sabato 8 marzo 2014

Le fanciulle d'ieri e quelle d'oggi

Esattamente un secolo fa, nel primo numero del 1914 de La nostra rivista per le donne italiane, Sofia Bisi Albini (1856-1919) affrontava un'interessante riflessione sulla trasformazione delle giovani donne, sulle cause dei mutamenti e sulle straordinarie premesse socio-culturali costituite dall'incremento dell'istruzione e della consapevolezza femminili. Il suo pezzo, intitolato Le fanciulle d'ieri e quelle d'oggi, si rivela un eccezionale documento per cogliere le percezioni su un tema che ancora oggi, soprattutto in corrispondenza della Giornata internazionale della donna, desta curiosità, interesse e, talvolta, preoccupazione.

Pablo Picasso, Ritratto di Olga Khokhlova in poltrona (1918)

L'articolo si apre con l'affermazione dell'importanza del Risorgimento come fucina non solo dell'unità nazionale, ma anche delle idee di uguaglianza e progresso dei diritti e delle possibilità delle donne, un fenomeno passato a lungo inosservato e che, pertanto, si guadagna un posto di primo piano nell'argomentazione della Bisi Albini:
Ci si maraviglia dell’immenso progresso compiutosi in questi ultimi anni nel mondo scientifico e industriale, e nessuno ancora si è accorto di un altro grande maraviglioso progresso: quello delle fanciulle, le madri di domani, grazie alle quali la società sta per compiere un’evoluzione sorprendente. E sono le madri d’oggi e quelle di ieri che l’hanno sapientemente preparata.
Noi siamo nate nel mattino radioso del nostro Risorgimento e sappiamo quale largo respiro corse per l’Italia. Le nostre mamme, che fanciulle avevano visto il '48, erano ancora palpitanti di tutte le emozioni provate. Noi trovavamo in fondo ai cassetti coccarde italiane e francesi che avevano visto i giorni inebbrianti del 59, e compitavamo su vecchi proclami patriottici. Vedevamo le mamme tutte occupate a fondar scuole degne dei nuovi tempi, società di Mutuo Soccorso fra operaie, ricoveri per i bambini lattanti delle donne che lavorano nelle fabbriche...
Come dissi, nella nostra infanzia era ancora nell’aria il suono delle trombe e il rullo dei tamburi dell’epopea grandiosa [...]. Fu veramente la liberazione di tutti gli spiriti e parve che solo allora fosse possibile di mettersi al lavoro di organizzazione della nuova patria.
Un soffio di democrazia aveva portato in alto tutti i cuori. Democrazia nel suo vero vecchio senso di distruzione di ogni privilegio e nel senso largo e moderno di unione di uomini che vogliono e chiedono la libertà in ogni sua possibile applicazione.
Spesso l'impegno civile assunto dalle donne della generazione risorgimentale non era ben visto dalle signore 'vecchio stampo', dalle nonne che «scotevano il capo» e che «a quarant’anni avevano incominciato a portar la cuffia, e a cinquanta erano già vecchie di corpo e di spirito come ora non vediamo nessuna donna neppure a ottanta anni». D'altronde, si sa, i grandi cambiamenti sono spesso oggetto di una diffidenza direttamente proporzionale alla loro portata, alla loro capacità di sradicare le tradizioni e le abitudini.
Da questa mobilitazione patriottica si generò un forte senso di democrazia che portò molte famiglie agiate dell'alta borghesia a rivoluzionare l'educazione, abbandonando i precettori per riempiendo le scuole pubbliche, luoghi in cui si incontravano bambine e ragazze di diversa estrazione sociale e che, con legami di autentica e sincera amicizia, contribuirono a creare l'Unità d'Italia e a rafforzare lo spirito della popolazione femminile.
Sì, noi abbiamo avuta la nostra prima istruzione con le fanciulle del popolo, dalle quali ci divideva una diversità di usi, di pensieri, di abiti, di linguaggio, ben più grande che ora non esista. Noi abbiamo per le prime avvicinate come uguali sui banchi di scuola, e imparato a conoscere, le figliole di una classe che era sempre rimasta separata: bambine di operai e di bottegai che si mostravano più studiose di noi, e molte volte più intelligenti; e se noi siamo state spesso urtate da rozzezze e volgarità che ci erano ignote, abbiamo però anche conosciuto bontà, delicatezze, fierezze che mai avevamo sospettate.
Le nostre madri ebbero dei momenti di esitazione nella nostra educazione. Troppa differenza v’era fra quanto esse sentivano di dover fare e quanto si era fatto fino allora, ma se pensiamo che esse furono le prime a mandarci alle scuole pubbliche, e farci proseguire gli studi in istituti superiori, aprendo davanti al nostro spirito tutta una letteratura classica e romantica ch’ era stata fino allora considerata come pericolosa, e furono le prime a concederci a vent’anni di uscire sole per andar a lezioni, per visitare un’amica o portar soccorsi a povere famiglie, dobbiamo dire che il passo più decisivo verso una nuova educazione fu fatto da esse.
Gustav Klimt, Ritratto di Mada Primavesi (1912)

