venerdì 2 gennaio 2015

Inverni ad arte: la neve sui tetti

La serie di post Inverni ad arte collega come un ponte l'anno che ci siamo lasciati alle spalle e quello appena arrivato: dopo l'approfondimento sulla descrizione della natura innevata, proseguiamo analizzando gli effetti della nave e del gelo negli abitati, in particolare in quelli piccoli, o sugli edifici isolati, per lasciare invece all'inverno di città uno spazio autonomo all'interno del successivo articolo.

Claude Monet, Il villaggio di Sandviken (1895)

Questa volta partiamo dal XVI secolo, in particolare dalla pittura fiamminga: è Pieter Bruegel il Vecchio ad offrirci il Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli, una tela del 1566 poi imitata dal figlio, Bruegel il Giovane. Qui i tetti dell'abitato sono coperti di neve, alcuni tanto ripidi e allungati da toccare il terreno, cosicché il bianco adagiato sulla copertura si congiunge con quello del suolo; la gente del paese è scesa in strada per pattinare sul fiume ghiacciato ed è significativo che l'attenzione venga catturata dalla trappola sulla destra e dagli uccelli che sembrano contemplare la vita dei paesani, al punto che alcuni di essi si confondono con i rami sui volatili. La distesa di neve occupa tutta la profondità della tela, facendo sbiadire, in lontananza, i contorni di una seconda città.

Pieter Bruegel il Vecchio, Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli (1566)

Tre secoli più tardi è la pittura romantica ad appropriarsi della neve e, di nuovo, diventa significativa l'esperienza di Caspar David Friedrich, che, nel 1817 circa dipinge il celebre Cimitero dell'abbazia sotto la neve, distrutto nel 1945, ma rimasto uno degli emblemi della sua pittura. In questo dipinto la neve sottolinea un senso di inospitalità che grava sull'abbandono delle rovine dell'edificio sacro, in cui si avventura una nera processione di monaci, e sul cimitero, a sua volta simbolo di solitudine e deserto: piuttosto che suggerire armonia e invitare alla festa, la natura e ciò che rimane delle costruzioni instillano un senso di terrore e rifiuto, ma, assieme, l'idea di una grandezza passata e irrecuperabile.

Caspar David Friedrich, Cimitero dell'abbazia sotto la neve (1817 ca.)

Non possiamo evitare di tornare a citare gli Impressionisti, che, come è noto e come abbiamo in parte già notato nel post precedente, non limitano il loro interesse al paesaggio naturale, ma lo estendono ai centri abitati, alla ricerca della perfetta resa luministica e coloristica. Se Gustave Caillebotte sceglie di rappresentare i Tetti innevati soffermandosi sulla descrizione di abbaini e comignoli in un'aura grigio-azzurra in cui spiccano le tinte rosse del mattone, Camille Pissarro sottolinea proprio attraverso quest'ultima tonalità l'edificio quasi occultato dagli alberi, dal recinto e dalla neve stessa in Castagni a Louveciennes. E a Louveciennes torna anche Alfred Sisley, che, come Pissarro e Monet, ama le strade e i sentieri come punto d'osservazione.

Gustave Caillebotte, Tetti innevati (1878)

Camille Pissarro, Castagni a Louveciennes (1871)

Camille Pisarro, La strada innevata (1872)

Alfred Sisley, Neve a Louveciennes (1894)

Lo stesso contrasto fra colori descritto da Pissarro si ritrova nel Villaggio di Sandviken dipinto da Claude Monet nel 1895, che fa della neve uno dei protagonisti delle sue tele, particolarmente evocative laddove dedicate alla sua bella Giverny, una vera e propria Musa fatta a luogo, che nell'aria e nel paesaggio innevati arriva a perdere i propri contorni, fondendosi nella luce proprio come vorrebbe fare l'artista, con un effetto che porta agli estremi una scelta già suggerita da Paul Gauguin nel 1879.

