domenica 24 maggio 2015

Cent'anni fa il Piave mormorava...

Oggi rintocca un secolo, affiora un ricordo tanto pesante quanto doveroso. Il 24 maggio 1915, a meno di un mese dalla firma del segretissimo patto di Londra con le potenze dell'Intesa (26 aprile) e quasi un anno dopo l'attentato di Sarajevo, l'Italia entrava in guerra. A fissare nella memoria popolare questo momento sarebbero poi state le note della Canzone del Piave, mitico confine posto fra l'Italia e la sua libertà che, personificato, «mormorava» al passaggio dei soldati.


Un passaggio ammutolito dalla tensione della grande impresa, forse in quelle ore dovuta più alla convinzione dei fanti di vestire, con quell'atto iniziatico, i panni degli eroi, che alla paura, al dolore e alla frustrazione che avrebbero prevalso di lì a pochi giorni, quando la guerra si sarebbe rivelata ben diversa da quanto appariva nei proclami e nell'epica nazionale dei manifesti.

L'immagine che i soldati italiani, come probabilmente quelli di tutte le altre nazioni in guerra, avevano del conflitto erano filtrate dalla cortina delle promesse, dal sogno di una libertà che sembrava offrirsi come il completamento dell'utopia risorgimentale. Un'immagine falsata, che ci costringe a fare i conti con una realtà scomoda: la Grande Guerra ha infranto più sogni di quanti ne avesse creati, gettando il mondo intero nello sconforto derivante dalla certezza di un fallimento epocale. Il progresso, la società di massa, la tecnologia, la cultura, tutto quanto rappresentava la luce del mondo occidentale altro non era che l'immenso fuoco di una catastrofe.
Sui tre fronti di terra, l'occidentale fra le antiche nemiche Francia e Germana, l'orientale lungo i Balcani, dove avanzavano i Russi e il meridionale, il nostro, la linea del sangue degli Italiani, si combattevano uomini più uguali tra loro che ai poteri cui prestavano le loro vite. La vera guerra - ormai, ad un secolo di distanza lo possiamo dire senza provocare scandalo - non fu tra chi resisteva da un lato e dall'altro di una trincea, ma fra la propaganda dei governi e la cruda realtà dei combattenti. Solo alla luce di questa antinomia sia possono comprendere le ondate di ammutinamento e le ribellioni che condussero molti al suicidio. Conosciamo bene le poesie scarnificate dalla guerra di Ungaretti (che pure si arruolò da volontario) e l'attaccamento alla vita che l'autore ha strappato alle viscere della morte, abbiamo letto insieme la solitudine che trapelava dalle pagine del memoriale di Emilio Lussu; dall'altra parte del fronte, ci è arrivata la voce di Eric Maria Remarque: sappiamo che la guerra degli uomini non era la guerra dei governi.

Certo, qualcuno ha creduto fino alla fine (della propria vita o della guerra, se l'ha vista) al sogno dell'Italia, e dimenticare che, comunque, il sacrificio di migliaia di combattenti ci ha dato il Paese che oggi abitiamo e l'indipendenza che per secoli abbiamo inseguito sarebbe ingiusto. Ma le lettere e le parole che sono uscite dalle trincee, di soldati tornati o caduti, ci fanno sentire il peso di questo sogno in ogni sua parte e il ricordo della guerra dev'essere il ricordo di un sacrificio e dei suoi effetti non solo nazionali, ma prima di tutto umani. 
Un sacrificio che, col passare del tempo, è sempre più difficile da onorare, mentre è sempre più importante farlo.
Fra l'attraversamento del Piave (24 maggio 1915), la rotta di Caporetto (24 ottobre 1917), la battaglia del Solstizio (giugno 1918) e la carica dei cavalieri di Vittorio Veneto (ottobre-novembre 1918) ci sono oltre due milioni di morti italiani fra militari e civili.
Mi piace pensare che il silenzio del Piave, il suo mormorio, fosse l'omaggio commosso di un'intera nazione ai suoi sventurati eroi, ai disperati coscritti, a chi credeva nel valore del proprio sangue, a chi, pur non riconoscendosi nel sacrificio, fu cosretto a compierlo. E voglio sperare che quel mormorio continuiamo a sentirlo anche noi, Italiani di oggi, cittadini di un mondo che è il risultato di tante tragedie.


ITALIA

Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni

Sono un frutto
d'innumerevoli contrasti d'innesti
maturato in una serra

Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia

E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
di mio padre


G. Ungaretti, Locvizza, 1 ottobre 1916

C.M.

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