venerdì 5 luglio 2013

L'Hakuna Matata dei tempi suoi

Cos'hanno in comune l'allegra coppia del cartone animato Il re leone e il malinconico Leopardi? Tutti loro, in modo diverso, hanno avuto un rapporto ravvicinato con il pensiero stoico. Forse alcuni di voi staranno pensando che mi sia bevuta il cervello, visto che ieri esaltavo il dissacrante trattamento del mito greco operato da Pollon e oggi mi ritrovo a sproloquiare di una presunta relazione fra la filosofia del saggio antico e quella di due dei più celebri personaggi disneyani.

In realtà, vi sarà presto chiaro che mi sto muovendo nel limbo compreso fra l'ironia e la provocazione, perché la filosofia del vivere senza pensieri ha in Leopardi gli effetti opposti di quelli che riscontriamo in Timon e Pumbaa: semplicemente, mi sembrava un modo divertente per alleggerire una riflessione un po'ostica.
«Senza pensieri la tua vita sarà / chi vorrà vivrà in libertà» recitava la canzoncina. Ebbene, anche Epitteto, filosofo greco vissuto fra il I e il II secolo d.C. (ma di cui si hanno poche notizie certe, a partire dallo stesso nome) ha costruito la sua opera fondamentale, il Manuale (Encheirìdion) sull'idea del raggiungimento di una felicità che ha come necessaria premessa il rigido controllo dei pensieri.
Alla base delle possibilità di avere una vita lieta e appagante c'è la ragione, che permette di operare una distinzione essenziale fra 'cose che sono in nostra facoltà' (Epitteto, Manuale I, 5) e quelle che non lo sono; se, attraverso l'esercizio della ragione (in forma di proaìresis, ovvero di una 'valutazione primaria') l'uomo si dovesse rendere conto che quanto desidera o ciò di cui si dà pena come possibile minaccia al raggiungimento della felicità appartiene alla sfera di ciò che non dipende dalla sua volontà, dovrebbe disinteressarsi dell'oggetto stesso delle sue premure. In caso contrario, si voterebbe ad un'esistenza di perpetuo tormento e di insoddisfazione irreversibile:
«Le cose sono di due maniere; alcune in poter nostro, altre no. Sono in poter nostro la opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'avversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la reputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri propri atti. [...] Ricordati adunque che se tu reputerai per libere quelle cose che sono di natura schiave, e per proprie quelle che sono altrui, t'interverrà di trovare quando un ostacolo quando un altro, essere afflitto, turbato, dolerti degli uomini e degli Dei.» (Epitteto, Manuale I, 1,3.)
Prima pagina dell'edizione secentesca
del Manuale di Epitteto

Da questa constatazione dell'impossibilità di dominare una gran parte degli avvenimenti e della natura umana partono diverse considerazioni sull'insensatezza del preoccuparsi della morte, della malattia, dei beni materiali, delle attenzioni o del disinteresse delle divinità nei confronti delle sorti di ciascun mortale. Il saggio deve comportarsi come un attore:
«Sovvengati che tu non sei qui altro che un attore di un dramma il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. [...] A te si aspetta solamente di rappresentar bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.» (Epitteto, Manuale XVII, 1)
Stabilita questa condizione elementare, il filosofo passa a fornire un prontuario di comportamenti rispettosi della moderazione e della sobrietà che si addice al saggio, affrontando questioni come l'adulterio, i divertimenti, l'esercizio fisico, la sincerità.
Quello di Epitteto, insomma, è un invito ad accettare serenamente la vita, comportandosi con equilibrio ed evitando di volgere le proprie attenzioni e le proprie energie al perseguimento di scopi vani o irraggiungibili. Non si nota, nelle pagine dell'autore greco, alcuna amarezza, ma, anzi, le sue massime sono pervase da un senso di quiete e rasserenamento che nel volgarizzamento leopardiano (1825), soprattutto nelle pagine introduttive, si perde, sostituito da un latente sentimento di protesta malcelato da un'affermazione poco credibile di totale impotenza. Sappiamo, d'altronde, che l'ultima fase del pensiero del poeta recanatese (dal 1830) è punteggiata da eccezionali slanci di titanismo e di rivolta contro l'esistenza arrendevole e mesta celebrata nelle fasi precedenti.