Claude Monet,  Il calesse. Strada coperta di neve a Honfleur (1867)

Claude Monet, Entrata di Giverny sotto la neve (1885)

Paul Gauguin, Paesaggio invernale (1879)

Sembra invece guardare Friedrich Vincent Van Gogh, quando dipinge il Vecchio cimitero sotto la neve, conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam: anche in questa tela svetta la mole dell'edificio sacro e la neve sembra avanzare verso le croci a suggerire lo stesso sentimento di abbandono e solitudine che, oltre ad essere una tematica costante di questo pittore, era già nell'esemplare tedesco. Con Antwerp nella neve, invece, l'artista olandese riprende la prospettiva cittadina di Caillebotte, abbassandola però a livello dei primi piani, laddove si colgono, calcati dalla linea bianca del ghiaccio, i muretti che separano le diverse abitazioni, forse anche in questo caso per ribadire il senso di isolamento e incomunicabilità: la neve, qui, non appiana e non confonde i limiti, ma li evidenzia.

Vincent Van Gogh, Vecchio cimitero sotto la neve

Vincent Van Gogh, Antwerp nella neve (1885)

Calmo e immobile è invece il paesaggio notturno nelle tele di Edvard Munch, che, mentre nella Notte bianca sceglie una prospettiva rialzata per dominare con lo sguardo sugli alberi dalle caratteristiche chiome a nuvola e sul vasto mare che spesso fa da sfondo ai suoi paesaggi, in Notte stellata con neve fresca sulla strada scivola sulla china del sentiero, che si incurva assieme alle colline e agli alberi.

Edvard Munch, Notte bianca

Edvard Munch, Notte stellata - neve fresca sulla strada (1906)

Variopinte sono le case innevate di Vasilij Kandinskij, che, prima della rivoluzione astrattista, dipinge diversi paesaggi riconoscibili, fra cui spiccano un Paesaggio invernale del 1909, in cui i toni gialli si fondono con tinte rosate, e il dipinto di prospettiva ravvicinata Il cimitero e la canonica a Kochel, dello stesso anno; se confrontiamo queste tele con i principi sul colore esposti in Lo spirituale nell'arte (1912), notiamo che Kandinskij vuole infondere ai suoi paesaggi vitalità (attraverso i gialli e i rossi), ma, allo stesso tempo, una sensazione di quiete e serenità data dai blu intensi e dagli azzurri.

Vasilij Kandinskij, Paesaggio invernale (1909)

Vasilij Kandinskij, Il cimitero e la canonica a Kochel (1909)

Favolosa è, infine, come sempre, l'ottica di Marc Chagall, che evoca mondi variopinti che uniscono lo stimolo naturale del disegno infantile a spunti di arte geometrica, producendo sempre rappresentazioni meravigliose e in bilico fra sogno e realtà, in cui spesso compaiono le caratteristiche figure volanti, tanto amate dall'artista: in Sopra Vitebsk è un uomo in abiti scuri, probabilmente ebreo, visto il lungo cappotto nero, la barba e, soprattutto, la costante riflessione di Chagall sulle proprie origini (forse il mitico Ebreo errante), in Villaggio russo è una slitta trainata da un cavallo.

Marc Chagall, Sopra Vitebsk (1914)

Marc Chagall, Villaggio russo (1929)

Marc Chagall, Chiesa coperta dalla neve (1927)

E come le leggiadre creature di Chagall lasciamoci trasportare dal vento e dalla neve verso il prossimo post, che ci farà scendere nel cuore delle città innevate!

Camille Pissarro, Strada Versailles a Louveciennes (1869)

C.M.

14 commenti:

  1. Brrrr mi è venuto freddo a leggerlo :-)

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    1. Eheh, l'idea di scrivere questi post a tema viene proprio dalle recenti condizioni climatiche! :)

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  2. Che belli questi post! Ho apprezzato molto questo e anche il precedente. Sarà per il fascino della neve (appena ha iniziato a nevicare, ho afferrato la macchina fotografica e sono andata fuori in giardino) oppure perché adoro tutti i pittori che hai citato, in particolare Friedrich e gli impressionisti? In ogni caso, complimenti!