Tale coraggio nel rivoluzionare le scelte educative delle nuove generazioni di fanciulle italiane produsse il primo, vero mutamento nella percezione delle donne, le quali, da «bocconcini senza colore e senza sapore che le mamme agganciavano all’amo e tendevano ai pesci guizzanti nel mare della vita» e che non facevano «altro che dar la caccia ad un marito», guadagnarono un valore che permise loro di ottenere un'indipendenza che le loro nonne non avrebbero mai immaginato, che partiva dalla possibilità di uscire di casa da sole.
Al diritto ad una relativa autonomia si accompagnarono anche un ringiovanimento delle donne, una maggior cura dell'estetica, del modo di presentarsi in società, tanto che, spariti scialli e cuffie che soffocavano la bellezza fin dalla prima maturità, non si distinguevano più le ventenni dalle trentenni. Ma non fu tutto: l'acquisizione di consapevolezza sull'essere donna e sulle dinamiche della vita familiare, diretta conseguenza della democratizzazione, dell'abbattimento delle barriere fra generazioni e della diffusione dell'istruzione, mutò anche i rapporti madre-figlia, permettendo l'instaurarsi di confidenze e affetti più profondi:
Fanciulle, mamme e nonne ci siamo avvicinate come non mai prima, e viviamo una stessa vita, malgrado che ognuna di noi sia così gelosa della propria indipendenza. Ma pensieri, preoccupazioni, godimenti, letture, discorsi ci sono comuni, perché noi abbiamo aperta davanti agli occhi delle fanciulle la vita in tutta la sua sincerità, mentre una volta esse avevano l’ impressione che qualche cosa di vergognoso ci fosse sempre dietro quelle porte che trovavano chiuse alla loro curiosità. Ciò che con ipocrita e pericoloso sistema si voleva loro nascondere, oggi si va svelando ad esse quietamente, per lavoro spontaneo della loro mente, per gli studi più completi e più seri, per una maggior sincerità del loro e del nostro carattere.

Marie Laurencin , Ritratto di Anna (1903)

