scritto da Giosué Carducci dopo la morte del figlio Dante, a soli tre anni (forse il brano più toccante riferito a questa esperienza, assieme a Pianto antico), e l'epigramma del poeta Marziale (I sec. d.C.) dedicato ad una bambina di nome Erotion.
O tu che dormi là su la fiorita
collina tosca, e ti sta il padre a canto;
non hai tra l'erbe del sepolcro udita
pur ora una gentil voce di pianto?

È il fanciulletto mio, che a la romita
tua porta batte: ei che nel grande e santo
nome te rinnovava, anch'ei la vita
fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,
e arriso pur di vision leggiadre
l'ombra l'avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l'atre
sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
ei volge il capo ed a chiamar la madre.
Tratto dalla raccolta Rime nuove, il sonetto Funere mersit acerbo deve il suo titolo alla citazione di parte di un verso virgiliano. Nel libro VI dell'Eneide, il protagonista discende negli Inferi e, non appena sbarcato oltre l'Acheronte, si imbatte in un gruppo di spiriti che riempiono di pianto la prima zona dell'oltretomba: sono i fanciulli strappati prematuramente alla vita (vv. 426-429).
Continuo auditae voces vagitus et ingens
infantumque animae flentes, in limine primo
quos dulcis vitae exsortis et ab ubere raptos
abstulit atra dies et funere mersit acerbo.

E subito furono udite voci, un forte vagito,
anime che piangevano, di bambini, che sulla prima soglia,
estranei alla dolce vita, rapiti alla mammella
il giorno oscuro rapì e precipitò in una morte acerba.
Carducci si rivolge, come Foscolo e Catullo, al fratello, non per piangere lui stesso, ma per chiedergli di accogliere nel mondo dei defunti il suo bambino, col quale condivide il nome. Il fratello dovrebbe aver udito, dalla sua tomba fra i colli toscani, il pianto di un bambino, che, disorientato e impaurito, chiama la madre, e Giosué immagina che egli gli si faccia incontro e lo rassicuri mentre discende nell'oscurità dell'aldilà (atre sedi).
Così in uno dei suoi più noti epigrammi fa Marziale, che celebra la piccola Erotion, una schiava morta pochi giorni prima del suo sesto compleanno; il poeta invoca le anime dei genitori, venerate dai Romani come Mani, affinché accolgano lo spirito della fanciulla, che sicuramente sarà atterrito dall'oscurità, dalle grida delle anime e dalle fauci rabbiose di Cerbero.
Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,
uixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam ueteres ludat lasciua patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, grauis fueris: non fuit illa tibi.

A te padre Frontone, a te madre Flaccilla
affido questa fanciulla, miei baci, mia dolcezza,
affinché la piccola Erotion non abbia terrore delle nere ombre
e delle enormi fauci del cane del Tartaro.
Avrebbe provato il gelo del suo sesto inverno
se solo fosse vissuta altri sei giorni.
Che possa giocae fra i suoi tanto anziani padroni
e tra labbra balbettanti cinguetti il mio nome
Una zolla non dura copra le sue tenere ossa e tu,
terra, non essere per lei pesante: ella non lo fu per te.
Il testo è evidentemente ben noto a Carducci, che dai versi di Marziale riprende i riferimenti alla paura della bambina e il riferimento al gioco. Il poeta latino estende la preghiera di prendersi cura di Erotion ad entrambi i genitori, padroni della piccola ma evidentemente legati a lei come ad una figlia o ad una nipote; ugualmente, Erotion deve essere stata per Marziale ben più di una schiava, una vera componente della famiglia, una bambina con cui condividere giochi e tenerezze. E straziante è quell'appello alla terra, nella preghiera, ancora in uso, che essa non pesi sulla fanciulla, tanto più che ella ha esercitato ben poco peso sul suolo che ha calpestato per così breve tempo.

Ernst Ludwig Kirchner, Cimitero foresta (1933)

C.M.