martedì 13 febbraio 2018

Suite francese - I. Nemirovsky

Fu la guerra a impedire a Irène Nemirovsky di terminare il suo ambizioso romanzo Suite francese. La guerra e le leggi razziali che la trascinarono nel campo di concentramento di Auschwitz all'improvviso, ma non senza che il suo animo presagisse l'amaro destino che l'attendeva. Ed è la guerra, con i risvolti più o meno prevedibili dell'occupazione, la protagonista di quella che sembrava avviata ad essere una vera epopea del popolo francese dal giugno 1940.

Il complesso progetto di Suite francese si deduce dagli appunti che la sua autrice compose prima e durante la scrittura, a documentare giorno per giorno la trasformazione dei personaggi, il lavoro su di essi e sullo sviluppo della storia di ciascuno. Di Temporale di giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie e La pace Irene Nemirovsky aveva ultimato soltanto le prime due parti al momento del suo arresto, il 13 luglio 1942, ma le note che Adelphi pospone alla coppia di movimenti consegnati dalla scrittrice suggeriscono un crescendo di drammaticità che avrebbe travalicato le risorse della narrativa per dar voce alla storia.
Nata l'11 febbraio 1903 a Kiev, Irène Nemirovsky non aveva ormai più nulla di ebraico quando venne arrestata: non solo la sua famiglia aveva precipitosamente abbandonato San Pietroburgo in seguito alla rivoluzione, ma ella si era addirittura convertita al cattolicesimo assieme al marito, Michel Epstein. Era già una scrittrice affermata (la fama era arrivata nel 1929 con David Golder) quando, nella Parigi occupata dai nazisti, le leggi razziali iniziarono ad ostacolare la sua attività professionale e le sole origini sovietiche bastarono a renderla indesiderabile alla pari di quelle giudaiche. All'arresto seguì la reclusione prima nel campo di Pithiviers, poi nel campo di concentramento polacco, dove morì di tifo il 17 agosto 1942. Qualche mese dopo il marito subì la stessa sorte e le due figlie furono messe in salvo per miracolo; con loro, conservato in una valigetta, sopravvisse anche Suite francese con l'insieme di appunti redatti dalla sfortunata scrittrice.
Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte – senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano: «È l’allarme?».
Temporale di giugno, la prima sezione del libro, narra della fuga dei parigini verso la Francia orientale: fra le pagine vediamo una fiumana di persone che cercano di sottrarsi al giogo dell'occupazione, chi per mettere in salvo gli affari, chi per cercare rifugio con i propri cari nella regione della Loira; fra questi la signora Péricand, che si dirige a Nîmes con i figli e l'anziano suocero, costretta a fare a meno del marito, che non può abbandonare il Museo Nazionale della capitale, e i Michaud, che, nella fuga che serve a conservare loro, oltre che la libertà, anche il lavoro, pensano costantemente al figlio Jean-Marie, ferito in guerra. L'apertura del romanzo è dedicata a tante storie di ritirata e disperazione innescate dall'entrata a Parigi della Wehrmacht nel giugno del 1940, alla narrazione della paura che attanaglia uomini e donne inseguiti dal tuono dei cannoni. Alcune di queste storie riaffiorano fra le pagine di Dolce e sarebbero poi proseguite nelle sezioni seguenti, già ampiamente immaginate dalla Nemirovsky.
Dalle finestre aperte si intravedeva un giardinetto illuminato dalla luna. Una luce scintillante e tranquilla si riversava sui ciottoli d’argento del vialetto, lungo il quale una gatta camminava adagio, e sui grappoli bianchi e profumati dei lillà. Nella sala da pranzo sfollati e gente del posto ascoltavano insieme i notiziari della radio. Le donne piangevano. Gli uomini chinavano il capo in silenzio. Non provavano una vera e propria disperazione; era piuttosto un rifiuto di comprendere, un attonito stupore del tipo di quello che si prova dopo un brutto sogno, quando piano piano si emerge dal sonno, si avverte che il giorno è vicino, tutto l’essere tende alla luce e si pensa: «È un incubo, adesso mi sveglio».

