sabato 1 novembre 2014

L'ora di lezione (Recalcati)

Quale ruolo ha oggi l'istruzione? Essa è vista come una tappa svuotata di ogni significato: gli studenti dovrebbero transitare nella scuola senza incappare in alcun ostacolo e senza essere mai valutati per le loro reali conoscenze e gli insegnanti non sono altro che delle figure di contorno che vigilano su quegli spazi e cui non è riconosciuta alcuna professionalità. La scuola è, nella deleteria percezione che va diffondendosi, un'azienda che mira a quantificare un profitto, ha perso di vista, per effetto dei numerosi cambiamenti sociali e politici concentratisi negli ultimi decenni, la sua funzione formativa, rendendosi incapace di suscitare un vero e profondo amore per il sapere, una tensione al possesso che è lo stimolo stesso alla crescita umana.

L'ora di lezione, breve saggio di Massimo Recalcati, affronta proprio l'esigenza di ritornare ad un'istruzione pura, liberata degli orpelli che oggi la soffocano, il bisogno di restituire professionalità all'insegnante, alleggerendolo della zavorra di doversi fare psicologo, consulente, quando non addirittura supplente dei genitori fantasma. Il vero nodo di questo libro è la necessità di recuperare l'erotica dell'insegnamento, quella tensione al sapere che affonda le proprie radici nel metodo ermeneutico di Socrate, mirante a produrre conoscenza attraverso la presa di coscienza del vuoto di sapere da cui partiamo.
Per spiegare il meccanismo della trasmissione del sapere che la scuola dovrebbe riprodurre, Recalcati richiama il Simposio di Platone e il bisogno in esso manifestato da Agatone di essere riempito di conoscenza da parte di Socrate, oggetto erotico in quanto depositario del sapere che Agatone desidera. Ma Socrate sa attuare quello che in termini psicologici si chiama transfert: usa se stesso, la propria capacità di incarnare il sapere - un sapere in continua evoluzione, mai stabile e mai assoluto - per far desiderare ad Agatone la conoscenza che rappresenta.
Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l'impossibilità che attraversa il sapere, che è l'impossibilità di sapere tutto il sapere. [...] Il sapere non si può mai sapere tutto perché è per sua struttura bucato, non-tutto, impossibile. (p. 7)
Una concezione dinamica del sapere, un'idea che ancori la conoscenza ad una progressiva acquisizione di informazioni che non potranno mai diventare sapere completo è ciò che potrebbe restituire all'istruzione il suo significato, sottraendo la scuola alla logica aziendale del profitto che riconosce solo un bilancio in attivo e in passivo e, quindi, una radicale dicotomia tra successo e fallimento: concetti dell'odierna mentalità del numero, ma assolutamente incompatibili con un sistema formativo che voglia definirsi tale. Per effetto di questa impostazione borsistica del sapere, tutto ciò che costituisce uno scoglio per lo studente è visto dalle famiglie (ma anche da certa parte del mondo docente) come un insulto, un motivo di pressione e una sanzione di incapacità, in un meccanismo odioso in cui «il fallimento non è tollerato, come non è tollerato il pensiero critico»: la scuola di oggi è, stando alle categorie di Recalcati, una Scuola-Narciso, che punta all'«affermazione cinica di se stessi» e non alla trasmissione di un sapere nella ricerca del quale lo studente sia parte attiva. Oggi la scuola è affetta dal cancro di un'idea statica e inattaccabile del sapere, al quale è stato eretto un tempio in cui si devono replicare all'infinito rituali immutabili, riducendo l'istruzione ad una sterile routine.
Questo è l'automatismo, il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell'Università che ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l'imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto, rendendo impossibile l'evento della parola. (p. 6)