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    1. Grazie, Elisa Elena! Hai proprio ragione: la neve innesca una magia, i paesaggi anche appena imbiancati sembrano trasfigurati. Dato che hai apprezzato questi post, ti do appuntamento ai due successivi!

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  3. Che bell'idea!
    Mi ero persa quei paesaggi di Giverny innevati, ero sempre abituata a vederli nelle vesti autunnali o primaverili...

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    1. In effetti è una prospettiva inedita e sorprendente, abituati come siamo a vederne i giardini variopinti!

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  4. Grazie per questa carrellata nevosa di quadri e relativi commenti. Sono rimasto ipnotizzato. Se devo sceglierne uno che mi ha colpito maggiormente ti dico "Il vecchio cimitero sotto la neve" di Van Gogh. C'è un senso di abbandono, come scrivi tu, così forte che è impossibile restarne indifferenti.

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    1. Van Gogh ci trasmette spesso questa sensazione: è uno degli artisti che è meglio rappresentati dall'arte che produce, in cui riversa tutto il proprio tormento... forse questo ce lo rende estremamente simpatico (nel senso originario del termine). Sulla sua descrizione della solitudine avevo scritto un post in cui mettevo in relazione un dipinto con una poesia di Pascoli. Grazie per aver condiviso con noi questa tua preferenza e, se hai apprezzato questa rassegna di quadri freddolosi, non perderti il seguito!

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    2. Ho letto l'altro post. Hai fatto un ottimo accostamento. Non so, è una mia sensazione ma Pascoli mi trasmette una malinconia più dolce, mentre i quadri di Van Gogh una malinconia più ferocia. Sono due solitudini forti ma l'una è rappresentata in toni più delicati, timidamente, quasi sussurrata con i suoi versi, mentre l'altra ha un impatto più "violento", più duro con le sue tele.

      In questo momento ricordo che mentre leggevo il secondo libro (lo definisce secondo libro invece che capitolo) di Oceano mare mi è venuto subito alla mente il quadro "La zattera della medusa" di Gericault. Magari avrò fatto altre associazioni, ma per ora non mi ricordo. Adesso però grazie a te ammetto che farò maggiore attenzione!

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    3. La malinconia di Van Gogh è, in effetti, più violenta: un grido di ribellione che si nota soprattutto nelle ultime tele, dove prevalgono le forme radiali e la pittura è così materica che nelle strisciate di colore rimangono le setole del pennello; Pascoli è certamente più posato, anche perché la sua poesia ha un'ispirazione classica, molto ponderata nelle scelte, certamente non isintiva, per quanto spontanea. La vicenda biografica dei due, d'altronde, testimonia questo diverso atteggiamento nei confronti della vita e della morte...

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  5. Quando ho visto dal vivo, ai tempi del liceo, dei quadri di Van Gogh sono rimasto impressionato da due cose, mi fa piacere confessartele, per così dire. Ti parlo da profano, perdonami, ma io avendo visto allora i suoi lavori solo su libri o su internet me li immaginavo piatti, schiacciati e invece di fronte a quei girasoli, non ricordo esattamente quale quadro fosse, ho notato quanto colore c'era. Lo spessore è stata la prima cosa che mi ha colpito, centimetri di colore. Sporgeva quel colore come frammenti di roccia da una parete montuosa, non so se rendo l'idea. La seconda cosa invece sono state quelle sue pennellate che formavano dei vortici, quasi ti risucchiavano.

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    1. Questo aspetto "materico" della pittura di Van Gogh è quello che cattura maggiormente anche me, e che rende i suoi quadri totalmente dipendenti da una visione dal vivo per poter essere completamente apprezzati!

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  6. Ho letto il primo post sull'inverno nell'arte... che dire? Favoloso! Nel lontano 2006 avevo visitato la mostra "Gli impressionisti e la neve" a Torino, in occasione dei giochi olimpici, e mi ero innamorata di questi soggetti. Grazie per avermi fatto rivivere queste bellissime emozioni!!!
    Claudia - Il giro del mondo attraverso i libri

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    1. Grazie a te di aver condiviso questo ricordo! Ti invito a tornare per gli ultimi due post dedicati al tema! :)

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