venerdì 28 marzo 2014

Il discorso del re (Tom Hooper, 2010)

Un po'storico e un po'biografico, Il discorso del re ci introduce ad un aspetto intimo e sofferto della personalità di Giorgio VI, Albert di York (interpretato da Colin Firth), salito al trono dopo la rinuncia del fratello Edoardo, che ha preferito condurre una vita privata seguendo i suoi sentimenti per l'americana due volte divorziata Wallis Simpson. Albert, però, soffre fin dall'infanzia di disturbi di balbuzie, che si manifestano già dalla scena iniziale del film, durante la quale deve pronunciare un discorso allo stadio di Wembley di Londra.

Per quanto certo di ciò che deve dire, per quanto sciolto nei rapporti con la moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter) e con le figlie Margaret ed Elizabeth (che gli succederà al trono dopo la sua abdicazione), Albert viene preso da un blocco totale quando deve manifestare pubblicamente il suo carisma in pubblico o di fronte al padre e al fratello maggiore.
L'importanza del ruolo che è chiamato a rivestire sia come principe di York sia, successivamente, come sovrano, lo convincono ad affrontare una faticosa terapia per superare la balbuzie; dopo numerosi tentativi falliti ad opera di specialisti, è grazie ad un aspirante attore di origini australiane, Lionel Logue (Geoffrey Rush) che Albert trova il modo di vincere la propria esitazione e il proprio nervosismo. Le singolari terapie di Lionel lasciano dapprima perplesso il futuro sovrano, ma iniziano, pur gradualmente, a sortire i loro effetti, finché, libero dalla soggezione del padre e del fratello, ma gravato dalle responsabilità del regno, Giorgio VI sarà chiamato, nel 1939, a pronunciare il discorso di ufficializzazione dell'entrata in guerra rivolto all'intero impero britannico.
Storia di amicizia e di paure, di affetto e di responsabilità, Il discorso del re ha meritatamente conquistato quattro Oscar nel 2011, ottenendo i titoli di miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista per Firth, decisamente inedito nella capacità di passare da insicuro scolaretto a prorompente urlatore da stadio. Più che opportuna, anche se non concretizzata, anche la nomination di Rush a miglior attore non protagonista.


Se non fosse la resa artistica di una reale vicenda storica, Il discorso del re sarebbe solamente un buon film, da consigliare e vedere più volte perché capace di emozionare e far riflettere, regalando anche qualche momento di divertimento. Il film di Hooper, però, è molto di più: spalanca l'ideale quarta parete fra un mondo di protocolli e cerimonie e la vita privata delle persone che stanno dietro di essi, offre una nuova prospettiva della storia e mescola il trasporto della buona narrazione con la suggestione derivante dalla consapevolezza della verità di quanto viene portato sullo schermo. Sarà forse una ricorrente impressione personale, ma il legame fra l'arte e la realtà mi offre sempre una lente diversa di guardare ad un film, ad un quadro, ad un libro, perché i linguaggi si confondono e i significati si moltiplicano, producendo spesso effetti meravigliosi.


C.M.

4 commenti:

  1. Bello questo film come la ricostruzione storica.
    Avrei preferito che Firth vincesse l'Oscar per A single man. Ma questo è solo un appunto.

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    1. A single man mi manca, ma se dici che Firth è da Oscar è un buon motivo per recuperarlo, ci farò un pensiero!

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  2. Questo film mi è piaciuto molto (e anche Colin Firth mi regala sempre belle sensazioni).

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    1. Devo confessarti che prima di vedere Il discorso del re non avevo grande considerazione di Firth, ma ho cambiato molto volentieri idea!

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