Ecco come Leopardi, nel Preambolo del volgarizzatore. si accinge a presentarci il pensiero del filosofo greco:
«Non è altro quella tranquillità dell'animo voluta da Epitteto sopra ogni cosa, e quello stato libero da passione, e quel non darsi pensiero delle cose esterne, se non ciò che noi chiamiamo freddezza d'animo, e noncuranza, o vogliasi indifferenza. Ora la utilità di questa disposizione, e della pratica di essa nell'uso del vivere, nasce solo da questo, che l'uomo non può nella sua vita per modo alcuno né conseguir la beatitudine né schivare una continua infelicità. [...] Non hanno gli uomini finalmente altra via se non questa una, di rinunciare, per così dir, la felicità, ed astenersi quanto è possibile dalla fuga del suo contrario.»
Una giusta interpretazione, anche se la scelta terminologica, l'uso della sintassi e altri piccoli accorgimenti (che si notano avendo a disposizione anche una traduzione moderna del testo) segnalano, a mio avviso, un distacco e un bisogno di evasione che nelle pagine di Epitteto non è contemplato: manca, in Leopardi, una vera e sincera adesione al pensiero stoico, o meglio, un coerente perseguimento dell'ideale di Epitteto. È in questi momenti che la natura classica di Leopardi lascia spazio alle infiltrazioni del poeta romantico. Ma questa è un'altra storia, anche se dubito che il buon Giacomo gradirebbe essere accostato, nel giro di poche righe, ai suoi nemici romantici e al duo più famoso della cinematografia disneyana!

«Conducimi, o Zeus, e anche tu, o Destino,
alla meta che da voi mi è stata assegnata:
vi seguirò infatti senza indugio; ma se anche non voglio,
per essere divenuto vile, vi seguirò lo stesso.
Chi si è conciliato nobilmente con la necessità,
è un saggio presso di noi, e conosce le cose divine.»

C.M.

12 commenti:

  1. Prima associazione di idee – tanto per cambiare ;-)!
    Sarà che ho tirato giù dallo scaffale le tragedie del Bardo (o cigno di Stratford upon Avon che dir si voglia) ed ora il libro ammicca dal divano…
    “All the world is a stage”!
    Il mondo è un palcoscenico e noi a volte scegliamo un ruolo, altre volte “ci viene affibbiato”: Zeus? Destino? Dio? Caso? Fate vobis!
    Seconda associazione, ancora più “sbiellata”: ogni tanto io e Loredana de Il Furore – sul suo blog, ma anche fuori – parliamo del “romanticismo”. Il punto di partenza è il libro “modello Harmony”: non definirei quel genere romantico, ma “zuccheroso”, il romanticismo è altro…e stiamo ancora cercando di capire cosa sia, magari senza inciampare in Wordsworth, Coleridge & “compagnia bella”.
    Ogni volta che si nomina quell’allegrone di Leopardi mi viene in mente “Che fai tu, Luna nel ciel, dimmi, che fai silenziosa Luna?” e vedo la luna scocciata rispondergli “una padellata di cozze tue, no, eh?”
    Va bene, ora cerco di fare la persona seria.
    Penso il distacco stoico “puro” sia alquanto irrealizzabile. Anche poco umano, in fondo.
    Conoscere le cose divine sarebbe una gran cosa, ma noi possiamo conoscere a partire da quello che siamo e abbiamo attorno.
    E dopo aver canticchiato per tutta la sera “Pollon combinaguai”, adesso attacco con Hakuna Matata, che mi è più congeniale del Giacomino…

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    1. La questione del mondo-palcoscenico meriterebbe un articolo (anzi, un libro) a parte, ma anch'io pensavo a Shakespeare (e a Calderon de la Barca) mentre trascrivevo il passo di Epitteto! :)

      Lo confesso: l'intenzione recondita dei miei ultimi post era proprio quella di infestarvi di canzoncine dei cartoni animati! ;)

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  2. De la Barca... "La vida es sueňo"? Devo andare a rivedere i miei vecchi appunti.
    Se vuoi musica di cartoni animati, posso consigliarti anche la colonna sonora originale dei già citati Nausicaa, Oscar e perfino Kenshiro e Tiger Mask: hanno qualche musica niente male... poi riprendiamo Cristina D'Avena e facciamo un bel coro!:-D

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    1. Sì, pensavo proprio a quell'opera! :)
      Quanto alle canzoncine, io ci sto, conosco quasi tutte quelle di Cristina d'Avena (eccetto quelle degli ultimi anni) e mi unisco volentieri al coretto! :D

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  3. Ciao Cri! Mi spiace riscrivere quello che tu e Marzia avete già detto, ma anche io ho pensato subito a Shakespeare e anche io sono caduta preda delle canzoncine dei cartoni animate.

    Concordo pienamente con il caro Epitteto per quanto riguarda la faccenda dei pensieri, ma mi angoscia pensare che siamo tutti destinati a recitare una parte: io ero fan dell'"uomo artefice del proprio destino" e dell'"uomo al centro dell'universo".
    E' anche vero che non abbiamo potuto scegliere nulla di ciò che siamo, il caso (o Dio, Fato, ecc...) ha scelto per noi la famiglia, l'educazione, il carattere e le nostre caratteristiche fisiche, perciò possiamo solo adeguarci a ciò che siamo e agire di conseguenza, sperando di reincarnarci in qualcosa di più consono ai nostri desideri.

