martedì 9 ottobre 2018

Cavalli di razza - J.J. Sullivan

Cosa può indurre una persona che non si è mai interessata all'ippica, che, anzi, ha sempre snobbato qualsiasi sport ad immergersi in un'appassionante ricerca sul mondo dei cavalli? Non una folgorante esperienza all'ippodromo, non il lavoro, bensì il desiderio di stabilire una comunicazione, un rapporto a distanza con il padre ormai defunto.
È quanto racconta John Jeremiah Sullivan nel suo libro Cavalli di razza, uscito il mese scorso per i tipi di 66thand2nd nella traduzione di Gabriella Tonoli. Trattasi di un breve ma accurato reportage del mondo delle corse, dei suoi retroscena e del significato culturale assunto dal cavallo dagli albori della domesticazione fino alla selezione maniacale che si realizza al giorno d'oggi nei circuiti delle gare.
Ad accendere in Sullivan la curiosità per uno sport che mobilita ingenti somme di denaro e smuove il fascino di appassionati ma anche di semplici curiosi che decidono di regalarsi un'esperienza all'ippodromo è il racconto che il padre gli offre da un letto di ospedale. Nel 1973 Mike Sullivan, giornalista sportivo che ha saputo raccogliere intorno a sé l'ammirazione di tanti colleghi, è al Kentucky Derby e assiste alla clamorosa performance di Secretariat, che, contro ogni pronostico, strappa la vittoria al favoritissimo Sham.
«Nessuno aveva mai visto un cavallo correre in quel modo»: bastano queste parole a spingere lo stesso John ad avventurarsi nella maggiore competizione ippica americana e negli anfratti della storia dei cavalli dalla nascita della razza fino alla distinzione delle varietà più prestigiose, dalle pitture rupestri preistoriche alle folgoranti apparizioni dei destrieri dei conquistadores nel Nuovo Mondo, dalla descrizione delle aste in cui si vendono i giovani yearling alla triste fine di molti purosangue ormai inservibili nelle corse. Sullivan alterna aneddoti e lunghe digressioni in un racconto che ha il valore di un documentario e, insieme, di un servizio giornalistico, soprattutto nelle pagine dedicate all'edizione del Kentucky Derby del 2001, che si svolge all'ombra della tragedia dell'11 settembre e vede come protagonista e trionfatore quel War Emblem che fa parte proprio della scuderia di un emiro saudita sul quale non tardano a concentrarsi sospetti di terrorismo.
Il risultato di questa indagine è un accurato resoconto dai ritmi altalenanti, che corre veloce laddove trovano spazio le curiosità e rallenta in corrispondenza delle ricostruzioni più accurate e puntigliose. Cavalli da corsa, però, non è, a discapito dell'accurata bibliografia e degli interessanti inserti fotografici, un libretto asettico, da leggere come una piccola enciclopedia del cavallo, né si riduce alla cronaca delle gare, che, pure, l'autore riesce a rendere con la concitazione degli speaker e con fotogrammi al rallentatore magistralmente costruiti attraverso le parole. Nulla della ricerca di John Jeremiah Sullivan avrebbe infatti senso senza le profonde rievocazioni di piccoli momenti di vita familiare e senza il costante riferimento a quella perdita che proprio attraverso la riscoperta della passione e dell'entusiasmo del padre per i cavalli permette all'autore di incontrare di nuovo, a distanza, il genitore. Del resto le più appassionate ricerche hanno spesso un seme in un legame affettivo che, in qualche modo, ha acceso una fiamma.

Franz Marc, I grandi cavalli blu (1910)
Non abbiamo mai capito con certezza se il cavallo significhi pace o guerra, vita o morte; dipende da quale cultura si esamini, nel corso dei secoli il simbolo oscilla, come una bussola al polo. Più i simboli divengono familiari, più acquistano polisemia: la giada significherà sempre la purezza, ma la mela può significare qualsiasi cosa. E nulla ci è stato più familiare del cavallo, fino a, beh, diciamo fino al 1913, quando Ford cominciò a usare parti intercambiabili, o fino ad ora in alcune parti del pianeta. Non è azzardato dire che chi conosce i cavalli, chi li conosce sul serio, capisce meglio dello storico più aggiornato cosa significava in passato essere umani.
C.M.