L'automatismo, come si sa, spegne qualsiasi passione, che, al contrario, ha bisogno di forze sempre nuove, di una continua tensione all'originalità, per rendere ogni momento speciale e mantenere vivo il sentimento. Una concezione abitudinaria del sapere - lo sa chiunque abbia avuto un docente che perpetuava stancamente le sue lezioni sempre uguali anno dopo anno - sancisce la morte dell'insegnante come figura in grado di accendere l'eros per il sapere. Sappiamo tutti quanto sia importante il ruolo di un docente nel rapporto dello studente con la disciplina che insegna: il maestro o il professore che non nutrono una profonda passione per le loro materie e che non percepiscano realmente la bellezza di trasmetterle e vivificarle in aula ogni giorno non veicolano nulla più che informazioni destinate a svanire col passare del tempo o dopo la prova di verifica. 
Una scuola capace di stimolare il sapere, dunque, muove dalla necessità che gli insegnanti riattivino quel transfert che li rende mediatori fra gli studenti e la materia, che permette loro di scavare un vuoto da riempire col frutto della curiosità e con la voglia stessa di imparare. Per far questo, il docente deve abbattere qualsiasi certezza di un sapere finito e completo ed essere consapevole che il suo stesso limite alla conoscenza, l'ammissione del «non lo so» non è un handicap, ma la possibilità di spingersi, scoprendo una nuova risposta, un passo più avanti ogni giorno e di lasciare che il desiderio di colmare un vuoto incolmabile sia di stimolo (per sé e per i propri allievi) a non atrofizzarsi su certezze sempre uguali a se stesse.
I veri insegnanti non sono quelli che ci hanno riempito la testa con un sapere già costituito, dunque già morto, ma quelli che vi hanno fatto dei buchi al fine di animare un nuovo desiderio di sapere. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte precostituite. [...] Il bravo insegnante è colui che sa proteggere il vuoto, il non-tutto, l'inciampo come condizione per la ricerca. Non ha né paura né vergogna del suo non-sapere, della sua ignoranza (che Cusano avrebbe definito «dotta»), perché sa che i limiti del sapere sono ciò che anima la spinta della conoscenza. (p. 112 e 128)
L'ora di lezione - Per un'erotica dell'insegnamento è un libro che mi ha confortata in un momento in cui il mio rapporto con l'istituzione scuola è molto negativo: da aspirante insegnante in lotta contro gli ostacoli e le storture del settore, vi ho trovato stimoli e occasione per maturare la consapevolezza di problemi e risvolti dell'attuale concezione del sistema formativo che non avevo considerato o che, semplicemente, non avrei saputo esprimere con la stessa chiarezza di Recalcati. 
Nonostante alcune divagazioni eccessive su alcuni aspetti della psicologia che non riuscirò mai a digerire (l'idea, ad esempio, che il Complesso di Edipo debba entrare nella spiegazione di ogni problema), L'ora di lezione costituisce un'analisi lucida e precisa del deterioramento della scuola e del sapere stesso e della necessità di tornare a stimolare l'amore per la conoscenza a partire da una mancanza, nel solco della più genuina tradizione socratica. E non manca di una componente personale che non potrà evitare un po'di sana emozione a tutti coloro che, come Recalcati, hanno incontrato nel loro cammino scolastico un insegnante speciale.

C.M.

2 commenti:

  1. Ho visto ieri la presentazione del libro a "Che tempo che fa".
    Penso che sia necessario prendere atto dei problemi del sistema scolastico prima che questi diventino irreversibili.
    Notavo però che Recalcati tende molto a fare confronti generazionali, ma non so se effettivamente la generazione precedente abbia avuto un terreno culturale migliore di quello attuale.
    Ho trovato invece azzeccatissimo il paragone della scuola moderna con il sistema aziendale.

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    1. Peccato, me lo sono perso! Lo cercherò in rete, perché sono curiosa di sentire un suo intervento.
      Sulla questione del confronto generazionale non posso darti torto, anche se credo che, generazione dopo generazione, andiamo sempre più verso un vuoto che, se un tempo era giustificabile per limiti concreti nell'accesso alla conoscenza, adesso sono frutto di un disinteresse deliberatamente scelto. Poi, il fatto che insista tanto su questo tasto credo sia dovuto alla "deformazione professionale" da psicologo.

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