    E' anche vero tuttavia che Kung Fu Panda è diventato un grande guerriero nonostante l'obesità, che Messi ha sbaragliato il mondo del calcio nonostante la statura... alcuni ce l'hanno fatta grazie alla propria ostinazione, perciò forse basta crederci...

    Boh, non so quale sia la verità, in ogni caso adesso mi faccio una bella cantata di Akuna Matata!

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    1. Ciao, Valivi! Hai fatto bene a sollevare i problemi contingenti questa filosofia di vita, parlando di fortuna, caso, influenze di contesto e forza di volontà (bellissimo l'esempio di Kung Fu Panda, vedo che siamo tutte proiettate al mondo animato), perché l'idea di questo post era nata proprio dalla discussione avviatasi con l'articolo dedicato alla Fortuna (in particolare avevo accennato allo stoicismo in un commento con Loredana).
      Di certo le possibilità di realizzarsi e di trovare la felicità non sono del tutto contemplabili in uno stadio iniziale di giudizio, la valtazione va continuamente sospesa, cercando di adattarsi di volta in volta alle possibilità e ai limiti che emergono. Secondo il mio punto di vista, la filosofia di Epitteto offre un buon punto di partenza, ma, sono anch'io del parere che a ciascuno spetti almeno in parte il ruolo di faber fortunae suae... altrimenti cadremmo nella filosofia reazionaria dell'accettazione totale di ogni cosa, il cui unico esito sarebbe l'atarassia, una condizione innaturale, perché l'uomo è composto di slanci (e qui credo che Leopardi sarebbe d'accordo) e di voglia di plasmare il mondo.

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  4. ...be', la forza di volontà è una grande risorsa! Ricordi "volli, fortissimamente volli, ecc."?

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    1. Concordo con te e con il vecchio Alfieri! :)

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  5. ciao ti ho conosciuto grazie alla community bloggiamo mi piace il tuo blog e ti seguo volentieri se ti va vienimi a trovare ciao elisa di spicchidelgusto

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    1. Ciao e Benvenuta! Grazie, ti seguo volentieri anch'io! :)

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  6. Ciao, entro in un campo minato, ma la mia impressione è che Leopardi volgarizzatore pieghi tutte le sue traduzioni dal greco sempre a una suo particolare sentire politico, quindi di impegno civile, e che quindi le scelte lessicali che attua come traduttore vadano sempre in quella direzione. Anche se poi credo sia non giusto inserire L. all'interno di categorie critiche nette. Lui aveva una natura giocosa e solare, quindi la suprema intelligenza fatta leggerezza, checché se ne dica. Ad ogni modo il tuo post con cui colleghi un cartone animato Leopardi e lo stoicismo mi fa pensare appunto al riso e alla laggerezza. Mi fai venire in mente che la traduzione del Manuale è mi pare del '23 o '24 e che le Operette Morali sono del '27. In queste ultime nell’Elogio degli uccelli Amelio Filosofo sogna un mondo orale, canoro e sembra farsi in qualche modo beffe, in tanta leggerezza, proprio del rigido Platone della Repubblica, in quel passo che ricorderai, dove si condanna il riso (sicuramente tenuto presente da quel personaggio di Eco del Nome della Rosa). E così mi è venuto in mente proprio quel passo di Epitteto nella versione di Leopardi: "dal gridare, dal soverchio ridere eccetera convienti astenere al tutto". Insomma secondo me L. sorrideva traducendo Epitteto e chissà se non pensava appunto già al divertente Amelio filoso, cioè in fin dei conti alla politica, a una certa visione del sociale, un’evasione ma in senso politico

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    1. Quello di Leopardi traduttore e filologo è un mondo che ci è ancora poco noto, nonostante sia stato il vero fulcro della sua attività; ciò che faceva da erudito si riversava inevitabilmente nelle sue poesie, anche se il Leopardi classicista è in effetti più vitale ed entusiasta del Leopardi poeta: ovunque si coglie, dietro alla patina di malinconia e rimpianto, un senso recondito di evasione, di gioia nelle piccole cose. Come a dire che, nonostante le sue dichiarazioni sulla vita come sinonimo di dolore e noia, il poeta non ha mai smesso di essere come gli uccelli di cui parla nel dialogo, sempre incline al moto, mai parco della quiete. Mentre ammetteva l'inutilità di un perenne affaccendarsi verso un'irraggiungibile felicità, il buon Giacomo illustrava nelle sue pagine gli sprazzi più belli e ameni della vita (il mazzolino di rose e viole della donzelletta, l'attesa del piacere, il "dolce naufragar" nell'immensità). La gaiezza, insomma, non sembra un argomento incoerente parlando di Leopardi.
      Sono andata, cogliendo il tuo spunto, a leggermi il dialogo, dove si nota, in effetti, un'argomentazione che fa pensare alle note pagine del romanzo di Eco.

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