Irène Nemirovsky (1903-1942)
Il secondo movimento di Suite francese è infatti più statico, ma anche più appassionante. Esso è incentrato sulla figura della giovane Lucile Angellier, che, nella dimora di Bussy che divide con la rigida suocera da quando il marito Gaston, sposato solo per assecondare il desiderio del padre, è stato fatto prigioniero, è costretta ad ospitare l'ufficiale tedesco Bruno von Frank. Bruno si rivela ben presto un uomo come tanti e depone la maschera del nemico in una Francia nella quale, timidamente e non senza sensi di colpa, inizia a farsi largo il desiderio di ristabilire una vita normale. Gli occupanti tedeschi, visti da alcuni solo come sanguinosi nemici responsabili della morte e della cattura di familiari e amici, sono per altri nuovi concittadini, clienti, amanti, anch'essi trattenuti contro la loro volontà lontano dalle famiglie e dagli affetti e costretti ad eseguire degli ordini. Bruno ama la musica, ricorda con malinconia la patria, ma è anche portatore di una cortesia d'altri tempi, che rende difficile per Lucile disprezzarlo fino in fondo e la spinge ad amarlo e a sentirsi al contempo colpevole dei propri sentimenti. Un giorno il contadino Benoit, denunciato dalla viscontessa di Montmort per una subdola vendetta, uccide l'ufficiale Bonnet e Madeleine, sua moglie, convince Lucile a tenerlo nascosto, così ella deve dividersi fra le necessità di aiutare i compatrioti vessati e l'affetto che prova per Bruno, ben diverso dai tiranni che Benoit stesso descrive.
Suite francese è un romanzo che dà voce alle mille contraddizioni generate dalla guerra, mettendo in scena personaggi che antepongono l'interesse economico e stantii ideali classisti alla salvezza e alla libertà delle persone e le diverse relazioni fra vincitori e vinti in una situazione in cui essi sembrano avere più cose in comune fra loro che con le etichette nazionali cui rispondono. La Nemirovsky sembra suggerire che bontà e crudeltà non hanno uno schieramento definito, che la miglior nobildonna francese può essere meschina più di un soldato della Wehrmacht e far del male al proprio popolo più di uno straniero e che si può trovare più affetto in uno sconosciuto con una divisa nemica che in un marito che è tale solo di nome. Rimane la grande curiosità di sapere come sarebbe andata avanti la storia quando fossero stati introdotti nel racconto i prigionieri dei campi e fossero riapparsi Benoit e Jean-Marie dopo lo spostamento degli ufficiali nazisti nella disastrosa Operazione Barbarossa del 1941, eventi cui la Nemirovsky non ha fatto in tempo a dar forma e che la prova concreta degli eventi avrebbe forse mutato anche rispetto agli appunti.

Michelle Williams e Matthias Schoenaerts nel film di Saul Dibb del 2014

Le tornarono in mente i soldati dell’esercito francese che, un anno prima, sconfitti, nella loro fuga avevano attraversato il paese sporchi, stremati, trascinando nella polvere i logori scarponi. Mio Dio, questa era la guerra… Un soldato nemico non sembrava mai solo – un essere umano di fronte a un altro –, ma era seguito, premuto da ogni parte da una massa innumerevole di fantasmi, i fantasmi degli assenti e quelli dei morti. Non ci si rivolgeva a un uomo bensì a una moltitudine invisibile; pertanto nessuna delle parole pronunciate era detta semplicemente e semplicemente ascoltata; si aveva sempre la strana sensazione di essere soltanto una bocca che parlava per conto di tante altre mute.
C.M.

sabato 10 febbraio 2018

Un lustro di attività

Care Civette, rompo il silenzio cui mi ha obbligata il periodo degli scrutini scolastici per l'irrinunciabile celebrazione di un traguardo importante: il 10 febbraio 2013 iniziavo a scrivere su questo blog e già rintoccano i cinque anni di attività. 