La possibilità di accedere allo studio alla pari dei coetanei maschi e di porsi in competizione con essi (un primato che l'Italia poté vantare su paesi più progrediti come la Germania) fu la prima, vera chiave dell'emancipazione. Con una solida istruzione, alle fanciulle italiane iniziarono ad aprirsi orizzonti sconosciuti, tali da offrire loro l'enorme possibilità di chiedersi cosa fare della propria vita, come far fruttare un talento, a cosa dirigere le proprie aspirazioni, sottraendosi a quell'eterna attesa dell'arrivo di un contratto che le trasformasse da figlie in mogli.
Lo studio è veramente un faro che rischiara gli angoli più oscuri, così della scienza come della coscienza. L’istruzione seria che ricevono le fanciulle oggi sa trarle fuori dal morbido e scivolante terreno della frivolezza e delle mondanità, da quello meno viscido, ma non meno pericoloso, dei sogni, delle sentimentalità e delle morbose malinconie, da quello così sassoso delle meschine, materiali fatiche esaurienti e così spesso inutili, per farle assurgere a una vita di lavoro in cui l’arte sa porre il suo suggello di bellezza, a doveri di educazione e di esempio nei quali nessuno può sostituire la madre, a quelli di governo della casa e di aiuto spirituale e di collaborazione, nei quali nessuno deve sostituire la moglie.
[...] Oggi non vi è, si può dire, fanciulla intelligente in Italia, che finito un corso regolare di studi non si domandi: che cosa posso fare?
Perché ella non può pensare che una creatura, nell’età sua più preziosa, possa rimanersene nella ridicola posizione di attesa ... di quel qualcuno che non si sa chi sia - che non si sa da che parte verrà, - che forse non verrà mai...
Pare impossibile che vi sia stato un tempo in cui tutti i padri e tutte le madri tenevano le loro figliole in una situazione così poco dignitosa. Pensiamoci bene: è il cartello del si vende che si lascia penzolare per anni dal proprio balcone: tutto ciò che una madre fa per rendere eleganti le sue figliole, per farle divertire, ha l’aria di una vera esposizione per trovar l’acquirente. Oh, voi avete ragione, figliole care, di ribellarvi a questa, non so se più penosa o comica posizione; avete ragione di chiedervi: che cosa posso fare? E di fare qualche cosa. Qualche cosa in cui mettere tutta la vostra intelligenza, in modo che vi diventi un gran piacere: qualche cosa in cui esplicare le vostre particolari attitudini, o le vostre particolari virtù, e possa essere utile a voi e agli altri.[...]Oggi noi vediamo anche fanciulle molto ricche sfuggire una vita snervante e scipita di svaghi e di flirt, e darsi a studi serii o a lavori interessanti.
L'accurata e accorata analisi di Sofia Bisi Albini del progresso e del cammino delle donne da ornamenti a protagoniste attive della propria esistenza si chiude con considerazioni ottimistiche sulle opportunità date da una classe femminile istruita e consapevole per l'ulteriore miglioramento della società. L'autrice non dimentica che la donna ha un ruolo importante nella famiglia, ma non riduce la sua presenza ad uno strumento per sorreggere marito e figli: una donna educata, colta e capace di assecondare interessi e procurarsi svaghi è una donna forte, che non può che apportare un ulteriore progresso:
L’educazione nuova, che ha liberato il loro cammino da tante stolide convenzionalità (che invece di essere una difesa erano un’offesa alla loro purezza e alla loro dignità) le ha anche liberate dalla insidiosa ragnatela che la noia, i disinganni, gli scoraggiamenti tessono intorno ad ogni debole anima femminile.
La nuova società ha bisogno di donne colte senza pedanteria e vanità, - pensose, ma serene, laboriose, ma calme, - le cui mani siano sempre pronte a compiere con abilità e con grazia ogni più delicata creazione d’arte, come ogni più semplice e umile lavoro.
Combattere così le battaglie femministe non vuol dire giungere a una vittoria inebbriante?
È quella che attende le fanciulle italiane d’oggi, le madri di domani.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hebuterne (1919)

A cent'anni dalla riflessione di Sofia Bisi Albini ci troviamo a notare non solo l'attualità, ma anche il bisogno di ascolto e concretizzazione dei suoi pronostici, di continuazione di quella battaglia per il pieno godimento dell'uguaglianza, ma - mi permetto di aggiungere - si tratta di una battaglia che attende anche i giovani italiani d'oggi, i padri di domani.

C.M.

NOTE: Il periodico mensile La nostra rivista per le donne italiane raccoglieva le precedenti testate dirette dalla Albini: La rivista delle signorine (1894-1911) e Vita femminile italiana (1907-1913).

2 commenti:

  1. Applausone per questa inebriante rinfrescata di femminismo vintage! I messaggi semplici e genuini come questo non scadono mai, è sempre utile rispolverarli per ricordarci chi siamo, da dove veniamo e... dove rischiamo di ritornare! Le tendenze anti-femministe degli ultimi anni sono veramente preoccupanti

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    1. Hai ragione, e la cosa più stupefacente è che sono riflessioni di un secolo fa: con un po'di ritardo, il Risorgimento ha portato in Italia uno spirito democratico di cui si è iniziato a godere sul finire del XIX secolo, eppure sembra che la straordinaria carica di entusiasmo e ottimismo dell'autrice si sia spenta proprio ora che dovremmo avere i maggiori mezzi per alimentarla! Infatti sono pienamente d'accordo sulla deriva cui assistiamo in questi anni e, come la Bisi Albini, ritengo che l'educazione e l'istruzione (oltre che la sanzione ufficiale di certi interventi o atti evidentemente misogini) siano l'unica strada civile da intraprendere per invertire la rotta.

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