sabato 22 settembre 2018

La ricerca del tempo per leggere

Vorrei, ma non posso. Quante volte noi lettori abbiamo fissato il libro sul comodino - iniziato, da iniziare, quasi abbandonato, quasi finito - rammaricandoci di non trovare proprio il tempo o l'energia da dedicargli?
Ultimamente fisso gli scaffali (i pochi che già hanno fatto la loro comparsa nella nuova casa) con un acuto desiderio di consumare tutti i volumi che li affollano, spesso ripromettendomi di dedicare a uno di loro un po'di tempo, magari la sera, a conclusione di tutti gli impegni che piombano sulla giornata. Ma poi niente: la sera arriva e, con essa, il sonno.
Chi di voi si riconosce in questa situazione?
 
Illustrazione di Gürbüz Doğan Ekşioğlu
 
La ricerca del tempo per leggere è un'attività stimolante, che ci proietta verso la nostra grande passione, eppure, a lungo andare, se rimane inappagata, genera anche nervosismo. Sarà capitato anche a voi di leggere a singhiozzo, di lasciare un libro iniziato a impolverarsi accanto al divano e di riprenderlo poi con entusiasmo... rendendovi conto di aver perso completamente il filo o di non ricordare proprio nulla!
Il fatto è che, quando la mente è occupata e lo stress delle occupazioni quotidiane ci assedia, anche la concentrazione svanisce e la lettura non è un passatempo che ne possa fare a meno. E ci si innervosisce, perché si vorrebbe davvero abbracciare quello svago e quel piacere che sappiamo scaturire dalle pagine. In questo modo ci priviamo della nostra passione e rischiamo di trasformarla in un momento di tensione, in ansia da prestazione: riusciremo a leggere o la paura stessa di non arrivare in fondo alla pagina ci tratterrà dal prendere in mano un libro?
Ci sono periodi - come questo, in cui i cambiamenti sono tanti e i ritmi di lavoro incalzano - in cui la lettura diventa un miraggio e il tempo dedicato al desiderio di leggere supera quello effettivamente destinato ai libri. Se, poi, i libri fanno parte anche del lavoro, capire come coniugare le letture di dovere a quelle di piacere diventa ancora più difficile. In questi giorni dovrò rispolverare per bene I promessi sposi, oggetto delle lezioni del secondo anno di liceo, rivedere le letture che penso di condividere con i miei alunni durante l'anno scolastico e, naturalmente, esaminare a fondo i manuali scolastici. Le mie giornate, dunque, sono ricolme di parole stampate, ma le letture di svago passano inevitabilmente in secondo piano e, guardando indietro, credo il sacrificio del tempo per leggere di questi giorni sia paragonabile solo a quello dell'ultimo anno di liceo, quando la preparazione per la Maturità assorbiva ogni minuto e polverizzava il concetto stesso di lettura di piacere.
Occorre trovare qualche strategia per sostenere la frustrazione, ben sapendo e accettando stoicamente che non si possa vivere di soli libri (e per fortuna): un giusto mezzo per barcamenarsi fra lo stress e i suoi rimedi, che, personalmente, faccio fatica a impormi.
Voi, amici libromani, come ricercate il tempo per leggere e, soprattutto, come lo trovate o come resistete al fallimento della ricerca? Avete dei libri dai poteri così grandi da tenervi svegli quando le palpebre si fanno pesanti o da tenervi carichi fino alla fine della giornata o della settimana?
 