Ogni tanto vado a rivedere i vecchi post, anche i primissimi, e non posso fare a meno di notare che dagli esordi ad oggi molto è cambiato nel mio modo di comunicare qui sul web, a partire dagli argomenti: all'inizio i libri erano solo uno dei tanti argomenti (neanche uno dei primi apparsi), poi sono diventati quello prevalente, assieme all'arte; spaziavo molto di più fra percorsi musicali e attualità, mentre in seguito si è andata definendo l'identità di uno spazio consacrato alla letteratura e alle sue contaminazioni con le diverse arti.
Confesso che qualche volta mi imbarazza notare l'essenzialità dei primi post, che si lasciavano scrivere in pochissimi minuti, perché ormai mi riconosco in articoli più corposi, approfonditi e nei quali posso riversare la mia voglia di scoprire, interrogarmi, confrontarmi. D'altra parte non ho il coraggio di eliminare le tracce di quel pulcino che era Athenae Noctua, perché ogni singolo pezzo, battuta dopo battuta, ha determinato la nuova identità di questo spazio e mi piace pensare che molte persone hanno dato fiducia alla goffa blogger che si affacciava alla rete affidandosi ad un'esperienza praticamente nulla. Insomma, è servito un annetto di riscaldamento (unito a qualche revisione grafica), ma ormai Athenae Noctua mi rappresenta pienamente e ne sono davvero felice.
Mi dispiace che il ritmo delle pubblicazioni si sia ridotto improvvisamente con l'avvio del nuovo anno scolastico, perché in queste lande internettiane ho sempre trovato un po'di ristoro e anche un'importante valvola di sfogo e non avere nemmeno l'energia per appuntarmi e condividere qualche bella pagina dei romanzi che leggo a volte mi rattrista. Tuttavia è bello sapere che questo spazio rimane, che qualcuno passa comunque, che anche grazie ai canali social posso mantenere in parte il dialogo a distanza con colleghi blogger e lettori in forme più rapide e immediate. Inoltre nei periodi di latitanza ho modo di spiare le statistiche dei post più letti fra quelli passati e di vedere cosa catalizza l'attenzione dei visitatori quando mancano degli articoli specificamente lanciati o riproposti da me, talvolta sorprendendomi.
Insomma, Athenae Noctua è ancora un'esperienza importante, alla quale non sono certo disposta a rinunciare e in questo compimento del primo lustro spero che continui ad esserlo per tanti altri anni. Grazie a tutti voi che ne fate parte.

C.M.

lunedì 29 gennaio 2018

Bagliori a San Pietroburgo - J. Brokken

San Pietroburgo è una la grande città del nord Europa che più di tutte vorrei visitare: evoca in me il ricordo della grande storia russa, della magnificenza dell'impero e la bellezza architettonica del rococò, per non parlare delle vicende rivoluzionarie, cui ho sempre guardato con grande interesse.

Era quindi naturale che, dopo essere rimasta estasiata da Anime baltiche, mi lasciassi attrarre dall'ultimo libro di Jan Brokken, Bagliori a San Pietroburgo (Iperborea), una raccolta di aneddoti biografici legati ad alcune delle più rilevanti figure di intellettuali vissuti fra il XIX e il XX secolo che ho avuto il piacere di sentir presentare a Mantova dall'autore stesso.
Il libro raccoglie le suggestioni dei viaggi di Jan Brokken a San Pietroburgo, la città cui si sente più legato fin da quando la visitò per la prima volta nel 1975. Nell'antica capitale dell'Impero russo, come scrive Brokken, ricordi e stimoli provenienti dalla letteratura e dalla musica sono una compagnia costante, quindi ricavarne un libro è stata l'operazione più naturale.
Fra le pagine di Bagliori a San Pietroburgo si susseguono appunto questi frammenti di incontri a distanza, innescati, di volta in volta, dalla visione di un luogo o di una statua o dall'ascolto di un brano musicale: basta che Brokken passeggi lungo il fiume Neva e alzi lo sguardo verso l'effigie di Anna Achmatova (l'indiscussa protagonista di questa galleria di ritratti) volto alla prigione di Krestij in cui le avevano imprigionato il figlio perché l'autore senta emergere nel proprio animo i versi della poetessa e l'amore per la sua raffinatezza. Inizia qui la presentazione della sua biografia, del legame con Iosif Brodskij, dell'incredibile aura che ella emanava e che impedì alle autorità sovietiche di arrestarla come fecero con tutti i poeti di cui era amica. 
Brokken racconta poi il tormento del poeta Sergej Esenin e della sua relazione con Isadora Duncan, il talento letterario di Aleksandr Solženicyn e il suo timore di fronte al prestigio di Vladimir Nabokov, che non ebbe il coraggio di incontrare. Curioso è il percorso alla ricerca della sede del Liceo imperiale Alessandro, nel quale studiò il barone Alexander von Wrangel, amico di Fëdor Dostoevskij dai tempi in cui fu procuratore di Semipalantinsk, la cittadina siberiana in cui lo scrittore scontò la sua pena (il rapporto è narrato da Brokken ne Il giardino dei cosacchi, ma se ne parla anche in Anime baltiche), con la difficoltà di convincere coloro cui chiedeva indicazioni che lo storico liceo in cui si era diplomato Aleksandr Puškin era stato spostato nel 1944 dal meraviglioso complesso di Carskoe Selo nel centro della città. Ma ancor più ammirevole è la passione per Dostoevskij che spinge Brokken in un vero e proprio pellegrinaggio fra le sue case pietroburghesi, fino all'appartamento al numero 5 di via Kyžnečnji in cui morì. 

Jan Brokken al Festivaletteratura 2017
Sono però molti altri uomini e donne che si espressero attraverso le arti ai quali Brokken lascia spazio, dalla pianista Marija Judina, che negli anni delle persecuzioni ordinate da Stalin si esibiva con una pistola sotto il vestito, al pittore Kazimir Malevič, che fu influenzato dal fauvismo e dal cubismo, non senza incursioni nella pittura futurista. In questa rassegna di intellettuali e artisti si fa notare un particolare ritratto, quello del principe Feliks Jusupov, che non assurse alla fama per motivi similari, ma per essere stato il pianificatore dell'assassinio di Grigorji Rasputin: Brokken fa luce sul movente dell'assassinio e sull'incredibile svolgimento di uno degli omicidi più famosi della storia.
Bagliori a San Pietroburgo, insomma, è il racconto di una città parlante, la cui voce si sprigiona dalle strade, dagli edifici, dai monumenti che la compongono.
Rispetto ad Anime baltiche - data la similarità dei due libri il confronto è inevitabile - Bagliori a San Pietroburgo è risultato però meno coinvolgente, sebbene la mia curiosità verso la città russa bastasse a rendermi propensa ad amare questa raccolta. Proprio la struttura della narrazione biografica, fatta di scorci e piccoli affondi in alcuni aneddoti della vita dei pietroburghesi illustri, ottiene l'effetto di frammentare l'attenzione, anche perché difficilmente le singole biografie sono pure, dal momento che alcune si dipanano lungo più capitoli, altre sono come dei cammei e si intersecano alle storie principali. Il risultato è complessivamente buono, perché la penna di Brokken ha una qualità innegabile e San Pietroburgo è una prodigiosa cornice unificante, tuttavia manca quell'approfondimento che prendeva ciascuna delle anime baltiche per mano fin dalla giovinezza e ce la presentava con dovizia di particolari, appagando qualsiasi curiosità del lettore. Ciò nonostante, come il precedente libro, anche quest'altro si presenta come un ottimo riferimento per sognare e magari pianificare un viaggio con la certezza di non perdere proprio nulla delle storie che hanno reso grande la cultura russa fra i due secoli.

Il Palazzo di Caterina, nel complesso imperiale di Carskoe Selo
Tutto è letteratura in questa città, tutto è musica. Anzi, sono la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il balletto, il teatro a sprigionare il bagliore che emana questa città. 
C.M.