C.M.

lunedì 17 settembre 2018

Il paese delle nevi - Y. Kawabata

Catturata dall'influenza del Paese del Sol Levante, questa estate ho letto Il paese delle nevi, considerato il capolavoro dello scrittore Yasunari Kawabata, primo autore giapponese insignito del premio Nobel per la letteratura, nel 1968.
Definire questo testo e raccontarlo non è così facile: brevissimo e intenso, Il paese delle nevi, pubblicato nel 1937, è una storia pervasa di malinconia e costellata di descrizioni mozzafiato dedicate a interi paesaggi o a dettagli particolari. Una prova, insomma, della straordinaria concentrazione giapponese e della riflessione estetica che caratterizza la cultura nipponica.
Il paese delle nevi è una località termale sulle Alpi giapponesi, nell'area di Takayama, dove gli inverni imbiancano il suolo e le case come in nessun altra regione giapponese. Qui trascorre le sue vacanze Shimamura, un cittadino di Tokyo attratto dalla rilassatezza di questo lugo e desideroso, come tanti, della compagnia di una delle geishe che vivono in città e allietano le serate degli ospiti delle varie locande. Shimamura incontra Komako, una ragazza sfuggente che - si dice - ha iniziato la sua carriera di geisha per aiutare il figlio della sua ospite a curarsi, forse per amore, a suo dire in nome di quel senso del dovere che sembra spiegare ogni sua azione. I due si incontrano, stagione dopo stagione, senza che Shimamura riesca a rispondere all'inquietudine di Komako, che lo cerca ma che rimane da lui divisa per colpa di una forza inspiegabile, di un bisogno di abbandono che, d'improvviso, diventa ostilità e tronca qualsiasi possibilità di comunicazione. Shimamura, per parte sua, appare freddo, talvolta infastidito dalle attenzioni di Komako eppure quasi geloso che ella le offra anche ad altri, in altri momenti tiepidamente preoccupato per gli eccessi della ragazza nei confronti dell'alcol e triste di doversi separarare da lei.
Ma il desiderio di lei per la città era divenuto un sogno senza speranza, ammantato d’umile rassegnazione, nel quale si sentiva non tanto l’altera insoddisfazione di chi vive in esilio, quanto il sentimento dello spreco. Ella non sembrava considerare la propria situazione particolarmente triste, ma, agli occhi di Shimamura, qualcosa in lei appariva stranamente commovente. Se avesse voluto approfondire quella sua intuizione di energie sciupate, Shimamura sentiva che sarebbe stato trascinato in un gorgo di emozioni remote capaci di sciupare la sua stessa vita. Ma davanti a lui c’era il volto mobile e vivo della donna, colorito dall’aria di montagna.
Il rapporto fra Shimamura e Komako è teso a qualcosa che non giunge mai, eternamente inappagato; sembra nutrirsi più della bellezza ideale di una sensualità che si irradia anche dal paesaggio montano nel corso delle stagioni e, insieme, dal passare del tempo, che di reali incontri. Komako assomiglia ad uno spirito che appare e scompare, terrena eppure inafferrabile, sospesa fra il consumarsi dell'esistenza e il desiderio di sottrarsi a questo fluire del tempo e della vita; Shimamura l'uomo che tenta di penetrare un segreto, ma che, al tempo stesso teme il suo svelarsi, un uomo alla ricerca della bellezza, della perfezione insita nel sacrificio, che ritrova in Komako, aggrappata al suo dovere di geisha, così come nell'antica arte della lavorazione della pregiata tela Chijimi, attività svolta dalle fanciulle bloccate nei villaggi durante i lungi mesi invernali.
Scorrendo le pagine de Il paese delle nevi, il lettore può avere la sensazione di non assistere allo svolgersi di alcuna storia, di non progredire verso alcun senso. Invece quel significato inafferrabile e implicito gli si insinua nell'animo e rende quella di Kawabata una storia memorabile, potente e delicata insieme, che ha forse più i tratti di un poema o di una danza ma che non per questo risulta meno affascinante.

Utagawa Hiroshige, Mariko - Cinquantatré stazioni del Tōkaidō
Il paesaggio era scuro, severo. Il crepitio della neve che gelava sulla terra pareva rimbombare nelle sue profondità. Non c’era luna. Le stelle, troppe per sembrare vere, si affacciavano in cielo con uno scintillio così vivo che parevano precipitare nel vuoto. E più le stelle si avvicinavano, più il cielo pareva sprofondare nel colore della notte. Le vette della catena montuosa, confondendosi l’una con l’altra, si levavano massicce sull’orlo del cielo stellato in un’oscurità così greve e fosca che pareva partecipare del loro peso. L’insieme della scena notturna si fondava in una pura, serena armonia.
C.M.